mercoledì 20 maggio 2020

"Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia". Un e-book curato da Raul Caruso e Damiano Palano, in uscita oggi da Vita e Pensiero (e gratuitamente scaricabile)



di Damiano Palano


Esce oggi l'ebook Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia curato da Raul Caruso e Damiano Palano - scaricabile gratuitamente in formato Pdf dal sito dell'editrice Vita e Pensiero - cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid-19 potrebbe avere a livello politico economico. L’obiettivo non è esercitarsi in previsioni destinate a essere smentite da un quadro in così rapido movimento, ma identificare i fattori di fragilità e dunque i rischi che potrebbero contrassegnare i prossimi mesi e i prossimi anni. Di seguito uno stralcio tratto dall'introduzione. 


L’irruzione della pandemia sulla scena globale ha portato alla luce problemi che, nell’età dell’unità tecnica del mondo, coinvolgono davvero l’intera umanità e non possono essere tenuti fuori dai confini nazionali. Ma al tempo stesso ha anche mostrato, una volta di più, le difficoltà della cooperazione tra gli Stati, persino dinanzi a un’emergenza tanto drammatica. La diffusione planetaria del virus – che nell’arco di alcune settimane dal mercato del pesce di Wuhan ha raggiunto pressoché ogni angolo del mondo – ha infatti chiarito, con la brutalità che abbiamo imparato a conoscere, come l’altra faccia dell’interdipendenza sia una condizione di fragilità.

In questo nuovo quadro sono così fatalmente riaffiorate tutte le linee di tensione che logorano da decenni l’architettura dell’ordine internazionale liberale e che la crisi di oggi – insieme alle conseguenze di domani – rischia di condurre a un punto di definitiva rottura. Proprio la consapevolezza dei rischi connessi a questa condizione potrebbe innescare una reazione energica da parte degli Stati, o quantomeno degli Stati dotati di maggiori capacità e intenzionati a ridurre la dipendenza dal mondo esterno. E così diverse voci si sono spinte a prefigurare la minaccia di una crisi sistemica, l’arresto della globalizzazione e persino l’avvio di un processo di rapida deglobalizzazione.


Per immaginare quali saranno le traiettorie che imboccherà il mondo dopo il Covid-19, la «lezione della storia» è sfortunatamente in grado di fornirci solo un aiuto modesto, e comunque non risolutivo. Senza dubbio anche nel passato l’improvvisa comparsa di malattie ha innescato crisi dalle conseguenze radicali proprio sulle strutture politiche. Inoltre, anche le epidemie del passato furono a loro modo conseguenze di processi di globalizzazione. Ma l’intensità dei flussi globali odierni, la pervasività delle tecnologie comunicative di cui disponiamo e la stessa velocità odierna dei trasporti (oltre che conseguentemente dei contagi) non hanno paragoni con il passato.

Le conoscenze mediche del XXI secolo ci inducono inoltre a percepire il rischio – anche solo potenziale – in modo molto diverso dal passato, influenzando anche le risposte politiche. E ovviamente sono differenti tanto i meccanismi di valutazione della responsabilità politica, quanto gli stessi criteri con cui nelle democrazie occidentali viene considerato il rapporto drammatico tra la salvaguardia della vita dei singoli e i costi che essa comporta.

Dopo settantacinque anni di pace e dopo una costante riduzione della violenza (non solo politica) nelle nostre società, le democrazie occidentali sono infatti diventate davvero «democrazie immunitarie», in cui il bene della vita e della sicurezza degli individui è percepito come (politicamente) molto più importante rispetto a ogni altra società del passato. Questo insieme di fattori non può dunque che indurci a diffidare di affrettate analogie storiche.

Ciò nondimeno, è molto probabile che, proprio come le epidemie del passato, anche la pandemia che sta sconvolgendo il nostro mondo, e travolgendo la nostra hybris, finirà con l’accelerare una serie di processi già in atto, esacerbando conflitti e tensioni già presenti da tempo. E i prossimi anni ci forniranno risposte cruciali sulla forza residua delle istituzioni internazionali che abbiamo ereditato dalla Seconda guerra mondiale e sulle risorse che le nostre democrazie saranno in grado di attivare per fronteggiare la crisi.


