martedì 23 giugno 2020

Quando Togliatti era populista. Un volume di Giulia Bassi sul linguaggio del Partito Comunista Italiano


di Damiano Palano

Questa segnalazione del volume di  Giulia Bassi Non è solo questione di classe. Il «popolo» nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991) (Viella, pp. 29.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Nel linguaggio giornalistico e nel lessico della polemica politica, il termine «populismo» si è diffuso solo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Da allora il termine ha registrato un’inflazione incontrollabile, che probabilmente ha raggiunto il culmine dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016. Anche per questo tendiamo a ritenere che gli strumenti della propaganda ‘populista’ siano una prerogativa quasi esclusiva di quei leader che quotidianamente inondano il dibattito politico con le loro dichiarazioni. Ma così dimentichiamo che l’«appello al popolo» – uno degli ingredienti (anche se probabilmente non l’unico) della retorica populista – può essere utilizzato da forze politiche dall’impronta ideologica molto diversa. Il saggio di Giulia Bassi Non è solo questione di classe. Il «popolo» nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991) (Viella, pp. 29.00) è da questo punto di vista davvero molto utile. La storica si propone infatti di indagare le sequenze principali della trasformazione che investì la retorica di Palmiro Togliatti e dei dirigenti del Partito comunista tra la metà degli anni Trenta e la fine degli anni Sessanta. L’obiettivo di Bassi è in particolare quello di decifrare quale sia il volto che il «popolo» assume nei discorsi dei dirigenti del Pci. E i risultati confermano l’idea che il Pci attinga a piene mani all’armamentario dell’«appello al popolo» già a partire dalla metà degli anni Trenta. 
Se sull’«Unità» il termine «popolo» risulta pressoché assente fino alla metà degli anni Trenta (almeno con riferimento alla situazione italiana), da quel momento le cose cambiano. Nel 1935 il VII congresso del Komintern sposa infatti la linea del sostegno ai fronti popolari antifascisti, e la stampa clandestina del partito inizia allora a rappresentare il «popolo italiano» come vittima dell’«avventura brigantesca del governo fascista». Ma la questione dell’«unità del popolo» – espressione del fronte antifascista – diventa sempre più importante con la ‘svolta di Salerno’, quando il partito «nuovo» di Togliatti perde il proprio originario tratto leninista. A partire dal 1946 la fisionomia viene invece a modificarsi, perché l’unità lascia il posto alle contrapposizioni tra forze progressiste e conservatrici, tra popolo ‘sano’ e ‘meno sano’. Per tutti gli anni Cinquanta (e per buona parte dei Sessanta) l’obiettivo rimane comunque sempre quello di «essere costantemente in mezzo al popolo», con la propaganda, l’organizzazione e i rituali consolidati. La retorica ‘populista’ del Pci – sempre meno in grado di intercettare i mutamenti della società italiana – è però progressivamente abbandonata già a partire dagli anni Settanta. Ed è senz’altro significativo, come rileva Bassi, che sull’«Unità» del 14 giugno 1984, dedicata ai funerali di Berlinguer, il termine «popolo» risulti pressoché totalmente assente e che gli siano preferite espressioni come «tutti», «immensa folla», «marea di uomini giusti». Per molti versi era d’altronde già cominciata la stagione della «gente». E per interpretarne le istanze sarebbero presto nati altri populismi.

Damiano Palano

domenica 21 giugno 2020

Il Medio Oriente dopo il Covid. Un saggio di Riccardo Readelli sull'impatto che la pandemia avrà sull'area mediorientale


di Riccardo Redaelli



Questo testo è tratto da uno dei saggi compresi nell’e-book, curato da Damiano Palano e Raul Caruso, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia, pubblicato dall’editrice Vita e Pensiero. Il volume cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid-19 potrebbe avere a livello politico ed economico. L’intero e-book può essere gratuitamente scaricato in formato pdf dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).

