sabato 31 ottobre 2020

"Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti". Un webinar con Palano, Ventura e Castellin. Il video completo dell'incontro

Il secondo appuntamento del ciclo Stato di emergenza ha posto al centro l’interrogativo "È finita l’era dei competenti?". Raffaele Alberto Ventura e Luca G. Castellin, in una discussione introdotta e moderata da Damiano Palano, si sono confrontati sui motivi alla base della crisi di fiducia che, da alcuni anni sembra, investire il ruolo di “esperti”, scienziati e “tecnici”. 

Il video del webinar è disponibile qui.




Possiamo liberarci dalla dipendenza dai competenti?

Questa sintesi del webinar è apparsa su Cattolicanews

di Alessia Silipigni*

Radical Choc è il titolo a effetto che Ventura, analista per il Groupe d'études géopolitiques di Parigi, ha dato al suo ultimo libro. Secondo l’autore le motivazioni della crisi dei competenti vanno individuate nel lungo periodo, ma è soprattutto nell’ultimo cinquantennio che il meccanismo è tornato a incepparsi, dando così inizio a una vera e propria crisi di legittimazione. La storia continua a riproporsi, cambiano gli scenari, gli attori e i mezzi. Le dinamiche restano però quasi sempre simili, perché la perdita di fiducia nei competenti può essere interpretata come il riemergere di tendenze più generali, che si ripropongono ciclicamente.

La necessità di competenti si è manifestata in maniera ancor più evidente con la crisi Covid-19. Si è portati a chiedere ai competenti di trovare risposte soddisfacenti e possibili soluzioni. Ma il mancato adempimento delle promesse e la delusione delle aspettative portano a un senso di sconforto e a una disillusione nei confronti di chi avrebbe dovuto occuparsene.

Luca G. Castellin, docente di Storia del pensiero politico internazionale presso la facoltà di Scienze politiche e sociali, mette in luce un problema legato al compimento delle richieste: la sicurezza si basa su fondamenta fragili e «il competente può non saper rispondere alle sfide non per mancanza di competenza ma per interesse specifico». Anche l’esperto, in altre parole, può mostrare la sua fragilità se mosso da interessi personali. Ma l’interesse specifico dell’uomo, aggiunge Ventura, non è l’unica causa della degenerazione della competenza, che può essere dovuta anche alle “dinamiche delle organizzazioni”. Le organizzazioni si reggono infatti su regole, procedure, gerarchie rigorosamente disciplinate. Il rispetto di queste regole può trasformarsi nell’obiettivo principale delle organizzazioni, le quali finiscono col perdere di vista le finalità originarie. Le grandi organizzazioni dei competenti vengono contestate proprio nel momento in cui non vengono realizzate le promesse di sicurezza. E oggi è automatico mettere in discussione i limiti della burocrazia rispetto all’incapacità di produrre i risultati attesi. Le difficoltà della burocrazia si manifestano nella scelta tra i diversi rischi da cui deve proteggere i cittadini. Una pandemia rientra tra gli immaginabili eventi catastrofici che si sarebbero potuti realizzare in futuro anche se, per Ventura, in questa scelta dei rischi la società «seguirà sempre la priorità del momento». Infatti, «il rischio è diventato l’ecosistema nel quale viviamo» e questo porta a pretendere un’efficace gestione della propria sicurezza da parte dei competenti.

Si vive nella continua illusione di riuscire a imparare dagli errori passati, di essere abbastanza informati per riuscire a governare i possibili scenari futuri e, invece, ancora oggi siamo piegati di fronte all’evidenza che non si smette mai di imparare. La dipendenza dai competenti resta necessaria di fronte all’indeterminatezza della situazione e sebbene stia subendo un graduale indebolimento, oggi è possibile sperare che possa lasciare in eredità alcune risposte per riuscire ad affrontare con lungimiranza quello che riserverà il mondo di domani.

* Studentessa del corso magistrale di Politiche europee e internazionali, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano

“Stato di emergenza. Discussioni sulla politica sospesa al tempo del virus” è il titolo di una serie di webinar, live sui canali social @Unicatt e @CattolicaNews, organizzati nell’ambito dei corsi di Scienza politica della facoltà di Scienze politiche e sociali delle sedi di Milano e Brescia sulle ripercussioni della pandemia sulle democrazie occidentali e sulla sfera delle nostre libertà. Nel primo incontro del 21 ottobre, il giornalista Gianni Riotta e il professor Raul Caruso hanno dialogato su “Il mondo fragile. La democrazia e le insidie di uno shock globale”, a partire dal volume curato da Raul Caruso e Damiano Palano, “Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia” (Vita e Pensiero). Il secondo appuntamento, che si è tenuto il 29 ottobre, ha posto al centro l’interrogativo “È finita l’era dei competenti?”. Raffaele Alberto Ventura e Luca G. Castellin, in una discussione introdotta e moderata da Damiano Palano, si sono confrontati sui motivi alla base della crisi di fiducia che, da alcuni anni, sembra investire il ruolo di “esperti”, scienziati e “tecnici”. Per saperne di più sul programma dei webinar, consultare il calendario sul sito Unicatt.

venerdì 30 ottobre 2020

Anatomia di un regime "ibrido". "La Russia di Putin" di Mara Morini (Mulino)


di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Mara Morini, La Russia di Putin Il Mulino, pp. 215, euro 14.00), è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 31 luglio 2020.

Dopo vent’anni di permanenza al potere, Vladimir Putin è ormai da tempo il più longevo leader russo dopo Stalin. In carica dall’agosto 1999 come capo del governo e dal 31 dicembre dello stesso anno come presidente ad interim della Federazione Russa, ha d’altronde impresso un’impronta marcata sulle traiettorie imboccate dopo la dissoluzione dell’Urss. E, soprattutto, è stato in grado di normalizzare un sistema che negli anni Novanta si trovò alle prese con le enormi difficoltà della transizione a un’economia di mercato, della liberalizzazione politica e delle spinte secessioniste. 

