domenica 26 maggio 2019

Il ritorno della nazione e il futuro della globalizzazione. "Identità perdute" di Colin Crouch




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Colin Crouch, Identità perdute (Laterza), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Poco più di quindici anni fa, nel 2003, Colin Crouch propose di chiamare «postdemocrazia» l’assetto verso cui parevano diretti i sistemi politici occidentali. In sostanza, benché rimanessero in vigore le forme della vita democratica, si stava a suo avviso delineando una nuova configurazione, che non era un regime autoritario, ma neppure un’autentica democrazia. La «postdemocrazia» risultava contrassegnata innanzitutto da una diffusa apatia politica, dalla crescente sfiducia nei confronti della classe politica, dal declino delle forme tradizionali di partecipazione dei cittadini. E contemporaneamente, si andavano stringendo le relazioni tra i vertici dei grandi partiti e i più potenti gruppi di interesse, l’area decisionale si spostava al di fuori delle istituzioni, la cittadinanza veniva ‘commercializzata’ a seguito dell’esternalizzazione dei servizi pubblici. Crouch non era il primo a utilizzare la formula «postdemocrazia». Ma la sagoma di un regime democratico ‘disseccato’ dalla disaffezione e dalla logica della comunicazione ebbe successo. Tanto che la formula «postdemocrazia» è entrata da allora nel lessico delle scienze sociali (pur senza essere accolta in modo unanime).
Nel corso del tempo le cose sono cambiate. I livelli di fiducia verso i partiti non sono certo risaliti sensibilmente. Ma l’apatia si è trasformata in un risentimento aggressivo, in una protesta elettorale che ha premiato sfidanti dai toni radicali (e spesso tutt’altro che urbani). A differenza di quanto probabilmente auspicava Crouch, non sono stati né i sindacati né le forze di sinistra a farsi interpreti di quel disagio, bensì quei leader e quei partiti che spesso chiamiamo «populisti» e «sovranisti». Il nuovo libro di Crouch, Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo (Laterza, pp. 130, euro 15.00) cerca proprio di capire quali siano le radici della nostalgia per la Heimat, per la nazione e per la sovranità che sembra investire il mondo occidentale. Nella sua argomentazione, in realtà Crouch contesta soprattutto le tesi dei ‘sovranisti’, ossia di coloro che auspicano un rafforzamento del potere degli Stati, con l’obiettivo di tornare a governare i flussi di merci, di capitali, di persone. Senza la globalizzazione, ricorda il sociologo, la maggior parte del mondo sarebbe più povera, nonostante le diseguaglianze siano spesso aumentate. Ma in ogni caso, sottolinea, le misure invocate dai nuovi ‘nazionalisti’ sarebbero inefficaci, perché renderebbero il mondo più povero e innescherebbero conflitti all’interno dei singoli paesi. Inoltre, il ritorno a una piena sovranità nazionale a suo avviso non renderebbe più stringente il controllo esercitato sui flussi globali. L’unica soluzione sarebbe invece il rafforzamento dell’Ue in una chiave democratica, mentre i cittadini dovrebbero imparare a sentirsi a loro agio con identità multiple. In un’Europa segnata dalla strutturale debolezza delle grandi famiglie partitiche, la strada indicata da Crouch non appare però certo agevole. E il ‘contraccolpo della globalizzazione’ potrebbe così continuare a rafforzare il richiamo delle sirene nazionaliste.

mercoledì 22 maggio 2019

Il populismo? Una parola che divide. Un libro di Federico Finchelstein sul legame tra fascismo e populismo



Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale (Donzelli, pp. 278, euro 28.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