«All changed, changed utterly» scriveva Yeats dopo i tragici eventi d’Irlanda del 1916. E così sembra ora a noi, con le nostre vite ancora travolte dall’arrivo del Covid-19. Ma la verità è che è troppo presto per poter delineare con sufficiente precisione quanto duraturi saranno i cambiamenti che questa pandemia ci sta imponendo, e ancor più immaginarne le conseguenze che saranno innestate, direttamente o indirettamente, da quei mutamenti. Ogni scenario che immagini dei futuri alternativi deve necessariamente basarsi su delle evidence, su dei fatti certi da cui partire. E noi oggi ne abbiamo pochissimi, rendendo ogni esercizio di questo tipo rischioso se non futile.
Molti commentatori hanno sottolineato come, fra le prime conseguenze della pandemia, vi sia stata una ulteriore riduzione degli spazi di dissenso e di libera espressione in una regione già caratterizzata da regimi fortemente illiberali. Le misure adottate in nome della prevenzione al contagio, infatti, sono state capitalizzate per restringere ulteriormente le libertà pressoché da tutti i governi, accentuandone l’autoritarismo. In molti casi, i giornalisti, gli attivisti della società civile e i movimenti di dissenso sono stati silenziati. Per fare un esempio, in Arabia Saudita, il principe ereditario e vero detentore del potere, il giovane Mohammad bin Salman (noto in Occidente come MbS) ha subito profittato della situazione con un nuovo repulisti interno alla sterminata casa reale saudita, contro chiunque avesse espresso dubbi sulla concentrazione del potere nelle sue mani o sulle sue avventuristiche politiche regionali.
Eppure sarebbe sbagliato pensare che gli effetti duraturi di questa pandemia si possano risolvere in un generale rafforzamento dei regimi al potere. Perché la deriva autoritaria deve fare i conti con gli effetti sociali ed economici del Covid-19 che, in tutto il mondo, sembrano essere ancora più devastanti di quelli sanitari. Il lockdown mondiale ha infatti prodotto effetti negativi sulle economie mediorientali, spesso caratterizzate da una diffusa povertà e da una pericolosa diseguaglianza sociale, che rappresentano da decenni uno dei principali di fattori di instabilità, con il manifestarsi ricorrente di periodiche proteste e rivolte. La scomparsa dei flussi turistici, la forte riduzione delle remittance dei lavoratori all’estero e il tracollo del prezzo del petrolio stanno già avendo, e avranno ancor più sul medio termine, degli effetti potenzialmente dirompenti per quei regimi. Pertanto, imbavagliare le voci dei giornalisti o di intellettuali e attivisti risulterà molto più semplice che gestire lo scontento e la rabbia delle fasce sociali più povere, che subiranno per prime gli effetti della probabile riduzione dei sussidi, dei programmi di cooperazione internazionale, dell’aumento dei prezzi medi dei generi di prima necessità. Difficoltà che, in modo diverso, interesseranno sia i governi dei paesi più poveri, sia quelli più ricchi legati alle rendite petrolifere.
Il nodo principe che senza dubbio risulterà più intricato a causa di questa pandemia è in fondo lo stesso da decenni. I regimi mediorientali sanno di dover – con qualche lodevole eccezione – ridurre le storture, la corruzione e il clientelismo delle loro economie, ma sono egualmente consapevoli che ogni tentativo di riforma e di razionalizzazione mina alla base i loro poteri clientelari e provoca la rabbia delle fasce popolari più deboli. Come evidenziato da Ayubi, gli stati della regione, pur avendo il potere di reprimere le società che controllano, hanno allo stesso tempo una limitata capacità di interagire con esse e di regolarle. Intrappolati da anni in questo kafkiano circolo vizioso, essi rischiano che il Covid-19 rappresenti il grimaldello che apre “le porte per la ridefinizione di come i gruppi sociali si relazionano allo stato”. In altre parole, saranno ancor più drammaticamente esposti e vulnerabili ai cambi di congiuntura economica globale, tanto più se il mondo che uscirà da questa prova metterà in discussione i passati modelli di consumo e le proprie certezze sull’espansione continua del sistema economico.

Riccardo Redaelli

Puoi continuare a leggere il capitolo scaricando gratuitamente il volume dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).


sabato 20 giugno 2020

L’ordine liberale è in crisi, ma non ha alternative. Un libro di Sonia Lucarelli sulle sfide del sistema internazionale




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Sonia Lucarelli, Cala il sipario sull’ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo, recentemente pubblicato da Vita e Pensiero (pp. 284, euro 25.00), nella collana dell'Alta Scuola di Ecnomia e Relazioni Internazionali - Aseri, diretta da Vittorio Emanuele Parsi, è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 19 giugno 2020.