Ma, come mostra Mara Morini nel suo libro La Russia di Putin (Il Mulino, pp. 215, euro 14.00), pur riconquistando la stabilità e un relativo benessere economico, il paese rimane un caso di democratizzazione fallita che sottopone ai politologi una serie di domande. La principale riguarda la stessa configurazione di un regime “ibrido”, che sfugge alle categorie con cui vengono classificati i sistemi politici. Non si tratta infatti di un classico regime autoritario, perché esiste un certo grado di pluralismo partitico, perché si svolgono delle elezioni, perché viene garantito ad alcune forze di opposizione il diritto di formulare pubblicamente delle critiche. Eppure, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione politica è fortemente limitata e perché la garanzia delle libertà, dei diritti di espressione e del pluralismo è troppo debole. Morini ritiene dunque che la Russia di oggi non possa essere neppure parzialmente ricompresa nell’alveo dei regimi democratici. E anche espressioni come “democrazia elettorale” o “democrazia illiberale” rischiano di essere fuorvianti. 

Più che adottare una nuova formula definitoria, Morini cerca però di fissare i tratti di un assetto del tutto peculiare, ricostruendo le tappe principali dei trent’anni seguiti alla fine della Guerra fredda e ricomponendo il puzzle di un sistema di potere meno monolitico di quanto possa apparire. La Russia di oggi è infatti un’eredità della stagione sovietica ma anche un risultato del caos che seguì alla dissoluzione del potere statale negli anni Novanta e delle decisioni adottate a favore di un presidenzialismo di fatto privo di contrappesi. Si è così passati da un sistema neopatrimoniale, contrassegnato da una pluralità di gruppi in competizione tra loro, a una configurazione «piramidale». Il presidente regge infatti i fili principali di una trama in cui la politica informale prevale nettamente su quella formale e in cui la corruzione gioca un ruolo centrale. Il “partito del potere” rappresenta naturalmente uno degli strumenti con cui il centro politico controlla il vasto territorio russo. Ma anche i partiti dell’opposizione “sistemica” sono per molti versi parte integrante del regime, perché non ne contestano le basi più solide e perché beneficiano di una serie di vantaggi. E proprio un tale insieme di fattori – istituzionali, culturali ed economici – sembrerebbe dunque rendere davvero poco probabile, quantomeno nel futuro più prossimo, l’adozione da parte della Russia di un sistema liberal-democratico.

Damiano Palano

giovedì 29 ottobre 2020

"Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti". Una discussione con Raffaele Alberto Ventura, Luca G. Castellin e Damiano Palano - giovedì 29 ottobre 2020, ore 18.00 - DIRETTA SOCIAL



Giovedì 29 ottobre alle ore 18.00, si terrà il secondo appuntamento del ciclo “Stato di emergenza. Discussioni sulla politica sospesa al tempo del virus”,  una serie di webinar organizzati nell’ambito dei corsi di Scienza politica della facoltà di Scienze politiche e sociali delle sedi di Milano e Brescia sulle ripercussioni della pandemia sulle democrazie occidentali e sulla sfera delle nostre libertà.

 

Il ciclo, che è partito con il webinar in cui il giornalista Gianni Riotta e il professor Raul Caruso hanno analizzato le insidie di questo shock globale, prosegue con il secondo appuntamento, È finita l’era dei competenti?, in cui dialogheranno il professor Luca G. Castellin e Raffaele Alberto Ventura, analista per il Groupe d'études géopolitiques di Parigi e autore del libro “Radical Choc”. Modererà l'incontro il prof. Damiano Palano, direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell'Università Cattolica. Un'occasione per riflettere sulla grande contrapposizione tra la cosiddetta élite, capace di assicurare per tutto il Novecento decenni di sicurezza e sviluppo e i loro nemici autoproclamati, che oppongono alla retorica della minoranza istruita quella del 'popolo'.

Tutti gli incontri saranno trasmessi in diretta sui canali social
@unicatt: Youtube – Linkedin
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@Cattolica_News: Twitter

mercoledì 28 ottobre 2020

Why Trump Will Win. A new Backlash? By Isaac Lopez

By Isaac Lopez

Questo articolo è apparso sul blog della rivista americana "Telos. Critical Theory of Contemporary", nel quadro di una discussione sulle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre 2020.

Donald Trump will win in November because the same forces that propelled him to victory in 2016 are even stronger today in 2020. This year is shaping up to be the most turbulent in American history since at least 1968, if not 1941: we are living in the era of black swans. But if you keep spotting them, are black swans still so rare? Common sense dictates that Trump will lose resoundingly in November given the chaos of the past eight months, public fatigue from the last four years, and near-daily October surprises. Then again, common sense also dictated that Trump and his campaign would have gone the way of the 9-9-9 Plan and Original Mavericks within three weeks of descending the escalator at Trump Tower. At the risk of eating my own words in a bit less than one month, here is the quant- and wonk-free case for why Trump will win, poll numbers be damned.

The reason for Trump’s 2016 victory is simple: support of Donald Trump was and is a reactionary backlash against eight years of progressive overreach during the Obama administration and twenty-five years of weak Republican leadership. Donald Trump is crude, ill-tempered, unprofessional, and unfit to be president—much less a cultural figure—but was elected almost exclusively for these reasons. Contrary to the media catechism, Russia did not throw the election to Donald Trump, fake news articles from Macedonian click farms did not convince hordes of Baby Boomers on Facebook that Hillary Clinton leads a ring of satanic pedophiles, and 46.1% of voters in 2016 were not white nationalists. Trump won because enough voters hated the elite class so much that they were willing to vote for such a man just to humiliate the GOP in the primary and the overall political establishment in the general. Trump’s victory was because of voters’ frustrations, and any retrospective analysis of 2016 applied to the current election year must start and end with them. 

