sabato 30 settembre 2017

I fantasmi di Weimar sulla Germania di oggi




di Damiano Palano

Questa nota sulle elezioni tedesche è uscita sul "Giornale di Brescia" venerdì 29 settembre 2017.


Il risultato ottenuto da Alternative für Deutschland nelle elezioni tedesche ha comprensibilmente destato più di qualche allarme. Il ritorno sulla scena politica di una formazione di destra radicale dopo molti anni richiama inevitabilmente alla mente gli spettri del passato. E il fatto che i deputati di Afd occuperanno quasi un quinto dei seggi del Bundestag non può essere certo trascurato. Ma, al di là di questi aspetti, i risultati delle elezioni tedesche fanno emergere soprattutto una serie di tendenze importanti. Innanzitutto, confermano l’erosione dei consensi ai partiti tradizionali, un dato particolarmente rilevante in un paese come la Germania, in cui i grandi partiti di massa hanno a lungo dimostrato una notevole capacità di resistere ai mutamenti sociali e politici. Non si tratta comunque solo di una dinamica innescata dalla crisi economica o dai flussi migratori. A partire dagli anni Novanta il numero di elettori fluttuanti anche in Germania è infatti progressivamente cresciuto, proprio a danno delle forze tradizionali. Se ancora nel 1998 i due partici storici, Cdu/Csu e Spd, si spartivano più del 75% dei suffragi, oggi quella percentuale si è ridotta a poco più del 50%. Una seconda tendenza è rappresentata inoltre dalla spinta alla polarizzazione. In altre parole, gli elettori sembrano guardare sempre meno alle forze ‘moderate’, collocate al centro dello spazio politico, e tendono invece a spostarsi verso le ali estreme.

Un terzo aspetto su cui attirare l’attenzione riguarda infine l’assetto complessivo del sistema partitico tedesco, che con le elezioni di domenica ha smarrito alcune delle sue caratteristiche distintive. Tanto che la sua fisionomia appare oggi un po’ più simile a quella che contrassegnava la Germania di Weimar. Il sistema elettorale proporzionale, corretto da una significativa soglia di sbarramento, aveva infatti consentito a lungo di limitare il numero dei partiti. E una serie di interventi del Tribunale costituzionale aveva contribuito allo stesso risultato, decretando lo scioglimento di alcune formazioni estremiste. Per effetto di questi vincoli, la competizione si svolse per circa quattro decenni principalmente tra Cdu/Csu e Spd, con il piccolo partito liberale a svolgere una funzione di ago della bilancia. L’ingresso in parlamento dei Verdi e poi la riunificazione tedesca iniziarono invece a modificare il quadro. E le elezioni di domenica hanno sancito la transizione a un nuovo assetto. Il fatto che al Bundestag siano ora presenti ben sei partiti (Cdu/Csu, Spd, Afd, i liberali di Fdp, i Verdi e la sinistra radicale) non configura semplicemente un aumento del numero dei protagonisti. Ma innesca probabilmente una nuova dinamica. Utilizzando le vecchie categorie di Giovanni Sartori, il pluripartitismo tedesco cessa di essere “limitato” e “moderato” per diventare “estremo” e soprattutto “polarizzato”. Un sistema contrassegnato cioè da un elevato numero di partiti, dalla presenza di formazioni “anti-sistema” (o percepite come tali), da un’elevata distanza ideologica tra gli attori, e soprattutto – proprio come la vecchia Repubblica di Weimar - caratterizzato da una spinta centrifuga. Perché le ali estreme, escluse da qualsiasi possibile maggioranza, tenderanno probabilmente a radicalizzare la loro propaganda, erodendo sempre di più le dimensioni del ‘centro’.

È ancora presto per capire se il ridimensionamento delle forze moderate sia un dato congiunturale o qualcosa di più. Ma è probabile che nei prossimi anni la polarizzazione, nelle sue diverse componenti, sia destinata a crescere in tutte le democrazie occidentali. Non solo per gli effetti della crisi economica, per il risentimento che cova nelle classi medie occidentali e per la percezione di insicurezza che domina nell’opinione pubblica. Ma anche per le caratteristiche del nuovo contesto comunicativo in cui operano gli attori politici. Oggi molti cittadini traggono infatti le loro informazioni da un medium ‘personalizzato’ come internet, e non più da un medium generalista come la tv. E anche un simile mutamento è destinato a favorire la crescente polarizzazione. Gli elettori di domani (ma forse lo sono già oggi) non saranno più il “pubblico” relativamente compatto e omogeneo del medesimo spettacolo politico, ma potrebbero frammentarsi in una miriade di segmenti autoreferenziali e sempre più ‘polarizzati’. Il nuovo contesto potrebbe allora aprire ulteriori spazi di manovra alle forze che si presentano come “sfidanti” dell’establishment. E persino la Germania potrebbe correre il rischio di imboccare ancora una volta la strada per Weimar.


Damiano Palano

giovedì 21 settembre 2017

E Boldrini mise lo sprint al cane a sei zampe. Una biografia di Marcello Boldrini, dall'accademia all'Eni di Enrico Mattei


di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Maurizio Romano, Cultura e petrolio, Marcello Boldrini dall'Università Cattolica ai vertici dell'Eni, è apparsa su "Avvenire" del 26 luglio 2017. 