«Ciò che cerchiamo è il regno della legge, basato sul consenso dei governati e sostenuto dall’opinione organizzata dell’umanità», affermò Woodrow Wilson nel luglio 1918, illustrando i principi che dovevano guidare la ricostruzione dell’ordine postbellico. Quando aveva spinto gli Stati Uniti a entrare nella Prima guerra mondiale, il presidente americano aveva infatti chiarito che il suo obiettivo era una «pace senza vittoria». Si doveva cioè puntare a costruire istituzioni sovranazionali capaci di impedire nuovi conflitti, e i perni del nuovo ordine dovevano essere l’apertura degli scambi e l’auto-determinazione nazionale, mentre un’organizzazione sovranazionale avrebbe sanzionato il ricorso alla violenza da parte degli Stati. Per molti motivi convergenti la Società delle Nazioni, nata proprio dalla visione di Wilson (ma rimasta ben presto priva del sostegno americano), si rivelò largamente inefficace. E il fragile ordine liberale finì così per essere travolto dalla chiusura economica e dalla formazione di blocchi antagonisti. Ma quando vent’anni dopo tornarono in guerra, questa volta per opporsi alle potenze dell’Asse, gli Stati Uniti ripresero il vecchio progetto, seppur rivisto grazie a un’iniezione di realismo. Anche il nuovo ordine internazionale liberale delineato a Bretton Woods avrebbe infatti puntato a promuovere un’economia aperta. A differenza di quello profilato da Wilson, si sarebbe però poggiato sul ruolo di guida di Washington e avrebbe coinvolto soprattutto i paesi occidentali.

Dopo la fine della Guerra fredda, l’ordine internazionale liberale si è esteso all’intero pianeta, trasformando gli Stati Uniti in un egemone globale all’apparenza privo di rivali. Anche per questo, durante il lungo «momento unipolare», l’egemonia di Washinton è apparsa a molti osservatori come una sorta di impero dai connotati inediti. A partire dalla crisi economica del 2008 il dibattito politologico ha iniziato invece a riconoscere i segnali di una rapida erosione del vecchio ordine, anche se la discussione sulle origini della crisi è andata in direzioni piuttosto differenti, come d’altronde le previsioni sulle tendenze future. E, come è facile immaginare, le ripercussioni politiche della pandemia sono destinate a rendere il dibattito sul futuro delle istituzioni internazionali ben più che un’esercitazione accademica. Un’ottima introduzione a questa discussione è proposta dal libro di Sonia Lucarelli Cala il sipario sull’ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo (Vita e Pensiero, pp. 284, euro 25.00), dedicato a una ricostruzione articolata delle molteplici linee di tensione che vengono oggi a sfidare l’assetto nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A innescare una spinta alla trasformazione è naturalmente anche la fine del «momento unipolare», ossia l’ascesa sulla scena di nuove potenze. E in questo senso è il ruolo della Cina a rappresentare la principale incognita, anche perché il gigante asiatico è stato in grado di sfruttare le opportunità offerte da un sistema di scambi aperti, senza però avviare al proprio interno alcun processo di liberalizzazione politica. Ma la politologa pone l’attenzione soprattutto su alcune sfide che nascono dall’interno delle democrazie occidentali. La prima è rappresentata innanzitutto dall’impatto sociale della globalizzazione, che ha aumentato le diseguaglianze ed eroso il ruolo dei corpi intermedi, creando il cocktail alla base della fortuna dei populismi. In secondo luogo, sono le ricadute della stessa rivoluzione digitale – sulle soggettività dei cittadini, sugli strumenti di controllo e manipolazione, sulla frammentazione dello spazio pubblico – a spiazzare le consolidate modalità della governance globale. Infine, le aspirazioni universalistiche dell’ordine liberale vengono a collidere con un ritorno dei particolarismi che scaturisce tanto dalla diversità culturale interna alle democrazie liberali, quanto dal peso crescente di Stati non occidentali. L’ordine liberale, per l’effetto combinato di tali pressioni, non solo si trova dunque a mostrare sempre più spesso la propria inadeguatezza ad affrontare e gestire le sfide globali. Ma è anche contemporaneamente delegittimato, tanto da quei leader populisti che – a partire da Donald Trump – contestano la prospettiva ‘globalista’ in nome delle appartenenze nazionali, quanto da una società civile transnazionale disillusa e impaurita. E da tutte quelle forze che, nella chiusura dei confini non solo ai flussi economici, vedono un antidoto agli effetti deteriori della globalizzazione.

