martedì 22 maggio 2018

La fiducia distribuita non ha bisogno delle istituzioni? Un libro di Rachel Botsman



 Di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Rachel Botsman, Di chi possiamo fidarci? Come la tecnologia ci ha uniti e perché potrebbe dividerci (Hoepli, pp. 328, euro 22.90), è apparsa su "Avvenire" il 19 maggio 2018.

Poco più di vent’anni fa il politologo americano Robert D. Putnam pubblicò un articolo dedicato ai mutamenti intervenuti nel modo in cui gli americani giocavano a bowling. All’inizio degli anni Novanta il numero delle persone che si dedicavano a questa disciplina risultava essere cresciuto rispetto al passato. Ma mentre negli anni Sessanta e Settanta si giocava a bowling all’interno di leghe sportive, nel corso del tempo era diventata un’attività individuale. Anche se il tema poteva apparire futile, per Putnam quella trasformazione era la spia di un processo ben più generale, che consisteva nel progressivo logoramento della tradizione civica propria della società americana. In altre parole, si stava sgretolando quella tradizione di civismo che Tocqueville aveva celebrato nell’Ottocento e che era alla base della partecipazione dei cittadini alla vita comunitaria. Le cause erano da individuare nel mutamento della composizione familiare e nell’aumento del tempo trascorso davanti alla tv, oltre che in altre dinamiche. Ma le conseguenze, ammoniva Putnam, erano allarmanti anche per lo stato della democrazia. Perché le istituzioni politiche possono funzionare in modo efficiente proprio in presenza di una solida base di civismo, e cioè quando esiste un solido capitale sociale di fiducia.

Le ipotesi di Putnam hanno aperto un dibattito sterminato. Qualcuno ha innanzitutto obiettato al politologo che non tutte le forme di capitale sociale risultano necessariamente benefiche per il rendimento delle istituzioni. Mentre altri si sono chiesti se i mutamenti tecnologici non possano anche contribuire a rigenerare il capitale sociale di fiducia ereditato dal passato. Ed è proprio questa l’idea sviluppata da Rachel Botsman nel suo libro Di chi possiamo fidarci? Come la tecnologia ci ha uniti e perché potrebbe dividerci (Hoepli, pp. 328, euro 22.90). Anche per Botsman – esperta delle conseguenze che le trasformazioni tecnologiche producono sull’economia – la fiducia è un ingrediente fondamentale per la buona riuscita di quasi ogni attività sociale ed economica. Come scrive, si tratta di una «relazione ottimistica con l’ignoto», ossia di quella molla che consente agli individui di avviare attività incerte, nella convinzione che avranno un esito positivo. Ma il punto è che la fonte da cui deriva la nostra fiducia nel corso del tempo si è modificata. Nel passato la fiducia era soprattutto locale, nasceva cioè dalla conoscenza diretta dei propri simili ed era perciò fatalmente legata alla piccola dimensione della comunità urbana. In seguito, con lo sviluppo dell’economia mercantile, è diventata istituzionale: prodotto cioè di grandi e autorevoli organizzazioni, capaci di svolgere un ruolo di intermediazione ma anche di garantire l’affidabilità dei singoli attori o il valore di una banconota. Oggi invece, proprio grazie alle tecnologie, la fiducia tende a essere distribuita. Non discende cioè dall’alto verso il basso, ma segue un percorso inverso. Se la crisi finanziaria globale ha sancito infatti l’esplosione della sfiducia nei confronti delle istituzioni finanziarie e politiche, sta gradualmente conquistando terreno la fiducia distribuita, in cui è l’interazione – e non un’autorità che sta al di sopra di tutti – a consolidare la reputazione e l’affidabilità di ciascun operatore. Naturalmente gli esempi che vengono considerati da Botsman sono eBay, BlaBlaCar o Airbnb, e cioè piattaforme che funzionano proprio perché sono riuscite a superare l’ostacolo della diffidenza verso gli estranei, non grazie alla creazione di un’autorità che regola le transazioni, ma mediante un meccanismo di reciproco controllo.

Senza dubbio il libro ha il merito di chiarire come funziona oggi la fiducia distribuita. Ma l’idea di un superamento dalla fiducia istituzionale – che Botsman d’altronde non sposa fino in fondo – rischia di essere fin troppo ingenua. Come ci mostrano le cronache, anche nel web esistono asimmetrie di potere sempre più evidenti. Le grandi piattaforme su cui si svolgono le nostre transazioni non sono luoghi ‘neutrali’, ma hanno proprietari che possono utilizzare le informazioni di cui dispongono tendenzialmente anche per modificare il comportamento degli utenti, senza però assumersi alcuna responsabilità. E non possiamo escludere che anche le piattaforme possano essere investite da ondate di sfiducia. Ciò significa dunque che le istituzioni – in primo luogo quelle politiche – avranno ancora un ruolo nell’ostacolare la concentrazione di potere digitale. Ma anche che avranno il compito di impedire che la fiducia distribuita rimanga vittima del proprio successo.


Damiano Palano

giovedì 17 maggio 2018

Call for papers Sisp 2018 - Due Panel: "Democrazia e ri-definizioni. La teoria politica e il «malessere» della teoria democratica" e "Grandi capi e pessimi leader. È possibile valutare la qualità della classe politica?"




Ancora per alcuni giorni (fino al 23 maggio) è possibile avanzare proposte di paper per il Convegno della Società Italiana di Scienza Politica che si terrà a Torino nel settembre 2018.

Possono inviare proposte sia gli iscritti sia i non iscritti alla Sisp. In ogni caso, è necessario utilizzare la piattaforma mysisp.

Si segnalano di seguito due panel, rispettivamente inseriti nella sezione Teoria politica e nella sezione "(Mal)governo e qualità della classe politica"



Panel 2.8 Democrazia e ri-definizioni. La teoria politica e il «malessere» della teoria democratica

Chair: Damiano Palano e Giulio De Ligio

La teoria politica e il «malessere» della teoria democratica Chair: Damiano Palano Nel corso del XX secolo le diagnosi intorno alla ‘crisi’, al ‘declino’ e alla ‘trasformazione’ della democrazia hanno rappresentato una sorta di vero e proprio genere della letteratura politica e politologica. Nelle diverse stagioni del «secolo breve» (e a seconda della specifica prospettiva d’osservazione), sono però notevolmente mutati i fattori dipinti come ‘cause’ principali della «crisi». Nell’ultimo quarto di secolo le voci che, con toni più o meno allarmati, hanno iniziato a segnalare una nuova «crisi» delle istituzioni democratiche si sono fatte comunque piuttosto insistenti. Proprio mentre il numero complessivo dei regimi democratici cresceva in modo significativo e mentre il principio democratico sembrava avere definitivamente sbaragliato i suoi storici avversari ideologici, molti osservatori – da prospettive anche molto diverse – hanno cominciato a intravedere nelle trasformazioni contemporanee i segnali di uno ‘svuotamento’ delle istituzioni democratiche. In termini fortemente polemici, Sheldon Wolin ha per esempio definito la democrazia americana come un «totalitarismo rovesciato», e Colin Crouch ha individuato la tendenza dei sistemi politici occidentali a spostarsi verso un assetto «post-democratico». Charles Tilly ha proposto l’idea di una tendenza alla «de-democratizzazione», mentre Peter Mair ha formulato l’ipotesi di una progressiva ‘depoliticizzazione’ delle democrazie occidentali (e in particolare di quelle dei paesi membri dell’Ue). Ma attorno al «malessere democratico» è cresciuto un dibattito sterminato, che è si interrogato soprattutto sul rischio che processi complessi – e in larga parte ‘strutturali’ – vadano obliterare le garanzie «procedurali» della democrazia, tanto da ‘svuotare’ la forma democratica di qualsiasi sostanza politica. Queste ipotesi suggeriscono cioè che gli elementi ‘minimi’ della democrazia competitiva – di solito individuati nel dibattito politologico, a partire da Schumpeter, Dahl, Sartori – non siano sufficienti a garantire la democraticità del sistema, impotenti a controllare gli autentici processi decisionali. In modo ancora più radicale, alcune voci sostengono invece che quegli stessi elementi di base siano addirittura sottoposti a un processo di lenta – ma non invisibile – erosione. In altre parole, tendono proprio a chiedersi se le «promesse non mantenute» della democrazia, di cui parlava Norberto Bobbio più di trent’anni fa, non siano divenute così tante, e così rilevanti, da aver del tutto snaturato i caratteri dei regimi occidentali contemporanei. Nella domanda che pone il dibattito si nasconde certo anche una vibrata polemica contro l’ennesimo ‘tradimento’ della democrazia, e cioè contro l’abbandono (più o meno consapevole) dei valori che alimentano l’aspirazione alla democrazia. Ma nel dibattito non difficile riconoscere anche un nodo più che intricato, che attiene direttamente alla stessa descrizione ‘realistica’ di quanto avviene all’interno di un regime democratico. Le voci che affollano il contemporaneo dibattito sulla «crisi» della democrazia svolgono infatti anche una critica che considera l’esistenza di una competizione fra élite politiche per la conquista del voto popolare come un criterio eccessivamente limitato per la definizione della democrazia. Al tempo stesso, pongono – seppur solo in filigrana – anche una domanda ulteriore, che viene a mettere in questione la stessa pretesa di «realismo» che, fin dalle origini, contrassegna la teoria competitiva della democrazia. Una domanda che, in sostanza, punta a chiedersi se la formazione di nuove élite transnazionali, la trasformazione dei partiti, lo sviluppo della comunicazione politica e l’insieme dei processi di globalizzazione non vengano a ‘svuotare’ le istituzioni democratiche postbelliche a tal punto da determinare una loro modificazione strutturale, capace di alterare la stessa struttura genetica del regime democratico e di condurre a qualcosa di diverso, a una condizione inedita di «postdemocrazia». Il panel intende inserirsi in questa discussione sul «malessere della democrazia» ponendo una domanda specifica, centrata non tanto sulla rilevazione empirica degli elementi che testimonierebbero la «crisi», quanto sulla stessa definizione teorica della «democrazia». La domanda di fondo è se la definizione ‘classica’ (o ‘neo-classica’) della «democrazia», elaborata nel corso del Novecento, non richieda di essere approfondita e aggiornata, per tenere conto di ulteriori elementi, ed eventualmente in quale direzione. L’obiettivo del panel è dunque quello di sollecitare contributi alla discussione sul «malessere» della teoria democratica. In particolare, sono sollecitati paper che si concentrino, anche problematicamente e criticamente, su questi aspetti: - la discussione teorica sulla «democrazia», i suoi fondamenti valoriali, i suoi elementi distintivi, le sue trasformazioni; - il dibattito teorico sulla «crisi della democrazia» e i suoi aspetti critici; - il dibattito teorico sui concetti di «postdemocrazia», «de-democratizzazione», «de-politicizzazione» delle istituzioni democratiche.  