Nella primavera del 1948, mentre si trovava nel suo appartamento milanese, il professor Marcello Boldrini, docente di Statistica all’Università Cattolica, ricevette una telefonata inattesa. Alzata la cornetta, sentì una voce conosciuta che gli diceva: «Sei stato appena nominato presidente dell’Agip». A quella notizia Boldrini replicò: «Cosa ne so io dell’Agip? Sono uno studioso…». All’altro capo del filo era naturalmente Enrico Mattei, da tre anni commissario straordinario dell’Agip, che invitò il professore ad andare a trovarlo a Roma, riattaccando senza dare troppe spiegazioni. Anche per questo Boldrini rimase persuaso – come disse alla moglie – che si sarebbe trattato solo di «una questione di mesi». In realtà le cose sarebbero andate diversamente, perché l’impegno ai vertici dell’industria pubblica si sarebbe protratto molto più a lungo. Qualche anno dopo, nel 1953, sarebbe stato infatti chiamato alla vicepresidenza dell’Eni, di cui nel 1962, all’indomani della morte di Mattei, avrebbe anche assunto la presidenza.
Della figura di Boldrini (1890-1969) è stato spesso ricordato soprattutto il contributo alla formazione culturale di Mattei, ma mancava una completa ricostruzione del suo percorso. Uno strumento prezioso in questa direzione giunge ora dal volume dello storico Maurizio Romano, Cultura e petrolio. Marcello Boldrini dall’Università Cattolica ai vertici dell’Eni (Il Mulino, pp. 373, euro 30.00), che segue puntualmente le diverse tappe di una carriera articolata. Nato nelle Marche, a Matelica, Boldrini, dopo essersi diplomato in Ragioneria a Perugia, si iscrisse nel 1908 all’Università Bocconi, dove iniziò a maturare un interesse soprattutto per la statistica demografica ed economica. Per perfezionarsi in questo ambito, dopo la laurea si trasferì a Padova, dove Corrado Gini a partire dal 1913 aveva creato un centro di studi statistici all’avanguardia. Al termine della Grande guerra Boldrini continuò a collaborare con Gini ed ebbe anche un’importante esperienza presso il Segretariato della Società delle Nazioni. Ma il giovane studioso di Matelica doveva presto tornare a Milano, dove nel 1921 era nata l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo avere ottenuto la libera docenza, nel 1922 Boldrini giunse infatti nell’Ateneo milanese come professore straordinario di Statistica e Demografia, e nello stesso anno – grazie al sostegno del rettore Agostino Gemelli – fondò un Laboratorio di Statistica di cui sarebbe rimasto direttore per circa trent’anni. Fu inoltre preside della Facoltà di Scienze politiche, dal 1935 al 1947, e in seguito della neonata Facoltà di Economia e commercio, prima di trasferirsi nel 1955 a Roma, dove ricoprì la cattedra che era stata di Gini.
Nella sua attività di ricerca Boldrini si occupò soprattutto di questioni demografiche, concentrandosi in particolare sullo studio delle cause del declino della natalità e intervenendo anche nel delicato dibattito sull’«eugenica». Dopo la conquista dell’Etiopia e a seguito del progressivo avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler, l’indagine demografica doveva però diventare sempre più problematica, per l’infiltrazione di pesanti distorsioni ideologiche e il rischio di intimidazioni politiche. All’interno dell’Ateneo di piazza Sant’Ambrogio e nella Facoltà di Scienze politiche Boldrini divenne comunque un punto di riferimento per un gruppo di studiosi – come Amintore Fanfani, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni – destinati a giocare un ruolo di primo piano nella stagione repubblicana e nella futura Democrazia cristiana. 
E già negli ultimi anni di guerra svolse un ruolo determinante nel far entrare in contatto con questi ambienti l’amico e conterraneo Mattei, che in effetti nel 1943 divenne comandante delle formazioni partigiane democristiane e che, anche per le grandi capacità organizzative dimostrate, fu nominato nel 1945 commissario straordinario dell’Agip.
Nel giugno 1948, quando Boldrini divenne presidente, l’Agip era ancora una piccola società dal futuro totalmente incerto. Nel 1969, al momento della morte del professore di Matelica, l’Eni era invece ormai un vero e proprio impero economico, spesso al centro di polemiche e critiche anche feroci. Come mostra Romano, lo statistico che Mattei volle alla guida dell’azienda del cane a sei zampe fu un attore non marginale di quel successo. Convinto assertore della centralità dell’impresa pubblica nel processo di sviluppo economico, sostenne sul piano intellettuale la battaglia contro chi vedeva nel «monopolio» dell’Eni una lesione della libertà d’impresa. Ma grazie alle sue competenze e alla sua autorevolezza promosse anche una costante collaborazione tra mondo della ricerca e mondo dell’impresa pubblica, in una prospettiva che guardava ben oltre i confini nazionali. E, al di là di ogni bilancio sul ruolo e l’operato dell’Eni nello sviluppo italiano, proprio questi elementi – come scrive Lorenzo Ornaghi nelle pagine introduttive al volume – rendono Boldrini l’esempio di una classe dirigente portatrice di un’ampia «visione culturale» e al tempo stesso capace di tradurre la tensione ideale in azione concreta.   