Non è certo sorprendente che, sotto la pressione degli eventi, sia riemersa in questi mesi la grande domanda sulla possibilità di giungere a un «governo mondiale», su cui si interrogarono grandi intellettuali come Jacques Maritain e Hans Kelsen. Per le sue dimensioni, per la sua velocità di diffusione e per la consapevolezza del problema, la pandemia ci ha infatti posto dinanzi a una crisi che coinvolge l’intera umanità. E ha mostrato ancora più chiaramente la fragilità delle istituzioni sovranazionali esistenti. Benché l’ordine liberale non sia affatto esente da limiti, secondo la politologa non esistono alternative migliori. Per i suoi principi e la sua flessibilità rimane infatti l’unico assetto che possa consentire di far convivere uguaglianza, sicurezza e libertà, oltre che democrazia e mercato. Pur dinanzi a una serie di nuove sfide, la vecchia visione wilsoniana di un «regno della legge, basato sul consenso dei governati e sostenuto dall’opinione organizzata dell’umanità» non perderebbe il proprio valore. E il momento per far calare il sipario non sarebbe dunque ancora arrivato. Anche se, come scrive Lucarelli, «trama, ruoli, musiche e attori vanno ripensati a fondo perché lo spettacolo possa continuare». 


Damiano Palano

venerdì 19 giugno 2020

La democrazia dopo il virus. Cosa ci attende dopo la pandemia?




di Damiano Palano


Questo testo è tratto da uno dei saggi compresi nell’ebook, curato da Damiano Palano e Raul Caruso, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia, uscito per Vita e Pensiero alla metà di maggio. Il volume cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid 19 potrebbe avere a livello politico ed economico. L’intero e-book può essere gratuitamente scaricato in formato pdf dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).

Le previsioni sull’impatto che avranno la pandemia e le misure di distanziamento sociale sull’economia globale e sulle economie del Vecchio continente sono al momento ancora premature, ma le stime provvisorie prevedono una notevole contrazione della produzione in tutte le economie occidentali, oltre che una riduzione significativa del volume degli scambi. Questo scenario potrebbe favorire sul versante politico un ulteriore inasprimento delle condizioni di instabilità e, dunque, un rafforzamento della tendenza che negli ultimi dieci anni ha portato sulla scena nuovi e aggressivi outsider, più o meno ascrivibili all’eterogenea famiglia delle formazioni anti-sistemiche.

Le tensioni che le democrazie occidentali si troveranno ad affrontare dopo che la fase più acuta dell’emergenza del Covid sarà terminata hanno d’altronde a che vedere in gran parte con l’eredità di dinamiche di lungo periodo. La depressione economica segnerà quasi certamente ulteriore aggravamento della «crisi fiscale» dello Stato, che in alcuni casi potrebbe anche diventare drammatica e che offrirà spazi consistenti al riemergere della protesta fiscale. In secondo luogo, è probabile che la contrazione delle economie occidentali contribuirà a logorare ulteriormente i legami identitari su cui ancora possono contare i partiti ‘tradizionali’ e a indebolire la fiducia nei confronti di leader e partiti. Inoltre, le conseguenze del Covid-19 potrebbero accelerare il ‘declino relativo’ dell’Occidente (sotto il profilo economico, politico e culturale), e non sembrano comunque in grado di invertire in modo significativo la tendenza di uno spostamento verso Est del baricentro dell’economia globale. Ciò potrebbe evidentemente rafforzare il cultural backlash, accentuando la sensazione di insicurezza e deprivazione soprattutto in alcuni strati sociali. Quote di elettorato crescenti potrebbero così spostarsi verso posizioni più radicali (e verso nuove formazioni politiche), polarizzando lo scontro politico. E potrebbero in particolare riacquistare vigore tanto i conflitti radicati sulla frattura centro-periferia (e focalizzati sulla protesta fiscale), quanto le tendenze isolazioniste e nazionaliste (che nel Vecchio continente assumerebbero come bersaglio i ‘vincoli’ imposti dall’Ue).