Chair: Damiano Palano

Una cospicua letteratura ha da molti anni sottolineato come le tendenze legate ai fenomeni di “personalizzazione” e“presidenzializzazione” dei sistemi politici occidentali abbiano inciso anche sull’organizzazione interna dei partiti, rafforzando il ruolo dei leader e in generale degli organi direttivi rispetto alla base e all’organizzazione diffusa sul territorio. Pur con significative differenze, non potendo disporre di solide identificazioni e del riferimento a chiare coordinate ideologiche, i diversi partiti che calcano le scene delle nostre democrazie – siano essi riconducibili al “catch-all-party”, al “cartel party”, al “partito personale”, al partito “mediale” o ad altre formule – fanno d’altronde dell’immagine dei loro leader la principale risorsa simbolica e comunicativa. Al tempo stesso, le rilevazioni sulla percezione della classe politica testimoniano come, in pressoché tutte le democrazie occidentali, la fiducia nei confronti di chi occupa cariche politiche sia estremamente bassa e come il ceto politico sia considerato quasi invariabilmente come incapace, inadeguato e corrotto. Il paradosso per cui i nostri sistemi politici, pur nutrendosi del carisma di “grandi capi”, sono contrassegnati da una sfiducia pressoché generalizzata nei confronti di leader percepiti come “pessimi”, pone una questione teorica significativa, che riguarda la stessa possibilità di valutare la “qualità” della leadership politica? Per capire se davvero la percezione di avere di fronte una classe politica “mediocre” è fondata, sarebbe infatti necessario disporre di criteri per stabilire i meriti e i demeriti del personale politico. Si dovrebbero inoltre individuare specifiche aree operative e determinati obiettivi rispetto a cui valutare l’efficacia (o inefficacia) dell’azione del ceto politico. E, infine, si dovrebbe chiarire se la “qualità” della classe politica vada valutata sulla base dell’etica della “responsabilità” o della “convinzione”. Questo panel intende sollecitare contributi che ‘prendano sul serio’, dal punto di vista teorico o empirico, il problema della valutazione della classe politica, senza limitarsi a recepire il “senso comune” intorno allo scarso livello dell’attuale classe politica, ma, al tempo stesso, senza rinunciare all’obiettivo di “valutare” la sua “qualità”. Sono più in particolare sollecitati contributi che prendano in considerazione questi aspetti: - la possibilità di valutare la “qualità” della classe politica; - la relazione tra “qualità” della classe politica e organizzazione partitica; - la relazione tra “qualità” della classe politica e processo democratico; - l’influenza che i meccanismi di selezione hanno sul profilo della classe politica. 

La risorsa del gratuito contro le disparità globali. Un volume di Mario Giro




di Damiano Palano

Questa recensione del volume di Mario Giro La globalizzazione difficile. Ridisegnare la convivenza al tempo delle emozioni (Mondadori Università, pp. 154, euro 12.00), è apparsa su "Avvenire".

Nel 2005, in un libro che riscosse un certo successo, Thomas Friedman scrisse che il mondo nel ventunesimo secolo sarebbe diventato «piatto». La globalizzazione avrebbe cioè progressivamente ridotto le distanze (non solo geografiche) tra paesi poveri e paesi ricchi, mentre le nuove tecnologie avrebbero consentito di superare tutte le vecchie barriere culturali e temporali che dividevano le varie aree del pianeta. A poco più di dieci anni sappiamo che le cose sono quantomeno più complicate. Non ci sono dubbi sul fatto che le trasformazioni tecnologiche stiano davvero abbattendo le distanze. E probabilmente la globalizzazione economica è davvero un processo inarrestabile, nonostante i segnali di ‘chiusura’ degli ultimi tempi. Ma continua ad apparire davvero troppo ottimistica l’idea che l’«appiattimento» del mondo consenta di superare le barriere culturali (e politiche).
Forse si può trarre anche questa lezione dal volume di Mario Giro, La globalizzazione difficile. Ridisegnare la convivenza al tempo delle emozioni (Mondadori Università, pp. 154, euro 12.00). 
Esperto di Africa, Islam e mediazioni, Giro – che ha ricoperto l’incarico di viceministro degli Affari Esteri nel governo Gentiloni – riflette infatti sulle molte increspature che rendono il mondo unificato dalla tecnologia molto meno ‘piatto’ di quanto si confidava alcuni anni fa. Alcuni rilevanti segnali di crisi attraversano d’altronde anche le democrazie mature. Se il sistema occidentale dopo il 1989 ha avuto il sopravvento nei confronti dell’avversario sovietico, il nuovo ciclo – osserva l’autore – finisce paradossalmente col premiare l’Asia, e questa evoluzione imprevista innesca in Europa e Stati Uniti una spirale di sfiducia, depressione e paura. Non si tratta però di un’eccezione. La fine delle ideologie, delle grandi narrazioni e dei grandi progetti di trasformazione ci lascia in una condizione di «spaesamento», che spinge talvolta alla ricerca di un’«autenticità» inevitabilmente illusoria. Inoltre, secondo Giro – che sviluppa in questo senso alcune intuizioni del politologo Dominique Moïsi – la fine delle ideologie apre la strada all’avvento delle culture, delle identità e delle emozioni. In altre parole, la globalizzazione, se certo per un verso ‘appiattisce’ il mondo, dall’altro innesca reazioni, che si alimentano – ben più che a ideologie chiaramente definite – a emozioni, destinate a tradursi in atteggiamenti politici. Tra cui ovviamente soprattutto la paura, che diventa cultura del disprezzo nei confronti dell’altro e che in Europa si concentra prevalentemente sugli «stranieri», anche se – a ben vedere – è «straniero» tutto quello che sembra minacciare il nostro stile di vita. Un altro aspetto della reazione emotiva alla globalizzazione è il «presentismo», il ripiegamento verso tutto ciò che è legato a un presente rassicurante. Ma il presentismo implica anche il rifiuto della politica, dei suoi tempi e delle sue modalità di mediazione. E intrecciandosi con l’aumento delle diseguaglianze economiche, non può che andare a indebolire la democrazia e a depotenziarne la stessa idea proprio nel cuore dell’Occidente.

Anche se è molto lontano dalle raffigurazioni ottimistiche della globalizzazione che si moltiplicavano alcuni anni fa, il discorso di Giro non è pessimista. Pur attraversando con realismo le increspature del mondo globalizzato, rifiuta infatti decisamente le seduzioni del declinismo. Individua anzi un percorso possibile, rivolto principalmente verso la gratuità. «In una società dove tutto si scambia, si monetizza, si banalizza, niente alla fine sembra veramente importante». Mentre è proprio la gratuità a rappresentare un antidoto. Perché solo «il gratuito, ciò che è inutile all’apparenza, che è inammissibile, può condurre ad una reazione, una contraddizione». Ovviamente la gratuità non è qualcosa che, pur ‘calcolato’, non viene fatto pagare. È piuttosto «un dono che non si calcola», che si sottrae cioè a qualsiasi logica utilitarista. E nella «globalizzazione difficile», secondo Giro, proprio lo spazio del ‘gratuito’ – uno spazio che ovviamente le istituzioni non possono né creare né alimentare – rappresenta un’enorme risorsa. Capace anche di rispondere alla richiesta generale di legami di un mondo spaesato e solo all’apparenza sempre più ‘piatto’.

Damiano Palano

martedì 15 maggio 2018

Sulla destra di una volta. Un articolo di Claudio Giunta a partire dal "Destra" a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini



di Claudio Giunta

Questo pezzo è apparso sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore" il 22 aprile 2018 ed è ora disponibile sul blog di Claudio Giunta.

