domenica 25 ottobre 2020

Democrazia e politica nella bolla. Una recensione di Paolo Corsini a "Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione" (Scholé)


di Paolo Corsini

 Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé-Morcelliana), è apparsa sulla rivista «ItalianiEuropei» (n. 5, 2020).

Damiano Palano, studioso della crisi del liberalismo, delle promesse non mantenute della teoria democratica, della “democrazia senza partiti”, nonché del populismo, oltre che curatore del volume di saggi  su Carl Schmitt dovuti a Gianfranco Miglio, si cimenta con  questo lavoro su di un fenomeno tipico della contemporaneità: quella sorta di emigrazione interiore per cui il soggetto si rinchiude in una bolla autoreferenziale costruita su misura, sui suoi gusti e preferenze, che lo illude di percepire la totalità dell’universo, inducendolo ad accreditare solo le informazioni che si adattano ai suoi convincimenti. A prescindere che siano vere o false. Una suggestione che all’autore deriva, tra gli altri, da un passaggio dell’ultimo discorso di Barack Obama tenuto a Chicago il 20 gennaio 2017, in cui, prima di passare le consegne a Trump, il presidente americano sentì la necessità di mettere in guardia i suoi concittadini da quelle “bolle” rassicuranti in cui si trovavano a vivere confortati da visioni del mondo assai riduttive, se non addirittura distorte, finendo con l’accettare solo informazioni conformi ad opinioni superficiali, anziché basare i propri convincimenti “sulle prove che ci sono là fuori”.  


Da qui una investigazione che, sulla base di una vastissima saggistica e con suggestive incursioni nella letteratura distopica del ‘900, sino alla fantascienza e alla cinematografia – da Robert A. Heinlein a Philip K. Dick, da George Orwell a Evgenij Zamjatin, da Aldous Huxley a Ray Bradbury, a King Vidor –, approda ad un’analisi assai innovativa degli sviluppi più recenti degli assetti democratici, alle prese con un rischio di “deconsolidamento” recessivo dovuto tanto a processi di lungo periodo – la crisi dell’ordine internazionale liberale, il declino progressivo dell’egemonia globale degli Stati Uniti – quanto a fenomeni in atto. Infatti, dopo la stagione di euforia seguita al 1989 sul presupposto di un’affermazione irrevocabile dei principi della liberaldemocrazia, nella transizione geopolitica e geoeconomica in corso si manifestano spinte nazionaliste, pulsioni identitarie, si esasperano meccanismi di polarizzazione che caratterizzano il proscenio politico contemporaneo. Ebbene, nel tempo della comunicazione globale che promette una nuova stagione di democrazia , la diffusione dei social media “favorisce dinamiche molto differenti – questa la tesi dell’autore – non solo da quelle della vecchia democrazia dei partiti, protagonista di una parte rilevante del Novecento, ma anche da quelle della democrazia del pubblico”, producendo processi di disintermediazione, ma soprattutto “una frammentazione del pubblico in una pluralità di segmenti tendenzialmente privi di radicamento in una sfera comunicativa comune”. 


In sostanza, un sistema in cui si creano “bolle” largamente autoreferenziali tendenzialmente polarizzate. Bolle dovute ad algoritmi che filtrano tutte le informazioni selezionandole lasciando penetrare solo ciò che ha valore confermativo di orientamenti, idee, opzioni politiche che il singolo ha già interiorizzato, finendo con confinarlo in un mondo costruito a sua immagine e somiglianza. Un mondo plasmato dal web che produce un inconveniente di non poco conto: “la riduzione della finestra da cui osserviamo” e dunque una “modificazione degli stessi presupposti del pluralismo e della discussione pubblica”. Inevitabile, dunque, misurarsi con la “fabbrica del falso”, con la presenza degli “ingegneri del caos”, con il fenomeno della “postverità”, non “qualcosa che viene dopo”, ma “ciò che mina l’idea che alcune cose sono vere a prescindere da come ci sentiamo nei loro confronti e che è nel nostro interesse cercare di conoscere”. Un fenomeno che investe e muta la qualità della politica, essendo venuto meno, nella “bolla”, il criterio comune di distinzione del vero dal falso.

Ricorso al negazionismo scientifico – ad esempio i danni provocati dal fumo, ma a buona ragione potremmo citare le uscite di Salvini a proposito del coronavirus o le affabulazioni dei no vax –, critica filosofica dei “pensieri forti” – la postverità come categoria “capace di identificare l’atomismo di milioni di persone convinte di avere ragione non insieme (come credevano, sbagliando, le chiese ideologiche del secolo scorso), ma da sole o meglio col solo riscontro del web-, narcisismo e  soggettivismo diffuso quanto all’interpretazione della realtà, prevalenza dell’opinione sulla conoscenza, dei sentimenti sui fatti, manipolazione delle informazioni a scopo di consenso elettorale, intervento di potenze straniere per destabilizzare le democrazie occidentali, successo del postmodernismo , trovano indubbiamente fertile terreno in uno scenario comunicativo popolato da “sciami digitali” che vede la politica virtuale prevalere su quella reale e l’opinione pubblica diventare sempre di più  opinione digitale.


Palano suggerisce di affrontare la questione della postverità più propriamente nel contesto del cambiamento dello scenario comunicativo che stiamo vivendo. L’attenzione va rivolta al mutamento delle relazioni tra cittadini e informazione. Sotto questo profilo l’importanza dei social network non è semplicemente un dato statistico, ma “risiede nel fatto che essi producono un impatto diretto sui meccanismi di costruzione e condivisione della realtà sociale, della nostra identità”, sino a creare “un nuovo spazio sociale ibrido – l’interrealtà – che mescola il mondo digitale con quello fisico”: uno spazio in cui i social si configurano come “tecnologie di comunità in grado di sostituire le comunità fisiche o di contrapporsi ad esse”. Un ulteriore aspetto consiste nella personalizzazione del flusso comunicativo cui il singolo si trova esposto in una progressiva dissolvenza dello spazio comune in cui sino a poco tempo fa si collocava il pubblico, in un processo di frammentazione caratterizzato da una molteplicità di segmenti sostanzialmente autonomi, da una miriade di “bolle”.