«Dove i concetti mancano, ecco che al punto giusto compare una parola», diceva Mefistofele nel Faust. E qualcosa del genere è accaduto probabilmente per la parola «populismo»: un vocabolo nato sul finire dell’Ottocento negli Stati Uniti, ma a lungo rimasto circoscritto a un ambito piuttosto limitato, prima di conoscere una straordinaria fortuna nell’ultimo quarto di secolo. A dispetto di un utilizzo quantomeno inflazionato, al termine non è però legato un concetto chiaramente definito. E anche per questo il dibattito condotto dagli studiosi su cosa sia davvero il «populismo» - se si tratti cioè di un’ideologia, di una mentalità, di uno stile retorico, di una modalità organizzativa, o altro – è ben lontano dall’aver raggiunto una conclusione. E ovviamente la discussione è diventata ancora più accesa dopo la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, da molti considerato il portabandiera del nuovo «populismo globale». Il libro di Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale (Donzelli, pp. 278, euro 28.00), si inserisce proprio in questo dibattito. In particolare, il lavoro dello storico argentino – da quasi un ventennio trasferitosi negli Stati Uniti – nasce dall’insoddisfazione nei confronti della gran parte della riflessone recente, accusata di due limiti: per un verso dalla convinzione che il populismo sia un fenomeno nuovo, innescato soprattutto dalla vittoria di Trump; per l’altro, dall’assenza di riferimenti ai precedenti storici del populismo, e in particolare al regime di Juan Domingo Perón in Argentina. Al contrario, sostiene Finchelstein, è indispensabile riconoscere gli elementi comuni tra le esperienze populiste del passato e quelle più recenti. E soprattutto è necessario comprendere il fenomeno con la prospettiva di una «storia globale». A dispetto di queste premesse, senz’altro condivisibili, il quadro che lo studioso dipinge finisce però col ricorrere a categorie interpretative piuttosto evanescenti.
La tesi di fondo è che esista una stretta parentela tra fascismo e populismo: quest’ultimo sarebbe in sostanza una «democrazia autoritaria», oltre che un movimento – né di destra né di sinistra - «portatore di una concezione intollerante della democrazia, in cui il dissenso è ammesso ma viene dipinto come privo di qualsiasi legittimazione». Dopo il 1945, il populismo avrebbe riformulato gli obiettivi del fascismo adattandoli a un contesto democratico, senza però perdere il carattere autoritario. Pur riconoscendo la variabilità delle forme in cui il fenomeno si è presentato, Finchelstein propone un’articolata griglia definitoria, che considera il populismo, fra l’altro, come «una democrazia autoritaria», «una forma estrema di religione politica», «una visione apocalittica della politica», «una teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», «una concezione omogenea del popolo». Ma già da questa definizione emerge il limite di un notevole lassismo concettuale.
Desta senz’altro qualche perplessità il fatto che Finchelstein definisca l’ideologia fascista come «parte di una più vasta reazione intellettuale all’Illuminismo» e come una «reazione alle rivoluzioni progressiste del lungo XIX secolo». In questo modo si fornisce una visione monolitica del fascismo, trascurandone l’infatuazione per il progresso, le ambizioni di radicale modernizzazione della società, gli elementi di affinità con il socialismo. Qualche ulteriore perplessità è sollevata dalla stessa categoria di «fascismo globale», che riconduce a un’unica matrice ideologica regimi e movimenti in realtà piuttosto eterogenei. Ma problemi ancora più evidenti emergono quando lo storico passa a considerare il populismo. Contestando i tentativi di ridurre i fenomeni a ideal-tipi costruiti astrattamente, Finchelstein ritiene si debba cominciare dalla storia, e cioè dai caratteri delle esperienze populiste, a partire dal primo caso di regime populista, individuato nel peronismo argentino. In altre parole, a suo avviso non si deve tentare di definire teoricamente il concetto di populismo. Si devono invece registrare gli elementi principali dei regimi e dei movimenti populisti emersi nella storia. E proprio dall’osservazione di tali casi risulterebbe una straordinaria affinità – che non è però un’identità – tra populismo e fascismo. Ma, se il peronismo rappresentò davvero una riformulazione di alcune componenti del fascismo, simili legami risultano quantomeno più deboli per molti di quei leader che Finchelstein annovera nella famiglia populista, come – per fare solo alcuni nomi – Carlos Menem, Alberto Fujimori e Silvio Berlusconi. Le difficoltà non sono comunque solo queste. Il populismo viene dipinto infatti in modo impressionistico, al tempo stesso, come un’ideologia, un tipo di regime politico, uno stile, una visione del mondo e molto altro. I confini del populismo diventano così davvero molto evanescenti. Fra l’altro, Finchelstein sembra inconsapevole del fatto che il peronismo venne definito «populismo» solo a posteriori, che quella categoria è il risultato di una rielaborazione compiuta dalle scienze sociali, e che, più in generale, non esistono testi fondativi della visione del mondo populista: e proprio queste circostanze rendono quantomeno problematico definire il populismo come un’ideologia, al pari di quella fascista e socialista. Ma altrettanto critica è la definizione del populismo come «democrazia autoritaria», soprattutto perché non viene chiarito quali sarebbero gli elementi ‘empiricamente osservabili’ tali da rendere «autoritaria» una democrazia (senza al tempo stesso trasformarla in un regime non competitivo e dunque non democratico). Il rompicapo diventa così davvero insolubile. E la parola «populismo» rischia di diventare una sorta di passe-partout che promette di spalancare tutte le porte, ma che non ne apre davvero nessuna.