Vedi qui l'indice del volume.


martedì 19 maggio 2020

"Bubble democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione". Un webinar con Vittorio Parsi, Adolfo Scotto di Luzio e Nicola Pasini a partire dall'ultimo libro di Damiano Palano. Giovedì 21 maggio 2020, per il ciclo "Giovedì libri" organizzato da Aseri



In occasione dell'uscita del nuovo volume di Damiano Palano
Scholé-Morcelliana, euro 16.00

Giovedì 21 maggio, ore 18.00

l'Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali)

organizza un webinar con 
Vittorio Emanuele Parsi 
Nicola Pasini 
Adolfo Scotto Di Luzio 
e Damiano Palano.

Questo è il link per accedere all'incontro:


Il link sarà attivo nel giorno e nell'orario indicato. 

Per ulteriori informazioni: ASERI +39 02 7234 8310 info.aseri@unicatt.it

lunedì 18 maggio 2020

"L'altro virus. Comunicazione e disinformazione al tempo del Covid-19". Un e-book curato da Marianna Sala e Massimo Scaglioni (gratuitamente scaricabile dal sito della casa editrice Vita e Pensiero)


di Marianna Sala e Massimo Scaglioni 

Un gruppo di studiosi e professionisti competenti in diversi campi, guidati da Marianna Sala e Massimo Scaglioni che curano il volume, ha deciso di provare a riflettere, “a caldo”, sul ruolo che la comunicazione ha avuto nel corso della pandemia. Ne è nato l’instant book – da scaricare gratuitamente – L’altro virus. Comunicazione e disinformazione al tempo del Covid-19 che prova a fare il punto sulle diverse declinazioni della comunicazione in tempo di coronavirus. Discutono idealmente fra le pagine del libro politologi e studiosi di media, sociologi, giuristi e avvocati, economisti e linguisti, informatici, medici e studiosi di letteratura, con un punto di vista comparativo e internazionale, che parte dall’Italia per toccare i principali Paesi europei e gli Stati Uniti. Di seguito un estratto dell’Introduzione.
L'e-book, pubblicato da Vita e Pensiero, può essere scaricato gratuitamente in formato Pdf dal sito della casa editrice. Questo è il link per scaricare il volume.