A simple conversation with most Trump supporters would show that they are often mundane centrists or conservatives who find Trump’s personal and (un)professional conduct repulsive, but mostly they support him for lack of a better option. Indeed, Trump’s strongest base of support in the primary was actually registered Democrats who vote Republican, which typically lines up with the “working-class whites” who have been economically left behind by technological globalized society and politically abandoned by a woke-obsessed Democratic Party. It is far more telling that Trump hovered in the low 30%s until the GOP primary field narrowed to 3.5 candidates than that he was successful in winning the nomination. A common sentiment is that “Trump supporters aren’t racist, but they decided racism isn’t a deal breaker”—that supporting Trump equates to agreement with the worst of his rhetoric and the vilest corners of his voting base. However, this refrain is primarily echoed by the same people who only half-jokingly say they would vote for Mickey Mouse over Donald Trump, or for that matter any Republican. Supporting a politician with whom you more closely align does not mean you wholeheartedly embrace all of their views: political support is a compromise, not a marriage. Most left-of-center people are not anti-Semites or Marxists, but antisemitism and open support of neo-Marxism in the upper echelons of Black Lives Matter (the organization) does not stop many in the Democratic Party—including its presidential ticket—from openly supporting that group. Equating political support for Trump with racism is a weak perspective built on a poor understanding of and lack of empathy toward those with differing viewpoints. Political ideology is entirely determined by socialization, experiences, and self-interest; to deny this is ignorance draped in pretension and zealotry. 

Republicans and disenfranchised centrist voters came to support Trump in a two-phase reactionary backlash over the course of the last ten years. The first phase was in response to passage of Obama’s stimulus bill with votes from no Republican house members and only three Republican senators—one of which being the aforementioned Maverick—and later Obamacare without the support of a single congressional Republican. The passage of these bills spurred the formation of the Tea Party movement, handed Republicans the largest congressional victory since the Roosevelt Recession flipped the House in 1938, and ultimately birthed a much more reactionary, ideologically fervent brand of conservatism than the preceding neoconservatism. 

The second phase of the backlash began almost concurrently with Trump’s campaign launch. In late June of 2015, the Supreme Court released the Obergefell v. Hodges decision, which legalized gay marriage nationally, and King v. Burwell which upheld Obamacare. The Obergefell decision came when national momentum for gay marriage was well on its way, but to religious conservatives fearful of what legalizing gay marriage would spell for religious freedom or who were still cold to the idea, having Obergefell undemocratically thrust on them by the Supreme Court—and a nominally conservative court at that—served as a reminder that even a right-leaning court does not ensure conservative rulings. The Obamacare decision similarly upheld a paradigmatically unpopular piece of legislation using a convoluted legal argument that sounded to conservatives as if Chief Justice Roberts was looking for an excuse to side with the liberal wing rather than writing a constitutionally defensible opinion. 

The Obergefell majority opinion, the greatest liberal court victory since Roe v. Wade, was written by Reagan appointee Anthony Kennedy, and the King decision by Bush 43 appointee Roberts. Older conservatives also remembered David Soutter’s appointment by Bush 41 and subsequent drift leftward, eventually becoming a reliable member of the court’s liberal wing. What is the point of electing Republican presidents, conservatives asked themselves, if their Supreme Court appointees are just going to hand the Left victories anyway? 

The Masterpiece Cakeshop case has since validated some of Evangelicals’ fears of Obergefell’s implications for religious freedom—a sentiment echoed in a recent statement by Justices Thomas and Alito—and hardened their desire to make sure reliably conservative justices are appointed to the court at all costs. Couple this with Bush’s disastrous handling of the Iraq War and oversight of the 2008 savings and loan crisis, exploding government spending throughout the 2000s, McCain’s embarrassing campaign performance and even more destructive elevation of Sarah Palin to national prominence, and Romney’s narrow loss to Obama—which easily could have been a victory with a 47% smarter campaign strategy—and normal, neighborly conservatives finally saw their leadership for the hapless charlatans that they are. By mid-2015, many on the Right were anxious to embrace a new ideology and new leadership that might for once have their interests in mind. 

This is the backdrop to which Trump launched his campaign on June 16, 2015. Is it any wonder that he quickly rose to the top of the GOP primary polls? While Jeb Bush was trying to add exclamation points to his first name to distract from his last and Marco Rubio experienced public aphasia with the Spanish language, Trump was railing against China, mass immigration, condescending liberal elites, and political correctness. While the rest of the GOP was apologizing for everything conservatism has done for the last thirty years and attempting to tamp down the never-ending accusations of racism or sexism or homophobia from the media and Twittersphere, Trump unapologetically embraced the stereotypes, daring the public and the media to judge him for what he is. 

Now, to be clear, this was five years ago: ancient history, especially in the Trump-era news cycle. There is a strong argument to be made that Trump has worn out his welcome; every traditional indicator currently shows that Trump will lose next month. The polls, first and foremost, show Biden with a commanding lead: no candidate has ever won while being this far down in the polls three weeks out from the election. Biden may be in contention with Michael Dukakis for the least inspiring candidate since Jimmy Carter, but The Donald is also no George HW. Meanwhile, the economy—previously Trump’s paragon accomplishment—is, to put it technically, in the toilet. Unemployment is around 8% and could actually climb as a secondary round of layoffs and an autumn coronavirus wave start to decimate middle-income white-collar jobs. Geopolitically, the world today is starting to look a lot like the world in 1931, with the formation of a Russia/China/Iran axis looking to fill the void of global power left by two decades of a delinquent United States. 

And then there’s civil unrest. Whether it is the mask wars at Walmart or the burgeoning culture war in response to the death of George Floyd—which for a lot of the (predominantly white) rioters is probably just in response to covid cabin fever—America is in the throes of a modern day Maoist cultural revolution, complete with newspeak, struggle sessions, and unpersoning of political and cultural dissidents. If we replace the Twitter blue checkmarks with Red Guards, we are within a first order approximation of 1967 China; replace the Vietnam War with systemic racism or wealth inequality and tonight’s Portland looks like 1968’s Berkeley. 

We are at a nexus where four of the tensest moments of the twentieth century—the Spanish Flu, the Great Depression, the build-up to World War II, and 1968’s social unrest—are repeating themselves simultaneously. That Trump is unequipped to handle this moment in history is a given. This point in history requires a Churchill or a Roosevelt, and unfortunately there exists no leader in the West who measures up to that standard. So that leaves us with Trump and Biden. 