La Fondazione Feltrinelli raccoglie in questo volume [Destra], curato e introdotto da David Bidussa, sette saggi sui movimenti e i partiti di destra in Italia. Il saggio d’apertura di Marco Tarchi riflette sulla pertinenza, nel panorama politico attuale, della dicotomia destra/sinistra, e sull’eterogeneità dei gruppi politici che si raccolgono nell’area chiamata ‘destra’. Il saggio di Piero Ignazi fa la storia della trasformazione del principale partito di destra nel corso del secondo Novecento, dal MSI ad Alleanza Nazionale quindi, negli anni Zero, all’alleanza-dissoluzione nel Popolo della libertà di Berlusconi. Quelli di Andrea Mammone e di Pietro Castelli Gattinara sono dedicati alle nuove organizzazioni di destra nate o consolidatesi in seguito alla svolta di Fiuggi (Forza Nuova, Casa Pound, Movimento sociale fiamma tricolore); quello di Manuela Caiani riferisce della propaganda dei movimenti di estrema destra in internet; quello di Damiano Palano riflette sulla nozione di populismo; quello di Corrado Fumagalli, infine, pone e risolve un interrogativo ben preciso, se sia o meno opportuno ammettere nel dibattito anche «il discorso di incitamento all’odio», cioè permettere – da liberali conseguenti – che anche gli odiatori parlino: alla radio, in TV, sui giornali, nelle piazze (la conclusione, pur dubitosa, è che bisogna «lasciare i razzisti liberi di esprimersi […], perché restrizioni e limitazioni non fanno che nascondere l’odio»: conclusione che sembra implicitamente rivolgersi anche a chi, nei mesi scorsi, voleva non solo zittire ma «mettere fuori legge», tout court, un movimento a cui era stato concesso di portare propri candidati alle elezioni).

Materiali molto eterogenei, come si vede, ed è un bene che sia così perché, illuminato da prospettive diverse, l’oggetto – le idee e la prassi della destra – si comprende meglio: Destra è un libro utile anche per il lettore che non sia politologo di professione. Ma la disparità di prospettive è anche disparità di linguaggio e di tono, e qui si genera forse qualche stridore: tra, per esempio, l’approccio scientificamente oggettivo di Tarchi o di Ignazi, e quello invece fortemente valutativo, schierato, anzi addirittura indignato di altri contributori. Esempi: «Si e assistito, negli ultimi decenni, a un processo di rimozione collettiva della realtà fascismo e antifascismo. In altri termini, il paese ha vissuto una sorta di ‘revisione giornaliera del passato’ […]. Un paese il quale, nonostante abbia inventato la parola fascismo dopo la prima guerra mondiale e conosciuto il primo regime di destra, non sia fondamentalmente in grado di fare i conti con il suo passato autoritario e xenofobo accettando partiti che si richiamano a quell’esperienza storica o non condannano la figura di Benito Mussolini». Dell’indignazione si fa sempre volentieri a meno, tanto più in sede scientifica (e del resto sarà lecito affacciare l’ipotesi opposta, e cioè che in questi anni non si sia fatto altro che speculare molto vacuamente su ‘fascismo e antifascismo’, a un buon secolo di distanza dalla nascita di quell’antinomia: «Dopo esserci liberati del fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare anche l’antifascismo» – questo è Ignazio Silone, ottobre 1945).

Il libro esce adesso, ma i contributi sono stati scritti nei mesi scorsi, perciò al lettore resta la domanda intorno a come le categorie impiegate dai contributori reggano a questi mesi di campagna elettorale, e al terremoto del 4 marzo. Per esempio: «In generale si può forse distinguere […] un populismo di destra – contrassegnato dalla delegittimazione dei partiti, dalla mobilitazione nei confronti degli immigrati, nella resistenza delle comunità locali contro il processo di unificazione europea e contro gli effetti della globalizzazione – da un populismo di sinistra, che invece si concentra sulla contrapposizione contro le élite economico-finanziarie».

È davvero una distinzione plausibile? Non sono ormai caratteristiche ampiamente trasversali? Non è, la diffidenza nei confronti delle élite (tutte le élite, non solo economiche ma anche culturali), un tratto condiviso dal populismo che si origina a destra? E non è, la difesa delle piccole patrie e il rifiuto della globalizzazione, un tratto peculiare anche del populismo che si origina a sinistra? «Chi l’ha detto che essere di sinistra significa essere per l’immigrazione? Essere di sinistra vorrebbe dire, Marx e Gramsci docunt, essere dalla parte dei lavoratori» (Diego Fusaro a L’aria che tira, 17.3.2018, col bel latino dei diplomati al liceo classico). E, populismo a parte, è la stessa distinzione tra destra e sinistra che scolora e si perde a mano a mano che le grandi opzioni ideologiche lasciano spazio alla politica politicienne (quella per cui, per esempio, è indifferente allearsi con il PD o con la Lega, ciò che conta è prendere il potere). Tarchi discute le polarità argomentate da Bobbio (tra eguaglianza e ineguaglianza), da Laponce (tra immanente e sacrale), da Cofrancesco (tra emancipazione e tradizione), ma al termine di questa rassegna conclude: «Quel che ci pare certo e che, nelle attuali condizioni, la costruzione di un paradigma puro che sappia polarizzare grandi antitesi costitutive di destra e sinistra rischia di essere un interessante ma astratto esercizio di erudizione intellettuale, che poco ha a che vedere con le dinamiche che attraversano la realtà». I concetti sono vischiosi, così è probabile che questo esercizio di erudizione intellettuale – o di narcisismo – continuerà a lungo, non foss’altro perché è un buon modo per assecondare il nostro congenito settarismo, risparmiandoci la fatica di pensare e di fare delle distinzioni. Forse la polarità davvero significativa, nei prossimi anni, sarà quella tra amici o nemici della società aperta, o meglio ancora quella – culturale prima che politica – tra liberali e antiliberali. In Italia, a occhio e croce, forse il trenta percento contro il settanta, forse meno.


Destra, a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, introduzione di David Bidussa, Milano, Fondazione Feltrinelli.

Pensare l'Europa: democrazia e federalismo. Una discussione con Paolo Bellini, Giangiacomo Valle e Damiano Palano alla "Festa della Filosofia" 2018 di Alboversorio - Alla Società Umanitaria di Milano, mercoledì 16 maggio



mercoledì 16 maggio, h 18:00 
Società Umanitaria, Via S. Barnaba 48, MILANO


Paolo Bellini
Damiano Palano e 
Giangiacomo Vale

Pensare l’Europa: democrazia e federalismo”




Da Domenica 22 Aprile a Domenica 17 Giugno 2018 - dalle ore 18:00
Provincia di Milano

La Festa della Filosofia
IX Edizione – 2018
Pensare il Potere 

La Rassegna

Saranno coinvolti i Comuni di Arese, Baranzate, Bovisio Masciago, Cesano Maderno, Cesate, Lainate, Milano, Rho, Senago, Solaro, e le Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Vita-Salute San Raffaele di Milano e dell’Insubria di Varese-Como, e la Società Umanitaria di Milano.
Tutte le conferenze sono a ingresso libero.
 
Il Tema
Dopo il grande successo della scorsa edizione, dedicata al tema “Paure e speranze dell’Occidente”, la rassegna prosegue con l’affrontare alcuni dei temi più pregnanti della filosofia politica.
“Pensare il potere”, titolo scelto dagli organizzatori per l’ampio richiamo e per le diverse possibilità di indagine che si profilano all’interno di un così ampio e attuale dibattito, sarà il filo conduttore delle singole conferenze, che saranno volte ad indagare, grazie all’intervento di alcuni dei più importanti filosofi italiani contemporanei e docenti universitari di alto livello, le varie sfaccettature indissolubilmente legate al concetto di potere. L’attualità di temi quale lalegittimazione del potere, la sovranità, la democrazia, il confronto tra Oriente e Occidente è alla base della scelta del titolo “Pensare il potere”, con l’intento di offrire spazi di dibattito eapprofondimento culturale alla cittadinanza. Oltre ai filosofi già coinvolti nel corso delle edizioni precedenti (Umberto Galimberti, Vito Mancuso, Massimo Donà e Stefano Zecchi) interverranno quest’anno personaggi di grande rilievo nel dibattito della filosofia politica italiana, tra cui: Sandro Chignola sul rapporto tra biopotere e biopolitica (Cesate, 13 maggio, h 18:00 c/o Biblioteca);  Antimo Cesaro, Sebastiano Maffettone e Paolo Bellini sul rapporto tra potere, democrazia e tolleranza (Rho, 18 maggio, h 20:45 c/o CentRho), etc.
La chiusura della rassegna sarà affidata all’Imam Pallavicini in dialogo con il giornalista Armando Torno sul tema “Ripensare il potere: Oriente e Occidente” (Cesano Maderno, 17 giugno).

I Relatori
Gli incontri culturali, che negli anni precedenti hanno registrato un’affluenza media di 13.000 presenze annue, saranno affidati a filosofi e personalità di spicco della cultura italiana quali:Paolo Bellini; Paola Biavaschi; Claudio Bonvecchio; Massimo Cacciari; Antimo Cesaro; Sandro Chignola; Mario Conetti; Marco Cuzzi; Pierre Dalla Vigna; Luca Daris; Massimo Donà; Giulio Facchetti; Umberto Galimberti; Giorgio Galli; Gianmarco Gaspari; Giuseppe Girgenti; Sebastiano Maffettone; Vito Mancuso; Massimo Marassi; Roberto Mordacci; Damiano Palano; Yahya Sergio Yahe Pallavicini; Gianfranco Pellegrino; Quirino Principe; Roberta Sala; Armando Savignano; Fabrizio Sciacca; Erasmo Silvio Storace; Armando Torno; Giangiacomo Vale; Alessandra Vicentini; Stefano Zecchi.

