mercoledì 13 novembre 2019

Le Relazioni Internazionali compiono cento anni. Un convegno all'Aseri, venerdì 15 novembre 2019, con Vittorio Parsi, John Ikenberry, Michael Cox, Joe Grieco, Matthew Evangelista, Andrea Locatelli, Marina Calculli, Enrico Fassi



di Damiano Palano

Questa nota è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 13 novembre 2019. 

Cento anni fa, mentre a Versailles si decideva l’assetto del Vecchio continente, nella cittadina di Aberystwyth, presso lo University College of Wales, veniva istituita la prima cattedra di Politica internazionale. Naturalmente lo studio delle cause della guerra aveva alle spalle una lunga tradizione, che risaliva fino a Tucidide e alla sua classica indagine sui motivi alla base del conflitto tra Atene e Sparta. Ma fino a quel momento non era esistita una disciplina accademica volta allo studio ‘scientifico’ dei rapporti tra gli Stati. E proprio per questo l’istituzione della cattedra di Aberystwyth viene ricordata come l’atto di nascita delle Relazioni Internazionali. Secondo gli auspici del filantropo che aveva finanziato l’iniziativa, i titolari di quella cattedra – intitolata al presidente americano Woodrow Wilson e assegnata inizialmente allo storico Alfred Zimmern – dovevano diventare degli ambasciatori della pace. In realtà le cose presero ben presto un’altra piega. 
Nella cittadina gallese nel 1936 giunse infatti Edward H. Carr, che in quegli anni era intento a gettare le basi di una «scienza politica» dei rapporti tra gli Stati. Si impegnò in una critica severa proprio dell’«idealismo» del presidente Wilson e attaccò come utopistiche le convinzioni che avevano condotto alla nascita della Società delle Nazioni. La principale era che la guerra potesse essere scongiurata con la semplice forza della ragione, con la dimostrazione dell’inutilità economica dei conflitti armati e, dunque, con un’azione persuasiva da esercitare nei confronti dell’opinione pubblica. Lo spietato attacco di Carr fu il momento culminante del cosiddetto «Primo dibattito», la discussione che sancì la divisione degli studiosi in due campi contrapposti: da una parte i «realisti» come Carr, che ritengono che la paura e il conflitto non siano eliminabili dall’arena internazionale; dall’altra, i «liberali», che pensano che le istituzioni internazionali, l’interdipendenza economica e gli scambi culturali possano ridurre la diffidenza e dunque limitare – se non proprio eliminare – il ricorso alle armi da parte degli Stati.
Cento anni dopo la discussione continua. L’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri), diretta da Vittorio Emanuele Parsi, celebra infatti un secolo di vita della disciplina con un convegno sull’ordine internazionale liberale e la sua crisi, al quale intervengono studiosi come Micheal Cox, Matthew Evangelista, John Ikenberry e Joe Grieco. Se nel 1919 il problema era costruire un assetto che evitasse nuovi conflitti, oggi è rispondere al logoramento delle istituzioni internazionali sorte all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ancora una volta emergono visioni pessimiste, che tornano a rappresentare il mondo come una giungla di belve feroci, mentre interpretazioni meno cupe continuano a ritenere che le istituzioni possano comunque ridurre la paura e controllare le ambizioni delle potenze. Certamente il mondo è davvero radicalmente cambiato rispetto a quello di un secolo fa. Il cuore della politica globale non sta più a Versailles, a Londra o Berlino. Ma probabilmente già oggi non è più soltanto a Washington. E quasi certamente il nuovo ordine che prenderà forma sarà per questo molto differente rispetto a quello che abbiamo conosciuto.

Damiano Palano

Venerdì 15 novembre 2019 si svolgerà all'Università Cattolica (sede di Milano) il convegno International Relations at 100: The Liberal World Order and Beyond, organizzato dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri). 
I lavori inizieranno alle 10.30, nella sede di Largo Gemelli 1 (aula Pio XI) e proseguiranno alle 14.30 nella sede dell’Aseri (Via San Vittore 18). 
Tra i partecipanti, oltre a Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Aseri, Micheal Cox, Matthew Evangelista, John Ikenberry, Joe Grieco, Marina Calculli, Enrico Fassi e Andrea Locatelli.

Il programma completo è disponibile qui.





lunedì 4 novembre 2019

Possiamo sopravvivere alla dittatura dei numeri? "Contro i numeri", un libro (davvero da leggere) di Jerry Z. Muller



di Damiano Palano 


Questa recensione al volume di Jerry Z. Muller, Contro i numeri. Perché l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (Luiss University Press, pp. 200, euro 20.00), è apparsa su "Avvenire" del 24 ottobre 2019.  

Tutto cominciò probabilmente con Frederick Winslow Taylor (1856-1915) e il progetto di una «direzione scientifica del lavoro». Naturalmente anche altri prima di lui – per esempio Andrew Ure e Charles Babbage – si erano posti il problema di un’organizzazione razionale della produzione. Ma proprio il «taylorismo» fissò una serie di principi destinati a segnare l’intero Novecento. Rampollo di una ricca famiglia di Filadelfia, Taylor rifiutò di proseguire gli studi ad Harvard e decise di entrare in fabbrica come operaio, dove assunse ben presto incarichi direttivi. Nella sua attività poté mettere a frutto i tratti di una personalità che alcuni biografi hanno definito «ossessivo-coatta» e propria di un «eccentrico nevrotico». Fin da giovanissimo, Taylor aveva infatti contato i propri passi e misurato il tempo impiegato per svolgere varie attività, sempre con l’obiettivo di ottenere una maggiore efficienza. Sfruttando quella che era un’inclinazione per lui naturale, iniziò così a elaborare i principi della «direzione scientifica del lavoro»: in sostanza, per controllare al meglio il lavoro di un operaio, era necessario scomporne le mansioni, riducendole a compiti estremamente semplici, che non comportavano alcuna decisione autonoma e nessuna abilità specifica. L’attività di ideazione e progettazione poteva essere così separata dall’esecuzione, mentre i ritmi del processo di lavoro – una volta che questo era stato ridotto a segmenti elementari – potevano essere agevolmente controllati dalla direzione. E naturalmente coloro che erano più rapidi nello svolgere il loro compito potevano essere premiati con incentivi monetarie.