La sottolineatura della presenza invasiva degli sciami digitali nel loro rapporto con la fragilità delle democrazie contemporanee, con la loro turbolenza, depone per un parallelo con il ritratto della folla delineato dagli scrittori di fine Ottocento e, in particolare da Gustave Le Bon, naturalmente in un contesto assai diverso da quello contemporaneo in cui – Palano cita in proposito il filosofo di origine coreana Byung Chu An – la nuova folla sarebbe in realtà uno sciame digitale al quale viene preclusa la stessa possibilità di dare forma a un “Noi”. Un contesto propiziatorio di quella “democrazia recitativa, fortemente personalizzata” in cui – come scrive Emilio Gentile- la politica diventa “l’arte del capo che in nome del popolo muta i cittadini in una folla beota e servile”. Oggi la mobilitazione politica della “folla” è soprattutto emozionale, parcellizzata, “solitaria” e le masse organizzate un tempo raccolte attorno a bandiere ideologiche e politiche si sono destrutturate.

La massa compatta, disciplinata nei grandi partiti, spesso irreggimentata in Stati autoritari e fonte di consenso per quelli totalitari, come corpo solido e  unificato dalla dedizione ad una bandiera, da una fede incrollabile, dalla sequela  di un leader si è da tempo dissolta con la conclusione del “secolo breve” nel corso del quale già è possibile riconoscere uno spostamento progressivo dalla centralità delle masse a quella del pubblico: una platea di individui che, dopo il secondo conflitto mondiale, con il graduale ingresso del piccolo schermo nelle case, pur essendo fisicamente separati, si trovavano esposti al medesimo flusso di comunicazione e alla stessa immagine del mondo reale. Una trasformazione comunicativa che, in parallelo ai mutamenti sociali e alla diffusione del benessere economico, determina una modificazione del rapporto tra cittadini e politica, intaccando il tradizionale profilo del partito “organizzatore delle masse”.  Palano dedica pagine assai penetranti ai nessi tra media, evoluzione della società, politica, strutturazione organizzativa dei partiti: da quelli di integrazione di massa dotati di un proprio apparato comunicativo, alle formazioni professionali-elettorali che si avvalgono di consulenti e tecnici esperti , sino alle campagne elettorali post moderne affidate da partiti “cartelizzati” o ormai liquidi  a gruppi ristretti specializzati in marketing politico e sintonizzati sulle tecnologie più avanzate, in grado di intercettare un pubblico sempre più disallineato nelle sue scelte partitiche.  Lo stesso pubblico come forma di collettività resa possibile dalla diffusione della stampa e costituita in correnti d’opinione, poi, con il nuovo medium televisivo, trasformatasi in audience, va incontro a processi di frammentazione e di segmentazione.

Con riferimento a Bernard Manin e ai suoi noti “Principi del governo rappresentativo” dove si tematizza il passaggio dal parlamentarismo alla democrazia dei partiti, sino alla democrazia del pubblico in cui gli elettori tendono ad assomigliare al pubblico di uno spettacolo lungo una torsione tendenzialmente pubblicitaria in una permanente campagna elettorale, Palano, propone l’idea di una “democrazia delle bolle” in cui “ l’audience generalista si frammenta”  e in cui è possibile riconoscere quell’autoreferenzialità che tende a contrassegnare i segmenti in cui si divide il pubblico.  Un processo che induce lo stesso Manin, in un intervento del 2014, allorché i social media diventano uno strumento formidabile a disposizione delle formazioni populiste, a riconoscere che “la frammentazione dell’offerta comunicativa” determina un contesto differente da quello in cui “la democrazia del pubblico aveva isolato i tratti costitutivi”. Come annota lo studioso marsigliese “in larga misura, anche se non totalmente […] non vi è più un unico pubblico, ma vi sono dei segmenti di pubblico, ciascuno relativamente omogeneo e non comunicante con gli altri segmenti”. Non ancora una compiuta “democrazia delle bolle”, ma, come teorizza Ivo Diamanti, una “democrazia ibrida”, collocata fra passato e futuro in una comunicazione che viene scavalcando i confini tra Rete, Tv e giornali. Una democrazia che lascia intravedere nuovi assetti rispetto ai quali Palano affonda la sua analisi nel tentativo di cogliere, in chiave idealtipica weberiana, la logica di fondo che caratterizza i fenomeni contemporanei. Il dato nuovo è costituito infatti non solo dalla presenza di una pluralità di pubblici bensì “di una pluralità di attori nella condizione di attivare o partecipare a discussioni pubbliche”.


In questo quadro gli algoritmi consentono di creare attorno a ciascun cittadino – utente una bolla che filtra e indirizza tutte le informazioni, una bolla in cui ciascuno è solo, con una raffigurazione del mondo costruita su misura, con una disposizione “involontaria”, sempre più personalizzata, atomizzata, irrelata. “Seguendo la strada che ci indicano gli algoritmi, senza rendercene conto perdiamo di vista il paesaggio, le strade alternative, i percorsi poco frequentati” con effetti distorsivi che, in presenza di variabili inaspettate, riducono la creatività di ciascuno favorendo il conformismo delle scelte. Il dibattito pubblico si complica e si contorce perché con la moltiplicazione dei messaggi è sempre più difficile stabilire chi ha detto cosa a chi in quanto finiamo col chiuderci in una “eco camera” in cui, interagendo con gli “amici”, sentiamo risuonare sempre le stesse parole d’ordine. Un fenomeno di tribalizzazione che produce, con l’immagazzinamento informatico delle conoscenze, perdita di memoria e “rimitizzazione del mondo”. Insomma, la genesi del “gentismo”. Sul piano politico con il declino dei partiti e della loro funzione mediatoria, con la progressiva irrilevanza della televisione generalista che ha svolto comunque un ruolo di composizione nella democrazia del pubblico, la Rete si rivela uno strumento atto ad alimentare contrapposizioni, a rafforzare meccanismi di polarizzazione, a produrre deconsolidamento democratico, grazie alle potenzialità di disintermediazione di cui dispone.