Nel corso delle drammatiche settimane che abbiamo vissuto con la cosiddetta “Fase 1” dell’emergenza Covid-19, fra il 21 febbraio e il 4 di maggio, la rilevanza della comunicazione è apparsa sempre più chiara, sebbene il tema sia entrato meno del dovuto nel dibattito pubblico, dominato dall’urgenza pressante della gravissima crisi sanitaria, e poi dalle questioni relative alla ripartenza, alla “Fase 2”, al riaccendersi della conflittualità partitica, alle priorità economiche…
Eppure, proprio una pandemia come quella di coronavirus ha mostrato quanto sia cruciale la gestione della comunicazione, a ogni livello la si possa intendere. La comunicazione – ci ricorda James W. Carey – non riguarda semplicemente un processo “tecnico” di trasferimento d’informazione. La comunicazione è strettamente collegata al funzionamento di una società, tanto più in un contesto come quello contemporaneo, caratterizzato dalla pervasività e dell’istantaneità dei media digitali. In tempi normali, comunicazione si associa a “condivisione” (sharing), partecipazione (participation), associazione di persone (association), comunione di intenti (fellowship), appartenenza a una fede comune (possession of a commonfaith) (Carey, Communication as Culture). In tempi di crisi, o “di guerra” – per usare una metafora spesso utilizzata nel corso degli ultimi mesi – la comunicazione diventa ancora più essenziale per “mantenere una società unita nel tempo”. La capacità di gestire al meglio la comunicazione, finalizzandola al bene della società o al “bene comune”, è letteralmente questione vitale. […]
La quarantena ha costretto ciascuno di noi a misurarci con un nuovo stile di vita, in cui la tecnologia e, in particolare Internet, è diventata l’unico nostro strumento per lavorare, comunicare, socializzare, imparare. Non solo. Il timore del virus - nemico invisibile e molto contagioso – ci ha costretti a mantenere la distanza fisica da tutto ciò che ha sempre fatto parte del nostro quotidiano e ci ha reso più timorosi e più vulnerabili. Di qui, una serie di conseguenze che impattano sulla società: dal proliferare delle fake news in materia sanitaria; al desiderio di “controllo sociale” e tracciamento degli spostamenti individuali, per finalità preventive; all’uso quasi totalizzante degli schermi (dal pc, alla tv) per vedere la realtà.
La prima parte del volume è dedicata a “Retoriche e media”. Con uno sguardo riccamente multidisciplinare, abbiamo provato a mettere sotto la lente di ingrandimento il ruolo della televisione come “sismografo” della crisi, fra domanda di informazione e consumi rituali (Scaglioni), da leggere in controluce rispetto alle trasformazioni che hanno caratterizzato gli universi della Rete e dei social media, fra comunicazione istituzionale e esigenze di condivisione, discussione e talvolta critica che emergono da comuni cittadini tramite Twitter, Facebook o Instagram (Vittadini e Carelli). Tre saggi da leggere tutti di fila (Palano e Castellin, Sfardini e Villa) riflettono su cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella comunicazione di politici, scienziati, esperti e divulgatori. L’ultima sezione di questa prima parte si apre poi allo sguardo internazionale: per comprendere le buone (e le cattive) pratiche della comunicazione in Italia è senz’altro necessario metterla a confronto con quelle adottate nei principali paesi europei: Francia (Zanola), Germania (Missaglia), Gran Bretagna (Reggiani), Spagna (Gonzàlez-Neira e Berrocal-Gonzalo) e Stati Uniti (Panarari).
altrovirus_fake newsLa seconda parte del volume - intitolata “Società, diritto e istituzioni” – affronta il tema degli effetti del Covid-19 da un diverso punto di vista: quello più propriamente sociale. Si tocca innanzitutto il tema dell’“infodemia” – ossia della propagazione di un numero incontrollato di fake news che nella c.d. “Fase 1” ha rischiato di alimentare l’allarme sociale, condizionando il dibattito pubblico e/o inducendo a comportamenti sanitari scorretti (Sala). Dopo una valutazione delle caratteristiche della disinformazione scientifi ca (Delmastro) e delle ragioni, anche geopolitiche, alla base del fenomeno (Suffi a), si procede con l’analisi delle azioni di contrasto attuate dalle istituzioni e dalle grandi piattaforme digitali globali (Google e Facebook in prima linea) (Nasti). Si osserva, poi, come l’allarme sanitario abbia favorito il “bisogno” di controllo, di sorveglianza, di uso di droni, di App e di altri strumenti di tracciamento e di geolocalizzazione, nel tentativo di controllare gli spostamenti e impedire il contagio tra gli individui (Ziccardi). Di qui, l’analisi di un corretto bilanciamento tra l’esigenza di tutela della salute pubblica e di tutela della privacy del singolo cittadino – anche sul luogo di lavoro (Ciccia Romito e Salluce) – in quanto si tratta di diritti che non si escludono vicendevolmente, ma – anzi – devono essere equilibrati.
Infine, si osserva che la “Fase 1” ha disegnato un nuovo modo di interfacciarsi con la tecnologia. È come se Internet ci avesse mostrato il suo vero volto, quello delle origini, quello di strumento utile per comunicare a distanza (Garassini). Sarà interessante vedere se e come cambierà il nostro approccio alla tecnologia, con l’inizio della “Fase 2” e oltre. Un dato accomuna tutti gli interventi: la valorizzazione della informazione professionale, come antidoto contro la deriva delle fake news (Razzante). Ma l’informazione professionale non basta, se non c’è nessuno a leggerla. È quindi importante sviluppare l’abitudine alla lettura e all’aggiornamento quotidiano.

Visto che le consuetudini culturali più radicate possono crearsi solo nel periodo di formazione dell’individuo, è evidente che occorre valorizzare il ruolo della scuola, luogo di crescita e di confronto. Questo volume, nato nei giorni del lockdown, cerca di mettere sotto la lente di ingrandimento questa particolarissima fase della vita della nostra società. Scrivere durante il periodo di emergenza non è stato semplice, perché ha richiesto uno sforzo aggiuntivo per tentare di ragionare in maniera il più possibile distaccata. Il compito che ci siamo proposti, però, è stato quello di provare a mantenere lucidità anche in questa situazione, e di analizzare – al di là della contingenza – ciò che stava realmente accadendo. Confidiamo che queste pagine possano risultare utili per una riflessione su quanto ha funzionato e quanto è ancora da migliorare per la fase della ricostruzione e della ripresa del Paese.

domenica 17 maggio 2020

La «grande illusione» dell’egemonia liberale rende il mondo più insicuro? Il nuovo libro di John J. Mearsheimer




di Damiano Palano



Questa recensione al libro di J.J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo (Luiss University Press, pp. 328, euro 25.00) è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 4 febbraio 2020.