Gli incontri alla Società Umanitaria di Milano
A partire da quest’anno la Festa della Filosofia avrà in programma alcune conferenze presso la Società Umanitaria, fortemente volute dagli organizzatori e rese possibili grazie alla preziosa collaborazione del Professor Claudio Bonvecchio, Vicepresidente della Società Umanitaria (nonché già membro del comitato scientifico della Festa della Filosofia). In linea con la sua “opera per l’elevazione intellettuale e  morale dei cittadini”, l’Umanitaria declinerà il tema del potere dando spazio a tre incontri dedicati ad alcuni dei temi più pregnanti della contemporaneità attraverso tre incontri: “Il Potere della Poesia” con Quirino Principe; “Pensare l’Europa: democrazia e federalismo” con Paolo Bellini, Damiano Palano e Giangiacomo Vale; “Potere e decadenza dell’Occidente” con Marco Cuzzi e Armando Torno.

Le Giornate della Filosofia a Cesano Maderno
La rassegna si concluderà con “Le giornate della Filosofia di Cesano Maderno” (16-17 giugno), iniziativa voluta dal Professor Massimo Cacciari e che si svolge all’interno della cornice del Centro Culturale Europeo presso il Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno con ilpatrocinio dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Il concerto
Nella giornata di domenica 13 maggio (presso la Biblioteca di Cesate, ore 18), l’intervento filosofico di Sandro Chignola sarà accompagnato da un concerto di pianoforte del maestro Luis Aguirre Zerega, che eseguirà due Sonate di W.A. Mozart.

I Patrocini
La Festa della Filosofia è organizzata da AlboVersorio con il patrocinio di: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Università degli Studi dell’Insubria di Varese e Como, Università Vita-Salute San Raffaele, Società Umanitaria di Milano, e con la collaborazione dei Comuni aderenti.

Il Programma completo de La Festa della Filosofia
www.festadellafilosofia.it

Anteprima, con Giorgio Galli
“Il potere delle multinazionali”
domenica 22 aprile, h 18:00 - Villa Sioli, Via S. Bernardo 7, SENAGO

Apertura, con Quirino Principe (introduce: Claudio Bonvecchio)
“Il potere della poesia: sull’enigma del tempo oltre il tempo”
mercoledì 2 maggio, h 18:00 - Società Umanitaria, Via S. Barnaba 48, MILANO
 
Stefano Zecchi
“Il potere dell’arte”
sabato 5 maggio, h 17:30 - Auditorium L’Ariston, L.go Vittorio Veneto 17/21, LAINATE
 
Pierre Dalla Vigna e Luca Daris
“Il potere della rivoluzione”
domenica 6 maggio, h 18:00 - Biblioteca Comunale, Via Piave 5, CESATE
 
Giulio Facchetti e Massimo Marassi
“Il potere delle parole”
sabato 12 maggio, h 18:00 - CentRho, Piazza S. Vittore 22, RHO
 
Sandro Chignola
“Biopotere e biopolitica”
domenica 13 maggio, h 18:00 - Biblioteca Comunale, Via Piave 5, CESATE
A seguire: concerto di pianoforte con il Maestro Luis Aguirre Zerega (musiche di W.A. Mozart)
 
Paolo Bellini, Damiano Palano e Giangiacomo Vale
“Pensare l’Europa: democrazia e federalismo”
mercoledì 16 maggio, h 18:00 - Società Umanitaria, Via S. Barnaba 48, MILANO
 
Antimo Cesaro e Sebastiano Maffettone (modera: Paolo Bellini)
“Potere, democrazia e tolleranza”
venerdì18 maggio, h 20:45 - CentRho, Piazza S. Vittore 22, RHO
 
Vito Mancuso
“Il potere di pensare”
sabato 19 maggio, h 17:00 - Palamedia, via Tolmino 40, BOVISIO MASCIAGO
 
Massimo Donà
“Il potere e i suoi paradossi”
domenica 20 maggio, h 18:00 - Sala Polivalente del Centro Civico, via Monviso 7, ARESE
 
Claudio Bonvecchio e Mario Conetti
“Il potere della magia e dell’esoterismo”
domenica 27 maggio, h 18:00 - Villa Sioli, Via S. Bernardo 7, SENAGO
 
Marco Cuzzi e Armando Torno (modera: Claudio Bonvecchio)
“Potere e decadenza dell’Occidente”
mercoledì 30 maggio, h 18:00 - Società Umanitaria, Via S. Barnaba 48, MILANO
 
Gianmarco Gaspari e Alessandra Vicentini
“Il potere del gioco, della fiaba e della letteratura”
venerdì 8 giugno, h 20:45 - Anfiteatro, P.zza Falcone, BARANZATE
 
Umberto Galimberti
“Il potere dell’inconscio”
sabato 9 giugno, h 17:30 - Auditorium L’Ariston, L.go Vittorio Veneto 17/21, LAINATE
 
Paolo Bellini e Gianfranco Pellegrino
“Comunicazione, potere e nuove tecnologie”
domenica 10 giugno, h 18:00 - Villa Kewenhüller Borromeo d’Adda, via Mazzini 60, SOLARO
 
Tavola rotonda, con Paolo Bellini, Roberta Sala, Fabrizio Sciacca ed Erasmo Silvio Storace
“Potere e linguaggi della politica“
sabato 16 giugno, h 18:00 - Sala Aurora, Via Borromeo 41, CESANO MADERNO
 
Massimo Cacciari e Armando Savignano
“Potere e utopie: Don Chisciotte e la filosofia contemporanea”
sabato 16 giugno, h 21:00 - Auditorium Paolo e Davide Disarò, Corso della Libertà, CESANO MADERNO

Tavola rotonda, con Paola Biavaschi, Giuseppe Girgenti e Roberto Mordacci
“Migrazioni e scontro di civiltà”
domenica 17 giugno, h 18:00 - Sala Aurora, Via Borromeo 41, CESANO MADERNO
 
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lunedì 14 maggio 2018

Tristi tropi. Una lettura del volume "Destra" della Fondazione Feltrinelli



di Claudio Vercelli

Questa lettura del volume "Destra" curato da Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini (Fondazione Feltrinelli) è stato pubblicato sul sito Doppiozero.

Come definire, senza correre il rischio di risultare anacronistici, una destra che, oramai, pare essere così pervasiva da occupare spazi e linguaggi, pratiche e narrazioni che un tempo sarebbero appartenute a ben altri soggetti? Aggiungiamo: quanto della matrice fascista e, in immediato riflesso, di quella neofascista, rimane in essa? Ribaltando l’approccio, piuttosto che domandarsi quanto del passato non sia del tutto trascorso non è forse meglio chiedersi cosa il presente richiami ancora di un certo passato, e in quale misura ciò può risultare di nuovo funzionale alla costruzione di una parte delle identità politiche correnti? Il rischio, peraltro, è sempre il medesimo, ovvero quello di girare a vuoto, sfoderando stancamente i toni della polemica nel momento stesso in cui il suo oggetto sembra, ai molti, essere definitivamente evaporato, comunque archiviato, perché ridotto a puro strumento di etichettatura. Utile, per la sua natura di sintesi, è il volume a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, Destra, editato nella collanaRicerche della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pp. 120, Milano 2018). La ricognizione nei sette brevi saggi contenutivi è tanto asciutta quanto diretta. Non è incentrata sul fenomeno neofascista in quanto tale ma sulla persistenza di tracce e frammenti d’esso, oltreché delle sue rimodulazioni, in alcune formazioni politiche odierne. Così facendo, se ne identifica l’aspetto sub-culturale, strettamente consustanziale alla stessa democrazia (Piero Ignazi). Il calco fascistoide, infatti, è una sorta di reciproco inverso di quest’ultima.



La quale, infatti, spesso si definisce in opposizione ad esso, ovvero per ciò che non intende essere o divenire. Se diciamo fascismo, e tutte le parole che da esso derivano o sono associabili, a partire dai termini che presentano un prefisso accostatovi (pre, neo, post), ci riferiamo ad un tropo, ossia ad un uso traslato, spesso ampliato, di un termine che assume accezioni, significati, valenze, se non anche a volte valori, tanto ampi quanto eterogenei. Il tropo è una figura retorica che ha declinazione paradigmatica, poiché con esso vi è un trasferimento di significato da una dimensione primigenia, o da un nucleo originario, ad un’altra situazione, enfatizzandone l’aspetto simbolico e figurativo. Ciò facendo, assume una rilevanza non solo quanto ne è investito come destinatario di significazione ma anche quanto è stato assunto come elemento paradigmatico. Va da sé che in questo transito si istituisca un campo di tensioni semantiche, una rete di contenuti che si alimentano vicendevolmente. Le parole, d’altro canto, hanno valore per la loro plasticità. Nell’adattarsi a contesti mutevoli non per questo perdono di aderenza, semmai confermandola in rapporto all’evoluzione dei tempi.