The fundamental question with respect to the 2020 election is whether voters will act like we are in a war or a revolution. Will they keep the same president in a time of crisis, or vote out the current administration in an attempt to upend the established order? History seems to suggest the latter: 1920 gave us Harding, 1932 brought Roosevelt, and 1968, Nixon. 

Despite all of these factors that point toward a Trump defeat, the cultural forces nevertheless suggest that Trump will still sail to victory. First the poll numbers. A consistent explanation for why Trump overperformed in the 2016 primaries and Hillary lost the Midwest despite leading in the polls is that many voters would not confess their preferences to pollsters. Trump’s 2020 poll numbers do not track with lockdowns or coronavirus case numbers: rather, his support in the polls tended to decline when Americans saw progressively more people having their careers, livelihoods, and even physical safety threatened for openly supporting him. There is strong evidence emerging that Trump’s milquetoast polls are, like in 2016, due to reluctance to admit support for Trump rather than an actual lack of support. To paraphrase Senator Feinstein, the shy voter dogma lives loudly in the poll numbers. 

The rule of the Silent Majority is not the only historical precedent at play in 2020. There is also popular disdain for the political establishment that has only continued to grow in the last four years. Biden is even more of an establishment candidate than Hillary, he was even less popular than her during the primary, he is even more uninspiring, and his occupation of the Oval Office lacks any historical significance. Trump is batting 1000 for beating unpopular establishment candidates, and the only argument for this trend stopping is the fate of other unpopular incumbents. However, unlike Humphrey (in lieu of Johnson), Carter, or Bush Sr., the one thing Trump has above all else is voter enthusiasm from his base and resentment toward the other side of the aisle. 

Which finally brings us to that resentment. Trump was on track to lose back in May. The public was tired of the nightly doom-and-gloom news broadcasts, the draconian pandemic restrictions garnered no alternative response or guidance from the Trump administration, and his daily press briefings culminated in the commander in chief extemporaneously suggesting injecting bleach to fight coronavirus. However, some of Trump’s initial support at the pandemic’s onset has started to return, in large part because of the blatant hyperbolicity and hypocrisy coming out of left-leaning media and Democratic politicians on everything related to the pandemic. Trump pushed to restrict travel with China while De Blasio was telling everyone in his city to go out and Pelosi was busy masklessly touring Chinatown intimating that you are a racist and a moron if you think coronavirus is worse than the flu. Then, Pelosi et al. along with her media sycophants switched their position to be that you’re a moron if you don’t take COVID-19 seriously, making this pivot almost as quickly as you can say “Buttigieg drops out.” 

Every news broadcast now serves as a gentle reminder of the overt media bias and science elitism that drove voters to support Trump four years ago. Democratic governors and nebulous “public health experts” told the public for months that the virus would devastate the entire country like it did New York if we did not follow the WHO guidance—an institution not uninfluenced by the Chinese Communist Party—to lock down, diligently socially distance, and economically self-immolate until a vaccine becomes available. Now though, even states that did not lock down or have largely reopened have comparable or even fewer deaths per capita than states such as New York. We were warned that schools must close because they were likely to be super-spreading hubs, but so far there appears to be no evidence of this effect. At the end of this pandemic, many blue state governors will boast both some of the worst death statistics and strictest lockdown policies. In the eyes of many voters, the media’s pandemic hysteria is beginning to feel more like fake news in service of a political agenda. 

The most potent cultural current running in Trump’s favor though is civil unrest in response to George Floyd, and perhaps more importantly the media’s response to this unrest juxtaposed with the ongoing pandemic. After months of reminding us that we are selfish and ignorant if we go to the grocery store too often, see friends, or attend a church service, the media and many government officials began telling us that it is okay to break social distancing if you are protesting for a cause with which they agree. Contact tracers in New York City won’t ask you about attending a protest, and over 1,200 public health officials in the United States, Canada, and Britain even signed an open letter condoning the protests in the name of public health. The sudden leap to rationalize large-scale protests in the midst of a pandemic showed many voters that both the protests and lockdowns were not fact-driven public health policy but rather a continuation of 2016’s political correctness writ large. 

The overt media bias from 2016 has now turned into providing cover for real-life political violence, and the overly politicized culture of four years ago is now inescapable inundation verging on indoctrination. Antifa thugs demolishing and defacing statues are portrayed as peaceful protests, Department of Homeland Security officers arresting protestors are framed as unidentified agents kidnapping citizens into unmarked vans, and it seems that every corporation—even some who literally have slaves in their supply chains—cannot rush fast enough to upload a monochromatic version of their logo. Your acceptance of leftist ideology in all aspects of your life is required, and noncompliance justifies harm or violence. The culture wars from four years ago are now a scorched-earth campaign. 

The DNC’s endless pandering to Black Lives Matter (the organization) and Bernie supporters show that even though Biden is nominally a moderate, power in any Biden presidency will be held by the far left. The AOC wing of the party is now in charge, and no amount of Biden tacking to the center from the center of his basement is going to reassure the public that the patients won’t be in charge of the asylum once a Biden administration is installed. You’re not electing Blue Collar Joe from Scranton, you’re electing his puppet masters who openly want to dismantle police departments, pay reparations, pack the Senate and Supreme Court, and convert the entire economy to be carbon neutral even if it destroys your career. These are the same people who unironically argue that Planned Parenthood can and should be an integral part of a comprehensive community safety plan and believe that meritocracy and the nuclear family are vestiges of white ethnocentric society. They are heralding the same fundamental transformation of America that brought us Trump in the first place, sans Obama’s class and charisma. 

There will be a reactionary backlash to all this, and that backlash, much like four years ago, will be the election of Donald J. Trump to the presidency. A lot can change in three weeks: a lot of bad Tweets can be published between now and Election Day, a lot of COVID tests can come back positive, and a lot of bullets can be exchanged by Armenian and Azerbaijani soldiers. But as it stands now, the winds blow strongly in Trump’s favor. In the span of four weeks over the summer, Black Lives Matter and Antifa, in conjunction with their corporate and media sympathizers and appeasers, managed to hand Trump enough progressive overreach for conservatives and independents to overlook four years of incoherence and mismanagement. 