Pochi anni prima che la guerra travolgesse il Vecchio continente, il giornalista britannico Norman Angell pubblicò il suo libro più fortunato, La grande illusione, destinato a diventare ben presto un manifesto pacifista tradotto in tutto il mondo. La sua tesi era estremamente semplice. Lo sviluppo dell’interdipendenza economica a suo avviso rendeva la guerra uno strumento ormai obsoleto. Uno Stato avrebbe infatti subito da una guerra danni superiori ai benefici che avrebbe potuto ottenere in caso di vittoria. La devastazione dell’economia dei paesi nemici avrebbe comportato effetti negativi sulla stabilità finanziaria, e dunque la stessa potenza conquistatrice sarebbe stata penalizzata. L’idea stessa di poter trarre benefici da un conflitto militare andava dunque considerata come un retaggio del passato, una «grande illusione» da abbandonare definitivamente, insieme con la diffidenza nei confronti degli Stati vicini. Ma gli eventi di qualche anno dopo smentirono in modo piuttosto clamoroso le previsioni di Angell. E il suo «idealismo» divenne anche per questo uno dei bersagli della spietata critica ‘realista’ di Edward H. Carr.



A più di un secolo di distanza, è oggi invece John J. Mearsheimer a scagliarsi contro le conseguenze di un’altra «grande illusione», ben diversa da quella contro cui metteva in guardia Angell. Il politologo americano – docente alla University of Chicago – è infatti alfiere di un «realismo offensivo» i cui cardini sono fissati nel volume La tragedia delle grandi potenze, di recente riproposto in traduzione italiana (Luiss University Press, pp. 528, euro 29.00). Ma il bersaglio polemico del nuovo libro di Mearsheimer – La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo (Luiss University Press, pp. 328, euro 25.00) – è soprattutto la politica estera condotta dagli Stati Uniti nel trentennio seguito alla caduta del Muro di Berlino. Dopo la fine della Guerra fredda, argomenta il politologo, Washington ha coltivato l’ambizione di costruire un’egemonia liberale e di esportare la democrazia nel mondo. Ma queste scelte hanno innescato conseguenze diametralmente opposte a quelle che si auspicavano.

La critica di Mearsheimer non si indirizza comunque contro le singole scelte compiute dalle amministrazioni di Clinton, Bush e Obama. Il discorso si colloca piuttosto su un piano teorico. L’obiettivo polemico è infatti il «sogno impossibile» dell’egemonia liberale, e cioè la strategia con cui uno «Stato mira a trasformare il maggior numero possibile di paesi in democrazie liberali ricalcate sul proprio modello, promuovendo nel contempo un’economia internazionale aperta e costruendo istituzioni internazionali». Di solito, secondo il ragionamento del politologo, le grandi potenze non si trovano mai in condizioni di perseguire una politica estera davvero liberale. In un sistema internazionale bipolare o multipolare gli Stati devono infatti innanzitutto preoccuparsi di garantire la loro sopravvivenza. Dunque, benché possano ricorrere spesso alle parole chiave della retorica dei diritti e della libertà, anche le potenze liberali adottano un pragmatico atteggiamento ‘realista’, che consiste innanzitutto nel garantire la propria sicurezza, evitando impegni che possano metterla a repentaglio. Ma se si trova dinanzi a una situazione particolarmente favorevole, e cioè a un assetto ‘unipolare’ che lo rende molto superiore a ogni potenziale avversario, uno Stato liberale tenderà ad abbandonare il realismo e si impegnerà per diffondere nel mondo i propri valori. Impiegherà cioè le proprie risorse per promuovere cambiamenti di regime e diffondere la democrazia, nella convinzione che ciò consenta di garantire il rispetto dei diritti individuali e che possa favorire anche la pacificazione del sistema internazionale. In realtà, sostiene Mearsheimer, l’egemonia liberale non può mai conseguire i propri obiettivi. E il suo fallimento implica anzi costi enormi. Probabilmente lo Stato che persegue una simile strategia si troverà infatti coinvolto in una serie di conflitti destinati a rendere sempre più lontana la meta di un ordine più pacifico. Il costante sforzo militare indebolirà inoltre la garanzia dei valori liberali persino in patria. E saranno rafforzati tanto il nazionalismo quanto il realismo, che secondo il politologo di Chicago sono destinati sempre a prevalere sul liberalismo.