Sulla scorta delle teorizzazioni di Yascha Mounk e di Moisés Naim, Palano coglie aspetti di significativo rilievo. Da un lato, per effetto della disintermediazione il vantaggio tecnologico su cui possono contare le élites politiche si dissolve a favore di outsiders che guadagnano possibilità di affermazione; dall’altro lato si assiste ad una progressiva dispersione del potere in “micropoteri” in grado di insidiare la posizione delle grandi organizzazioni. In questo accorciamento dello spazio tra “alto” e “basso” si moltiplicano le reti fiduciarie, si amplia la forza corrosiva della critica alle istituzioni, si orizzontalizza l’affidabilità delle notizie, si accentua, sino al livore, la disistima nei confronti della classe e delle istituzioni politiche. Non solo disillusione o apatia, ma una spinta alla polarizzazione retta su messaggi radicali e tendenzialmente personalizzati. Nella logica centrifuga della “bubble democracy” – questa la conclusione – “il modo per conquistare la maggioranza non è più di convergere verso il centro, ma di sommare gli estremisti”. Con un’ulteriore evoluzione della forma partito, sino al partito -nuvola digitale e al partito – piattaforma: sotto un primo profilo “un’affiliazione del partito leggero della stagione della democrazia del pubblico perché privo di un apparato burocratico” e, sotto un secondo profilo, con elementi in comune col vecchio partito di massa in quanto abilitato alla mobilitazione di aderenti e simpatizzanti per il tramite di “una comunicazione aggressiva e capillare”. Insieme nuvola, startup e forum. A conclusione del suo itinerario di ricerca Palano, dopo aver messo in guardia, sulle tracce di Giovanni Sartori dai pericoli della “tirannia psicagogica” e, dopo aver sottolineato la gravità della “demopatia” che colpisce i cittadini delle democrazie occidentali, si interroga su ruolo che unitamente ad altri fattori, i mutamenti comunicativi assumono quanto alle tensioni dalle quali oggi sono investiti i sistemi democratici occidentali. La previsione è di un prossimo futuro sempre più popolato da echo chambers e sciami digitali in cui il pubblico sembra dissolversi in una molteplicità di “bolle”. Dunque, uno scenario inquietante “destinato a diventare presto ancor più realistico”.

Paolo Corsini

 

Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé-Morcelliana), è apparsa sulla rivista«ItalianiEuropei» (n. 5, 2020).

 

 

sabato 24 ottobre 2020

Una critica alla democrazia diretta. Un pamphlet di Francesco Pallante contro la disintermediazione



di Damiano Palano

Alla fine degli anni Venti, e senza nessun entusiasmo, Carl Schmitt previde che in un futuro lontano ogni elettore avrebbe potuto esprimere il proprio orientamento sulle questioni politiche senza lasciare la propria abitazione, mediante un apparecchio tecnologico, e che tutte le opinioni sarebbero state «automaticamente registrate da una centrale». Quell’«apparecchio» è oggi divenuto una realtà. Ben pochi Stati hanno iniziato però a sperimentare meccanismi di i-democracy (una democrazia via internet), anche perché simili strumenti non sono ancora in grado di assicurare la piena segretezza del voto. Ciò nondimeno, le nuove tecnologie indeboliscono una delle più solide obiezioni indirizzate alla democrazia diretta, relativa alla difficoltà di riunire tutti i cittadini in un unico luogo, per consentire loro di esprimersi ‘direttamente’. 


Ma la possibilità ‘tecnica’ di realizzare consultazioni via internet non supera comunque altre grandi obiezioni, che in larga parte sono riformulate e aggiornate da Francesco Pallante in Contro la democrazia diretta (Einaudi, pp. 132, euro 12.00), una severa requisitoria contro le illusioni di tutte le proposte volte a superare la rappresentanza politica. La critica viene condotta a più livelli e non si limita a considerare i limiti degli strumenti che di solito vengono ritenuti espressione della democrazia diretta (il referendum, l’iniziativa legislativa popolare, il recall, le elezioni primarie).Il discorso di Pallante punta infatti soprattutto a indagare le radici ‘culturali’ del discredito che negli ultimi decenni ha colpito la democrazia rappresentativa: radici che affondano soprattutto in un individualismo esasperato, alla base tanto della critica ai partiti quanto del mito della «disintermediazione» e dunque dello smantellamento dei corpi intermedi. In una concezione in cui diventa politicamente sovrano l’individuo, con le sue preferenze e le sue scelte, i corpi intermedi non possono che diventare superflui, così come quella pluralità di «formazioni» in cui – secondo il dettato costituzionale – si articola la vita della società. Difendendo la concezione classica della democrazia rappresentativa, osserva però Pallante «l’affermazione della sovranità individuale conduce alla disgregazione della collettività in una moltitudine di soggetti isolati e abbandonati a se stessi». Un simile individuo atomizzato non può avere alcun reale peso democratico, perché, come scriveva Hans Kelsen, la democrazia può esistere «soltanto se gli individui si raggruppano secondo le loro affinità politiche, allo scopo di indirizzare la volontà generale verso i loro fini politici». Anche se nei prossimi anni – in un mondo affollato di smart workers e videoconferenze – molte voci torneranno a richiedere che i cittadini possano riunirsi in un’agorà virtuale, la soluzione del ‘direttismo’ è destinata dunque a rimanere solo un’illusione. E per Pallante resterà allora valido anche il vecchio ammonimento di Norberto Bobbio, secondo cui «nulla uccide la democrazia più che l’eccesso di democrazia».

Damiano Palano








venerdì 23 ottobre 2020

La tentazione della democrazia che fa a meno del popolo. Una lettura della "Fratelli tutti"


In un podcast realizzato da Cattolicanews, e disponibile a questo indirizzo, Damiano Palano propone alcuni spunti di lettura dell'enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco.