Il taylorismo segnò davvero la fabbrica del Novecento, tanto che persino Lenin rimase affascinato dalla sua efficienza. Ma a partire dagli anni Settanta, con la ristrutturazione delle grandi aziende soprattutto nel settore metalmeccanico, furono abbandonati molti dei principi formulati da Taylor, che d’altronde erano stati uno dei bersagli privilegiati dei conflitti di fabbrica. Proprio allora il ricorso alle misurazioni fu però mutuato dall’ambito dei servizi pubblici e in particolare da settori come la sanità, l’istruzione, la sicurezza pubblica. E alla fine del secolo la misurazione di parametri si tramutò in una vera e propria ossessione. Un importante antidoto per comprendere le distorsioni che l’utilizzo di simili strumenti innesca è offerto dal volume di Jerry Z. Muller, Contro i numeri. Perché l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (Luiss University Press, pp. 200, euro 20.00). Nel suo libro, il professore di Storia della Catholic University of America riscostruisce le origini intellettuali della mania per la misurazione delle performance, spingendosi a ritroso al 1910, quando negli Stati Uniti venne fondato il Movimento per l’efficienza scolastica, con l’obiettivo di applicare i principi del taylorismo anche alla scuola. Naturalmente in questo caso l’obiettivo era misurare non i ritmi di lavoro, bensì l’efficacia di ciascun insegnante, che poteva essere quantificata dai risultati scolastici ottenuti dagli alunni di ogni docente. Ma fu soprattutto a partire dagli anni Ottanta che l’imperativo della misurazione delle performance iniziò a diventare un mantra insegnato in tutte le Business School. E fu proprio in quel decennio che il New Public Management, nella convinzione di poter far funzionare i servizi pubblici «come le aziende», prese a richiedere che fossero prodotti indicatori di efficienza, in grado di segnalare ai contribuenti quale fosse la ‘produttività’ delle scuole, delle università, degli ospedali verso cui fluivano i finanziamenti pubblici.

Naturalmente l’obiettivo che spinge a misurare le performance di medici, insegnanti e poliziotti – ma anche di molti altri operatori – è quello di garantirne l’efficienza, di eliminare i margini di improduttività, di introdurre una reale «meritocrazia», in grado di premiare i più ‘bravi’ e di punire i meno laboriosi, motivati o capaci. Ma i risultati rimangono molto incerti. L’applicazione di quei criteri ha infatti spesso generato problemi ulteriori e innescato effetti perversi, per molteplici motivi, che Muller enumera puntigliosamente. Innanzitutto, ciò che può essere misurato non sempre si riferisce agli aspetti più importanti. Inoltre, i dati si riferiscono alle risorse impiegate e non ai risultati, mentre la standardizzazione dei dati spesso impedisce la loro contestualizzazione. Infine, la misurazione dei parametri può essere manipolata in vari modi, che comunque allontanano dagli obiettivi di fondo delle singole organizzazioni. Per esempio, medici che non vogliono peggiorare gli indicatori di performance evitano operazioni rischiose e si dedicano solo a quelle facili, ospedali che puntano a non intaccare le performance positive rifiutano pazienti a rischio di decesso, mentre ricercatori che vogliono migliorare gli indici di produttività preferiscono pubblicare articoli con minimi aggiornamenti, piuttosto che impegnarsi in lunghe indagini, destinate a produrre risultati solo dopo molto tempo.

Il libro di Muller non nega ovviamente che i numeri siano importanti e non contesta che i parametri possano aiutare a capire, almeno in alcuni casi, se qualcosa non funziona in un’organizzazione complessa. Ma il punto è che questi numeri non possono sostituire il giudizio personale e devono semmai affiancarlo. Solo la valutazione consapevole di chi conosce effettivamente uno specifico ambito – e sa dunque quale significato assegnare ai numeri – può impedire infatti che l’ossessione si trasformi in un dispotismo controproducente. Per Muller dovremmo dunque «sapere quanto peso dare ai parametri, individuare le loro tipiche distorsioni e riconoscere ciò che non può essere misurato». E dovremmo anche poter decidere che, per giungere a valutazioni meditate, almeno qualche volta è meglio fare a meno dei numeri.



 Damiano Palano

venerdì 1 novembre 2019

Quando il popolo è malato. "Demopatia" di Luigi Di Gregorio


di Damiano Palano 

Questa recensione al volume di Luigi Di Gregorio, Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico (Rubbettino, pp. 314, euro 18.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".



Mentre «la falsità spicca il volo, la verità la insegue zoppicando», diceva Jonathan Swift qualche secolo fa. E dal momento che gli attori politici – come ci ricordano i classici – hanno sempre fatto più meno ricorso alle menzogne, potremmo ridimensionare l’enfasi che molti commentatori hanno riservato alle fake news. O, semmai, potremmo limitarci a osservare che la «post-verità» in fondo è sempre esistita, anche se la si chiamava in un altro modo. Relativizzando la portata delle fake news, rischieremmo però di perdere di vista una serie di mutamenti che rendono le «bufale» di oggi molto più insidiose rispetto a quelle del passato. La novità non sta infatti nell’esistenza di una serie di bias cognitivi, di meccanismi psicologici che ci inducono sempre a ‘distorcere’ la realtà, bensì nel contesto comunicativo in cui attiviamo tali meccanismi. In altre parole, ognuno di noi tende a considerare coloro che appartengono al proprio gruppo migliori rispetto ai membri di altri gruppi, a prendere per buone le prove che dimostrano le proprie convinzioni, o a sovrastimare l’importanza di ciò che impariamo in prima persona. Se non attivassimo in modo automatico questi meccanismi, probabilmente non riusciremmo a reagire in modo adeguato alle sfide ambientali, e dunque si tratta di risorse estremamente preziose. Ma in una società individualizzata e narcisista come quella contemporanea, e in un contesto comunicativo come quello in cui ci troviamo costantemente immersi, le cose cambiano. Perché si crea un corto circuito di cui non possiamo sottovalutare le implicazioni. Nel suo Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico (Rubbettino, pp. 314, euro 18.00), Luigi Di Gregorio fornisce un quadro completo delle tendenze che dovrebbero preoccuparci. E rovescia la logica di molte letture dedicate negli ultimi anni alla «crisi» della democrazia. Se numerosi interpreti attribuiscono le principali responsabilità alla globalizzazione, a élite sempre più autoreferenziali, o all’ascesa della tecnocrazia, Di Gregorio imbocca un’altra strada. Perché il vero responsabile della crisi ai suoi occhi è proprio il «popolo»: quel demos inafferrabile che la democrazia colloca alla base del proprio edificio istituzionale, ma che si è trasformato in un magmatico agglomerato di inguaribili narcisisti. La democrazia è malata, secondo il politologo, proprio perché è malato il demos. E la sua malattia sarebbe una conseguenza delle trasformazioni che ci hanno condotto alla postmodernità: «individualizzazione, perdita di senso sociale, fine delle autorità cognitive, narcisismo, nuove percezioni e concezioni di tempo e spazio, trionfo della sindrome consumistica e della logica totalizzante dell’usa e getta, fine dei luoghi pubblici relazionali e proliferazione dei non luoghi». Il protagonista delle nostre democrazie è così un homo ludens, un individuo volubile, un consumatore compulsivo che aspira a liberarsi da ogni vincolo, che vive la vita come un gioco. E allora il popolo si polverizza in una serie di individualità senza connessioni.