Damiano Palano

mercoledì 15 maggio 2019

Un contraccolpo culturale? Da Fromm a Inglehart e Norris, il fascino della fuga dalla libertà






di Damiano Palano


Questa nota è stata pubblicata sul quotidiano "Avvenire".


Giunto negli Stati Uniti alla metà degli anni Trenta, Erich Fromm iniziò a riflettere, come gli altri suoi colleghi dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, sulle cause che avevano fatto precipitare la Germania nella barbarie del nazionalsocialismo. Il frutto più significativo di questa riflessione fu senza dubbio Fuga dalla libertà, un libro uscito nel 1941 in cui l’impostazione psicoanalitica veniva integrata con una prospettiva sociologica (e alcune influenze marxiste). La tesi del libro era che l’attrazione per il totalitarismo non potesse essere spiegata solo con un riferimento alle dinamiche economiche, e che le radici fossero principalmente psicologiche. Il carattere psicologico per Fromm era però un riflesso anche della struttura sociale, e tendeva perciò a modificarsi nel tempo. La «fuga dalla libertà» scaturiva in sostanza dalla dinamica della modernizzazione, che aveva liberato l’individuo dai vincoli della società medioevale, rendendolo però isolato, ansioso, al punto da renderlo disponibile a cedere a nuove forme di sottomissione. La spiegazione del successo del nazionalsocialismo andava pertanto rinvenuta nel «carattere sociale» della classe media (e soprattutto dei suoi strati inferiori).

Naturalmente è inappropriato paragonare l’odierna situazione delle società occidentali a quella dell’Europa degli anni Venti. Ma i segnali di turbolenza evidenti in molti paesi industrializzati – l’ascesa dei populismi, la fortuna del «nativismo», le tendenze ‘illiberali’ – inducono gli studiosi a chiedersi se le ombre del passato non stiano tornando. E così anche vecchie spiegazioni vengono riproposte, seppur in modo più raffinato e aggiornato. Una tesi che presenta alcune assonanze con la vecchia spiegazione di Fromm (seppur priva dei riferimenti psicoanalitici) è per esempio la teoria del «cultural backlash» proposta da Ronald Inglehart e Pippa Norris. All’indomani del referendum sulla Brexit e della vittoria elettorale di Donald Trump, i due sociologi avanzarono una spiegazione interessante, in cui la dimensione economica era piuttosto marginale, mentre la centralità era assegnata agli aspetti ‘culturali’. La teoria di Inglehart e Norris – ripresa più organicamente e arricchita di dati empirici nel volume Cultural Backlash, uscito qualche settimana fa – sostiene in sostanza che il successo del «populismo autoritario» nasca dalla reazione ‘culturale’ di alcuni strati sociali all’espansione dei valori del cosmopolitismo libertario. Non si tratterebbe dunque di una risposta al declino economico, alla crescita delle diseguaglianze o all’insicurezza economica sperimentata dagli strati inferiori della classe lavoratrice. Le radici starebbero invece nella reazione culturale dei ‘tradizionalisti’ all’avanzata (nella società) dei «postmaterialisti». I livelli di reddito e la collocazione nella struttura occupazionale non sarebbero cioè determinanti. Mentre più rilevanti sarebbero l’età, l’educazione, l’urbanizzazione e gli orientamenti valoriali. In altre parole, a votare per i populisti autoritari sarebbe una popolazione più anziana, meno istruita, residente in aree rurali e con un orientamento valoriale tradizionalista.