 



giovedì 22 ottobre 2020

La democrazia e le conseguenze di uno shock globale. Con Raul Caruso e Gianni Riotta. Introduce Damiano Palano

 

Stato di emergenza. Discussioni sulla politica sospesa al tempo del virus è il titolo di una serie di webinar organizzati nell'ambito dei corso di Scienza politica della Facoltà di Scienze politiche e sociali delle sedi di Milano e Brescia sulle ripercussioni della pandemia sulle democrazie occidentali e sulla sfera delle nostre libertà.

Il primo incontro - con l'introduzione di Damiano Palano e la partecipazione di Raul Caruso e Gianni Riotta - si è tenuto il 21 ottobre 2020, live sui canali social @Unicatt e @CattolicaNews.

La discussione ha preso le mosse dall'ebook curato da Raul Caruso e Damiano Palano, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia (Vita e Pensiero).Per saperne di più sul programma dei webinar, consultare il calendario sul sito Unicatt.

Il video dell'incontro è ora disponibile qui: 



Se la pandemia decide la fiducia nella democrazia

di Giorgio Colombo*

Questa cronaca sul primo appuntamento del ciclo Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus, è apparsa su CattolicaNews il 22 ottobre 2020.

Qualcosa rimarrà come prima? O tutto sarà stravolto. Fare congetture sul futuro in tempo di pandemia non è facile. Rispondere sul piano politico vuol dire cercare di capire quale destino avrà la democrazia e quale sistema economico istituzionale sarà predominante dopo l’emergenza sanitaria, sociale ed economica causata dal Covid-19. 

Un dato da tenere a mente per provare a capire quali saranno i futuri scenari è che l’emergenza coronavirus è stata gestita meglio nei Paesi in cui c’è «un rapporto di fiducia tra governo, istituzioni, scienza, autorità sanitarie e opinione pubblica» spiega il giornalista Gianni Riotta, mentre dove c’è stato un tentativo di affrontare la pandemia politicizzandola in modo divisivo le conseguenze sono state spesso drammatiche. Dunque come la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche è stata fino a ora determinante per un’efficace gestione dell’emergenza Covid, così – sostiene ancora Riotta – nei mesi futuri sarà la fiducia nella stessa democrazia a dipendere dalla buona gestione della pandemia.

Dal punto di vista economico - è la tesi del professor Raul Caruso, coautore con il professor Damiano Palano, de Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemiaVita e Pensiero, 2020 - il coronavirus ha aumentato esponenzialmente la domanda e la percezione di necessità di beni pubblici, siano essi la sanità o l’istruzione: ne deriva una maggiore centralità dello Stato e dunque una sua maggiore esposizione all’opinione pubblica, che lo esalterà o lo condannerà a seconda di quanto gli effetti dell’inevitabile crisi economica saranno ammortizzati dai governi. Proprio i governi dovranno essere capaci di ripensare a un modello di sviluppo economico, cogliendo la tragica occasione di una pandemia globale per imprimere una sterzata in materia: centrale potrebbe essere una svolta verso un’economia più verde e sostenibile, suggerisce l’Europa, indicando il Green New Deal come «il vero modello del futuro». 

A questo sistema con molte incognite, si aggiunge un altro evento che si presta a essere letto come un vero e proprio spartiacque per il destino del sistema politico internazionale e della globalizzazione. Le elezioni presidenziali che si terranno negli Stati Uniti il 3 novembre prossimo saranno, infatti, fondamentali per decidere l’assetto delle relazioni internazionali: per Riotta e Caruso un’eventuale vittoria di Donald Trump porterebbe a un ulteriore indebolimento del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite; al contrario, la sconfitta del presidente uscente significherebbe una probabile ripresa degli sforzi politici per il multilateralismo, la cui fruttuosità dipenderà in buona parte dal ruolo che sarà in grado di ricoprire l’Europa.

Tutti questi temi – la tenuta delle istituzioni democratiche, il nuovo sistema economico e le relazioni internazionali future – evidenziano «quanto siano fragili le democrazie in questo momento», come dice Riotta. Tanto fragili da porre in discussione l’assetto politico mondiale post 1989 e mettere ancora di più in dubbio il concetto di fine della storia.

* studente del terzo anno corso di laurea triennale in Scienze politiche e delle relazioni internazionali, curriculum Istituzioni e relazioni internazionali, facoltà di Scienze politiche e sociali

mercoledì 21 ottobre 2020

Il Mondo fragile. La democrazia e le insidie di uno shock globale. Un webinar con Damiano Palano, Raul Caruso e Gianni Riotta. Mercoledì 21 ottobre, alle 18.00. In diretta social

Mercoledì 21 ottobre 2020, alle 18.00, prenderà avvio la nuova edizione del ciclo 

Politica In Transizione (PIT) 

intitolata quest'anno 

Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus

I sette incontri saranno trasmessi in diretta social sui canali Youtube, LinkedIn, Twitter e Facebook dell'Università Cattolica:

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Il primo webinar, dal Il mondo fragile. La democrazia e le insidie di uno shock globale vedrà la partecipazione di Raul CARUSO e Gianni RIOTTA. 

Il webinar sarà introdotto e
moderato da Damiano Palano.

La conversazione prenderà le mosse dal libro curato da Raul CARUSO e Damiano PALANO, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia (Vita e Pensiero)
L'ebook può essere gratuitamente scaricato (in vari formati) presso il sito della casa editrice Vita e Pensiero a questi link:

https://www.vitaepensiero.it/scheda-ebook/damiano-palano-raul-caruso/il-mondo-fragile-9788834342800-370046.html

https://vitaepensiero.mediabiblos.it/archivio/978-88-343-4280-0.pdf

L'ebook è disponibile in viari formati anche presso i principali siti di vendita di prodotti editoriali:

martedì 20 ottobre 2020

Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus. Parte mercoledì 21 ottobre, alle 18.00, la nuova edizione di "Politica In Transizione" (PIT). Sette webinar da ottobre a dicembre



Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus

Politica in Transizione (PIT) - VI ciclo

ottobre-dicembre 2020

Tutti gli incontri saranno trasmessi in diretta sui canali social
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Gli incontri saranno introdotti e moderati da Damiano Palano

 

Mercoledì 21 ottobre, ore 18.00

Il mondo fragile. La democrazia e le insidie di uno shock globale

Con Raul Caruso e Gianni Riotta

Una conversazione a partire dal libro curato da Raul Caruso e Damiano Palano, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia (Vita e Pensiero)

 

Giovedì 29 ottobre, ore 18.00

È finita l’era dei competenti?