Più in particolare, uno dei rischi è che gli effetti della crisi contribuiscano ad alimentare la «recessione democratica» in corso da circa quindici anni, logorando le basi dei regimi più fragili, che, soprattutto per ciò che concerne l’Est europeo e alcune delle ex-repubbliche sovietiche, sembrano a molti già fuoriusciti dall’alveo di una piena democrazia. Al tempo stesso, la pandemia e le sue ricadute potrebbero riproporre la dinamica che ha investito i sistemi politici occidentali dopo la crisi finanziaria del 2008, versando dunque combustibile nel serbatoio della protesta «populista» e aggravando quel processo di «deconsolidamento» delle democrazie mature che secondo alcune ipotesi sarebbe già cominciato da alcuni anni.

Per quanto un simile scenario non debba certo apparire ottimistico, sarebbe però un errore interpretare queste tendenze nei termini di previsioni deterministiche. Nel mondo che seguirà la pandemia, un ruolo importante, e per molti versi decisivo, dipenderà infatti dalla capacità politica di impedire che una miscela esplosiva di ingredienti vada a innescare una «crisi generale». E dunque il futuro delle democrazie è strettamente legato anche alle sorti dell’ordine internazionale liberale che abbiamo ereditato dalla Seconda guerra mondiale, che ha indirizzato il processo di globalizzazione negli ultimi trent’anni, e che mostra ormai da tempo profonde tracce di logoramento. Ma probabilmente il futuro delle democrazie si giocherà anche sulla loro capacità di abbandonare visioni ingenuamente ottimistiche, senza al tempo stesso cedere alla retorica di un declino inevitabile.

Puoi continuare a leggere il capitolo scaricando gratuitamente il volume dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).




venerdì 5 giugno 2020

La comunità nel mondo delle “bolle”. Un saggio di Palano sulla dissoluzione del pubblico



di Emidio Diodato
Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholè-Morcelliana, 2020), è apparsa il 4 giugno 2020 sul sito dell'Istituto di Politica.
Nel suo discorso di addio, pronunciato il 10 gennaio 2017, Barack Obama non poteva tralasciare un riferimento alla comunicazione politica. La campagna presidenziale di Trump rimbombava ancora con i suoi contrasti, con il roborante linguaggio dell’outsider e la diffusione sistematica di notizie false. Ma Obama non si soffermò sul linguaggio di Trump o sul ruolo della Russia nella diffusione di notizie che creano un clima di post-verità. Parlò, più in generale, dei rischi per la democrazia alimentati dalla formazione di “bolle” in cui i cittadini si rifugiano a causa dell’incertezza sul futuro. L’ex Presidente sapeva bene di cosa stesse parlando: anche lui era stato un outsider, giunto alla Casa Bianca nel 2008 sull’onda dell’incertezza alimentata dalla crisi finanziaria, e grazie all’abile impiego dei nuovi media. Al suo fianco aveva avuto Eli Pariser, autore nel 2011 di The Filter Bubble, un libro dove si spiega come funziona la personalizzazione delle ricerche su Google, con l’impiego di algoritmi. Delle piccole “cimici” (cookies) consentono ai siti di riconoscere i visitatori, entrando nell’intimità di ciascuno e filtrando tutte le informazioni provenienti dal mondo esterno. Così si formano “bolle” mediatiche autoreferenziali, costruite a misura dei gusti e delle convinzioni di ciascuno. Lentamente gli individui ricevono suggerimenti mirati che creano una sorta di spazio interno da abitare, protetto da interferenze esterne non gradite, finendo con l’accettare solo quelle informazioni, vere o false che siano, che si adattano alle loro opinioni.

Senza cedere al determinismo mass-mediologico, in Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Editrice Morcelliana, euro 16) Damiano Palano si interroga sugli effetti dell’emergere di queste “bolle” sulla democrazia. Così come la televisione è stata al centro di quel cambiamento della rappresentanza politica che, nel corso di qualche decennio, ha trasformato la democrazia dei partiti in democrazia del pubblico, oggi la personalizzazione dell’offerta comunicativa su piattaforme come Google, Facebook e Twitter ha iniziato ad agire come un fattore di straordinaria importanza verso una democrazia delle “bolle”. Ciò non avviene solo negli Stati Uniti. Anzi, ancora una volta il caso italiano è anticipatore. Il pubblico televisivo di qualche anno fa, almeno da quando entrò in scena Silvio Berlusconi, si è scomposto e frammentato. Si pensi al “partito piattaforma” del Movimento 5 Stelle, che aiuta a cogliere se non altro la sagoma di quello che potrebbe essere il partito egemone nella bubble democracy. Ben oltre il caso italiano e quello statunitense, il rischio delle democrazie contemporanee è che in un mondo di “bolle” – sempre meno capaci di condividere qualsiasi tipo di esperienza pubblica – le istituzioni democratiche non sono più alimentare dal dibattito pubblico. Non si tratta di rimpiangere il pubblico televisivo della precedente stagione, memori di quanto sia stato biasimato in passato, ma di comprendere la logica dei mutamenti contemporanei e, in particolare, le nuove opportunità di mobilitazione di forze neo-populiste radicali che, polarizzando un sistema politico orfano del pubblico, rafforzano le tendenze centrifughe di società già provate dalla crisi finanziaria.