Anche se la spiegazione avanzata da Inglehart e Norris ha alcuni aspetti convincenti, è davvero difficile non riconoscere i rischi di un certo determinismo, che sottovaluta in particolare il ruolo della dimensione politica. Questo limite era piuttosto evidente nella tesi della «rivoluzione silenziosa» proposta da Inglehart negli anni Settanta, secondo cui era in atto una transizione dal «materialismo» delle generazioni nate all’inizio del Novecento e il «postmaterialismo» dei giovani nati nella società opulenta. Per quanto quella tesi si reggesse su una serie di solidi elementi, le conseguenze politiche della «rivoluzione silenziosa» erano tutt’altro che omogenee. Perché, per esempio, potevano essere considerate espressioni dell’avanzata dei postmaterialisti sia le mobilitazioni e l’esasperazione ideologica degli anni Settanta sia il disimpegno e il riflusso del decennio seguente. Per lo stesso motivo è inevitabile chiedersi se il ‘contraccolpo culturale’ di cui parlano oggi Inglehart e Norris non finisca col sottovalutare il ruolo che le organizzazioni, i leader, la propaganda hanno nel costruire le rappresentazioni del mondo. E dunque se non tenda a sottostimare l’importanza che la politica continua ad avere nel rendere la «fuga dalla libertà» una tentazione (almeno per alcuni) irresistibile.



 Damiano Palano








domenica 12 maggio 2019

L’Occidente malato immaginario? Un libro di Andrea Graziosi

 

di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Andrea Graziosi, Il futuro contro. Democrazia, libertà, mondo giusto (Il Mulino, pp. 177, euro 16.00, è apparsa su quotidiano "Avvenire". 