Con Raffaele Alberto Ventura e Luca G. Castellin

Una conversazione a partire dal libro di Raffaele Alberto Ventura, Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi)

 

Giovedì 5 novembre, ore 18.00

La politica dopo la pandemia

Con Alessandro Campi ed Emidio Diodato

Una conversazione a partire dal libro curato da Alessandro Campi, Dopo. Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali (Rubbettino)

 

Giovedì 12 novembre, ore 18.00

I leader e le loro storie, prima e dopo la pandemia

Con Sofia Ventura e Anna Sfardini

Una conversazione a partire dal libro di Sofia Ventura, I leader e le loro storie. Narrazione, comunicazione politica e crisi della democrazia (Il Mulino).

 

Giovedì 19 novembre, ore 18.00

Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo

Con Nadia Urbinati e Vittorio Emanuele Parsi

Una conversazione a partire dal libro di Nadia Urbinati, Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo (Laterza)

 

Giovedì 26 novembre, ore 18.00

La rivolta della società. L’Italia nella «grande trasformazione» contemporanea

Con Francesco Tuccari e Agostino Giovagnoli

Una conversazione a partire dal libro di Francesco Tuccari, La rivolta della società. L’Italia dal 1989 a oggi (Laterza).

 

Giovedì 3 dicembre, ore 18.00

La credibilità perduta della politica

Con Guido Gili, Massimiliano Panarari e Massimo Scaglioni

Una conversazione a partire dal libro di Guido Gili e Massimiliano Panari, La credibilità politica. Radici, forme, prospettive di un concetto inattuale (Marsilio)

Democrazia, le insidie di uno shock globale

di Damiano Palano

 Questo testo di presentazione del ciclo di webinar Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus, è apparso sul "Giornale di Brescia" il 20 ottobre 2020. Il primo appuntamento del ciclo, Il mondo fragile. Le ìnsidie di uno shock globale, è programmato mercoledì 21 ottobre alle 18.00 e vedrà la partecipazione di Damiano Palano, Raul Caruso e Gianni Riotta. 

L’irruzione sulla scena globale del Covid-19 ha incrinato la fede dell’Occidente in un progresso del tutto lineare e ha scardinato la pretesa delle democrazie avanzate di essere al riparo dai grandi traumi e dalle malattie che segnarono dolorosamente la vita delle civiltà del passato. Mentre l’incubo della pandemia si materializzava davanti ai nostri occhi, raggiungendo pressoché ogni angolo del globo, le ombre hanno così ricominciato ad addensarsi anche sulle democrazie liberali. L’accelerazione che sta investendo molti processi e le ricadute che si avranno sulle società occidentali sono infatti destinate a mettere a dura prova anche i sistemi politici occidentali. Al momento possono essere naturalmente formulate solo ipotesi molto generiche su ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. La depressione economica segnerà quasi certamente un ulteriore aggravamento della «crisi fiscale» dello Stato, che in alcuni casi potrebbe anche diventare drammatica e offrire così spazi consistenti al riemergere della protesta fiscale. In secondo luogo, la contrazione delle economie occidentali potrebbe contribuire a indebolire ulteriore la fiducia riposta in leader e partiti. Inoltre, le conseguenze del Covid-19 rischiano di accelerare il ‘declino relativo’ dell’Occidente (sotto il profilo economico, politico e culturale), o la stessa la tendenza allo spostamento verso Est del baricentro dell’economia globale. E tutto questo è in grado di alimentare il cultural backlash, accentuando la sensazione di insicurezza e deprivazione soprattutto in alcuni strati sociali, di spostare quote di elettorato verso posizioni più radicali (e verso nuove formazioni politiche), di polarizzare lo scontro politico, o di aggravare il «deconsolidamento» delle democrazie mature.

Nel mondo che seguirà la pandemia, un ruolo decisivo dipenderà certamente dalla capacità degli attori in campo di fornire risposte e di impedire che si inneschi una «crisi generale». E anche per questo formulare oggi previsioni deterministiche sul prossimo futuro sarebbe un azzardo. Ma probabilmente il futuro delle democrazie si giocherà – in misura non secondaria – anche sulla nostra capacità di uscire dalla «fine della Storia». Dopo la Guerra fredda, l’Occidente non ha infatti mai cessato di vivere alla «fine della Storia». Ed è stato così in grado di concepire il futuro solo nei termini di una dilatazione del presente o di un’apocalisse ambientale, sociale e politica. Per società cresciute nella convinzione di vivere in un mondo ‘post-storico’, il pericolo più insidioso si annida allora proprio nell’incapacità di immaginare il futuro in termini diversi da quelli speculari della dilatazione del presente e di un declino catastrofico. E una delle sfide più importanti che ci attende consiste allora nel pensare il futuro – e soprattutto le crisi che ci attendono – abbandonando le visioni più ingenuamente ottimistiche che hanno nutrito il nostro immaginario nell’ultimo trentennio. Senza al tempo stesso cedere all’incubo del declino e alla retorica della catastrofe. 

 Damiano Palano


L'intero ciclo Stato di emergenza. La politica sospesa al tempo del virus potrà essere seguito in diretta streaming sui canali sociali dell'Università Cattolica:

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lunedì 19 ottobre 2020

Lo «stato di emergenza», la democrazia di domani, un nuovo Leviatano


di Damiano Palano*

 Questo testo, con cui si presentano i temi al centro del ciclo di incontri "Stato di emergenza. La politica al tempo del Coronavirus", è apparso su "Huffington Post - Italia" e "Cattolicanews".