È bene fare questo inciso poiché uno dei passaggi critici sui quali si misura la pertinenza del termine «fascismo» è, per l’appunto, la sua fruibilità in diversi contesti per definire situazioni differenti ma, evidentemente, accomunate da alcuni elementi di fondo. Si pone quindi la questione della sua circoscrivibilità, affinché il ricorso inflattivo non ne decreti la perdita di aderenza ai dati concreti. Il fatto che la parola abbia assunto anche il carattere di invettiva, di epiteto, comunque di espressione denotativa e connotativa in senso perlopiù dispregiativo, carica maggiormente di ambiguità, comunque di porosità, la sua funzione ricorsiva. È questo, quindi, un primo punto problematico di ragionamento. Così come va chiarito che il ricorso a locuzioni come «destra estrema» o «radicale» – spesso usate in funzione sostitutiva, comunque per similitudine, a neofascismo – richieda una maggiore cautela semantica, laddove il radicalismo, che rimanda all’opposizione ai principi costituzionali vigenti, non coincide con l’estremismo, che nella giurisprudenza tedesca indica invece l’incostituzionalità dell’organizzazione che si fa carico di una specifica connotazione ideologica e delle sue conseguenti prassi politiche. Il secondo problema da prendere in considerazione riguarda la «visione “geografico-assiale” della politica» (Marco Tarchi). In altre parole, la diade destra-sinistra è ancora funzionale, non solo in senso identitario ma anche operativo, rispetto all’articolazione delle diverse opzioni politiche, in Italia così come in Europa? La sua qualità euristica persiste oppure si è consumata?
 Più in generale, sussiste ancora – nella politica contemporanea – una dimensione realmente dicotomica? Si tratta di una divaricazione valoriale oppure rimanda ad altri orizzonti? La risposta è affidata a Massimo Cacciari quando già nel 1982 affermava che: «l’impostazione del problema politico in termini destra-sinistra appare tipico di un messaggio che intende indurre a scelte operative nette, tese a includere o a escludere rapidamente ed efficacemente dal governo interi gruppi, interessi, culture […] vuole indurre decisioni drastiche, imporre scelte di schieramento: amico-nemico (con buona pace di chi usa tale schema, ma respinge pregiudizialmente Carl Schmitt)». La polarizzazione è senz’altro funzionale al persistere di una dimensione identitaria nell’operare politico (senza la quale la stessa politica peraltro perirebbe), così come all’agire inclusivo od esclusivo in base ad approcci pregiudiziali, ma non riesce a dare pienamente di conto del mutamento che caratterizza l’andamento dell’epoca corrente, dove lo scompaginamento delle identità precostituite, a partire da quelle del lavoro, si riflette sulla successiva domanda di rappresentanza e sulla richiesta d’identificazione politica. In questo frangente, più che dichiarare abrogabile la dicotomia tra destra e sinistra (una facile e ingannevole soluzione, che in realtà quasi sempre propende per assorbire il secondo polo nel primo), varrebbe forse la pena d’introdurre l’elemento del pluralismo all’interno dei singoli campi di appartenenza. Le «destre», allora, manifestano nel proprio seno caratteri di marcata differenziazione.

Un ambito di forte tensione è quello che rimanda alle politiche economiche e sociali. La separazione tra una destra neoliberale e liberista, emersa definitivamente negli anni Ottanta (benché i suoi fondamenti concettuali e ideologici riposino nei decenni precedenti, costituendo una risposta alla diffusione delle economie sociali di mercato e ai sistemi redistributivi previsti dal costituzionalismo postbellico), poi divenuta egemone negli ultimi decenni, rispetto ad una destra che ha recuperato la sua dimensione «sociale», gaucho-lepénistes, è un elemento fondamentale per comprendere dove si ridislochi anche il neofascismo continentale ed italiano. Poiché nella dialettica tra la prima e la seconda senz’altro si identifica con i motivi espressi da quest’ultima, tanto più quando ad essi si abbina l’antiliberalismo, declinato essenzialmente come rifiuto dell’individualismo atomistico. Un altro ambito di tensioni è quello che rinvia all’ambiente, inteso nella sua fisicità di luogo antropizzato, all’interno del quale si svolgono le relazioni di reciprocità tipiche di un’organizzazione comunitaria. La riformulazione della «comunità di stirpe», accezione etnica della Gemeinschaft, ruota intorno al tema della «Heimat», una patria fisica che è prima di tutto un concreto vincolo di terra e di carne – per l’appunto una «patria carnale» – e poi solo successivamente un legame giuridico. La stessa nozione di diritto positivo, creato dal consesso umano attraverso la sovranità dello Stato, è qui invece piegata ad un fondamento organicista, dove la radice delle norme risiederebbe, in ultima istanza, in un diritto naturale che promana da una immutabile dimensione ecologica, una sorta di sistema alla perenne ricerca di una omeostasi.

Il ritorno di fiamma di quest’ultimo motivo è peraltro agevolato dalla spaccatura consumatasi con la destra industrialista e poi neoliberale, rilanciando il discorso ecologico, un tempo appannaggio della sinistra ed ora assunto da una parte consistente della destra radicale (e anche di quella neofascista). Per quest’ultima, si tratta di una frattura inevitabile, essendo vissuta sia come la riedizione del rifiuto di un certo capitalismo borghese, per sua natura volto a distruggere gli “autentici legami comunitari”, sia la legittimazione del tema dell’immigrazione come processo non solo invasivo ma innaturale, tale poiché destinato a mutare gli altrimenti secolari equilibri socio-ambientali. Al centro di queste formulazioni c’è la dialettica tra artificiale e naturale, rifiutando il primo capo della dicotomia poiché colonna portante di una modernizzazione senza identità (e quindi priva di luoghi, che sono tali anche perché si perimetrano attraverso le frontiere). Non può stupire che il rimando alla «decrescita», più o meno «felice», sia stato assunto da questa destra come un’opportunità, legandosi a tratti di una visione che vorrebbe enfatizzare la nobiltà della dimensione spirituale della vita quotidiana, in una sorta di anacoretismo militante. Ancora una volta va ricordato come la teologia politica del radicalismo abbia una forte connotazione restaurazionista, rivendicando la necessità di ripristinare qualcosa di preesistente ma poi perduto nel tempo per via dei processi di meticciato, di imbastardimento e di perversione della purezza originaria. Il suprematismo razziale e il restaurazionismo comunitario sono, d’altro canto, due ingredienti imprescindibili. Un terzo fattore di identificazione è la politica internazionale, dove forse si registrano le maggiori discontinuità rispetto al passato.

A tale riguardo, due sono gli aspetti più significativi. Il primo di essi, confrontandosi con la necessità di fare fronte alla improponibilità del vecchio anticomunismo, è il transito dall’atlantismo all’«antimondialismo». Se la funzione antisovietica degli Stati Uniti e del blocco occidentale era comunque imprescindibile, con la consunzione del bipolarismo si è passati alla critica della pervasività della globalizzazione, insieme al rifiuto del ruolo di primazia di Washington nelle relazioni internazionali. Il nucleo di questo riposizionamento sta nella denuncia della natura a sua volta artificiale del potere globalizzante espresso dagli americani. Il secondo aspetto è il netto spostamento, sia tra i movimenti populisti che nella destra radicale, dalla dimensione locale della lotta politica alla valorizzazione di quella globale. Un mutamento di scala che cerca di superare l’attrazione per l’effetto nicchia, funzionale a disegnare e tutelare il perimetro della propria identità ma incapace di fare fronte alle nuove domanda di rappresentanza che provengono da una platea sempre più ampia. La traiettoria della Lega di Matteo Salvini ne è al riguardo un chiaro esempio. Più in generale, sembra verosimile il pensare che negli anni a venire, a fronte della crisi degli ordinamenti delle organizzazioni internazionali multilaterali, così come dei sempre più faticosi tentativi di dare corpo a progetti quali l’Unione europea, venga contrapposta una forma alternativa di legame basato sulla reciprocità tra movimenti e partiti – nonché eventualmente Stati – che condividono un approccio sovranista, identitario ed etnicista. Il gruppo di Viségrad, ancorché nella sua intrinseca fragilità, ne è forse una preconizzazione.

Non è allora un caso se la Russia di Putin costituisca oggi un polo d’attrazione quasi fatale ed ineludibile, per la sua miscela di imperialismo etnico, di tradizionalismo e di politica di potenza. A rimorchio di queste nuove sensibilità c’è poi la necessità di ripensare le forme di organizzazione dello stesso Stato. Poiché qualsiasi ipotesi sovranista deve comunque confrontarsi con la crisi degli Stati nazionali e con la necessità di ricongiungersi all’identità comunitaria. L’attenzione verso il federalismo, quindi, permette di recuperare la dimensione locale, proiettandola su un agone politico più ampio. L’insieme di questi elementi si riordina e si organizza, infine, all’interno di una dicotomia che se non è di per sé inedita tuttavia viene riformulata alla luce di una frattura antropologica, ovvero quella tra individualismo e comunitarismo. «C’è, dietro questa divisione di fondo, un drastico scarto tra due impostazioni antitetiche: una caratterizzata da una concezione prometeica e, si potrebbe dire, hobbesiana, che vede l’uomo come il centro e il dominatore designato della natura e ne esalta le specificità individuali, inquadrando la sua convivenza con altri soggetti sullo stesso territorio in un’ottica di necessità, di obbligazione politica determinata dal bisogno di protezione dalle minacce alla vita a alla proprietà di cui si dispone; l’altra connotata da un’antropologia anti-universalista, che vede gli esseri umani come soggetti naturalmente radicati in specifici contesti locali e in definite tradizioni culturali e ne lega il destino individuale a quello della collettività in cui sono inclusi per nascita ed eredità […]» (Tarchi, p. 18).