L’euforia degli anni Novanta per le prospettive della democrazia liberale ormai è solo un ricordo. La speranza che il modello democratico si estendesse al mondo intero si è infranta contro la realtà di nuovi e ambiziosi regimi autoritari. E le tendenze ‘illiberali’ e ‘autoritarie’ sono così evidenti – più o meno in tutte le aree del pianeta – da non poter essere liquidate come fenomeni transitori. Nel suo ultimo libro Il futuro contro. Democrazia, libertà, mondo giusto (Il Mulino, pp. 177, euro 16.00), Andrea Graziosi propone un quadro interpretativo generale – e tutt’altro che ottimistico – di queste tensioni. Le cause che lo storico mette in fila sono ovviamente numerose. Ma c’è una spiegazione che trova davvero insoddisfacente, e contro cui imbastisce l’intera analisi. A suo avviso le tendenze illiberali che scuotono il mondo non possono essere interpretate né come una reazione al peggioramento della condizione economica del pianeta provocata dalla globalizzazione, né come una risposta all’aumento della diseguaglianza che essa avrebbe provocato. In realtà, sottolinea, negli ultimi tre decenni la diseguaglianza globale è diminuita (anche dopo la crisi del 2007-2008), il mondo ha conosciuto un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita e la percentuale delle persone che vive in condizioni di estrema povertà si è sensibilmente ridotta (scendendo al di sotto del 10%). Queste trasformazioni hanno però cambiato la condizione dell’Occidente, che si trova a sperimentare un declino relativo (e cioè legato al fatto che la sua crescita è molto più lenta rispetto a quella degli attori emergenti). Se i redditi reali della popolazione mondiale sono aumentati in modo vertiginoso, è diminuito il tasso di crescita dell’Occidente. E una piccolissima minoranza ha visto crescere in modo molto rapido le proprie ricchezze. Il «malessere occidentale» nasce dunque per Graziosi non da un peggioramento in termini assoluti, bensì da una percezione di decadenza. In altre parole, anche se la popolazione occidentale non è stata colpita da un impoverimento assoluto, si sente più povera, sia perché è circondata da immagini di super-ricchi, sia perché tende a percepire come un ‘assedio’ l’ascesa di nuovi protagonisti. E sarebbe così proprio la sensazione di un forte declino relativo (acuito peraltro dalla demografia) a generare le tendenze illiberali. Ma un quadro tanto pessimista – che in parte sottovaluta le tensioni ‘populiste’ e ‘nazionaliste’ che affiorano al di fuori dell’Occidente – non considera irresistibile il canto delle sirene illiberali. Per molti versi Graziosi invita piuttosto a prendere atto del fallimento della retorica ottimistica propria dell’immaginario liberale. E a riconoscere la necessità di costruire una nuova «narrazione», in grado di presentare il futuro senza ricorrere alla retorica della nostalgia. Ma non si tratta certo di un compito agevole. Se non altro perché le ideologie degli ultimi due secoli non hanno fatto che declinare in direzioni diverse la medesima visione, che rappresenta la storia umana proprio nei termini di un incessante «progresso».

mercoledì 8 maggio 2019

L’equivoco del «sovranismo». Una critica (francocentrica) di Bernard Guetta



di Damiano Palano