Dato che il quadro è tanto fosco, è comprensibile che Di Gregorio tenda a diffidare delle terapie che vengono spesso indicate come possibili soluzioni alla «demopatìa», dal ricorso a strumenti di democrazia diretta al soccorso della tecnocrazia, dal ritorno alle sovranità nazionali, all’utilizzo del sorteggio per designare i governanti. Ma non rinuncia a indicare una strada. Più che limitarsi a contrapporre i dati di realtà alle fake news, e più che confidare nella razionalità degli elettori, per Di Gregorio dovremmo invece lavorare sugli immaginari e sulla costruzione di contro-narrazioni in grado di bilanciare le narrazioni che mettono a rischio le democrazie liberali. In altre parole, non sarebbe più sufficiente appellarsi ai dati di realtà, sperando che la loro forza riesca a ‘smontare’ le fake news, ma si dovrebbe raccontare quella realtà in modo da renderla più credibile del verosimile. E per quanto sia una strada tutt’altro che priva di insidie, la risposta che le democrazie occidentali daranno ai grandi cambiamenti dei prossimi anni dipenderà in gran parte anche dal modo in cui sapremo raccontarli.



Damiano Palano 


lunedì 28 ottobre 2019

L’Europa immaginaria dei suoi molti critici. "Euroscettici" di Carlo Muzzi






di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Carlo Muzzi, Euroscettici. Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all’Unione Europea (Le Monnier, pp. 167, euro 14.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".


Molti studiosi ritengono che il populismo sia comparso nel Vecchio continente alla metà degli anni Cinquanta, quando in Francia il cartolaio Pierre Poujade fondò l’Union et fraternité française (Uff). Come i suoi successori, il «puojadismo» si fece portavoce del popolo contro le élite, rappresentate dalle oligarchie economiche, dagli intellettuali, dalla classe politica, dal personale burocratico. Il movimento si presentò alle elezioni politiche del 1956, conquistando una cinquantina di seggi all’Assemblea nazionale, ma non riuscì a sopravvivere a una serie di scissioni e alla crisi istituzionale che avrebbe condotto alla nascita della Quinta Repubblica. Benché allora il processo di integrazione europea fosse solo agli inizi, tra i bersagli della Uff non mancava però il Mercato Comune Europeo. E per questo il singolare partito di Poujade – che peraltro elesse come capogruppo all’Assemblea un giovanissimo Jean-Marie Le Pen – può essere considerato come una sorta di progenitore dei movimenti che, nei decenni seguenti, avrebbero fatto dell’«eurocrazia» l’obiettivo privilegiato dei loro strali polemici.




Un quadro completo di questa galassia è offerto da Carlo Muzzi nel suo Euroscettici. Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all’Unione Europea (Le Monnier, pp. 167, euro 14.00). Il libro ricostruisce innanzitutto la storia delle formazioni euroscettiche, ma soprattutto riporta le voci dei suoi protagonisti, grazie a una serie di interviste che chiariscono quali sono le loro principali coordinate dottrinarie e le loro posizioni sui temi chiave. Naturalmente in questa sorta di guida all’euroscetticismo non manca il Front national francese (di recente tramutatosi in Rassemblement national), per molti versi il modello cui hanno guardato parecchie formazioni più recenti. Ma sono presenti anche il Partito della Libertà olandese, Interesse fiammingo, i Democratici svedesi, i Veri finlandesi, gli ungheresi di Jobbik e la formazione pro-Brexit di Nigel Farage. A rendere ulteriormente complicato ricondurre l’«euroscetticismo» all’interno delle più consuete categorie politiche, sono infine anche le voci di Podemos e di Syriza, le cui posizioni nei confronti dell’Ue si discostano su molti punti da quelle degli altri critici di Bruxelles. Ma non è solo la divisione tra destra e sinistra a frammentare questo campo. A ben guardare, infatti, le responsabilità imputate all’Europa sono davvero eterogenee, così come vanno in direzioni ben differenti le proposte di riforma (o di superamento) delle istituzioni comunitarie. A lacerare il fronte euroscettico è per esempio la collocazione geopolitica (e in particolare la relazione con la Russia), mentre la linea di frattura tra Sud e Nord è altrettanto pronunciata su molte questioni decisive. E così, se è quasi scontato rilevare le numerose divisioni che attraversano il campo europeista, è piuttosto evidente che i critici dell’Ue sono tenuti insieme – più che da interessi condivisi o da prospettive realmente unitarie – dalla comune avversione un’Europa in gran parte immaginaria.






lunedì 21 ottobre 2019

Abbiamo bisogno della nostalgia? "Il naufragio della ragione" di Mark Lilla



di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Mark Lilla, Il naufragio della ragione. Reazione politica e nostalgia moderna (Marsilio, pp. 143, euro 16.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

«Quanta nostalgia può sopportare l’America?», si chiese il «Time» all’inizio degli anni Settanta. Prima di approdare nel Vecchio continente, la «mania della nostalgia» sarebbe comunque esplosa soprattutto qualche anno dopo, con il revival della musica degli anni Cinquanta, pellicole come Grease e American graffiti, o serie tv come Happy Days. Molti videro in quel ritorno a un passato edulcorato il tentativo di sfuggire alle tensioni del presente, per ritrovare una pace perduta in una sorta di età dell’oro. Ma non mancò chi vide più di qualche connessione tra la moda della nostalgia e il ritorno sulla scena politica di un rinnovato conservatorismo, che faceva delle tradizioni – più o meno mitizzate – la propria bandiera politica. Molte di queste letture però partivano da una premessa piuttosto discutibile, che di fatto non distingueva il conservatorismo dalla nostalgia, accomunati per la loro opposizione al progresso. Ma soprattutto ritenevano che questi atteggiamenti fossero in fondo irrazionali, dal momento che rifiutavano di confrontarsi con la realtà di trasformazioni irreversibili e di prendere atto che il progresso era inarrestabile.