Trump will win in November, and it is entirely because in the last four years Democrats have failed to offer voters anything better than chaos, cancelation, and calamity. There is no forgetting and there is no forgiveness in the brave new Leftist world they have chosen to embrace. Whiteness and slavery are original sin, Trump is the Devil, and protestors and victims of police violence are the movements’ martyrs. Repent or be damned. Or at least canceled. Is this really the country you want to live in? I doubt it. And I doubt most of your neighbors do either, regardless of what they will say if you ask them.

Isaac Lopez

martedì 27 ottobre 2020

US presidential election: last call for the liberal world order? by Valerio A. Bruno and Vittorio E. Parsi

by Valerio Alfonso Bruno and Vittorio Emanuele Parsi

Questo articolo è apparso il 26 ottobre 2020 sul sito di Social Europe


liberal world order
Valerio Alfonso Bruno

The pre-eminent theorist of liberal internationalism, from its origins to its prospects, G John Ikenberry, recently wrote that spring 2020 might well be considered by historians as the end of the ‘liberal world order’—the moment ‘when the United States and its allies, facing the gravest public health threat and economic catastrophe of the postwar era, could not even agree on a simple communiqué of common cause’. For Ikenberry, ‘the chaos of the coronavirus pandemic engulfing the world these days is only exposing and accelerating what was already happening for years. On public health, trade, human rights, and the environment, governments seem to have lost faith in the value of working together.’ 

liberal world order
Vittorio Emanuele Parsi

May November 2020 then represent the last call for the liberal world order? In recent history, the elections of the president of the United States have represented decisive moments, not only for the country but for the dynamics of the international order tout court. Coming in the middle of a pandemic and counterposing two incompatible Weltanschauungen, the 2020 election may be of unprecedented decisiveness.

Long-term balance

The liberal world order was built around a set of principles and institutions governing the international system in the aftermath of World War II. It was based on US leadership and operated through five core institutions: the United Nations, the International Monetary Fund, the World Bank, the World Trade Organization and the North Atlantic Treaty Organization. 

For all its limits and weaknesses, during the cold war it granted economic development and security to a significant part of the world. ‘Free-market’ societies, conditioned by strong welfare policies, produced a long-term, if fragile, balance between economic competition and social cohesion. 

The dynamic worked well until the 1980s. Thereafter, the foresight required to preserve such a fragile balance—based on postwar hindsight—gradually vanished. Liberal premises, such as equality of opportunity, and liberal promises, of a more equal, peaceful and wealthy world, became subverted by regressively ideological economics. A neoliberal world order has almost replaced the liberal one. 

The world has been growing less ‘safe for democracy’—to paraphrase the title of Ikenberry’s latest book—and much ‘safer for autocracies’, with the power of the markets replacing free-market societies. And ‘stop the world, we want to get off’ is not an option, as Branko Milanovic recently affirmed, referring to social-democratic dreams of recreating the specific national conditions of the trente glorieuses.

Chaotic and opportunistic

From the abandonment of the World Health Organization in the middle of the pandemic to the recent Abraham accords between Israel, the United Arab Emirates and Bahrain, the US, under Donald Trump’s radical-populist presidency, has exchanged multilateralism for a chaotic, opportunistic unilateralism. The ‘mainstreaming’ of the radical right is an international phenomenon, with such nationalistic parties experiencing growing electoral support among the middle classes. Yet Trump and, in Europe, Matteo Salvini, Marine Le Pen and so on are not the only threat. 

Neoliberal politics produced financial crises and rising economic inequality, fostered by an abstract ‘intellectual orthodoxy’, as argued among others by Joseph Stiglitz. For instance, it required developing countries to open up to international capital markets, even when this was detrimental to social order. 

A new balance between states’ sovereignty and the co-ordinating action of international institutions is paramount, if the liberal world order is to be rescued. It is key to point to elements of convergence, different from the status quo and envisioning a general interest—greater than the sum of particular interests—to change non-cooperative behaviour. That’s if we want liberal democracies to escape the dilemma of standing between technocratic oligarchies and nationalist populisms.

Zivilmacht

Recently, one country has shown a proactive understanding of the real value of multilateralism, international co-operation and collective decision-making—Germany. Its Zivilmacht (civilian power) has often been presented internationally in geo-economic terms, in key business partnerships established with China or Russia. Yet Germany has never allowed business interests to undermine its regional and international commitments.

Consider its reaction to the poisoning of Alexei Navalny, the main political opponent of the Russian president, Vladimir Putin. Or how, when forced to act unilaterally during the 2015 ‘refugee crisis’, the chancellor, Angela Merkel, combined responsibility and long-term strategy, providing ‘leadership by example’ to reluctant European Union member states, even while heavily criticised at home. Or the €750 billion EU recovery fund, elaborated in recent months in close partnership with France. 

These crises have made Merkel the most trusted leader worldwide—indeed she has held that spot in PEW research surveys since 2017, when Trump succeeded Barack Obama as president. Such trust has been reinforced during the pandemic, with Germany’s leadership considered most favourably—above the US, France, China, the United Kingdom and Russia—according to PEW’s most recent global-attitudes survey, conducted in 13 countries with more than 13,000 participants. 

As we await the 2020 US presidential election, we should not forget that lesson: crises are unique occasions to rediscover the mistreated virtues of multilateralism and collective decision-making. The ‘crisisification’ of policy-making in the EU may have well provided a fertile habitat for the nourishing of populist, radical-right parties. And yet, when competent crisis management and bold vision are provided—as in Ursula von der Leyen’s State of the Union speech as European Commission president—crises can also represent moments of renaissance.

lunedì 26 ottobre 2020

Le narrazioni alternative della pandemia e la mobilitazione del risentimento

di Damiano Palano

Questo articolo è apparso il 2 giugno 2020 su "Repubblica.it". Nei mesi trascorsi da allora i segnali di rottura della 'concordia nazionale' sono diventati sempre più evidenti e, anche in Italia, non possono più essere considerati come fenomeni residuali. Anche per questo, la "battaglia delle narrazioni" è destinata a diventare ancora più importante nel prossimo futuro.