Rimane il fatto che questi campi di tensioni oggi sono frequentemente riassorbiti all’interno di un’ampia offerta, quella della destra populista che, in sé, raccoglie anche segmenti del risorgente neofascismo. I tratti del populismo di destra sono netti e agevolmente riassumibili in pochi punti, tra i quali : «1) l’ostilità verso la politica rappresentativa, se non addirittura verso la stessa politica, che convive però in modo ambivalente con la convinzione che (soprattutto in circostanze eccezionali) l’impegno politico sia necessario; 2) l’identificazione con una immagine mitizzata della “terra patria” (heartland), da cui sono naturalmente esclusi determinati elementi alieni, intesi come minaccia per la sanità del popolo: 3) l’assenza di un ancoraggio solido a quei valori ben definiti come l’eguaglianza, la libertà, la giustizia sociale, che invece caratterizzavano molte ideologie; 4) la stretta connessione con la convinzione di essere di fronte ad un processo di estrema crisi; 5) le tendenze a semplificare le grandi questioni politiche e a rifuggire dalla dimensione istituzionale (aspetti che spesso determinano il carattere effimero del fenomeno); 6) l’attitudine camaleontica ad adattarsi a contesti in cui si ritrova e a sviluppare dunque, accanto alle proprietà primarie che lo distinguono, delle proprietà secondarie adeguate all’ambiente» (Damiano Palano, p. 82). Il punto di partenza o, se si preferisce, il ventre molle di questo insieme di elementi è storicamente offerto dal moderatismo qualunquista a dalla nozione, recuperata dalla lezione di Jean Baudrillard, di «maggioranza silenziosa». Lo studioso la correlava al nesso tra decadenza del politico e «morte del sociale», laddove quest’ultimo tende a dissolversi, poiché non sussiste più nessun significato sociale capace di dare forza ad un significante politico.

La maggioranza silenziosa, in quanto realtà scontornata e informe, «entità nebulosa» dai tratti indistinti, «simulazione di un sociale per sempre inesprimibile e inespresso» come anche «sostanza fluttuante la cui esistenza non è più sociale ma statistica [...] che si manifesta attraverso il sondaggio», è il campo operativo dei fascismi storici come di quelli odierni. Di essa, infatti, raccoglie ed esprime il bisogno di transitare dal conflitto sociale (vissuto con orrore, in quanto indice di sfaldamento della propria fittizia unitarietà) alla dichiarazione dello stato di crisi perenne, quella condizione di emergenza per cui si cerca la delega risolutiva, da conferire ad un soggetto capace di esercitare una sovranità tanto assoluta quanto insindacabile. Da questo punto di vista le maggioranze silenziose non esprimono una posizione moderata, e neanche conservatrice, non avendo necessariamente interessi da tutelare bensì identità da definire, di cui i soggetti neofascisti, quando sono in campo, si incaricano di dare una qualche forma. Non è un caso, allora, se lo spazio del populismo di destra, e dei suoi addentellati radicali ed estremisti, stia essenzialmente nel vuoto della politica. La triade che unisce l’etnicizzazione del popolo, l’antagonismo nei confronti delle istituzioni e l’orientamento anti-élite (quando quest’ultimo si trasforma nel sistematico rifiuto del principio di autorevolezza) è il campo sul quale i perdenti della globalizzazione incontrano la vendetta dei deprivati. Un campo ampio, nei confronti del quale diversi attori collettivi si stanno rivolgendo, dinanzi all’inabissamento delle politiche redistributive e della stessa nozione di giustizia sociale.

Questo articolo di Claudio Vercelli è stato pubblicato da Doppiozero.


14 maggio 1977. Una foto in Via De Amicis. L'immagine icona degli anni di piombo quarantuno anni dopo



di Damiano Palano

Questa recensione del volume Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscenaa cura cura di Sergio Bianchi (Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00), venne pubblicata su "Maelstrom" alcuni anni fa. Viene riproposta oggi, quarantuno anni dopo il giorno in cui la foto fu scattata, il 14 maggio 1977.


Nel corso dei decenni, l’espressione «anni di piombo» - entrata nel nostro lessico dopo il film omonimo di Margarethe von Trotta – è andata progressivamente a identificare quel lungo periodo della storia italiana che inizia con il 1968 e giunge fino all’inizio degli anni Ottanta. Nel dibattito pubblico, e nella memoria collettiva, la durata degli «anni di piombo» si è così progressivamente dilatata. Ha cessato di identificare soltanto la stagione del terrorismo e della lotta armata – quel periodo in cui il conflitto sociale e politico si trasforma in una dolorosa, nichilista, «guerra civile a bassa intensità» - ed è diventato qualcosa di più, la formula con cui rappresentare un decennio di follia, in cui l’Italia si muta in una fucina di violenza incontrollabile, di odio viscerale, di follia ideologica. Una simile dilatazione distorce, almeno in parte, la realtà. Quantomeno perché, proprio negli anni a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, l’Italia vive forse uno dei periodi più vivaci della sua storia, una stagione di straordinaria creatività pressoché in tutti campi della sua vita culturale. Ovviamente, l’Italia di quel periodo è anche un paese lacerato da fortissime passioni politiche, da tensioni ideologiche capaci di investire in profondità la vita quotidiana, e che in modo non episodico hanno anche risvolti violenti. Ma gli «anni di piombo» - gli anni in cui, effettivamente, le armi, lo scontro militare, la simulazione della guerra civile, si impadroniscono del proscenio – cominciano solo sul finire di quella stagione, e si consumano, tra omicidi, esecuzioni, delazioni e vendette, tra la fine degli anni Settanta e il principio degli anni Ottanta.
Con ogni probabilità, il 16 marzo 1978 - con la strage di Via Fani - e il 9 maggio 1978 - con l’esecuzione di Aldo Moro - rappresentano in modo inequivocabile l’ingresso in quella drammatica fase. Ma, prima ancora di quei giorni tragici, e prima ancora che le Polaroid di Moro prigioniero delle Br vengano a fissare per sempre il ritratto emotivo di un’epoca, un’altra foto – anch’essa celebre, e legata a un evento altrettanto tragico – riesce a restituire il momento preciso in cui hanno inizio gli «anni di piombo», e in cui finisce la stagione di mobilitazione collettiva incominciata un decennio prima. Quella foto ritrae un estremista con il volto coperto da un passamontagna, che, con le gambe divaricate e leggermente piegate, e con le braccia distese orizzontalmente, stringe fra le due mani una pistola, puntata verso un obiettivo che rimane fuori dall’inquadratura.
Nel corso del tempo, quella foto si è impressa nell’immaginario collettivo ed è diventata l’«immagine-icona» degli «anni di piombo», perché, come altre foto celebri del Novecento (alcune delle quali si possono ritrovare nel recente volume di Hans-Michael Koetzler, 50 icone della fotografia. Le storie degli scatti, Taschen, pp. 304, euro 19.99), riesce a fissare per sempre, o qualche volta a ‘costruire’, una condizione emotiva. Non è d’altronde eccezionale o fortuito che la memoria degli «anni di piombo» sia condensata in quel fotogramma, o nelle Polaroid di Moro. «Per quanto l’800 sia il secolo in cui la fotografia è nata», ha scritto Marco Belpoliti, «è nel ‘900 che il valore d’icona delle foto diventa centrale, per via della diffusione degli apparecchi di riproduzione, e della stampa delle foto in giornali e periodici, delle mostre e dei libri». Così, «diventa naturale affidare alla fotografia la memoria del passato», «elevare un’immagine a simbolo stesso degli avvenimenti», perché, come i ‘simboli’, una foto è in grado «di ‘mettere insieme’, quello che è accaduto e la comprensione immediata del fatto» (Quando uno scatto diventa un’icona, in «Tuttolibri – La Stampa», 18 giugno 2011, p. VI).