Negli ultimi anni questa interpretazione della nostalgia è riaffiorata nella discussione sul successo dei movimenti populisti. E molti studiosi hanno in effetti riconosciuto come il richiamo al passato sia un ingrediente quasi immancabile nella retorica delle formazioni anti-establishment. E da questa considerazione prende le mosse anche l’indagine condotta da Mark Lilla nel suo recente Il naufragio della ragione. Reazione politica e nostalgia moderna (Marsilio, pp. 143, euro 16.00). L’ansia dinanzi alle trasformazioni sociali, secondo Lilla, è infatti «il motivo per cui le idee reazionarie antimoderne attraggono così tante persone in tutto il mondo che non hanno nulla in comune quasi nulla a parte la sensazione di essere state tradite dalla storia». I reazionari di oggi avrebbero in sostanza capito che «la nostalgia è un potentissimo motivatore politico, forse ancora più potente della speranza». Ma il libro va soprattutto alla ricerca delle matrici intellettuali del fenomeno, ricostruendone l’itinerario, per la verità attraverso sequenze tutt’altro che lineari. L’attenzione di Lilla – docente alla Columbia University e noto soprattutto come collaboratore della «New York Review of Books» - è rivolto da molti anni alle trasformazioni della cultura liberal americana ed europea. E in particolare all’interesse che gli intellettuali di sinistra – una volta abbandonato il marxismo, tra gli anni Settanta e Ottanta – iniziarono a maturare per pensatori antimoderni, antiprogressisti e talvolta reazionari. Il naufragio della ragione – che ovviamente riecheggia nel titolo italiano la Distruzione della ragione di Lukács – è per molti versi il nuovo capitolo di questa esplorazione. Il punto di partenza è rappresentato da Franz Rosenzweig, Eric Vogelin e Leo Strauss, letti come pensatori che interpretarono la storia moderna dell’Occidente nei termini di un declino innescato da una deriva intellettuale. Ciò che interessa a Lilla è soprattutto l’influenza che Vogelin e Strauss ebbero sul pensiero della destra statunitense, che – rimpiangendo un’America perduta – avrebbe in realtà introiettato un pessimismo di matrice europea. Poi il discorso si spinge a ricercare forme differenti di nostalgia politica nei teo-con, nella fortuna della teologia politica di Schmitt, nell’interesse per San Paolo nutrito da post-marxisti come Alain Badiou. E infine si concentra su Éric Zemmour, autore di un controverso testo sul Suicidio francese, e Sottomissione di Michel Houellebecq.

I fili che tengono insieme riflessioni tanto diverse sono davvero esili, anche se non c’è dubbio che l’affresco dipinto da Lilla colga davvero qualcosa dello Zeitgeist contemporaneo e di un pessimismo che si alimenta di frammenti del passato. Più che interrogarci sulla sua inclinazione ad accompagnarsi a posizioni reazionarie, ci dovremmo però chiedere se davvero la nostalgia sia un atteggiamento contrario al progresso. O se invece non sia strettamente legata proprio a una visione progressista della storia, di cui finisce per adottare il determinismo. Perché, a ben vedere, anche la nostalgia – proprio come la fede nel progresso – dà per scontato che il passato sia definitivamente tramontato. E che possa essere rimpianto proprio perché si è raggiunta l’età della maturità.


Damiano Palano

giovedì 17 ottobre 2019

La politica paranoica e la costruzione del nemico. Un libro curato da Paolo Ceri e Alessandra Lorini




di Damiano Palano


Questa nota è apparsa sul quotidiano "Avvenire" 


Alla metà degli anni Sessanta, Richard Hofstadter, autore di alcuni dei più influenti libri sulla storia degli Stati Uniti, si soffermò su un aspetto inquietante ma ricorrente della cultura politica americana. Fin dalle origini, lo «stile paranoico» aveva infatti occupato un posto importante nell’immaginario delle ex colonie britanniche. L’ossessione per cospirazioni ordite da nemici insidiosi e invisibili, animati dall’obiettivo di impossessarsi delle istituzioni democratiche spesso per conto di potenze straniere, aveva infatti alimentato pressoché costantemente la retorica delle forze politiche. Lo «stile paranoico» si era storicamente diretto verso obiettivi differenti, ma l’antisemitismo e il nativismo erano ingredienti quasi immancabili di un repertorio capace di accendere le passioni collettive. E per quanto fosse stata coltivata soprattutto da formazioni marginali, l’ossessione cospirativa era talvolta esplosa violentemente.

Secondo alcuni critici, la ricostruzione proposta da Hofstadter finiva col distorcere alcune sequenze della storia americana, perché ne schiacciava la complessità dentro una rappresentazione per molti versi caricaturale. Ciò nonostante, la sua lettura coglieva un elemento importante. E d’altronde anche oggi lo «stile paranoico» è ben presente sulla scena politica, e non solo su quella degli Stati Uniti. Ce lo ricorda per esempio il volume, curato da Paolo Ceri e Alessandra Lorini, La costruzione del nemico. Istigazione all’odio in Occidente (Rosenberg & Sellier, p. 166, euro 15.00), che, adottando varie prospettive, si concentra su alcune sequenze storiche emblematiche, oltre che sul contesto emotivo delle democrazie contemporanee. I punti di partenza sono infatti il classico processo ai Dieci di Hollywood, nell’America maccartista, e i processi di Praga, emblematici della logica dello stalinismo. Ma l’analisi considera anche come la costruzione di nemici fittizi sia un espediente cui ricorrono quasi costantemente i movimenti populisti di oggi. Negli Stati Uniti, i gruppi suprematisti hanno per esempio recuperato la memoria deformata della Guerra civile americana per dipingere una lunga storia di cospirazioni ordite ai danni del «popolo». E naturalmente i social media si sono rivelati un canale formidabile per la proliferazione delle falsificazioni.