Le proteste delle ultime settimane confermano che, anche in molti paesi europei, il clima di ‘concordia nazionale’ è un ormai solo un ricordo della prima fase dell’emergenza. Ma è molto probabile che inizino anche a prefigurare lo scenario politico dei prossimi mesi. Uno scenario nel quale nuovi outsider, e in particolare le formazioni dell’“ultradestra”, potrebbero trovare spazi di visibilità e occasioni per mobilitare il risentimento generato dalla crisi. È infatti quasi scontato attendersi che gli effetti sociali ed economici della pandemia porteranno ad accrescere l’insoddisfazione, il disincanto e l’ostilità nei confronti della classe politica e dell’establishment. E che dunque si apra lo spazio per un’ondata “populista” paragonabile (o addirittura superiore) a quella seguita alla crisi finanziaria del 2008. L’ondata populista cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è d’altronde scaturita da una pluralità di processi, intrecciatisi dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale: una crisi economica, che soprattutto nell’Europa del Sud ha contratto le opportunità di lavoro e determinato maggiore incertezza; una crisi politica, consistente in un ulteriore aumento della sfiducia nei confronti del sistema dei partiti; una crisi «culturale», legata al «disorientamento» innescato dalle ondate migratorie e all’origine delle richieste di protezione. Inoltre, il nuovo ambiente comunicativo e in particolare la diffusione dei social media hanno offerto a forze politiche marginali delle opportunità straordinarie per conquistare visibilità. Questo intreccio di fattori può senza dubbio riproporsi nei prossimi anni. E nuove forze cercheranno di riempire il vuoto politico, fornendo una direzione e un bersaglio a un risentimento diffuso.  

Molti commentatori hanno paragonato lo shock della pandemia a quello innescato da altre grandi crisi. E, come nel ventennio seguito alla Prima guerra mondiale, l’instabilità potrebbe favorire l’ascesa di forze antidemocratiche. Naturalmente è ancora presto per stilare bilanci sulle implicazioni del Covid e per formulare ipotesi minimamente attendibili sul futuro politico che ci attende. Sarebbe comunque un errore ritenere che la pandemia possa riportare indietro le ‘lancette della storia’ e che la minaccia autoritaria debba ripresentarsi oggi con le medesime vesti di un secolo fa. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ritenere che la “Storia” sia davvero finita, che le destre radicali siano destinate a occupare un ruolo politico marginale e che le nostre istituzioni democratiche non possano essere messe a rischio nei prossimi anni da formidabili tensioni. In ogni caso, è probabile che, per conquistare spazi e visibilità, i nuovi outsider non punteranno sulla riesumazione di vecchie ideologie, quanto sulla costruzione di ‘narrazioni alternative’ di quanto abbiamo vissuto, concentrandosi su alcuni punti specifici, utilizzando la carta della delegittimazione ma rinunciando a proporre visioni strutturate della realtà. Anche per questo, nei prossimi mesi ci dobbiamo attendere dure battaglie sulle narrazioni della pandemia e persino radicali operazioni di riscrittura degli eventi. Ma il rischio non riguarda tanto l’eventualità che gli outsider, sfruttando il la condizione di disorientamento e di sfiducia, giungano nella ‘stanza dei bottoni’. L’insidia più significativa riguarda piuttosto gli esiti che, sugli equilibri dei sistemi politici, potrebbero giungere proprio dalla spinta alla polarizzazione. Perché, in un contesto segnato dalla crisi dei partiti tradizionali e dalla frammentazione del sistema comunicativo, lo spazio della discussione comune e del compromesso sembra destinato a ridursi sempre di più. Ed è per questo che sarà così importante l’esito di quella battaglia delle narrazioni, da cui potrebbe scaturire nei prossimi mesi una radicale ridefinizione delle linee di conflitto.

Damiano Palano


 

domenica 25 ottobre 2020

Democrazia e politica nella bolla. Una recensione di Paolo Corsini a "Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione" (Scholé)


di Paolo Corsini

 Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé-Morcelliana), è apparsa sulla rivista «ItalianiEuropei» (n. 5, 2020).

Damiano Palano, studioso della crisi del liberalismo, delle promesse non mantenute della teoria democratica, della “democrazia senza partiti”, nonché del populismo, oltre che curatore del volume di saggi  su Carl Schmitt dovuti a Gianfranco Miglio, si cimenta con  questo lavoro su di un fenomeno tipico della contemporaneità: quella sorta di emigrazione interiore per cui il soggetto si rinchiude in una bolla autoreferenziale costruita su misura, sui suoi gusti e preferenze, che lo illude di percepire la totalità dell’universo, inducendolo ad accreditare solo le informazioni che si adattano ai suoi convincimenti. A prescindere che siano vere o false. Una suggestione che all’autore deriva, tra gli altri, da un passaggio dell’ultimo discorso di Barack Obama tenuto a Chicago il 20 gennaio 2017, in cui, prima di passare le consegne a Trump, il presidente americano sentì la necessità di mettere in guardia i suoi concittadini da quelle “bolle” rassicuranti in cui si trovavano a vivere confortati da visioni del mondo assai riduttive, se non addirittura distorte, finendo con l’accettare solo informazioni conformi ad opinioni superficiali, anziché basare i propri convincimenti “sulle prove che ci sono là fuori”.  


Da qui una investigazione che, sulla base di una vastissima saggistica e con suggestive incursioni nella letteratura distopica del ‘900, sino alla fantascienza e alla cinematografia – da Robert A. Heinlein a Philip K. Dick, da George Orwell a Evgenij Zamjatin, da Aldous Huxley a Ray Bradbury, a King Vidor –, approda ad un’analisi assai innovativa degli sviluppi più recenti degli assetti democratici, alle prese con un rischio di “deconsolidamento” recessivo dovuto tanto a processi di lungo periodo – la crisi dell’ordine internazionale liberale, il declino progressivo dell’egemonia globale degli Stati Uniti – quanto a fenomeni in atto. Infatti, dopo la stagione di euforia seguita al 1989 sul presupposto di un’affermazione irrevocabile dei principi della liberaldemocrazia, nella transizione geopolitica e geoeconomica in corso si manifestano spinte nazionaliste, pulsioni identitarie, si esasperano meccanismi di polarizzazione che caratterizzano il proscenio politico contemporaneo. Ebbene, nel tempo della comunicazione globale che promette una nuova stagione di democrazia , la diffusione dei social media “favorisce dinamiche molto differenti – questa la tesi dell’autore – non solo da quelle della vecchia democrazia dei partiti, protagonista di una parte rilevante del Novecento, ma anche da quelle della democrazia del pubblico”, producendo processi di disintermediazione, ma soprattutto “una frammentazione del pubblico in una pluralità di segmenti tendenzialmente privi di radicamento in una sfera comunicativa comune”. 