Sono trascorsi ormai quasi otto mesi dalla sera di febbraio in cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò per la prima volta l’adozione di misure straordinarie volte a contenere la diffusione dell’epidemia da Covid-19. In questi mesi ci siamo ormai abituati a vivere nello «stato di emergenza», e – talvolta con un po’ di insofferenza – ci siamo anche adeguati ai dispositivi di protezione e alle norme sul distanziamento sociale. Seguendo le cifre sull’andamento dei contagi, sul numero dei ricoveri, sulla concentrazione geografica dei focolai, ci siamo chiesti praticamente ogni giorno quando il virus comincerà a perdere la sua forza, e quando potremo finalmente salutare la fine della pandemia. Ma forse dovremmo anche iniziare a chiederci come l’esperienza globale della pandemia cambierà il mondo, quali tracce lascerà nel tessuto delle nostre società, e quali conseguenze produrrà sulle nostre democrazie.

Mentre la «seconda ondata» sta iniziando ad abbattersi sull’Europa, si possono ovviamente formulare solo ipotesi molto generiche, ma tutt’altro che rassicuranti, sul futuro che ci attende. I problemi con cui ci troveremo alle prese non saranno molto diversi da quelli che conosciamo da anni, ma saranno ulteriormente esacerbati dalle tensioni che ci lascerà in eredità la pandemia. La depressione economica che si profila all’orizzonte – e che ovviamente dipenderà anche da ciò che accadrà nei prossimi mesi – segnerà quasi certamente un ulteriore aggravamento della «crisi fiscale» dello Stato, che in alcuni casi potrebbe anche offrire spazi consistenti al riemergere della protesta fiscale. In secondo luogo, la contrazione delle economie occidentali, aggravando le diseguaglianze, potrebbe contribuire a indebolire ulteriormente la fiducia riposta in leader e partiti. Inoltre, le conseguenze del Covid-19 potrebbero accelerare il ‘declino relativo’ dell’Occidente (sotto il profilo economico, politico e culturale), o la stessa la tendenza allo spostamento verso Est del baricentro dell’economia globale. Tutti questi fattori, amalgamandosi in un cocktail esplosivo, potrebbero andare così fornire nuovo carburante al cultural backlash: una reazione culturale ai processi di globalizzazione e ai valori del ‘cosmopolitismo’ che scaturisce soprattutto dalla sensazione di insicurezza e deprivazione sperimentata da alcuni strati sociali. E, così, quote di elettorato potrebbero spostarsi verso posizioni più radicali, potrebbero polarizzare ulteriormente lo scontro politico, o aggravare il «deconsolidamento» delle democrazie mature. I risultati di una ricerca condotta nelle scorse settimane da Ipsos su un campione di cittadini italiani sembrerebbero confermare proprio l’ipotesi che sia già in atto un processo di «deconsolidamento» democratico, ossia uno ‘scollamento’ dei cittadini occidentali dai valori democratici su cui si reggono i nostri sistemi politici. Ma il dato più significativo non è forse quello relativo alla percentuale di intervistati che si dichiarano delusi e insoddisfatti rispetto alla democrazia, bensì il basso livello della fiducia riposta nelle istituzioni, nella classe politica, nei partiti. Perché proprio la fiducia nel sistema – e nella sua capacità di rispondere in modo sufficientemente adeguato alla pandemia – potrebbe uscire colpita in modo duro dalla crisi che stiamo vivendo.

Le conseguenze che ci dobbiamo attendere dal futuro sono però probabilmente ancora più profonde di quelle che possono essere rilevate dai sondaggi di opinione, o da quelle che riguardano lo scenario della competizione politica. Nello «stato di emergenza» in cui ci troviamo a vivere, vengono ‘sospesi’ o limitati molti dei diritti delle libertà che eravamo abituati a considerare come costitutivi della democrazia. Ma anche quando ci saremo lasciati alle spalle la fase più critica della crisi sanitaria, è probabile che non cesseremo di vivere nello «stato di emergenza». O, quantomeno, non possiamo escludere che l’esperienza di questi mesi e l’accelerazione che essa sta implicando su molti processi comporteranno modificazioni strutturali sui sistemi politici occidentali e sulla sfera delle nostre libertà. La convinzione che sia necessario rinunciare a porzioni di libertà per tutelare la sicurezza individuale e collettiva non è certo nuova. Per molti versi è una componente costituiva del progetto moderno, dal momento che lo Stato moderno si legittima storicamente proprio in quanto garante della sicurezza dei propri sudditi. Molte volte l’appello a sacrificare porzioni di libertà in nome della sicurezza è stato inoltre pronunciato per richiamare i cittadini occidentali al dovere di salvaguardare la democrazia, il pluralismo e lo Stato di diritto. Ma l’«emergenza» che richiedeva il sacrificio temporaneo di diritti e libertà era stata fino ad ora legata alla necessità di combattere la violenza terroristica, di sconfiggere organizzazioni criminali, di contrastare cioè ‘nemici’ in carne ed ossa. L’«emergenza» che il mondo sperimenta oggi invece non ha un volto, non è riconducibile a nessun nemico in carne ed ossa, è legata alla fragilità della condizione contemporanea e all’interdipendenza della società globalizzata. Proprio per questo non si tratta di un’«emergenza» che potremo davvero lasciarci alle spalle. Anche quando il Covid-19 sarà stato debellato, non potremo cioè evitare di monitorare costantemente la marcia di nuovi virus, di sviluppare tecnologie di tracciamento, di intervenire tempestivamente per impedire lo sviluppo di una nuova pandemia, di predisporre apparati in grado di agire in caso di emergenza. Dinanzi a ciascuno di noi potrebbe così ergersi il potere di un Leviatano molto più invasivo di quello immaginato da Thomas Hobbes. E sarà allora davvero necessario ripensare garanzie ed equilibri adeguati alla portata di quella sorta di «stato di emergenza» permanente che probabilmente ci attende.