Questa recensione al volume di Bernard Guetta, I sovranisti (Add editore, pp. 187, euro 14.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".
Da qualche tempo il termine «sovranismo» è entrato nel nostro lessico politico. Ma spesso non è affatto chiaro quale sia davvero il significato di questa parola. Certo la formula si richiama alla «sovranità», uno dei concetti fondativi della modernità politica. L’invenzione del «sovranismo» però è ben più recente. Probabilmente il termine venne in origine coniato per indicare i movimenti che reclamavano l’indipendenza del Québec, ma l’accezione oggi prevalente – che indica soprattutto l’opposizione al trasferimento di funzioni a organizzazioni sovranazionali – risale a circa vent’anni fa. Nella discussione condotta in Francia sull’adozione dell’euro, alcune posizioni critiche vennero infatti definite «sovraniste». E da allora il neologismo fu adottato per identificare istanze accomunate dalla volontà di ‘riappropriarsi’ della sovranità popolare, trasferita all’Unione europea. Nel suo reportage I sovranisti (Add editore, pp. 187, euro 14.00), Bernard Guetta – in passato corrispondente di «Le Monde» e poi a Radio France Inter – non si concentra però sulla Francia, per molti versi la vera patria del ‘sovranismo’ contemporaneo, ma si focalizza sui casi di Austria, Ungheria, Polonia e Italia. Intervistando intellettuali e politici di questi paesi, Guetta cerca di comprendere quali siano le motivazioni che stanno alla base del successo di Viktor Orbán e di Jaroslaw Kaczynsky, oltre che dell’austriaco Sebastian Kurz e della Lega in Italia. La loro fortuna sarebbe in generale legata alla capacità di presentarsi come difensori del popolo contro le pressioni esterne (economiche, politiche e culturali), che spesso assumono il volto dell’Unione europea. Ma il reporter non rinuncia anche a un’ipotesi ben più suggestiva, secondo cui il sovranismo sarebbe principalmente un «antioccidentalismo», contrario all’Illuminismo in nome della tradizione. Inoltre, a suo avviso non è neppure casuale che esso emerga in paesi che facevano parte dell’Impero asburgico: l’antica ostilità ai progetti di modernizzazione degli Asburgo verrebbe cioè a saldarsi con l’esigenza di ordine e protezione sorta dopo la fine della Guerra fredda.
Per molti versi, la lettura di Guetta finisce con l’interpretare il sovranismo come una rivolta contro la Francia e come una ‘reazione’ oscurantista contro i valori dell’Illuminismo. Ma, al là di una simile distorsione ‘franco-centrica’, è evidente come il suo discorso tenda a trascurare aspetti tutt’altro che secondari. Per esempio, dimentica che la storia della «nazione» - cui molti ‘sovranisti’ si richiamano – è intrecciata ambiguamente con i diritti dell’uomo, con gli ideali della rivoluzione francese, con le istanze della modernizzazione, oltre che con la stessa concezione otto e novecentesca della democrazia.  Tralascia il fatto che alcuni ‘sovranisti’ – per esempio in Olanda e in Germania – si presentano come paladini dei valori dell’illuminismo occidentale, contro l’«islamizzazione». Ma, probabilmente, adottando una chiave di lettura così impegnativa, perde di vista anche la domanda cruciale sulle origini dei sentimenti, delle ansie e delle insicurezze cui il «sovranismo» si alimenta. 