Benché di solito si consideri questa strategia come un elemento caratteristico dei regimi totalitari, gli ultimi anni ci hanno confermato che alla costruzione del nemico si è fatto ricorso anche nelle democrazie liberali. D’altronde anche l’immaginario cospirativo ha ambiguamente contribuito, negli ultimi due secoli, all’«invenzione» della democrazia moderna. Quasi inevitabilmente, la costruzione simbolica del «popolo» ha richiesto infatti che venisse dato un volto a quei ‘nemici’ che si opponevano a una ‘reale’ democrazia. Ma se in passato la «stile paranoico» affiorava solo in alcune congiunture critiche, oggi le cose sono cambiate. La costruzione di nemici fittizi sembra infatti essere diventata una strategia con cui sopperire a fragili identità collettive. Ma con cui si rischia di rendere sempre più debole il tessuto su cui reggono le istituzioni democratiche.

Damiano Palano




lunedì 14 ottobre 2019

Jaspers e il viaggio incompiuto dell’Europa, "Lo spirito europeo" in un volumetto curato da Roberto Celada Ballanti



di Damiano Palano

Che cosa è l’Europa? E cosa significa essere europei? Ce lo siamo chiesti molte volte in questi anni, dinanzi alle difficoltà sperimentate dall’Ue. E a queste domande abbiamo fornito domande talvolta retoriche, in altri casi più solide. Ma molti anni fa, mentre l’Europa bruciava nell’incendio delle guerre mondiali, questi stessi interrogativi furono al centro anche delle riflessioni di molti dei più lucidi intellettuali del Vecchio continente, come Simmel, Weber, Husserl, Heidegger, Weil e Zambrano. Nel solco di questa discussione si inserisce anche il saggio di Karl Jaspers, Lo spirito europeo (Morcelliana, pp. 75, pp. 9.00), proposto ora in un volumetto curato da Roberto Celada Ballanti, ma originariamente apparso nel 1947, insieme ad altre conferenze tenute a Ginevra da importanti pensatori, tra cui Benda, Bernanos, de Rougemont e Lukáks. Leggendo più di settant’anni dopo il saggio di Jaspers, non si può non essere colpiti dalla lucidità con cui il filosofo tedesco coglieva già allora la necessità di ripensare l’eredità di un’Europa che non sarebbe più stata il ‘centro del mondo’. Anche per questo, il Vecchio continente non era riducibile per Jaspers al suo territorio, a una dimensione puramente geografica, alla sua identità o a un momento specifico della sua vicenda storica. Ai suoi occhi, l’Europa era soprattutto un progetto fatalmente incompiuto, un moto di scoperta, una proiezione oltre sé, che poggiava su tre pilastri: la libertà, come superamento dell’arbitrio e come necessità del vero; la coscienza della storia, perché la storia è la dimensione in cui la libertà può essere conquistata e sperimentata; la scienza, come «incondizionata e universale volontà di conoscere quanto è conoscibile». Ed erano proprio questi tratti a indicare la strutturale «incompiutezza» dell’Europa.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa si era improvvisamente dimostrata «piccola», dinanzi alle nuove potenze. E dunque anche l’ipotesi di una politica di potenza europea era di fatto impensabile, se non inserita all’interno di un ordine mondiale capace di garantire la pace a tutti. Una simile opzione avrebbe però richiesto ai singoli Stati una rinuncia volontaria alle loro aspettative sovrane. E proprio l’Europa si trovava nelle condizioni per «attuare per prima questa rinuncia, nella modestia della sottomissione alla ragione del dialogo tra tutti». Per raggiungere un simile ordine mondiale si sarebbero dovute produrre due trasformazioni: la «purificazione della politica», cioè l’annullamento del fanatismo, e il «disincantamento della storia degli Stati», che avrebbe implicato l’abbandono dei miti della politica di potenza e del nazionalismo. Affidarsi al fondamento dell’origine occidentale implicava d’altronde anche agire per compiere una grande trasformazione, nella quale però l’Europa stessa non poteva rimanere l’ultima istanza, il definitivo punto di approdo. Perché – scriveva Jaspers, chiudendo la conferenza - «diventiamo europei a condizione di diventare uomini in senso proprio, cioè uomini a partire dalla profondità dell’origine e del fine, che si trovano entrambi in Dio». 

Damiano Palano

giovedì 10 ottobre 2019

Alla ricerca di una democrazia 3.0. "Popolo ma non troppo" di Yves Mény



di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Yves Mény, Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico (Il Mulino), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

In una celebre conferenza della metà degli anni Ottanta, Norberto Bobbio individuò una serie di grandi «promesse» che la «democrazia reale» non era stata in grado di mantenere. I pensatori democratici moderni avevano infatti confidato che, una volta consegnato al «popolo» lo scettro del potere, la politica avrebbe radicalmente cambiato volto: le oligarchie sarebbero scomparse, i rappresentanti avrebbero agito senza subire condizionamenti, l’uguaglianza si sarebbe estesa a tutti gli ambiti della vita associata e i cittadini avrebbero conquistato una cultura politica responsabile. Naturalmente – lo riconosceva lo stesso Bobbio – non tutte quelle promesse erano davvero realizzabili. E probabilmente alcune di quelle ambizioni nascondevano anche una vocazione ‘totalitaria’. Ma in ogni caso si doveva prendere atto della notevole distanza che separava gli ideali dalla realtà della democrazia.

Nei trent’anni seguiti alla Guerra fredda la discussione sulle «promesse non mantenute» si è notevolmente infittita, e si sono così moltiplicate le diagnosi – più o meno pessimiste – sulla «crisi», sul «disagio» o persino sul declino delle istituzioni democratiche occidentali. Per molti versi è inevitabile che ciò accada, perché la democrazia – molto più di altre forme di regime – non può evitare di alimentare attese destinate a essere deluse. Negli ultimi anni il dibattito ha però imboccato una direzione differente. Per circa un ventennio, la denuncia dei critici è stata soprattutto legata alla difficoltà dei sistemi democratici di mantenere l’impegno a ridurre le diseguaglianze, alle conseguenze della globalizzazione, allo spostamento del potere verso centri decisionali sottratti al controllo degli elettori. Anche se questi temi non sono affatto assenti nella discussione contemporanea, dopo il 2008 l’attenzione ha cominciato a soffermarsi anche su altri aspetti, e in particolare sulla capacità delle istituzioni democratiche di resistere all’impatto delle trasformazioni economico-sociali e all’ascesa delle nuove forze «populiste», che di quei mutamenti sono in gran parte una conseguenza.