Damiano Palano


mercoledì 14 ottobre 2020

La democrazia non è semplificazione. Le lezione della Costituzione italiana secondo Filippo Pizzolato


di Damiano Palano

«Il primo avversario della democrazia», ha scritto Tzvetan Todorov, «è la semplificazione, che riduce il plurale all’unico, aprendo così la via alla dismisura». E non è certo casuale che Filippo Pizzolato richiami le parole dell’intellettuale bulgaro aprendo il suo volume I sentieri costituzionali della democrazia (Carocci, pp. 113, euro 12.00), che suggerisce di tornare alla Carta del 1948 per superare il malessere odierno delle istituzioni. 
Agli occhi dello studioso, per affrontare la «crisi» che oggi vive la democrazia, le soluzioni più frequentemente indicate sono destinate a rivelarsi inefficaci. 
Quando ci si concentra solo sui meccanismi istituzionali, si finisce infatti col confinare la dinamica democratica all’interno della sfera strettamente istituzionale, dimenticando tutto ciò che sta fuori, e in particolare le forme di partecipazione più continuativa in cui si articola la vita politica di una società. Percorrendo questo binario, non si può che giungere all’immagine di una «democrazia d’investitura», a una democrazia cioè circoscritta al momento in cui gli elettori scelgono i loro governanti, se non addirittura a una democrazia ‘presidenzializzata’ sempre più prossima al plebiscitarismo. Pizzolato guarda invece a un modo ben differente di concepire la democrazia, delineato nella stagione costituente dalle riflessioni di Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Aldo Moro: una concezione che ritrova il fondamento nella pluralità di formazioni sociali in cui si esprime la personalità dei singoli. Ridurre la democrazia al semplice principio maggioritario è dunque un’operazione semplicistica, non solo perché la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze, ma anche perché la democrazia intrattiene un rapporto fondativo con i diritti (politici, civili, sociali). E senza il rispetto di tali diritti nessuna decisione può essere davvero democratica. Ma il contributo più prezioso della Costituzione italiana consiste secondo Pizzolato nel modo in cui l’esercizio dei diritti individuali viene concepito, e più in particolare nelle modalità con cui si realizza il principio – sancito nell’articolo 1 – secondo cui la sovranità appartiene al «popolo». 
Benché non si trovi nella Carta una definizione del popolo, la sua fisionomia è infatti pluralistica, perché si tratta di «una realtà strutturata e organizzata, intessuta con un filo di relazioni sociali e di legami istituzionali». Nessuna forza politica, e ovviamente nessun leader, può dunque pretendere di indentificarsi interamente con il popolo. Mentre la partecipazione – in tutte le sue diverse forme – rimane centrale, proprio nella misura in cui dà concreta manifestazione alla struttura plurale del popolo. Sulla scorta di una simile visione, Pizzolato invita anche a diffidare dell’eccessivo pessimismo di molte indagini che lamentano una crisi della partecipazione. Ma se davvero la partecipazione non cessa di arricchire la vita delle nostre società, anche le modalità intermittenti in cui si realizza rischiano comunque di rimanere spesso inafferrabili. Rendendo fragili le basi su cui si reggono le istituzioni democratiche.

Damiano Palano




domenica 11 ottobre 2020

Così la democrazia è caduta nella rete. 4 consigli di lettura sulla politica e le insidie di Internet (McNamee, Kaiser, Hindman, Barberis)


di Damiano Palano

Questa breve rassegna è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 21 luglio 2020.

Quando nel 2017 Mark Zuckerberg diffuse un documento in cui dichiarava che l’obiettivo di Facebook era «creare una comunità globale che vada bene per tutti», molti vi videro un manifesto che preannunciava la discesa in politica del giovane imprenditore. Senza dubbio si trattava però anche del tentativo di neutralizzare la tesi secondo cui la piattaforma aveva avuto qualche ruolo nel referendum sulla Brexit e nelle elezioni presidenziali americane del 2016. In effetti, dopo lo shock di quei due appuntamenti l’ottimismo con cui si era guardato alla rivoluzione digitale è stato ridimensionato. E una fitta letteratura ha messo sul banco degli imputati proprio i social network.


Una requisitoria piuttosto severa è per esempio avanzata da Roger McNamee in Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe di Facebook (Nutrimenti, pp. 351, euro 17.00), un testo che punta a mettere in luce le logiche operative che renderebbero la piattaforma una minaccia per le istituzioni democratiche, per la salute pubblica, la privacy e la concorrenza. Tutto ciò non avverrebbe per effetto di un disegno preordinato, ma si tratterebbe piuttosto della conseguenza indesiderata di strategie elaborate con l’obiettivo primario di attrarre l’attenzione degli utenti e dunque per ottenere profitti. Isolando gli utenti in bolle di filtraggio, esponendoli a violazioni della privacy, esautorandoli della stessa facoltà di decidere autonomamente, le piattaforme secondo McNamee, avrebbero però «involontariamente fornito un’arma tramite cui soggiogare i più deboli». E proprio per questo i social media sarebbero addirittura «il veicolo per le più grandi minacce all’ordine globale». 


Anche il memoriale di Britanny Kaiser, La dittatura dei dati (Harper Collins, pp. 429, euro 20.00) contribuisce a rafforzare questa immagine piuttosto fosca, perché la giovane consulente politica racconta l’esperienza in Cambridge Analytica, nel periodo cruciale in cui la società fu coinvolta nelle campagne per l’uscita del Regno Unito dall’Ue e per l’elezione di Trump alla Casa Bianca. E in questo senso fornisce una chiara esemplificazione di come i big data possano essere utilizzati per manipolare i cittadini, facendo leva sulle loro paure e sulla percezione di insicurezza.


Un quadro molto dettagliato, e in alcuni passaggi decisamente tecnico, è invece presentato da Matthew Hindman nel volume La trappola di internet. Come l’economica digitale costruisce monopolî e mina la democrazia (Einaudi, pp. 286, euro 22.00). In tal caso lo sguardo si dirige soprattutto sulle logiche dell’«economia dell’attenzione» e sulle sue implicazioni. In particolare, Hindman invita a riconoscere come la realtà di internet – quella nella quale ci muoviamo ormai quotidianamente – non corrisponda a quella idealizzata, romanzata, secondo cui la rete contribuirebbe a democratizzare la comunicazione e la vita economica. Nella rete immaginaria il pubblico si distribuisce infatti tra una miriade di siti in modo piuttosto omogeneo. Ma nella realtà il pubblico tende ormai a concentrarsi in gran parte su alcuni grandi operatori, che costituiscono di fatto gruppi monopolistici. In altre parole, le economie di scala e il targeting tornano a favorire le grandi dimensioni, proprio come nella vecchia era industriale. Senza però che vi siano regole in grado di arginare il fenomeno.