Damiano Palano

domenica 17 settembre 2017

Quel terrorista di un ingegnere. Un libro di Gambetta ed Hertog sui legami tra terrorismo e istruzione tecnica




di Damiano Palano

Questa recensione a D. Gambetta e S. Hertog, Ingegneri della jihad. I sorprendenti legami tra istruzione ed estremismo (Università Bocconi Editore, Milano, 2017), è uscita su «Avvenire», con il titolo Il Jihad degli ingegneri, il 21 luglio 2017.

In seguito agli attentati anarchici che sconvolsero l’Europa sul finire dell’Ottocento, medici, psicologi e scienziati sociali iniziarono a indagare la «mente del terrorista», alla ricerca di anomalie psichiche capaci di portare alla luce le radici della violenza. Attraversando più di un secolo di storia, quella ricerca giunge sino a noi. Ma i risultati non sono a tutt’oggi particolarmente significativi. Molti studiosi ritengono anzi che i terroristi siano «persone normali» e che le spiegazioni non vadano ricercate a livello piscologico ma nel contesto sociale o nelle dinamiche economiche. In una direzione opposta si muove invece la ricerca di Diego Gambetta e Steffen Hertog, Ingegneri della jihad. I sorprendenti legami tra istruzione ed estremismo (Università Bocconi Editore, pp. 231, euro 21.90), che sviluppa una spiegazione quantomeno suggestiva. Il punto di partenza dell’indagine è la consistente presenza di laureati in ingegneria tra i membri dei gruppi islamici radicali attivi nei paesi musulmani a partire dagli anni Settanta. Se in questi paesi i laureati in ingegneria rappresentano l’11,6% degli studenti di sesso maschile, nel campione di membri di organizzazioni radicali islamiste considerato da Gambetta ed Hertog essi rappresentano invece il 44,9% di chi ha compiuto studi superiori, mentre risultano quasi assenti i laureati in materie umanistiche e scienze sociali. Naturalmente una simile predisposizione degli ingegneri alla violenza politica potrebbe dipendere dalla «deprivazione relativa» e dalle ambizioni frustrate di questo gruppo professionale, che in effetti a partire dagli anni Settanta è stato una delle principali vittime del fallimento delle politiche di industrializzazione. Ma questa spiegazione non soddisfa i due studiosi per diversi motivi. E uno di questi è che gli ingegneri sono sovra-rappresentati anche tra gli jihadisti occidentali (tra cui il livello di istruzione è peraltro mediamente più basso).
Gambetta e Hertog naturalmente non intendono sostenere che il tipo di disciplina studiata favorisca o meno l’ingresso in un’organizzazione estremista, né, com’è ovvio, che in ogni ingegnere si annidi un potenziale terrorista. La tesi è invece che le caratteristiche psicologiche che inducono a scegliere studi di ingegneria (o comunque materie scientifiche) siano le medesime che possono spingere ad aderire a organizzazioni estremiste. Ma Gambetta ed Hertog non si fermano qui. Ritengono infatti che «tipi» diversi di persone – ossia con tratti psicologici differenti – siano attratti da tipi diversi di estremismo. In sostanza, alcuni tratti emotivi e cognitivi – come la propensione al disgusto, il «bisogno di chiusura cognitiva», l’impulso a stabilire rigide demarcazione tra i membri del proprio gruppo e gli altri, la tendenza al «semplicismo» - spingerebbero sia verso l’estremismo di destra, sia verso l’islamismo radicale. Proprio questi tratti sono presenti, in misura particolarmente rilevante, tra gli studenti di ingegneria e di materie scientifiche. E questo spiegherebbe dunque perché gli ingegneri sono più presenti tra gli estremisti islamici e di destra, mentre i laureati e gli studenti di materie umanistiche e di scienze sociali sono sovra-rappresentati tra le formazioni estremiste di sinistra.
I risultati di Gambetta ed Hertog non possono essere certo liquidati sbrigativamente. E la stessa ipotesi secondo cui alcuni tratti cognitivi ed emotivi spingerebbero verso l’estremismo va considerata molto seriamente, se non altro perché molte ricerche stanno portando alla luce le radici psicologiche degli orientamenti politici. Ma è anche ovvio che si tratta di un terreno accidentato, nel quale è facile inciampare in distorsioni e semplificazioni. Uno dei problemi della ricerca di Gambetta ed Hertog riguarda per esempio l’affinità tra estremismo di destra e jihadismo, argomentata in modo piuttosto aneddotico e impressionistico. I casi di organizzazioni che Gambetta ed Hertog utilizzano per controllare le loro ipotesi sono inoltre davvero poco omogenei. Ma il punto maggiormente critico riguarda il ruolo delle ideologie. I due studiosi sembrano infatti ritenere che le ideologie siano costrutti monolitici, coerenti e costanti nel corso del tempo. Ma le cose sono in realtà molto diverse. La stessa distinzione tra «destra» e «sinistra» non ha un ‘contenuto’ ideologico davvero immutabile, perché si tratta in gran parte di una distinzione ‘relazionale’, che acquista cioè significati diversi a seconda delle varie stagioni storiche e dei contendenti in campo. E quando sostengono che determinati tratti di personalità spingono verso l’estremismo di «destra» o di «sinistra», Gambetta ed Hertog rischiano allora di cadere in un determinismo psicologico che finisce col dimenticare la complessità della politica e della cultura.