Una testimonianza di questa nuova stagione di discussione è offerta dal volume La démocratie dans l’adversité, curato in Francia da Chantal Delsol e Giulio De Ligio (Cerf), nel quale circa quaranta studiosi di varia provenienza si interrogano sulle implicazioni politiche delle trasformazioni sociali, economiche e comunicative che stiamo vivendo. In molti casi si focalizzano sul nesso tra l’esplosione populista e i vincoli ‘tecnocratici’ che – non solo in Europa – riducono i margini di azione dei leader eletti dai cittadini. E non è casuale che questa stessa tensione sia al centro dell’ultimo libro di Yves Mény, Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico (Il Mulino, p. 210, euro 15.00). Quasi vent’anni fa il politologo francese, insieme al collega Yves Surel, pubblicò una delle prime indagini sui movimenti populisti, che nel frattempo è diventata un classico sul tema. E tornando oggi sulla questione non può evitare di riconoscere il successo clamoroso di quei movimenti. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i populisti erano infatti sfidanti radicali ma quasi sempre marginali, mentre oggi sono diventati i protagonisti della scena, non solo perché hanno talvolta conquistato la guida politica dei loro paesi, ma anche perché hanno modificato sostanzialmente lo stile e i temi del dibattito. Una simile fortuna viene ricondotta a due grandi processi: per un verso, il mercato globale ha contribuito a ‘svuotare’ di potere le democrazie nazionali; per l’altro, le nuove tecnologie hanno colpito i sistemi di rappresentanza e mediazione degli interessi su cui le democrazie si sono costruite: «internet, con una potenza di fuoco e una rapidità mai viste prima», scrive Meny, «rende ogni cittadino-utente uguale a chiunque altro, dà lo stesso peso a qualsiasi opinione o preferenza, qualunque essa sia: informata, consapevole, brillante, ignorante, innovativa, consumata o mostruosa». Mentre nel passato i critici della democrazia ne auspicavano un superamento, oggi pretendono però di parlare «in nome del popolo», ossia di farsi portavoce di quello stesso popolo che l’establishment e la classe politica hanno lasciato indietro. I populisti non ricorrono cioè a ideologie anti-democratiche, ma attingono allo stesso patrimonio del pensiero democratico, anche se ne danno ovviamente una declinazione ben precisa (e tendenzialmente anti-pluralista). Dal momento che le cause del fenomeno sono profonde, Meny esclude che l’ondata populista sia destinata a esaurirsi a breve, anche perché l’«uberizzazione» della politica a suo avviso è destinata a proseguire. Ma il quadro delineato dallo studioso francese non è segnato (solo) dal pessimismo, principalmente perché non esclude che le sfide di oggi possano contribuire a rinnovare il patrimonio delle liberaldemocrazie e a trovare un nuovo compromesso in grado di conciliare libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Guardando al passato (e soprattutto alla vecchia esperienza del People’s Party americano), Meny osserva infatti che «sono stati proprio i populisti, con le loro cattive maniere, le loro intemperanze e la loro ignoranza, a fare qualche passo in più nelle giusta direzione». Ma la sfida della democrazia 3.0 è probabilmente oggi ancora più complessa che in passato. Si tratta infatti di immaginare e costruire una convivenza democratica capace di oltrepassare la dimensione dello Stato nazionale, in cui storicamente la democrazia moderna è nata e cresciuta. E più che tornare alle vecchie «promesse non mantenute» del progetto democratico, si tratta allora di proiettare quelle promesse in una nuova dimensione e in un nuovo spazio istituzionale. Cercando la strada che passa tra le due opzioni – forse tra loro neppure alternative – di un mercato globale senza regole e di una democrazia nazionale chiusa in se stessa e concentrata nella difesa di un demos sempre più simile a un ethnos. 

Damiano Palano




lunedì 7 ottobre 2019

Gli apprendisti stregoni di un mondo in disordine. "Gli ingegneri del caos" di Giuliano da Empoli





di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Giuliano da Empoli, Gli ingegneri del caso. Teoria e tecnica dell’Internazionale populista (Marsilio, pp. 158, euro 17.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Calcando il sentiero delle grandi distopie novecentesche, uno dei più noti episodi della serie tv Black mirror racconta l’evoluzione del Regno Unito verso un regime dispotico. Il leader autoritario che immagina è però davvero lontano dal Big Brother orwelliano, così come le sequenze che conducono alla deriva autoritaria sono ben diverse da quelle che sancirono l’ascesa dei regimi totalitari del XX secolo. Il punto di partenza è infatti la «politica pop» a cui siamo ormai pienamente assuefatti, una politica in cui ‘alto’ e ‘basso’ si intrecciano costantemente e in cui la logica dello spettacolo è ormai in larga parte indistinguibile da quella dell’informazione. Inizialmente, l’orsetto animato Waldo è solo una comparsa in una trasmissione televisiva in cui fa da spalla al conduttore e in cui prende di mira gli ospiti di turno con un umorismo grossolano. Ma a un certo punto, quando Waldo inizia a ridicolizzare i membri della classe politica, la sua popolarità cresce, perché il pubblico ama quel disegno animato che non la manda a dire ai potenti. In breve, l’orsetto diventa «il portavoce delle classi disagiate», si candida alle elezioni e riesce ad assumere la guida di un movimento violento e inarrestabile. Tanto che l’episodio si conclude con le immagini di pattuglie di miliziani che, vestiti con la divisa turchese di Waldo, presidiano le strade per garantire l’ordine. 