Damiano Palano


domenica 5 maggio 2019

Può esistere una democrazia confuciana? Un libro di Sungmoon Kim



Di Damiano Palano
Questa recensione al libro di Sungmoon Kim, Democrazia confuciana in Asia Orientale. Teoria e prassi (ObarraO), è apparsa sul quotidiano "Avvenire"

Uno dei corollari della tesi di Samuel Huntington sullo «scontro delle civiltà» riguardava la difficoltà di ‘esportare’ la democrazia al fuori dall’Occidente. Secondo il politologo, la causa di queste resistenze era sostanzialmente culturale: la democrazia, in questa lettura, è infatti un’idea specificamente ‘occidentale’, fondata sui valori del pluralismo, della tolleranza, della libertà individuale, e dunque estranea a gran parte delle tradizioni non occidentali. Sfidando esplicitamente le posizioni di Huntington, Amartya Sen ha invece sostenuto che anche fuori dall’Occidente sono fiorite nel passato esperienze riconducibili agli ideali democratici. Se non ci si concentra solo sul momento elettorale (e dunque sulle elezioni come strumento per assegnare il potere candidati tra loro in competizione), e se si allarga lo sguardo verso una più ampia concezione della discussione politica, si potrebbero infatti rinvenire le tracce di pratiche democratiche anche in altre aree. Secondo Sen, la deliberazione pubblica e la cultura della tolleranza possono essere in particolare riconosciute in molte esperienze estranee all’Occidente, come, per esempio, in alcune specifiche stagioni della storia indiana, cinese, giapponese e coreana, oltre che nel passato dell’Iran, della Turchia, del mondo arabo e di molte regioni africane. E proprio questa «eredità globale», ha notato l’economista, è «una ragione sufficiente per mettere in dubbio la tesi, spesso ripetuta, che la democrazia sia un’idea esclusivamente occidentale, e che sia perciò soltanto una forma di occidentalizzazione».
Quella discussione aveva ovviamente più di qualche implicazione politica, soprattutto in una stagione in cui – nei primi anni della seconda guerra del Golfo – l’amministrazione statunitense guidata da George W. Bush inalberava la bandiera dell’esportazione (militare) della democrazia. Ma l’ascesa di nuovi protagonisti della politica globale torna a riproporre la domanda cruciale sull’‘eccezionalità’ della democrazia occidentale e sull’esistenza – nel passato, nel presente o nel futuro – di una via alla democrazia alternativa a quella occidentale. Un simile quesito non può infatti essere considerato puramente accademico in un mondo in cui il baricentro politico si sposta verso il Pacifico, e in cui la più grande potenza emergente, la Repubblica Popolare Cinese, appare sempre più lontana da ciò che consideriamo distintivo di un regime democratico. Anche per questo è stimolante la lettura del saggio di Sungmoon Kim, Democrazia confuciana nell’Asia Orientale. Teoria e Prassi (ObarraO edizioni, pp. 512, euro 19.00), che è anche un’esplorazione nel territorio (non sempre agevole) della teoria politica comparata. L’obiettivo che si pone il docente della City University di Hong Kong è di ridefinire il modello della liberaldemocrazia in termini che siano compatibili con la visione confuciana della società e dell’ordine politico. E non si tratta di un’impresa agevole, perché molti studiosi confuciani guardano con sospetto alla democrazia, tanto da considerarla la fonte dei «mali occidentali». In queste letture, la democrazia non è solo deprecata come il governo delle masse ignoranti ed egoiste, ma anche perché le sue basi individualistiche avrebbero come conseguenza pressoché inevitabile la distruzione dell’armonia sociale e dell’ordine politico. In altre parole, la contemporanea critica confuciana alla democrazia si indirizza soprattutto contro l’individualismo atomistico, inteso come elemento destinato a intaccare i legami comunitari e così a compromettere il bene pubblico. Sungmoon Kim non condivide questa critica, ma, al tempo stesso, ritiene che la distanza fra le istituzioni liberaldemocratiche occidentali (importate dall’Occidente) e la specifica visione confuciana propria dell’Asia orientale non possa essere liquidata. La sua tesi è piuttosto che «la democrazia nelle società dell’Asia Orientale avrebbe grande efficacia politica e pertinenza culturale se le sue radici e il suo funzionamento si fondassero sugli ‘usi e costumi’ confuciani di cui gli abitanti della regione sono ancora profondamente impregnati, a volte senza averne coscienza». E, dunque, la democrazia avrebbe maggiore possibilità di successo se assumesse le vesti di una «democrazia confuciana». Su queste basi, si trova naturalmente in disaccordo con Huntington, secondo cui l’idea di una «democrazia confuciana» è una contraddizione in termini. Ma è lontano anche da chi sostiene che questa declinazione asiatica degli ideali democratici sia in netto contrasto con la tradizione liberaldemocratica. Secondo simili posizioni, gli elementi cruciali della visione confuciana – l’importanza attribuita al consenso tacito come base dell’armonia sociale, l’idea di un sé sociale simbioticamente legato alla comunità, un’etica rigida dei ruoli sociali – sarebbero infatti incompatibili con le istituzioni democratiche occidentali. Secondo Sungmoon Kim, l’opposizione al liberalismo si basa invece su un fraintendimento, ossia sull’idea che le garanzie liberaldemocratiche siano necessariamente legate a una concezione individualistica dei diritti. Per dimostrare che le cose non stanno sempre in questi termini – e che cioè si possono anche concepire i diritti individuali come attributi di un sé socialmente ancorato alla comunità – il filosofo utilizza allora la critica comunitarista al liberalismo di Rawls. Il modello che costruisce ha così la struttura formale di un regime liberaldemocratico. Ma a rendere confuciano questo assetto «provvedono gli incessanti adattamenti dei diritti politici di supposta matrice liberale secondo i termini confuciani, ovvero la loro riappropriazione in riferimento alla ragione pubblica confuciana».
Certo l’Asia orientale continua a rimanere un’area piuttosto inospitale per le istituzioni liberaldemocratiche, e probabilmente continuerà a esserlo nei prossimi anni. Ma il tentativo di Sungmoon Kim è un’interessante esplorazione in un territorio in larga parte sconosciuto. Ed è anche un invito a pensare in quali direzioni la democrazia si muoverà nel mondo ‘post-occidentale’ che ci attende.