Damiano Palano



giovedì 14 settembre 2017

Il rischio della democrazia senza popolo. Una nota di Francesco Marchianò





di Francesco Marchianò

Questa nota dedicata a "Populismo" di Damiano Palano è apparsa su "Huffington Post" l'8 agosto 2017

Si fa presto a dire populismo. Il termine riempie da anni il dibattito pubblico anche se, spesso, viene adoperato con molta disinvoltura, forse perché soffre di una sorta di maledizione ogni qual volta si prova a definirlo. Ciò è dovuto al fatto che col tempo si è ampliato a dismisura l'insieme di fenomeni, contesti e attori ai quali ci si è riferiti con questo termine. Nonostante i molti e apprezzabili tentativi compiuti dagli studiosi per sciogliere l'enigma, il populismo pare soffrire ancora di quello che mezzo secolo fa, Isaiah Berlin definì "complesso di cenerentola", ossia l'esistenza di un principe azzurro (lo studioso) che ha in mano una scarpa (il concetto di populismo) ed è alla ricerca del piede al quale questa scarpa calzi a pennello (il populismo vero e proprio).
Per avere un quadro generale, si pensi che dentro al populismo ci sono finiti leader e partiti di estrema destra e di estrema sinistra; conservatori quanto laburisti (sia la Thatcher che Blair, per esempio); regimi autoritari sudamericani e paesi postcomunisti che transitavano alla democrazia; liberisti e antiliberisti; nazionalisti e secessionisti. A ciò si aggiunga la tendenza a utilizzare il populismo non in termini descrittivi ma polemici, mirati a criticare attori e fenomeni politici.
Un volume fresco di stampa, Populismo (Editrice Bibliografica) di Damiano Palano, ordinario di filosofia politica alla Cattolica di Milano, ci aiuta a capire meglio l'evoluzione di questo concetto. Il testo offre una mappatura storico-concettuale precisa ed esaustiva che, per l'impostazione seguita, si offre come uno strumento molto utile per addetti ai lavori e non. A cominciare dalla scelta di Palano di dedicare molto spazio alle esperienze storiche nelle quali risiede l'origine del populismo; un'operazione non scontata poiché, talvolta, la fretta di stare sul pezzo ha indotto alcuni a non dare sufficiente spazio a questo aspetto.
L'autore, invece, ci riporta molto bene alle origini del populismo che nacque sul finire dell'Ottocento, quasi simultaneamente, nella Russia zarista e negli Stati Uniti, i due paesi che da lì a qualche decennio avrebbero dominato lo scacchiere globale. In questi due contesti, come ben spiegato nel volume, si svilupparono, pur con tutte le differenze del caso, due movimenti che si dicevano populisti. In Russia, il movimento chiamato narodnicestvo (da narod, cioè popolo), si oppose al potere degli zar in nome di una visione romantica con forti venature slavofile che puntava all'emancipazione dei contadini, ritenuti un soggetto rivoluzionario. Negli Stati Uniti, dopo la Guerra di secessione, prese avvio un movimento di protesta di larghe fasce rurali, specialmente negli Stati meridionali e centrali, che si ritenevano molto danneggiati dal riassetto economico del grande capitale economico e finanziario. Washington e la classe politica divennero il bersaglio della polemica poiché ritenuti un'élite corrotta al servizio dei poteri forti. Entrambe queste esperienze erano accomunate da una visione romantica e, in parte, antimoderna, da un forte connotazione rurale e dall'assenza di leader personali.
Il capo populista comparirà qualche decennio dopo, in America Latina, in alcuni regimi autoritari. Tra i casi più importanti ci sono quello di Vargas in Brasile, di Lázaro Cárdenas in Messico e, in modo particolare, quello di Juan Domingo Perón in Argentina, probabilmente quello che per anni è stato il populismo per antonomasia, sebbene l'etichetta populista sia stata utilizzata a posteriori dagli studiosi. Questi populismi erano caratterizzati oltre che da una forte personalizzazione, dalla capacità di essere riusciti a integrare le masse povere ed escluse dentro le istituzioni, come intuito tra i primi dal sociologo argentino di origini italiane Gino Germani.
In seguito, il volume si concentra sul nuovo populismo, quello più recente, che inizialmente ha avuto una spinta dal Nord Europa con il successo di partiti e movimenti caratterizzati da una critica al fisco, alla burocrazia, al professionismo politico, alla politica organizzata, con una connotazione xenofoba e con valori tipici dell'estrema destra. Talvolta presentatisi come partiti nazionali, come il Front National in Francia o il Partito liberale in Austria, talvolta in chiave secessionista, come i partiti fiamminghi in Belgio e la prima Lega Nord in Italia, i populisti europei hanno in comune la critica agli Stati nazionali, alle banche e all'Europa, ma non propongono soluzioni rivoluzionarie. Vorrebbero meno Stato, ma non meno mercato, tant'è che nella maggior parte dei casi sono fautori del neoliberismo.
Completata la ricognizione storica, Palano passa in rassegna i tentativi compiuti per definire il populismo. I più ambiziosi in questa direzione hanno cercato di definire il populismo come una vera e propria ideologia, caratterizzata da una visione dicotomica della società dove al popolo puro, depositario delle virtù, si oppongono le élite corrotte, che minano gli interessi e l'unità del popolo. Il popolo viene visto come non diviso da conflitti, non attraversato da interessi opposti, ma come un mito di purezza incontaminata.
Molti altri studiosi hanno abbandonato questa strada, rinunciando a vedere il populismo come ideologia, preferendo solo stilare una tipologia delle sue manifestazioni. Tra questi, i contributi più importanti sono l'imprescindibile Populism, di Margaret Canovan, purtroppo mai tradotto, e più di recente i saggi del francese Taguieff. Per loro il populismo è uno stile accomunato dal richiamo costante al popolo cui si fa appello come fonte di legittimazione del proprio agire.
In mezzo a questi studiosi, si inseriscono quanti hanno definito il populismo come una mentalità, una forma mentis, cioè "una predisposizione psicologica verso una determinata interpretazione della realtà politica". La mentalità è un concetto nato per distinguere la visione politica degli autoritarismi da quella dei totalitarismi ed è un gradino sotto l'ideologia rispetto alla quale si presenta come meno sistemica.
Un caso a parte è la concezione del populismo come discorso, coniato da Ernesto Laclau e negli ultimi anni assunto come paradigma da alcune nuove formazioni di sinistra. Ragionando in chiave post-marxista, Laclau ha concepito i conflitti sociali più come identitari che non economici. Per questo, il populismo vorrebbe dire costruire popolo, ossia riuscire a politicizzare un tema, quale che sia, a renderlo conflittuale, a mobilitare le persone su esso e a creare consenso. In questo senso, lungi dall'essere un problema, il populismo è un obiettivo, una delle chiavi del successo, specialmente per la sinistra.
Al di là delle posizioni, come ricorda in chiusura Palano, il grande mutamento delle culture politiche che sta attraversando l'Europa è amplificato dalla sfida lanciata dei populisti. Il popolo, infatti, è uno dei concetti base della democrazia e le sue fiammate populiste devono essere lette come un segnale di malfunzionamento democratico al quale porre rimedio. Alcuni anni fa il filosofo Mario Tronti aveva sostenuto che il populismo compare quando non c'è il popolo; a conclusione del volume, Palano teme il rischio che gli eccessi di una sfida al populismo potrebbero portare al paradosso di una democrazia senza popolo. In una parola: la sfida al populismo, fatta "contro il popolo", potrebbe produrre ancora più populismo.