Probabilmente la distopia di Waldo non è il prodotto più raffinato realizzato dagli sceneggiatori di Black mirror. Benché in forma caricaturale, quell’episodio – mandato in onda nel 2013 – aveva però colto ciò che stava avvenendo nelle democrazie occidentali. Qualche anno dopo, un miliardario newyorkese privo di qualsiasi esperienza politica ma noto al grande pubblico come conduttore di un reality show venne eletto presidente degli Stati Uniti. Nel 2019 gli ucraini hanno scelto come presidente un giovane attore che aveva interpretato il ruolo del capo di Stato in una fiction popolare e che si era candidato alla massima carica del Paese. Ma nessuna democrazia in questi anni è stata davvero immune all’onda travolgente di nuovi outsider della politica. Nel suo libro Gli ingegneri del caos. Teoria e tecnica dell’Internazionale populista (Marsilio, pp. 158, euro 17.00), Giuliano da Empoli cerca di capire cosa si nasconde dietro questo successo. Non si tratta a suo avviso solo della conseguenza della crisi economica o dell’impatto prodotto dalle crisi migratorie. Il punto principale consiste piuttosto nel cambiamento radicale intervenuto nello scenario comunicativo, che ci ha proiettati nell’era della «politica quantistica». Ciò che accomuna gli strateghi della comunicazione delle nuove forze anti-establishment è infatti soprattutto la reinvenzione della propaganda ai tempi dei social network. E la novità non è tanto la disintermediazione, quanto la frammentazione comunicativa che essa comporta. Per i nuovi Stranamore della politica, scrive infatti da Empoli, «il gioco non consiste più nell’unire le persone intorno a un minimo comun denominatore, bensì nell’infiammare le passioni del maggior numero di gruppuscoli per sommarli tra loro, anche a loro insaputa». In altre parole, la ‘personalizzazione’ dei messaggi consente di costruire campagne sempre più mirate verso minuscole nicchie e di sfruttare le onde emotive delle tribù virtuali più attive sul web. L’obiettivo dunque non è costruire visioni generali della società, ma rivolgersi a piccoli segmenti di un pubblico in frammenti, alimentandone rabbie, paure, inquietudini e sfruttandone le pulsioni narcisiste. La conseguenza è così una competizione sempre più centrifuga. E in questo contesto, a diventare preziosi, più ancora che gli esperti di marketing, sono i fisici quantistici, in grado di costruire modelli che tengono conto dell’enorme mole di dati relativi agli orientamenti degli elettori.

Non c’è dubbio che il quadro delineato dagli Ingegneri del caos colga una serie di tendenze cruciali. Ma rimane ancora da capire se i nuovi strumenti possano essere utilizzati solo (o principalmente) dagli outsider, fin dove si possa spingere la manipolazione degli apprendisti stregoni della «politica quantistica», e soprattutto se gli effetti della ‘frammentazione’ del pubblico non possano essere compensati dalla conquista di una nuova arena di discussione. Perché forse non è così scontato che ad attenderci, nel nostro futuro, ci sia effettivamente una sorta di Waldo.






giovedì 3 ottobre 2019

Gianfranco Miglio, teorico autentico. Una recensione di Luigi Iannone a "La politica pura"


di Luigi Iannone

Questa recensione al volume "La politica pura. Il laboratorio di Gianfranco Miglio" (Vita e Pensiero, Milano, 2019, pp. 322, euro 28.00) è apparsa sul "Giornale"del 25 settembre 2019.

Gianfranco Miglio, teorico autentico, viene regolarmente celebrato dai media come l'ideologo della Lega nord, anteponendo e quindi circoscrivendo all'avventura politica una pubblicistica enorme e di altissimo profilo.

Una disattenzione, per certi aspetti, anche comprensibile visto che il rapporto con Bossi segnò una fase intensa della sua vita e gli diede notorietà presso il grande pubblico. Quella popolarità, frutto di numerose apparizioni televisive, lo costrinse tuttavia ad irrigidire oltremisura una immagine di indisponente e scorbutico consigliere del Principe, di cinico e spregiudicato Nosferatu (così come lo bollarono alcuni detrattori), col rischio di veder svilire e mettere in sordina la caratura internazionale dello studioso, una carriera accademica di assoluto prestigio e scritti che rimangono ancora oggi come imprescindibili punti di riflessione.
Il lavoro di Miglio ha infatti una serie di meriti. Su tutti, l'aver messo in campo ogni strumento culturale e accademico affinché fosse riconosciuta autonomia alla categoria della Politica. Muovendo da Carl Schmitt, tentò un percorso di diversione e di superamento di cui si chiarisce ogni singolo passaggio in un bel volume collettaneo dal titolo La politica pura. Il laboratorio di Gianfranco Miglio (Vita e Pensiero, pagg 336, euro 28) curato da Damiano Palano e col contributo di nomi importanti della politologia contemporanea (Marco Bassani, Massimo Cacciari, Alessandro Campi, Paolo Colombo, Giuseppe Duso, Carlo Galli, Leonida Miglio, Lorenzo Ornaghi, Vittorio Emanuele Parsi, Pierangelo Schiera e Mario Tronti). Un testo che riconverte in maniera organica tutti gli snodi, le articolate sollecitazioni e le ambivalenze, ma che prova a presentire le eventuali direzioni di marcia che avrebbe potuto prendere il lavoro di ricerca, visti i tanti appunti e materiali sparsi che nell'ultima fase della sua vita iniziavano a volgere un occhio più interessato ai nuovi processi globali.
Perché Miglio è stato un «moderno classico» mai rinchiusosi in una torre eburnea. Sono note sia la sua iniziale militanza nella Democrazia cristiana che i fondamentali studi sui giuristi cattolici, ma fu la battaglia campale per il riconoscimento di «scienze politiche» nell'ordinamento accademico italiano a svelare i suoi propositi. Quella vittoria fu solo un preambolo di ordine pratico in vista della contesa culturale più importante della sua vita: l'approdo coerente e tiglioso verso la «teoria pura» della politica la quale è essenzialmente «lotta per il dominio dell'uomo sull'uomo» e «lotta contro un nemico». Una «politica pura» che è avulsa dai luoghi comuni, dalle convinzioni ideologiche e dalle passioni, con l'intento di afferrare la radice più intima delle relazioni di potere: «Io associo abitualmente l'analisi scientifica dei comportamenti politici, ad un interiore distacco e parlo di fredda obiettività, al limite: di disincantata non partecipazione». In questo modo fissando parametri prestabiliti per arrivare al riconoscimento di un'autonomia per la categoria della Politica.
Fece tutto ciò percorrendo sentieri anche inesplorati, elaborando talvolta ipotesi eterodosse e destreggiandosi tra il diritto internazionale e la storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. E poi avendo come compagni di viaggio maestri quali Tönnies, Weber, Mosca, Pareto, e tutti gli esponenti della tradizione del realismo politico perché quello, in fondo, fu il principale percorso «perseguito al di sopra di ogni umano rispetto e senza indulgenze per le altrui speranze». Con la solita e ricorrente ambizione di «unificare in un quadro organico le regolarità individuate da pensatori del passato» e delineare «i contorni di una teoria capace di unificare in un solo e comprensivo sistema tutte le grandi regolarità della politica». E sempre in modo tale che la «purezza» non alludesse a «qualche limpidezza morale» ma al fatto che si dovesse cogliere la radice più profonda e ineliminabile delle relazioni di potere.
Concentrò infatti le sue analisi sulla regolarità e la specificità dei fenomeni politici, mentre respinse «il ricorso a elementi tratti da altri ambiti della convivenza associata» tentando di isolare la logica dell'homo politicus da quella dell'homo oeconomicus o dell'homo religiosus. Eppure, un rischio c'era. E lo intuì quando con la caduta del Muro e il dispiegamento della globalizzazione nuove categorie sembrarono minare l'autonomia della Politica e le sue analisi non fecero in tempo a tener pienamente conto di uno scenario che mutava sin dalle fondamenta.
Luigi Iannone