Le argomentazioni di Mearsheimer sono talvolta piuttosto rozze (anche se risultano nel complesso più raffinate che nella Tragedia delle grandi potenze). Inoltre, non c’è dubbio che alcuni ingredienti del suo realismo offensivo debbano risultare a molti lettori piuttosto indigesti. Ma la critica indirizzata al liberalismo internazionalistico è tutt’altro che ingenua, specialmente quando coglie il limite originario nella sua distorsione individualista, ossia nell’assunto erroneo che gli esseri umani siano individui solitari, mentre in realtà sono esseri sociali. Certo il realismo di Mearsheimer non si sottrae alla classica obiezione di alimentare una politica di potenza. In sostanza, rappresentando il mondo come insicuro e gli Stati come spinti da inesauribili ambizioni di potenza, il realismo offensivo rischierebbe di pronunciare una profezia destinata prima o poi ad avversarsi. Ma per la verità la strada che La grande illusione indica è quella della moderazione. Per il politologo Washington dovrebbe cioè adottare una linea di moderazione realista. Dovrebbe dunque rinunciare all’impegno per la diffusione della democrazia nel mondo, ritirandosi da molti dei teatri che hanno visto impegnate le truppe a stelle e strisce negli ultimi due decenni. Ma un simile cambiamento – lo riconosce in fondo anche Mearsheimer – è davvero improbabile. Richiederebbe d’altronde anche una radicale metamorfosi della cultura politica americana. E la rinuncia all’ambizione di rendere il mondo «un posto sicuro per la democrazia» che, più di cento anni fa, segnò l’ingresso degli Stati Uniti sulla scena della politica globale.


Damiano Palano

lunedì 11 maggio 2020

"Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione". Il nuovo libro di Damiano Palano in libreria






di Damiano Palano
(pp. 224, euro 16.00)
Scholé - Morcelliana


Protagoniste di buona parte del Novecento, a partire dagli anni Sessanta e Settanta le “masse” iniziano a perdere la loro centralità politica, insidiate da nuovo soggetto emergente, il “pubblico” formato dalla sterminata platea televisiva. Oggi i social media innescano la frammentazione del “pubblico” in una pluralità di segmenti privi di radicamento in una sfera comunicativa comune. Dopo esserci lasciati alle spalle la vecchia democrazia dei partiti, ci stiamo così allontanando anche dal modello della democrazia del pubblico. Forse ci troviamo già in una bubble democracy, un nuovo assetto in cui il “pubblico” si dissolve in una miriade di “bolle” in larga parte autoreferenziali e in cui vengono rafforzati i meccanismi di polarizzazione.

Damiano Palano è Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Teoria politica dell’età globale e Scienza politica. Tra i suoi lavori più recenti: La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero, Milano 2015), La democrazia senza qualità. Le «promesse non mantenute» della teoria democratica (Mimesis, Milano, 2015), Populismo (Editrice Bibliografica, Milano, 2017), Il segreto del potere (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018). Per Scholé ha curato il volume di Gianfranco Miglio, Carl Schmitt. Saggi (2018).









domenica 10 maggio 2020

Una «media potenza» alla ricerca di un posto nel mondo. Un libro di Emidio Diodato e Federico Niglia su cento anni di politica estera italiana





di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Emidio Diodato e Federico Niglia, L’Italia e la politica internazionale. Dalla Grande Guerra al (dis)ordine globale (Carocci, pp. 127, euro 13.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 15 febbraio 2020.