Francesco Marchianò

martedì 12 settembre 2017

"Zombie-Politik". Un dossier sui morti viventi nell'immaginario contemporaneo sull'ultimo numero della "Rivista di Politica". Con articoli di Luca Barra, Dom Holdaway, Andrea Locatelli, Damiano Palano, Massimo Scaglioni




Sul numero 2/2017 della "Rivista di Politica", in uscita in questi giorni, è ospitato un dossier sulla "Zombie-Politik", con articoli di  Luca Barra, Dom Holdaway, Andrea Locatelli, Damiano Palano, Massimo Scaglioni. 
Il dossier nasce da un seminario svolto all'Università Cattolica alcuni mesi fa. Mettendo a confronto mediologi e studiosi di politica, questa riflessione cerca di ricostruire il  ruolo che i "morti viventi" - filiazione di una lunga storia, ma per molti versi "reinventati" dai film di George A. Romero sul finire degli anni Sessanta - hanno nell'immaginario "post-politico" contemporaneo.



Puoi acquistare il fascicolo qui

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Rassegna Stampa


lunedì 11 settembre 2017

Il mondo in disordine. Dieci incontri per leggere la politica globale all'Università Cattolica di Brescia - ottobre 2017-aprile 2018







 Primo incontro
   Mercoledì 11 ottobre 2017 - ore 15.00
  Da Guernica alla guerra civile globale
  
  Introduce Damiano Palano
  Partecipano: Luigi Bonanate (Università di Torino), Antonello Calore (Università degli Studi di Brescia), Francesco Tedeschi (Università Cattolica).

  
   A partire dal volume di L. Bonanate, La vittoria di Gernika, Aragno, Torino, 2017
  
  
   Secondo incontro
   Martedì 24 ottobre 2017 – ore 15.00
  Qual è il posto dell’Italia?
  L’enigma della politica estera italiana (ieri, oggi, domani)

  
  Introduce Damiano Palano
  Partecipano: Emidio Diodato (Università per Stranieri – Perugia), Mario Taccolini (Università Cattolica), Carlo Muzzi («Giornale di Brescia»)

  
   A partire dal volume di E. Diodato – F. Niglia, Italy in International Relations: The Foreign Policy Conundrum, Springer, 2017.
  
  
   Terzo incontro
   Martedì 31 ottobre 2017 – ore 15.00
  Effetto Trump?
   Gli Stati Uniti un anno dopo

  
   Introduce: Damiano Palano
   Partecipano: Gianluca Pastori (Università Cattolica) – Mireno Berrettini (Università Cattolica)

  
   A partire dal volume di Massimo de Leonardis (a cura di), Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento, «Quaderni di Scienze Politiche», n. 12, 2017.
  
  
  
   Quarto incontro
   Mercoledì 8 novembre 2017 – ore 15.00
  L’impero fragile
  Le trasformazioni della geopolitica americana

  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Andrea Locatelli (Università Cattolica), Corrado Stefanachi (Università degli Studi di Milano).

  
   A partire dal volume di C. Stefanachi, America invulnerabile e insicura, Vita e Pensiero, Milano, 2017.
  
  
   Quinto incontro
   Martedì 14 novembre 2017 – ore 15.00
  Quale economia per la pace?
  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Raul Caruso (Università Cattolica) 

   A partire dal volume di R. Caruso, Economia della pace, Il Mulino, Bologna, 2016.
  