Da qualche giorno nelle librerie
a cura di Damiano Palano
Vita e Pensiero
Milano
pp. 322, euro 28.00

Con contributi di: Pierangelo Schiera, Giuseppe Duso, Mario Tronti, Massimo Cacciari, Carlo Galli, Alessandro Campi, Luigi Marco Bassani, Paolo Colombo,Vittorio Emanuele Parsi, Damiano Palano, Lorenzo Ornaghi, Leo Miglio.





mercoledì 2 ottobre 2019

"La politica pura. Il Laboratorio di Gianfranco Miglio". Un libro sulla ricerca teorica a cento anni dalla nascita





Da qualche giorno nelle librerie


a cura di Damiano Palano
Vita e Pensiero
Milano
pp. 322, euro 28.00

Con contributi di:

Pierangelo Schiera
Giuseppe Duso
Mario Tronti
Massimo Cacciari
Carlo Galli
Alessandro Campi
Luigi Marco Bassani
Paolo Colombo
Vittorio Emanuele Parsi
Damiano Palano
Lorenzo Ornaghi
Leo Miglio

martedì 1 ottobre 2019

Noi, eredi di John Nada. "La guerra di tutti" di Raffaele Alberto Ventura




di Damiano Palano


Dopo una lunga pausa estiva, con questo post "Maelstrom" riprende le attività. Scusate l'interruzione!

Essi vivono, un vecchio film di John Carpenter uscito alla fine degli anni Ottanta, rappresenta quasi un paradigma dell’immaginario complottista. Per caso, il protagonista della pellicola, John Nada, viene in possesso di un paio di occhiali da sole, che, una volta indossati, gli rivelano il mondo in modo completamente diverso da come l’aveva visto fino a quel momento. Quando inforca gli occhiali, riesce infatti a riconoscere le reali fattezze degli alieni che si sono impadroniti della terra e che monopolizzano potere, ricchezza, successo. Nel suo La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale (Minimum fax, pp. 309, euro 18.00), Raffaele Alberto Ventura sostiene che oggi siamo un po’ tutti dei John Nada, più o meno consapevoli. Le narrazioni cospirazioniste alimentino infatti la cinematografia di Hollywood e la musica pop. Ma se l’intento in questi casi è puramente commerciale, la fortuna delle leggende cospirazioniste, diffuse dai social media, ha anche molte implicazioni politiche. La pellicola di Carpenter fornisce d’altronde anche un’ottima raffigurazione della logica che l’immaginario cospirativo dei movimenti populisti contemporanei, i quali si appellano al popolo contro il potere di minoranze invisibili e si propongono di ‘svelare’ il dominio di una casta vorace di potenti, nascosta nel cuore delle istituzioni democratiche. Per molti versi, il successo delle teorie del complotto – sostiene Ventura – è una conseguenza del sovraccarico informativo, di un’«era del sospetto» in cui la moltiplicazione di dati, statistiche e opinioni finisce per lasciare il cittadino disarmato, incapace di distinguere il vero dal verosimile. E l’ossessione del complotto si nutre proprio della convinzione che la rappresentazione della realtà proposta dagli «esperti», dagli istituti di statistica, dalla «tecnocrazia» non sia altro che una grande mistificazione. Un simile scetticismo mina la fiducia che sta alla base dell’edificio sociale, prepara l’ascesa di forze populiste, ma soprattutto crea le condizioni per un’irreversibile scalata agli estremi. Il cospirazionismo è d’altronde per Ventura solo uno dei tasselli della «guerra di tutti» verso cui l’Occidente si sta indirizzando. Come ha più ampiamente sostenuto nel suo precedente libro Teoria della classe disagiata, la crisi contemporanea nasce a suo avviso principalmente dal ritorno sulla scena della domanda di riconoscimento: un riconoscimento sociale garantito dalla realizzazione individuale, ma anche un riconoscimento tra comunità. La crisi è così soprattutto l’effetto di una «bancarotta simbolica», in virtù della quale la popolazione – cessando di rappresentare se stessa come un corpo unitario - «rischia in ogni momento di tornare a essere una moltitudine prepolitica». In altre parole, non saremmo più in grado di controllare quelle parole, miti e finzioni, che pure erano fondamentali per sostenere la convivenza democratica.




Gli appunti di lettura che Ventura dedica alla cultura pop – in alcuni casi davvero originali – si allineano per molti versi alla tesi di recente sostenuta da Francis Fukuyama sulla centralità che già oggi hanno le lotte per l’identità. La convinzione che la «Storia» fosse finita si scontra cioè con il ritorno sulla scena di nuovi conflitti per il riconoscimento (individuale e collettivo), cui il mercato non può dare una riposta. In questo senso, ci invita a leggere la turbolenza degli ultimi anni proprio come la conseguenza di un duplice processo, che da un lato vede la caduta delle grandi identità collettive, mentre, dall’altro, vede nascere nuove micro-comunità (più o meno immaginarie), alimentate dal risentimento, dal rancore, dalla paura. «Malgrado tutti i nostri sforzi, non siamo riusciti ad annientare la Storia», scrive infatti Ventura. In altre parole, anche se le frontiere non sono più in grado di contenerle, le differenze esistono ancora e le identità non si sono dissolte. Anzi, per molti versi, la richiesta di identità è destinata a crescere proprio nella misura in cui le barriere fisiche non sembrano più in grado di separare davvero il dentro dal fuori. Ma è forse proprio per questo che, invece di tentare di annullare le differenze in nome di un generico universalismo, il grande compito del presente è costruire nuove identità collettive. In cui possano tornare a riconoscersi anche i tanti John Nada di oggi.

Damiano Palano