Il problema politico più grave creato dalle “bolle” consiste nel rendere sempre più difficile il dibattito pubblico. Se rafforzare l’impressione che il mondo ruoti intorno ai nostri gusti e convinzioni può favorire gli acquisti online, lo stesso non avviene per prendere decisioni collettive. Dentro un affresco molto ampio che tocca tutti i temi e i dibattiti più rilevanti della comunicazione politica, Palano va al cuore del quesito democratico – ponendolo, in conclusione, come problema di tenuta della comunità politica – con l’aggiunta di alcuni spunti di riflessione filosofica o di teoria politica. Il principale, a mio parere, è quello che concerne i mutamenti delle relazioni fiduciarie su cui si fondano le comunità politiche democratiche. Difficile dire se sono gli algoritmi a chiuderci – a nostra insaputa – dentro una “bolla”, o se non siamo noi stessi a farlo con le nostre scelte quotidiane di consumo mediale. Volontaria o involontaria che sia, resta il fatto che la nostra scelta di essere (cittadini) digitali alimenta la sfiducia per il mondo esterno, tanto nei confronti dei partiti quanto delle istituzioni pubbliche nazionali e internazionali. Ciò genera a sua volta una progressiva dispersione del potere precedentemente concentrato nelle mani delle grandi organizzazioni: partiti, Stati nazionali, enti intergovernativi. Ma se il potere si trasforma, nel senso che non si dissolve, allora gli esiti di questo processo sono imprevedibili.

Palano si conferma come un punto di riferimento irrinunciabile del dibattito filosofico e politologico contemporaneo. Anche in questo libro prende il lettore per mano, facendolo entrare sin dall’introduzione in un’astronave in cui, con il trascorrere del tempo, ci si persuade che il mondo coincida con il dentro, non esistendo nulla al di fuori di esso. È la storia degli Orfani del cielo i quali, nel corso di un viaggio lungo secoli, hanno dimenticato non solo la Terra da cui sono partiti ma anche l’obiettivo della loro missione, ossia trovare un mondo migliore. L’uso del romanzo distopico è un modo efficace di rendere accessibile e democratico il discorso filosofico e politologico. Palano ci insegna che il pessimismo dell’intelligenza non è mai nemico dell’ottimismo della volontà. Del resto, come chiarì anni orsono Peter Sloterdijk (il quale torna costantemente alla mente leggendo il libro di Palano), la possibilità per l’essere umano di pensare uno spazio interno da abitare, appunto una “bolla”, è legata a una precarietà di fondo che non permette mai al mondo intimo di acquisire lo status di “sfera” autosufficiente. Ogni individuo è il resto instabile di una coppia, condannato ad essere vincolato alla creazione di sempre nuove “bolle”.

Emidio Diodato


giovedì 4 giugno 2020

Quali istituzioni globali dopo la pandemia? Un testo di Raul Caruso sul mondo che ci attende dopo il Covid-19


di Raul Caruso

Questo testo anticipa alcuni degli spunti conclusivi dell’ebook, curato da Damiano Palano e Raul Caruso, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia, in uscita per l’editore Vita e Pensiero. Il volume cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid-19 potrebbe avere a livello politico economico. L’intero testo può essere gratuitamente scaricato dal sito di Vita e Pensiero in formato pdf a questo link: https://vitaepensiero.mediabiblos.it/archivio/978-88-343-4280-0.pdf. L'ebook può essere scaricato (sempre gratuitamente) anche presso Amazon (formato kindle) e Feltrinelli (formato Kobo). 