  
   Sesto incontro
   Mercoledì 22 novembre 2017 – ore 14.30
  Nazionalismo e religione nell’epoca contemporanea
  
  Introduce: Andrea Plebani
  Partecipano: Paolo Maggiolini (Università Cattolica),
Alessia Melcangi (Università degli Studi di Firenze), Alessandro Quarenghi (Università Cattolica)
  
   A partire dal volume di Paolo Maggiolini - Marco Demichelis (a cura di), The Struggle to Define a Nation. Rethinking Nationalism in the Contemporary Islamic World, Gorgias, 2017
  
  
   Settimo incontro
   Mercoledì 29 novembre 2017 – ore 14.30
  L’ultimo califfato?
  
  Introduce: Andrea Plebani
  Partecipano: Massimiliano Trentin (Università di Bologna), Michele Brunelli (Università Cattolica)

  
   A partire dal volume di Massimiliano Trentin (a cura di), L' ultimo califfato. L'organizzazione dello Stato islamico in Medio Oriente, Il Mulino, 2017
  
  
   Ottavo incontro
   Martedì 27 febbraio 2018 – ore 15.00
  La guerra dell’informazione e il potere della manipolazione
  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Massimiliano Panarari (Luiss – Roma), Gabriele Colleoni («Giornale di Brescia»)

  
   A partire dal volume di M. Panarari, Poteri e Informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930), Le Monnier.
  
  
   Nono incontro
   Martedì 20 marzo 2018 - ore 15.00
  L’Europa e il mondo
  L’Unione europea alla ricerca di una politica di vicinato

 
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Enrico Fassi (Università Cattolica), Andrea Plebani (Università Cattolica)

  
  
   Decimo incontro
   Venerdì 20 aprile 2017 – ore 15.00
  La fine dell’ordine internazionale
  
  
Introduce: Damiano Palano
Partecipano: Vittorio Emanuele Parsi (Università Cattolica - Aseri), Nicola Pasini (Università degli Studi di Milano)

Tutti gli incontri si svolgeranno presso
Università Cattolica del Sacro Cuore
Via Trieste 17
Brescia

Per informazioni sugli incontri scrivere a:

democrazieintensione@gmail.com

Ulteriori informazioni sono disponibili qui



sabato 9 settembre 2017

Le manipolazioni politiche del ‘900 e il dito dello Zio Sam. Un libro di Massimiliano Panarari





di Damiano Palano


Questa recensione al volume di M. Panarari, Poteri e informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930), Le Monnier, Firenze, 2017,  apparsa su «Avvenire» del 11 agosto 2017.

Quando nel 1917 gli Stati Uniti fecero il loro ingresso nella Grande guerra, le città americane furono tappezzate da manifesti che invitavano all’arruolamento. Il più famoso – che davvero tutti ricordano – ritraeva il volto arcigno dello Zio Sam, con il dito puntato verso l’osservatore, sopra una didascalia che recitava: «I want you for U.S. Army». Oggetto in seguito di miriadi di imitazioni, in realtà anche l’affiche dello Zio Sam riprendeva (con una grafica certo più accattivante) un precedente manifesto britannico, commissionato nel 1914 ad Alfred Leete dal Comitato parlamentare per il reclutamento. Nella versione originale a invitare i concittadini a unirsi all’esercito del loro Paese non era ovviamente lo Zio Sam, ma il feldmaresciallo Horatio Herbert Kitchener, allora ministro della guerra e in passato governatore imperiale dell’Egitto, oltre che vincitore della guerra anglo-boera. Ad ogni modo, entrambi quei manifesti erano il frutto di uno sforzo propagandistico senza precedenti. Perché proprio nell’officina della Grande guerra divenne chiaro che la comunicazione era ormai un’arma indispensabile, da gestire con tecniche e logiche molto simili a quelle dell’industria moderna.

Una ricostruzione delle linee principali di questa trasformazione è offerta dal volume di Massimiliano Panarari, Poteri e informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930) (Le Monnier, pp. 157, euro 14.00), che segue in parallelo la riflessione degli studiosi sugli effetti dei flussi informativi e le innovazioni adottate nel mondo politico. Panarari mostra in particolare che anche in Italia la Grande guerra rappresentò un momento di svolta. All’indomani dell’entrata in guerra, Salvatore Barzilai, presidente dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana, si pose subito al servizio del governo e fu in effetti nominato ministro da Salandra nel luglio 1915. Ma una svolta organizzativa si ebbe soprattutto dopo la tragedia di Caporetto, che portò alla costituzione del «Servizio P», la Commissione centrale per la propaganda verso il nemico (che vide coinvolti per esempio Giuseppe Prezzolini, Alfredo Rocco, Gaetano Salvemini e Pietro Calamandrei). Grazie al supporto di una legislazione restrittiva, i giornali furono inoltre sottoposti a severi controlli, miranti a garantire la sicurezza dello Stato. Particolare attenzione venne rivolta alle illustrazioni e alle fotografie di argomento militare, che potevano essere pubblicate solo a seguito di autorizzazione. In generale la stampa bellicista pubblicò però soprattutto fotografie fornite dalla stampa estera, che ritraevano le devastazioni e gli scenari di guerra. La morte dei soldati italiani non ebbe invece alcuna rappresentazione fotografia, per evitare la destabilizzazione che quelle immagini avrebbero provocato sulle famiglie. La rappresentazione del fronte fu piuttosto affidata alle tavole di Achille Beltrame, che ritraevano la guerra come un romantico scontro tra eroismi. E la gran parte degli italiani continuò così a pensare che il conflitto assomigliasse a una «tenzone cavalleresca», che nulla aveva a che fare con la «guerra totale» che si combatteva nelle trincee. Al tempo stesso, furono introdotti strumenti di propaganda tra i soldati, con la produzione di «giornali di trincea», come «Il Grappa» o «La Ghirba» (ideata da Ardengo Soffici). E furono diffusi veri e propri breviari per una propaganda efficace tra gli ufficiali addetti alla «sponsorizzazione» dello sforzo bellico presso i reparti impegnati al fronte.