In sostanza, un sistema in cui si creano “bolle” largamente autoreferenziali tendenzialmente polarizzate. Bolle dovute ad algoritmi che filtrano tutte le informazioni selezionandole lasciando penetrare solo ciò che ha valore confermativo di orientamenti, idee, opzioni politiche che il singolo ha già interiorizzato, finendo con confinarlo in un mondo costruito a sua immagine e somiglianza. Un mondo plasmato dal web che produce un inconveniente di non poco conto: “la riduzione della finestra da cui osserviamo” e dunque una “modificazione degli stessi presupposti del pluralismo e della discussione pubblica”. Inevitabile, dunque, misurarsi con la “fabbrica del falso”, con la presenza degli “ingegneri del caos”, con il fenomeno della “postverità”, non “qualcosa che viene dopo”, ma “ciò che mina l’idea che alcune cose sono vere a prescindere da come ci sentiamo nei loro confronti e che è nel nostro interesse cercare di conoscere”. Un fenomeno che investe e muta la qualità della politica, essendo venuto meno, nella “bolla”, il criterio comune di distinzione del vero dal falso.

Ricorso al negazionismo scientifico – ad esempio i danni provocati dal fumo, ma a buona ragione potremmo citare le uscite di Salvini a proposito del coronavirus o le affabulazioni dei no vax –, critica filosofica dei “pensieri forti” – la postverità come categoria “capace di identificare l’atomismo di milioni di persone convinte di avere ragione non insieme (come credevano, sbagliando, le chiese ideologiche del secolo scorso), ma da sole o meglio col solo riscontro del web-, narcisismo e  soggettivismo diffuso quanto all’interpretazione della realtà, prevalenza dell’opinione sulla conoscenza, dei sentimenti sui fatti, manipolazione delle informazioni a scopo di consenso elettorale, intervento di potenze straniere per destabilizzare le democrazie occidentali, successo del postmodernismo , trovano indubbiamente fertile terreno in uno scenario comunicativo popolato da “sciami digitali” che vede la politica virtuale prevalere su quella reale e l’opinione pubblica diventare sempre di più  opinione digitale.


Palano suggerisce di affrontare la questione della postverità più propriamente nel contesto del cambiamento dello scenario comunicativo che stiamo vivendo. L’attenzione va rivolta al mutamento delle relazioni tra cittadini e informazione. Sotto questo profilo l’importanza dei social network non è semplicemente un dato statistico, ma “risiede nel fatto che essi producono un impatto diretto sui meccanismi di costruzione e condivisione della realtà sociale, della nostra identità”, sino a creare “un nuovo spazio sociale ibrido – l’interrealtà – che mescola il mondo digitale con quello fisico”: uno spazio in cui i social si configurano come “tecnologie di comunità in grado di sostituire le comunità fisiche o di contrapporsi ad esse”. Un ulteriore aspetto consiste nella personalizzazione del flusso comunicativo cui il singolo si trova esposto in una progressiva dissolvenza dello spazio comune in cui sino a poco tempo fa si collocava il pubblico, in un processo di frammentazione caratterizzato da una molteplicità di segmenti sostanzialmente autonomi, da una miriade di “bolle”.

La sottolineatura della presenza invasiva degli sciami digitali nel loro rapporto con la fragilità delle democrazie contemporanee, con la loro turbolenza, depone per un parallelo con il ritratto della folla delineato dagli scrittori di fine Ottocento e, in particolare da Gustave Le Bon, naturalmente in un contesto assai diverso da quello contemporaneo in cui – Palano cita in proposito il filosofo di origine coreana Byung Chu An – la nuova folla sarebbe in realtà uno sciame digitale al quale viene preclusa la stessa possibilità di dare forma a un “Noi”. Un contesto propiziatorio di quella “democrazia recitativa, fortemente personalizzata” in cui – come scrive Emilio Gentile- la politica diventa “l’arte del capo che in nome del popolo muta i cittadini in una folla beota e servile”. Oggi la mobilitazione politica della “folla” è soprattutto emozionale, parcellizzata, “solitaria” e le masse organizzate un tempo raccolte attorno a bandiere ideologiche e politiche si sono destrutturate.

La massa compatta, disciplinata nei grandi partiti, spesso irreggimentata in Stati autoritari e fonte di consenso per quelli totalitari, come corpo solido e  unificato dalla dedizione ad una bandiera, da una fede incrollabile, dalla sequela  di un leader si è da tempo dissolta con la conclusione del “secolo breve” nel corso del quale già è possibile riconoscere uno spostamento progressivo dalla centralità delle masse a quella del pubblico: una platea di individui che, dopo il secondo conflitto mondiale, con il graduale ingresso del piccolo schermo nelle case, pur essendo fisicamente separati, si trovavano esposti al medesimo flusso di comunicazione e alla stessa immagine del mondo reale. Una trasformazione comunicativa che, in parallelo ai mutamenti sociali e alla diffusione del benessere economico, determina una modificazione del rapporto tra cittadini e politica, intaccando il tradizionale profilo del partito “organizzatore delle masse”.  Palano dedica pagine assai penetranti ai nessi tra media, evoluzione della società, politica, strutturazione organizzativa dei partiti: da quelli di integrazione di massa dotati di un proprio apparato comunicativo, alle formazioni professionali-elettorali che si avvalgono di consulenti e tecnici esperti , sino alle campagne elettorali post moderne affidate da partiti “cartelizzati” o ormai liquidi  a gruppi ristretti specializzati in marketing politico e sintonizzati sulle tecnologie più avanzate, in grado di intercettare un pubblico sempre più disallineato nelle sue scelte partitiche.  Lo stesso pubblico come forma di collettività resa possibile dalla diffusione della stampa e costituita in correnti d’opinione, poi, con il nuovo medium televisivo, trasformatasi in audience, va incontro a processi di frammentazione e di segmentazione.