In questo dibattito, inevitabilmente destinato a infittirsi nel prossimo futuro, si inserisce anche la riflessione di Mauro Barberis, che fin dal titolo del suo libro più recente – Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, pp. 215, euro 16.00) – propone una tesi radicale. Secondo lo studioso il mutamento intervenuto con l’ingresso degli smartphone non avrebbe modificato solo il nostro rapporto con la tecnologia, ma avrebbe provocato una trasformazione radicale anche nell’ambiente in cui le istituzioni si trovano a operare. La più evidente conseguenza della rivoluzione digitale sarebbe innanzitutto il populismo, o, meglio, il «neopopulismo digitale». La diffusione degli smartphone e la contemporanea esplosione della comunicazione sui social innescano infatti lo spostamento verso una diversa logica comunicativa, in cui prevalgono il tribalismo, i pregiudizi di conferma, le tendenze a sopravvalutare le proprie conoscenze e altri effetti distorsivi. Il nuovo ambiente comunicativo offrirebbe così una straordinaria occasione a forze antidemocratiche, che – pur senza disporre delle enormi risorse finanziarie che in passato sarebbero state necessarie – possono puntare a conquistare il potere semplicemente concentrandosi su campagne online capaci di veicolare insoddisfazione, risentimento, protesta. La soluzione – sottolinea Barberis – non può essere comunque quella di ‘disconnettersi’ dalla rete. Ma consiste piuttosto nell’elaborare regole in grado di vincolare i nuovi poteri. Per esempio, ponendo limiti più stringenti alle grandi piattaforme ed equilibrando regolamentazione e libertà. O anche impedendo il ricorso ai social da parte di chi ricopre cariche istituzionali, con l’obiettivo di ostacolare un circolo vizioso difficilmente gestibile.


Un quadro così cupo contrasta naturalmente con l’immagine che a lungo abbiamo coltivato della rivoluzione digitale. Ma è evidente che gli smartphone, i social network e la connessione pressoché costante alla rete hanno davvero cambiato l’ambiente in cui ci troviamo a vivere e persino il nostro modo di interagire con i nostri simili. Per molti versi – lo abbiamo imparato ancora di più nel lungo isolamento imposto dal Covid – non possiamo più neppure immaginare un mondo differente. Ed è proprio per questo che dovremmo davvero iniziare a pensare a nuova divisione dei poteri, capace di controllare – se non di neutralizzare – quelle forze che negli ultimi anni sono cresciute sotto i nostri occhi, spesso senza che ne fossimo del tutto consapevoli.

Damiano Palano

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venerdì 9 ottobre 2020

E Togliatti scoprì nel fascismo la politica di massa. Le "Lezioni sul fascismo" del leader del Pci


di Damiano Palano

Nel 1970, mentre preparava l’edizione completa degli scritti di Palmiro Togliatti, Ernesto Ragionieri si imbatté in un testo custodito negli archivi di Mosca, di cui comprese immediatamente la rilevanza. Si trattava di alcune lezioni che il leader del Pci aveva tenuto nel 1935, in preparazione del VII Congresso dell’Internazionale comunista, ai quadri italiani emigrati in Urss. Il tema delle lezioni era rappresentato dal fascismo, di cui Togliatti proponeva una lettura su alcuni punti piuttosto innovativa. L’interpretazione ‘ufficiale’ fornita da Stalin raffigurava in effetti il fascismo come una «dittatura terrorista aperta», emanazione degli elementi «più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti» del capitale finanziario. Benché Togliatti non contestasse esplicitamente quella formula, la sua analisi si muoveva ben più in profondità, puntando soprattutto a mostrare la capacità del regime di organizzare e mobilitare le masse. Anche per questo, invitava a riconoscere una progressiva trasformazione nella fisionomia del potere fascista, che iniziò ad assumere un volto «totalitario» solo dopo il 1925. Ma soprattutto in seguito allo scoppio della crisi economica mondiale, per evitare il restringimento delle proprie basi, il regime cominciò a perseguire l’obiettivo della «politica di massa», sforzandosi cioè di «portare le masse nelle sue organizzazioni, per tenerle legate alla dittatura». In questo senso Togliatti non si limitava a cogliere la novità di un «totalitarismo» che puntava a organizzare stabilmente le masse per mobilitarle dall’alto. Sottolineava anche la capacità che il regime aveva di penetrare nella società italiana – e tra gli stessi lavoratori – colmando, con le proprie organizzazioni, un vuoto. Si occupava naturalmente dei sindacati e del corporativismo, anche se non dava un particolare rilievo a questo aspetto dell’organizzazione. Molto più rilevante ai suoi occhi era invece l’istituzione del dopolavoro, che costituiva una reale innovazione, dal momento che, come osservava il leader del Pci, «un’organizzazione centralizzata per soddisfare i bisogni educativi, culturali, sportivi delle masse non esisteva». E, consapevole dell’importanza di quella dimensione, Togliatti non avrebbe mancato di recepirla, quando alla fine della guerra ridisegnò il profilo organizzativo del Pci, trasformandolo in un partito di massa ben lontano dalla fisonomia originaria del partito leninista.
Commentando la lettura di Togliatti, Ragionieri coniò la formula «regime reazionario di massa», che non compariva nel testo delle lezioni ma che coglieva comunque il senso del ragionamento. Senza dubbio l’elemento più innovativo di quelle lezioni consisteva proprio nel riconoscimento della dimensione di massa che il «totalitarismo» ambiva a conquistare. Ma, riletti a molti anni distanza, quegli appunti rappresentano anche un invito a investigare più a fondo nella ‘storia sociale’ del fascismo, per ritrovarvi alcune tracce di quel rapporto tra istituzioni e masse, tra organizzazioni politiche e società, che la «Repubblica dei partiti» si ritrovò a ereditare.

Damiano Palano