La fabbrica della propaganda muoveva allora solo i primi passi. Ma si comprese subito che l’esperienza della guerra non sarebbe stata solo una parentesi. La prova che diede nel conflitto lo straordinario apparato propagandistico statunitense contribuì anzi a innescare la marcia verso l’«americanizzazione» della comunicazione anche in Europa. E così, se il 1914, come voleva Hobsbawm, segnò l’ingresso nel «secolo breve» delle ideologie, sancì anche la nascita di quella propaganda moderna a cui avrebbero attinto anche i regimi autoritari e totalitari del Novecento. E forse non fu allora un caso se George Orwell, quando modellò la sagoma del dittatore di Oceania, il Grande fratello di 1984, tornò proprio a quel vecchio manifesto per il reclutamento del 1914. E al dito puntato con cui il feldmaresciallo Kitchener invitava i cittadini britannici a entrare nell’esercito di Sua Maestà.

Damiano Palano


venerdì 1 settembre 2017

“Gli Incontri di Monteripido” - III Edizione - Perugia, 6-8 settembre 2017  




Il 6-7-8 settembre 2017 si svolgerà a Perugia, presso il Convento francescano di Monteripido la III edizione degli Incontri di Monteripido, organizzati da "Rivista di Politica", "Storia del pensiero politico" e Istituto di Politica.



                                               

MERCOLEDÌ 6 SETTEMBRE

SEZIONE DI SCIENZA POLITICA

Coordinatore: Alessandro Campi





Ore 9.00

PER FARLA FINITA COL POPULISMO

I nuovi radicalismi in Europa



Introduzione:

Alessandro Campi (Università di Perugia)



Relazioni:

Maurizio Serio (Università “Guglielmo Marconi”, Roma), Serve ancora il populismo?

Manuel Anselmi (Università di Perugia), Democrazia e populismi in Sud America

Lorenzo Viviani (Università di Pisa), Democrazia e populismi in Europa

Marco Damiani (Università di Perugia), I populismi della sinistra europea

Mattia Diletti (Università di Roma “La Sapienza”), Il governo populista di Roma



Discussant:

Giovanni Barbieri (Università di Perugia)




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MERCOLEDÌ 6 SETTEMBRE

SEZIONE DI TEORIA POLITICA

Coordinatori: Damiano Palano, Giulio De Ligio



Ore 15.00

DEMOCRAZIA E RI-DEFINIZIONI

Nuovi concetti, nuove sfide



Relazioni:

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano), Mondi democratici. Appunti per un esistenzialismo politico

Francesco Tuccari (Università di Torino, Contro la democrazia diretta

Giulio De Ligio (Science Po, Parigi), Le questioni assenti nelle tipologie democratiche

Dario Caroniti (Università di Messina): La teoria di Voegelin della rappresentanza esistenziale e la crisi della democrazia contemporanea.





Ore 18.00

COME PENSARE (E STUDIARE) OGGI LA POLITICA?

Cosa è scientifico secondo l’Anvur, cosa è scientifico secondo il buon senso,

cos’è scientifico secondo la storia



Tavola rotonda con interventi di:

Alessandro Campi (Università di Perugia)

Daniela Coli (Università di Firenze)

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano)

Francesco Tuccari (Università di Torino)





GIOVEDÌ 7 SETTEMBRE

SEZIONE DI POLITICA INTERNAZIONALE

Coordinatori: Valter Coralluzzo, Emidio Diodato



Ore 9.00

GEOPOLITICA DEL MEDITERRANEO



Introduzione:

Valter Coralluzzo (Università di Torino)



Interventi:

Rosita Di Peri (Università di Torino), La narrativa del settarismo nell'analisi delle relazioni medio-orientali

Loretta Dell’Aguzzo (Università di Firenze), Le relazioni Stato-Società e i processi di democratizzazione in Egitto e Tunisia

Anna Baldinetti (Università di Perugia), Il dibattito costituzionale e le fratture della società civile in Libia

Federico Donelli (Università di Genova), Turchia: le complesse interazioni tra politica estera e politica interna

Corrado Corradi (Esercito Italiano), L’Islam e la geopolitica del Mediterraneo



Ore 11.30

L’AMERICA DI TRUMP



Introduzione:

Emidio Diodato (Università per Stranieri, Perugia)



Interventi:

Giovanni Borgognone (Università di Torino), La presidenza Trump tra conservatorismo e populismo

Patricia Chiantera (Università di Bari), Paura dell’alt-right e spettri del populismo: ipotesi sulla geopolitica della presidenza Trump

Valter Coralluzzo (Università di Torino), La visione di politica estera di Trump: un ritorno al realismo?