Con riferimento a Bernard Manin e ai suoi noti “Principi del governo rappresentativo” dove si tematizza il passaggio dal parlamentarismo alla democrazia dei partiti, sino alla democrazia del pubblico in cui gli elettori tendono ad assomigliare al pubblico di uno spettacolo lungo una torsione tendenzialmente pubblicitaria in una permanente campagna elettorale, Palano, propone l’idea di una “democrazia delle bolle” in cui “ l’audience generalista si frammenta”  e in cui è possibile riconoscere quell’autoreferenzialità che tende a contrassegnare i segmenti in cui si divide il pubblico.  Un processo che induce lo stesso Manin, in un intervento del 2014, allorché i social media diventano uno strumento formidabile a disposizione delle formazioni populiste, a riconoscere che “la frammentazione dell’offerta comunicativa” determina un contesto differente da quello in cui “la democrazia del pubblico aveva isolato i tratti costitutivi”. Come annota lo studioso marsigliese “in larga misura, anche se non totalmente […] non vi è più un unico pubblico, ma vi sono dei segmenti di pubblico, ciascuno relativamente omogeneo e non comunicante con gli altri segmenti”. Non ancora una compiuta “democrazia delle bolle”, ma, come teorizza Ivo Diamanti, una “democrazia ibrida”, collocata fra passato e futuro in una comunicazione che viene scavalcando i confini tra Rete, Tv e giornali. Una democrazia che lascia intravedere nuovi assetti rispetto ai quali Palano affonda la sua analisi nel tentativo di cogliere, in chiave idealtipica weberiana, la logica di fondo che caratterizza i fenomeni contemporanei. Il dato nuovo è costituito infatti non solo dalla presenza di una pluralità di pubblici bensì “di una pluralità di attori nella condizione di attivare o partecipare a discussioni pubbliche”.


In questo quadro gli algoritmi consentono di creare attorno a ciascun cittadino – utente una bolla che filtra e indirizza tutte le informazioni, una bolla in cui ciascuno è solo, con una raffigurazione del mondo costruita su misura, con una disposizione “involontaria”, sempre più personalizzata, atomizzata, irrelata. “Seguendo la strada che ci indicano gli algoritmi, senza rendercene conto perdiamo di vista il paesaggio, le strade alternative, i percorsi poco frequentati” con effetti distorsivi che, in presenza di variabili inaspettate, riducono la creatività di ciascuno favorendo il conformismo delle scelte. Il dibattito pubblico si complica e si contorce perché con la moltiplicazione dei messaggi è sempre più difficile stabilire chi ha detto cosa a chi in quanto finiamo col chiuderci in una “eco camera” in cui, interagendo con gli “amici”, sentiamo risuonare sempre le stesse parole d’ordine. Un fenomeno di tribalizzazione che produce, con l’immagazzinamento informatico delle conoscenze, perdita di memoria e “rimitizzazione del mondo”. Insomma, la genesi del “gentismo”. Sul piano politico con il declino dei partiti e della loro funzione mediatoria, con la progressiva irrilevanza della televisione generalista che ha svolto comunque un ruolo di composizione nella democrazia del pubblico, la Rete si rivela uno strumento atto ad alimentare contrapposizioni, a rafforzare meccanismi di polarizzazione, a produrre deconsolidamento democratico, grazie alle potenzialità di disintermediazione di cui dispone.

Sulla scorta delle teorizzazioni di Yascha Mounk e di Moisés Naim, Palano coglie aspetti di significativo rilievo. Da un lato, per effetto della disintermediazione il vantaggio tecnologico su cui possono contare le élites politiche si dissolve a favore di outsiders che guadagnano possibilità di affermazione; dall’altro lato si assiste ad una progressiva dispersione del potere in “micropoteri” in grado di insidiare la posizione delle grandi organizzazioni. In questo accorciamento dello spazio tra “alto” e “basso” si moltiplicano le reti fiduciarie, si amplia la forza corrosiva della critica alle istituzioni, si orizzontalizza l’affidabilità delle notizie, si accentua, sino al livore, la disistima nei confronti della classe e delle istituzioni politiche. Non solo disillusione o apatia, ma una spinta alla polarizzazione retta su messaggi radicali e tendenzialmente personalizzati. Nella logica centrifuga della “bubble democracy” – questa la conclusione – “il modo per conquistare la maggioranza non è più di convergere verso il centro, ma di sommare gli estremisti”. Con un’ulteriore evoluzione della forma partito, sino al partito -nuvola digitale e al partito – piattaforma: sotto un primo profilo “un’affiliazione del partito leggero della stagione della democrazia del pubblico perché privo di un apparato burocratico” e, sotto un secondo profilo, con elementi in comune col vecchio partito di massa in quanto abilitato alla mobilitazione di aderenti e simpatizzanti per il tramite di “una comunicazione aggressiva e capillare”. Insieme nuvola, startup e forum. A conclusione del suo itinerario di ricerca Palano, dopo aver messo in guardia, sulle tracce di Giovanni Sartori dai pericoli della “tirannia psicagogica” e, dopo aver sottolineato la gravità della “demopatia” che colpisce i cittadini delle democrazie occidentali, si interroga su ruolo che unitamente ad altri fattori, i mutamenti comunicativi assumono quanto alle tensioni dalle quali oggi sono investiti i sistemi democratici occidentali. La previsione è di un prossimo futuro sempre più popolato da echo chambers e sciami digitali in cui il pubblico sembra dissolversi in una molteplicità di “bolle”. Dunque, uno scenario inquietante “destinato a diventare presto ancor più realistico”.

Paolo Corsini

 

Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé-Morcelliana), è apparsa sulla rivista«ItalianiEuropei» (n. 5, 2020).