Per la prima volta, quella fotografia divenuta «icona» e «simbolo» venne pubblicata il 16 maggio 1977 dal «Corriere d’Informazione», e nei giorni seguenti fu ripresa da molti altri giornali, in Italia e estero. Nei trent’anni successivi, quell’immagine è stata d’altronde riprodotta migliaia di volte, non soltanto perché, molto più di ogni editoriale o di ogni altro resoconto giornalistico, riesce a dar conto della realtà di una violenza incontrollabile, estrema. Ma anche perché, indubbiamente, si tratta di una fotografia esteticamente formidabile, tanto da suscitare persino il dubbio che sia in qualche modo artefatta o costruita. Questi caratteri non passarono inosservati a Umberto Eco, che, pochi giorni dopo la prima pubblicazione, nella propria rubrica sull’«Espresso», esaminò la fotografia. «Se è lecito (ma è doveroso) fare osservazioni estetiche in casi del genere», scriveva Eco, «questa è una di quelle che foto che passeranno alla storia e appariranno su mille libri» (Una foto, raccolto in Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano, 1983). Quella foto aveva infatti gli stessi elementi di altre celebri immagini, come quella del miliziano ucciso di Robert Capa, quella dei marines che piantano la bandiera su un isolotto del Pacifico, o quella del cadavere di Che Guevara. «Ciascuna di queste immagini» - continuava Eco - «è diventata un mito ed ha condensato una serie di discorsi. Ha superato la circostanza individuale che l’ha prodotta, non parla più di quello o di quei personaggi singoli, ma esprime dei concetti. È unica ma al tempo stesso rimanda ad altre immagini che l’hanno preceduta o che l’hanno seguita per imitazione. Ciascuna di queste foto sembra un film che abbiamo visto e rimanda ad altri film che l’avevano vista» (ibidem). Ma la fotografia pubblicata dal «Corriere d’Informazione» non si limitava a fissare un gesto, un’azione criminale. Al tempo stesso, ‘diceva’ qualcosa di più e di nuovo, contribuiva alla costruzione di un ‘ragionamento’. «Non interessa sapere se si trattava di una posa (e quindi di un falso); se era invece la testimonianza di un atto di spavalderia cosciente; se è stata l’opera di un fotografo professionista che ha calcolato il momento, la luce l’inquadratura; o se si è fatta quasi da sola, scattata per caso da mani inesperte e fortunate. Nel momento in cui essa è apparsa il suo iter comunicativo è cominciato: e ancora una volta il politico e il privato sono stati attraversati dalle trame del simbolico che, come sempre accade, si è dimostrato produttore di realtà» (ibidem). In altre parole – ed era questa la tesi principale di Eco – la fotografia dello sparatore rivelava il passaggio dall’immagine della rivoluzione consolidata dall’iconografia (e dunque dall’idea della rivoluzione come fatto collettivo) a qualcosa di diverso, all’immagine di un’azione individuale e al modello dell’eroe solitario: «Cosa ha ‘detto’ la foto dello sparatore di Milano? Credo abbia rivelato di colpo, senza bisogno di molte deviazioni discorsive, qualcosa che stava circolando in tanti discorsi, ma che la parola non riusciva a far accettare. Quella foto non assomigliava a nessuna delle immagini in cui si era schematizzata, per almeno quattro generazioni, l’idea di rivoluzione. Mancava l’elemento collettivo, vi tornava in modo  traumatico la figura dell’eroe individuale. E questo eroe individuale non era quello della iconografia rivoluzionaria, che quando ha messo in scena un uomo solo lo ha sempre visto come vittima, agnello sacrificale: il miliziano morente o il Che ucciso, appunto. Questo eroe individuale invece aveva la posa, il terrificante isolamento degli eroi dei film polizieschi americani (la Magnum dell’ispettore Callaghan) o degli sparatori solitari del West – non più cari a una generazione che si vuole di indiani. Questa immagine evocava altri mondi, altre tradizioni narrative e figurative che non avevano nulla a che vedere con la tradizione proletaria, con l’idea di rivolta popolare, di lotta di massa. Di colpo ha prodotto una sindrome di rigetto. Essa esprimeva il seguente concetto: la rivoluzione sta altrove e, se anche è possibile, non passa attraverso questo gesto ‘individuale’» (ibidem).

A trentaquattro anni di distanza, il contesto in cui nacque quel celebre scatto viene oggi restituito da Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, un volume ricco di illustrazioni, curato da Sergio Bianchi (Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00). Quel fotogramma ritraeva infatti un momento delle sequenze più drammatiche di una manifestazione che si svolse a Milano, il 14 maggio 1977, in occasione della quale, in via De Amicis, un piccolo gruppo di manifestanti innescò uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. La sparatoria provocò la tragica morte di Antonio Custra, venticinquenne Vice Brigadiere di Pubblica Sicurezza, che lasciava la giovane moglie in attesa di una figlia.
Il volume curato da Bianchi riporta un cospicuo materiale iconografico – tra cui spiccano gli scatti relativi proprio ai sessanta secondi di follia della sparatoria contro gli agenti – che aiuta a comprendere non solo la dinamica dei fatti, o i restroscena di una celebre fotografia, ma anche da cosa nascesse quell’attacco, e dunque quali fossero le motivazioni che condussero una parte (marginale, ma non minoritaria) dell’estrema sinistra ad abbandonare, di fatto, la piazza e la mobilitazione per impugnare le armi da fuoco e indirizzarsi verso lo scontro armato. E, anche per questo, Storia di una foto considera quegli eventi come il culmine di un crescendo che era iniziato alcuni mesi prima. In effetti, quella milanese del 14 maggio non fu la prima manifestazione in cui facevano la loro comparsa le pistole. Un momento di snodo, da questo punto di vista, era stata la manifestazione romana del 12 marzo 1977: una manifestazione indetta all’indomani dell’uccisione a Bologna del militante di Lotta continua Francesco Lorusso da parte delle forze dell’ordine, che vide sfilare nella capitale decine di migliaia di persone, e in cui, oltre alle bottiglie Molotov, furono utilizzati in modo massiccio pistole e persino fucili. Quello stesso giorno, a Milano un corteo giunse sotto la sede di Assolombarda, in via Pantano, scaricando pallottole e bottiglie incendiarie contro le vetrate del palazzo deserto.
Se quel giorno non si registrarono vittime, due mesi dopo, il 12 maggio, le cose andarono diversamente. Nel corso di una festa indetta dal Partito radicale per celebrare l’anniversario del referendum sul divorzio (e per sfidare il divieto di manifestazioni politiche stabilito per la città di Roma dall’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga), alcuni colpi sparati da agenti in borghese uccisero la studentessa diciannovenne Giorgiana Masi. Proprio in questo clima, ulteriormente arroventato dall’arresto di due noti avvocati di Soccorso Rosso, le diverse formazioni della sinistra extra-parlamentare milanese decisero di organizzare una manifestazione di protesta per il successivo sabato 14 maggio. Tra i promotori, erano comprese tutte le diverse anime dell’estrema sinistra, e dunque anche ciò che rimaneva dei ‘gruppi’, come Lotta continua, ormai in via dissoluzione dopo la batosta elettorale del 20 giugno 1976 e lo scioglimento di qualche mese dopo, e il Movimento del Lavoratori per il Socialismo, l’organizzazione di impostazione stalinista, nota soprattutto per il suo servizio d’ordine quasi paramilitare, che raccoglieva in parte l’eredità del vecchio Movimento Studentesco di Mario Capanna. All’interno di questa galassia, in via di rapido disfacimento, un ruolo rilevante era però rappresentato anche da quanto rimaneva dei collettivi studenteschi e dei collettivi giovanili, un movimento magmatico ed eterogeneo che, alcuni anni prima,  aveva ottenuto una forte visibilità, ma che, dopo le esperienze disastrose del Festival del Parco Lambro e della contestazione della Prima della Scala, nel dicembre del 1976, ormai aveva anch’esso imboccato la china discendente. A tentare di esercitare una funzione di indirizzo su forze così eterogenee, si muovevano, in costante competizione, alcune organizzazioni più o meno informali, che in genere venivano ricomprese all’interno della cosiddetta ‘area dell’autonomia’. In particolare, Paolo Pozzi ne individua tre diverse componenti: in primo luogo, il collettivo del Casoretto, il cui servizio d’ordine esprimeva ancora una struttura piuttosto consolidata; in secondo luogo, il gruppo di Rosso, legato all’omonimo giornale, nato alcuni anni prima dalla confluenza di anime molto diverse, che nel corso degli anni si era fatto portavoce sia degli organismi autonomi di alcune fabbriche milanesi, sia dei collettivi giovanili (e delle loro istanze ‘controculturali’); infine, la formazione raccolta attorno al foglio «Senza Tregua», nata in gran parte da una scissione da Lotta continua e promossa da gruppi di operai della Magneti Marelli, dell’Innocenti e di altre fabbriche milanesi (e dalla quale, pochi mesi più tardi, avrebbe preso forma il gruppo armato Prima Linea).
A dispetto della complessità degli schieramenti, nel maggio del 1977 gran parte di queste formazioni appariva ormai in seria difficoltà, sia perché le inchieste giudiziarie avevano iniziato a colpire i leader più noti, sia perché l’escalation del livello dello scontro aveva sfoltito notevolmente la schiera dei militanti. Ma proprio questa situazione di oggettivo sfaldamento fu all’origine della sparatoria che, il 14 maggio, ebbe come teatro via De Amicis. Privo ormai di una autentica strategia, e anche di qualsiasi capacità di mediazione, un gruppo come Rosso si trovò di fatto imprigionato fra la necessità di evitare che la violenza si indirizzasse contro lo Stato (ossia, contro le forze dell’ordine) e l’impossibilità di rinnegare l’esaltazione della violenza. Un’esaltazione della violenza che «Rosso», sulle sue pagine, aveva coltivato in modo sempre più ambiguo nel corso del tempo, nel tentativo di non perdere la guida sulle frange estreme, ormai indirizzate verso la lotta armata. Al tempo stesso, trovavano uno spazio sempre maggiore le iniziative, ormai da qualsiasi progetto politico, portate avanti da alcuni componenti dei collettivi di quartiere, i cui membri erano spesso studenti delle scuole superiori. E fu in effetti proprio il Collettivo Romana-Vittoria – composto da giovanissimi come Marco Barbone, allora diciannovenne – a essere protagonista della folle sparatoria del 14 maggio. Se due mesi prima, in occasione dell’assalto alla sede di Assolombarda, la violenza si era diretta solo contro le cose, il 14 maggio l’obiettivo divenne infatti tragicamente diverso.
Da quanto emerge dalle carte processuali, riassunte nel resoconto di Bianchi, la sparatoria di via De Amicis non fu premeditata, anche se era stata pianificata un’azione contro il carcere di San Vittore. Se, dinanzi al carcere, il corteo era sfilato senza incidenti di rilievo (per l’intervento, pare, dell’ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone), l’incontro fortuito con una colonna di polizia del III° Celere, proveniente da via Molino delle Armi e diretta alla caserma di Sant’Ambrogio, offrì invece alla ‘squadra armata’ Romana-Vittoria l’occasione per un attacco contro le forze dell’ordine. Mentre il corteo transitava da via Olona verso via Carducci, una piccola pattuglia di giovani mascherati, armati di pistole e Molotov, imboccò via De Amicis per una cinquantina di metri, arrivando fino all’altezza dell’incrocio con la piccola via Caroccio. A un primo lancio di bottiglie incendiarie, attribuito dalla ricostruzione giudiziaria ad alcuni studenti dell’Istituto Cattaneo, seguirono i colpi di arma da fuoco, che, sempre secondo la sentenza definitiva, furono esplosi dalla componente armata del collettivo Romana-Vittoria, e in particolare da Marco Barbone, Enrico Pasini Gatti, Giuseppe Memeo, Marco Ferrandi e Luca Colombo. Ed è proprio a questi attimi che si riferisce il celebre scatto diventato l’immagine icona degli «anni di piombo». Il gruppo degli armati fu infatti seguito in via De Amicis da una pattuglia di ben cinque fotografi – Dino Fracchia, Paolo Pedrizzetti, Paola Saraceni, Marco Bini e Antonio Conti – che ripresero, da diverse prospettive, i circa sessanta secondi dell’attacco armato. E Pedrizzetti, posizionato sul marciapiede di destra, fissò il momento cui il giovane incappucciato – in cui in seguito verrà riconosciuto Memeo – sparò in direzione della polizia, con le braccia unite e le gambe piegate.
Della foto scattata da Pedrizzetti, il grande pubblico conosce non tanto la versione pubblicata dal «Corriere d’Informazione», quanto soprattutto una versione in gran parte tagliata, in cui appare quasi esclusivamente il giovane incappucciato. Era forse a questa versione che Eco si riferiva, perché in questo taglio risultano del tutto assenti non solo la folla dei manifestanti, che fugge lontano dal luogo della sparatoria, ma anche gli altri fotografi, che, posizionati esattamente dalla parte opposta della strada, ritraggono la medesima scena da una prospettiva diversa. Ora, nel libro curato da Bianchi, sono riprodotte tutte le fotografie scattate in quei momenti da Pedrizzetti, e dunque è possibile ricostruire i diversi momenti precedenti e successivi alla sparatoria. Ma nel volume sono presenti anche altri scatti, altrettanto importanti per ricostruire la dinamica dei fatti.
La storia di queste foto va d’altronde al di là del semplice interesse storiografico, perché ha avuto dei risvolti importanti anche nella vicenda giudiziaria. La ricerca del responsabile non si rivelò infatti così agevole, non tanto perché non fosse stato piuttosto semplice ricostruire l’identità dei protagonisti (soprattutto dopo il pentimento di alcuni di loro), quanto per l’accertamento delle responsabilità dei singoli nella morte di Custra e nel ferimento di alcuni passanti. Certamente, gli scatti di Pedrizzetti dovettero facilitare il lavoro degli inquirenti, e anche la registrazione della cronaca effettuata in  diretta da Radio Canale 96 (la cui trascrizione è riprodotta nel libro) chiarì non poco la dinamica dei fatti. Ciò nonostante, alcuni degli indagati contestarono la ricostruzione dei giudici. Ma, soprattutto, le perizie balistiche scagionarono Memeo, il principale imputato, dall’accusa di avere ucciso il Vice-Brigadiere. Come in una nuova versione di Blow-up, la verità doveva essere cercata proprio nelle fotografie di quei momenti. Non solo in quelle di Pedrizzetti, ma anche negli scatti degli altri fotografi presenti il 14 maggio in via De Amicis. Poco dopo i fatti, gli inquirenti sequestrarono i negativi al fotografo Fracchia, ma non riuscirono a trovare quelli di Conti, il fotografo che, nel momento in cui Pedrizzetti fissava lo sparo di Memeo, si trovava sul marciapiede opposto di via De Amicis, parzialmente riparato dagli alberi. Quei negativi e quelle foto riemersero solo molti anni dopo, in  seguito a una perquisizione dell’abitazione di Conti, e sono anch’essi riportati nel libro. Proprio grazie ai negativi di Conti – l’unico dei fotografi politicamente vicino ai manifestanti, che proprio per questo non consegnò i negativi – fu possibile ricostruire con maggiore chiarezza gli eventi. «I suoi scatti (ben 28 negativi) non furono mai pubblicati: finirono in un cassetto, riposti nel segreto e nella clandestinità. E, anzi, dodici anni dopo, come ha scritto il giudice Guido Salvini, sono state proprio quelle fotografie, dopo una perquisizione a casa di Conti, a trasformarsi in altrettante prove risolutive per fissare i termini processuali di tutto l’episodio» (G. De Luna, Controscatto, in «alfalibri – alfabeta 2», n. 2, giugno 2011, p. 3). 