Corrado Stefanachi (Università di Milano), Trump: crisi o trasformazione dell'internazionalismo americano?





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GIOVEDÌ 7 SETTEMBRE

WORK IN PROGRESS.

Progetti di ricerca, proposte teoriche, percorsi di approfondimento



Ore 15.00



Leonardo Allodi (Università di Bologna): Una rilettura di Werner Sombart

Federico Trocini (Università di Torino), ‘Il Borghese’ di Werner Sombart: un classico dimenticato?

Lorenzo Zambernardi (Università di Bologna): Lo strano paradosso del potere militare

Corrado Ocone (Fondazione Luigi Einaudi di Roma), Il rapporto fra teoria e prassi nel pensiero di Michael Oakeshott

Silvio Berardi (Università Niccolò Cusano, Roma), Cultura positivista e fascismo: un dialogo possibile?

Christian Savés (ENA, Parigi), Raymond Aron e la scienza del politico

Andrea Frangioni (Camera dei Deputati., Roma), I “presupposti taciti" del liberalismo: spunti da una ricerca su Francesco Ruffini

Daniele Stasi (Università di Rzeszow, Polonia): La concezione "dell'egoismo nazionale" di Zygmunt Balicki (1858-1916)







VENERDÌ 8 SETTEMBRE

SEZIONE DI STORIA E SCIENZE UMANE

Coordinatore: Chiara Moroni



Ore 9.00

SULLA PUBLIC HISTORY.

Fonti, metodo, obiettivi



Introduzione:

Chiara Moroni (Università della Tuscia, Viterbo)



Relazioni:

Giovanni Fiorentino (Università della Tuscia, Viterbo), La complessità di una sfida. Immagini (fotografiche) e Public History

Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia, Viterbo), "Non solo uso pubblico della storia": verso una Public History italiana



Discussant:

Giovanni Belardelli (Università di Perugia)

Michele Marchi (Università di Bologna)



Ore 11.30

WORK IN PROGRESS /2

Progetti di ricerca, proposte teoriche, percorsi di approfondimento



Alessandro Campi (Università di Perugia): Cinquecento anni di iconografia machiavelliana

Giuseppe Sciara (Università di Genova): Machiavelli in Francia dalla Rivoluzione al Quarantotto

Luigi Cimmino (Università di Perugia): Miti fondativi, politica, azione. Un percorso argomentativo

Francesco Ingravalle (Università del Piemonte Orientale): Il governo del mondo prima della globalizzazione

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli): Alfieri politico. La political culture italiana allo specchio tra Otto e Novecento

Chiara Moroni (Università della Tuscia, Viterbo), Comunicazione politica tra narrazioni e contro-narrazioni: analisi dei casi italiani

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VENERDÌ 8 SETTEMBRE

SEZIONE DI STORIA POLITICA E STORIA DEL PENSIERO POLITICO-GIURIDICO

Coordinatori: Stefano De Luca e Francesco Tuccari



Ore 15.00

RAPPRESENTARE E GOVERNARE



Introduzione:

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli), Sistemi elettorali e sistemi-paese: una prospettiva storica



Relazioni di:

● Claudio Martinelli (Università di Milano-Bicocca), Dai referendum Segni alle sentenze della Corte Costituzionale. Un bilancio storico-giuridico.

● Eugenio Capozzi (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli), Il decennio maggioritario nell’Italia repubblicana (1994-2005). Un bilancio storico-politico

● Luigi Di Gregorio (Università della Tuscia), Social trends, democrazia istantanea e prospettive di riforma elettorale.

● Francesco Clementi (Università Perugia), Oltre un ventennio di legislazione elettorale: fra il già e il non ancora



Discussant:

Giuseppe Sciara (Università di Torino)

Maurizio Griffo (Università di Napoli “Federico II”)

Stefano Quirico (Università del Piemonte Orientale)






COME RAGGIUNGERE MONTERIPIDO



In auto

Da Firenze o Roma uscita Perugia-Prepo dalla E45, seguire la strada (obbligo di svolta a Dx al bivio); al secondo bivio a Sx su via Campo di Marte, poi diritti (seguire via Angeloni e via D’Andreotto), al bivio seguire le indicazioni per Monteripido (direzione Porta Sant’Angelo, fuori le mura).

Da Ravenna o Foligno uscita Ponte Felcino dalla E45, proseguire sempre dritti, per 5 km direzione Perugia, superare Ponte Rio e continuare a salire, prendere la prima strada a destra verso Porta S. Angelo-Monteripido.







In treno

Tratte regionali: Ferrovia Centrale Umbra (FCU) e Trenitalia

Dalla Stazione di Perugia-Fontivegge:

Bus linea C fino alla fermata “Piazza Università”, successivamente a piedi, proseguendo per via Faina (15 min.) p con il bus linea 23.

Bus linea B o O o TS fino a “Porta Conca”, poi a piedi per via Maribelli e via Fuori le Mura (20 min.)

Serivizio Taxi: 10-15 euro circa (opzione consigliata).







CONTATTI



Via Monteripido, 8 – 06125 Perugia (PG)

Telefono: +39 075.42210


Web: casamonteripido.it



Per contatti urgenti e informazioni logistiche: 339.5325239







COMITATO ORGANIZZATORE:



Alessandro Campi (Università di Perugia)

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano)

Francesco Tuccari (Università di Torino)