Un’analisi dei diversi scenari aperti dalla pandemia mostra che l’imperativo categorico è oggi salvare la democrazia in molti paesi del mondo e, nel contempo, le istituzioni internazionali che negli ultimi anni sono state messe da parte o delegittimate nelle scelte di molti leader politici e quindi anche nel discorso pubblico. Gli Stati dovranno affrontare un investimento istituzionale, vale a dire un impegno costoso e condiviso nella rielaborazione di codici comuni di condotta in una prospettiva di medio e lungo termine. Questo non costituisce un’opzione rinviabile. In questo senso, basti ricordare la lezione del premio Nobel Douglass C. North: «Lo sviluppo di istituzioni che creano un ambiente favorevole a soluzioni cooperative in un complesso contesto di scambio è alla base della crescita economica». Invero, l’impegno nella cooperazione internazionale sarà essenziale per garantire nuovi percorsi di sviluppo alle nuove generazioni. In ogni caso, investire nella cooperazione internazionale non equivale a conservare regole che sono state elaborate in un periodo storico ormai lontano. In effetti, mantenere le istituzioni internazionali nella loro forma attuale, appare semplicemente impensabile. Vi sono sicuramente delle priorità da considerare. L’Organizzazione delle Nazioni Unite e in particolare il Consiglio di sicurezza sono sicuramente da ridisegnare al fine di essere più rappresentativi degli attuali equilibri di potere globali e quindi consentirgli di intervenire più efficacemente nei conflitti armati in tutto il mondo. A titolo esemplificativo, basti pensare solo fino a pochi anni fa era possibile sovrapporre la lista dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza con quella dei principali spenditori in ambito militare. Oggi viceversa, tra i paesi che svettano per spesa militare sono: Stati Uniti, Cina, Russia, India e Arabia Saudita e solo tre di questi siedono in via permanente nel Consiglio. Le organizzazioni economiche globali, vale a dire FMI e WTO dovranno assumere sempre di più un ruolo centrale. Date le circostanze attuali, non vi sono più dubbi che la condizionalità praticata dal FMI debba essere profondamente riformata. La recessione economica, peraltro, rischia di essere così pervasiva e di lunga durata che molti paesi non saranno in grado di soddisfare i vincoli e i criteri del FMI in futuro. I negoziati commerciali multilaterali in seno alla WTO andranno rilanciati e in particolare si dovranno investire maggiori risorse nell’organo di risoluzione delle controversie al fine di potenziare il suo funzionamento e di garantire un maggiore accesso anche ai paesi più poveri che non vi ricorrono per gli oneri eccessivi. Infine, per sostenere gli sforzi volti a contenere e prevenire i conflitti armati in tutto il mondo, è necessario trovare un modo per disarmo e limitare il mercato globale delle armi che attualmente è – de facto – debolmente regolato. Le spese militari si ridurranno sicuramente in seguito alla crisi, ma nel medio termine – se l'instabilità e l'autoritarismo continueranno a crescere – esse aumenteranno nuovamente. La situazione attuale può offrire, però, un'opportunità per il disarmo. Vi sono, infatti, le condizioni per proporre un riacquisto globale di armi convenzionali e armi leggere. In pratica dovrebbe costituirsi fondo di emergenza che acquisterebbe armi dai governi, presumibilmente da quelli di paesi in via di sviluppo e meno sviluppati, per poi distruggerle. Questo riacquisto globale generale di armi può essere creato e finanziato attraverso un accordo multilaterale e gestito da un'agenzia o commissione speciale presso l’ONU. Lo scopo sarebbe duplice: da un lato il disarmo è un bene pubblico e, dall'altro, i paesi potranno beneficiare di liquidità aggiuntiva. In effetti, i governi potrebbero ricevere in cambio pagamenti diretti o creare una riserva speciale a cui attingere per far fronte alle difficoltà negli anni a venire. I benefici per i governi sarebbero evidenti. In primo luogo, essi otterrebbero pagamenti e finanziamenti monetari senza essere soggetti alla condizionalità del Fmi. In secondo luogo, tale compensazione monetaria potrebbe anche creare un incentivo per far rispettare i cessate il fuoco e i trattati di pace. Per molti paesi a basso reddito le compensazioni da parte di un fondo di riacquisto potrebbero essere sostanziali.

Damiano Palano