 Al di là della vicenda giudiziaria, quegli scatti costituiscono comunque – per l’osservatore e per lo storico di oggi – un materiale di straordinario interesse. D’altronde, come ha osservato il curatore: «l’intento del libro non era un ‘effetto Blow-up’, cioè far dire alle immagini il contrario di quanto detto sinora riguardo alla dinamica degli avvenimenti. Oltre al taglio dell’inquadratura, c’è la situazione di quel tempo» (Storia di ‘Storia di una foto’. Conversazione fra Sergio Bianchi e Andrea Cortellessa, in «alfalibri – alfabeta 2», n. 2, giugno 2011, p. 3). E la «situazione del tempo» coinvolge, retrospettivamente, la lettura che Eco fornì a caldo della celebre foto di Pedrizzetti. A ben vedere, infatti, quello del giovane incappucciato non appare più come un «gesto isolato», ma come un gesto – ovviamente folle, insensato, incosciente – che si inserisce in un determinato contesto, nel quadro di una dimensione collettiva, non solo rappresentata dal corteo in fuga verso via Carducci, che si intravede sul fondo della foto. È una dimensione collettiva che non diminuisce le responsabilità del singolo, e che non allevia neppure le responsabilità – politiche e umane, ben prima che  giudiziarie – di quanti coltivarono un’ambigua fascinazione per la violenza. E, d’altronde, fu proprio quella fascinazione a sancire la fine della mobilitazione collettiva e l’inizio degli «anni di piombo». Anche se l’interpretazione di Eco era dunque forzata, essa si rivelò profetica. In qualche misura, come notano nel loro intervento Paolo Fabbri e Tiziana Migliore, «il ‘frame’ interpretativo di Eco ha provocato poi il re-frame della foto!». In sostanza, «Eco ha fatto uso dell’immagine per la sua interpretazione, e questa interpretazione, sedimentata, è a sua volta stata usata e tradotta in una pratica. A Eco si è creduto, tanto da ritoccare lo scatto e ripulirlo dalla partecipazione collettiva, spacciata per superfluo», e, così, «qualcuno, in sordina, ha creato una trasposizione fotografica ad hoc di quel verbo, che ha preso a sostituire la versione ufficiale della foto» (14 maggio 1977. La sovversione nel mirino, in Storia di una foto, cit., p. 141). 




 
Ma l’effetto non si limitò a una re-interpretazione successiva, a una ri-lettura degli «anni di piombo». L’effetto investì infatti gli stessi protagonisti, che, in qualche modo, ri-definirono l’immagine di se stessi sulla base della figura terribile e affascinante dello sparatore di via De Amicis, dell’«eroe solitario» di cui aveva scritto Eco. «Dal momento in cui i media attuano la loro operazione di riduzione e definizione», ha scritto proprio a questo proposito Maurizio Lazzarato, «il discorso sul terrorismo e la posizione combattentistica dentro al movimento crescono specularmente, presupponendosi l’un l’altro e trovando l’uno nell’altro risorse e ragioni per esistere e svilupparsi», tanto che, alla fine, «terrorismo e pratiche combattenti corrispondono». E, in effetti, ciò che rimaneva dell’estrema sinistra milanese (o della sua frangia estrema) imboccò proprio quel giorno un rapidissimo processo di decomposizione. Anche se «Rosso» continuò le pubblicazioni, trasferendo il baricentro fuori da Milano, la sua funzione di direzione politica venne di fatto superata dall’escalation militarista che inghiottì le vite di molti giovani e giovanissimi, tra cui anche quelle dei protagonisti del folle blitz di via De Amicis. Ferrandi – giudicato, al termine del processo, come l’autore del colpo di pisola che uccise Custra – aderì a Prima linea, formatasi pochi mesi dopo sull’ossatura di «Senza Tregua». Memeo entrò invece nei Proletari Armati per il Comunismo, la piccola formazione armata di cui fece parte anche Cesare Battisti, e in cui si fusero, senza ormai alcun collegamento con prospettive di azione politica, militanti di estrema sinistra e componenti della micro-criminalità. Colombo, De Silvestri e Barbone - insieme all’ex brigatista rosso Corrado Alunni e ad altri – diedero vita invece alle Formazioni comuniste combattenti, ma Barbone avrebbe proseguito la propria attività con la fondazione della Brigata 28 ottobre, la cui principale azione criminale fu l’assassinio di Walter Tobagi, il 28 maggio 1980. Ma, più in generale, l’immaginario fissato nella foto di via De Amicis divenne lo specchio in cui quei giovani potevano ritrovare i contorni di una nuova identità, ri-definendo se stessi come guerriglieri nichilisti. A partire da quel momento – per effetto anche della straordinaria e terribile forza suggestiva dello scatto di Pedrizzetti – quei militanti videro se stessi, sempre di più, come gli sparatori del cinema poliziesco. E finirono forse per pensare a se stessi come a un nuovo «mucchio selvaggio». Tanto da gettare il loro futuro sul piatto di una partita fatale.

Damiano Palano

Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura di Sergio Bianchi, Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00.