Nel 1873 Theodor Mommsen scrisse a Quintino Sella: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti». Il grande storico si riferiva naturalmente al ruolo che l’Italia avrebbe avuto, dopo la presa di Roma e la conclusione almeno temporanea del processo di unificazione. E quando evocava la dimensione cosmopolitica della capitale dell’impero e della cristianità, coglieva quello che sarebbe stato a lungo uno dei problemi cruciali della nuova Italia unitaria, coincidente con l’incapacità di pensare se stessa come «media potenza». Fin dai primi anni successivi all’unità, il nuovo Stato si pose d’altronde l’interrogativo cruciale di quale fosse il proprio posto in Europa e nel mondo. E per molti versi si tratta di una domanda che torna anche oggi. 
Emidio Diodato e Federico Niglia nel loro volume L’Italia e la politica internazionale. Dalla Grande Guerra al (dis)ordine globale (Carocci, pp. 127, euro 13.00) cercano di decifrare le traiettorie di più di un secolo di storia. E ciò che mettono in evidenza è la compresenza di tensioni contraddittorie nelle aspirazioni, negli atteggiamenti, nelle scelte con cui l’Italia si è collocata sulla scena mondiale. Già negli anni successivi all’unificazione, il nuovo Stato guarda all’Europa per trovarvi un sostegno al programma nazionale e per colmare il divario in termini di sviluppo con gli altri paesi. Ma lo fa senza essere una pura potenza «adattiva», interamente imitatrice dei modelli stranieri. Una simile tensione emerge soprattutto nel passaggio tra la stagione liberale e il fascismo. Per un verso, il regime mussoliniano riprende infatti l’idea che l’Italia abbia una missione civilizzatrice nel mondo mediterraneo e africano, già coltivata dalle élite liberali a cavallo tra Otto e Novecento. Ciò nondimeno, Diodato e Niglia si soffermano sulla specifica visione ‘geopolitica’ di Mussolini, persuaso che alla marcia su Roma debba seguire una «marcia all’Oceano», capace di aprire un varco sia verso l’Oceano Indiano sia verso l’Atlantico, e così di liberare l’Italia dalla «prigione» del Mediterraneo. Ma rilevano soprattutto come il progetto mussoliniano trasformi il Paese in una potenza «non adattiva», e cioè in uno Stato che punta a modificare gli equilibri internazionali senza adeguarsi alle regole stabilite da altri. Nel dopoguerra Carlo Sforza, ministro degli esteri dopo il 18 aprile 1948, fissa invece i cardini della scelta atlantista ed europeista, destinata a garantire un duplice ancoraggio alla democrazia italiana. Molti anni dopo, la fine della Guerra fredda avrebbe iniziato a rimettere in discussione gli assetti consolidati, e il sistema internazionale sarebbe diventato progressivamente più magmatico. La vecchia domanda sul ruolo dell’Italia è allora tornata nuovamente a riproporsi. Ma soprattutto è riemersa la tensione contradditoria tra adattamento e reazione. Benché attratta dai poli determinanti del sistema, l’Italia non ha infatti abbandonato la convinzione riposta nel proprio primato «civile e morale», talvolta al punto da rigettare quei modelli stranieri cui aveva in precedenza guardato con entusiasmo.


Damiano Palano

giovedì 7 maggio 2020

Divide et impera, la nuova democrazia creata dal web. Una recensione di Davide G. Bianchi a "Bubble democracy" di Damiano Palano




di Davide G. Bianchi

Questa recensione al volume di Damiano Palano, Bubble democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé-Morcelliana, euro 16.00), in uscita oggi giovedì 7 maggio 2020, è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

L’inaspettato successo di Barack Obama nelle primarie dei Democratici nel 2009 contro la ben più quotata Hillary Clinton, e poi nelle elezioni presidenziali avendo la meglio su John McCain, non è stato soltanto il risultato di una straordinaria sfida civile e politica. Vi è stata da parte del senatore dell’Illinois la capacità di costruire una campagna elettorale di rara efficacia che, da un lato, sapeva usare le nuove tecnologie per il fundraising – anziché pochi grandi finanziatori, moltissimi donatori di piccole somme attraverso il web – dall’altro interpretava al meglio la comunicazione politica nell’età dei social media. Al suo fianco si trovava Eli Pariser, l’autore di The Filter Bubble. Al centro del libro vi era la svolta che si era compiuta proprio in quegli stessi mesi, quando Google aveva deciso di “personalizzare” le ricerche che gli utenti realizzavano online con il proprio motore di ricerca. A questo scopo veniva usato l’algoritmo Page Rank, pensato per restituire output più consoni alle aspettative e ai gusti di ogni singolo utente. Da allora, i cookies, che attraverso il browser vengono a insinuarsi nei siti visitati, creano una memoria dei precedenti passaggi, così da poter riconoscere successivamente il visitatore, e profilarlo in termini di gusti, interessi, abitudini per farlo così destinatario di messaggi promozionali calibrati su misura.

Tutto questo non ha soltanto degli evidenti vantaggi pratici: gli algoritmi non sono solo capaci di scoprire – e talvolta persino anticipare – le nostre scelte individuali, ma tendono a creare attorno a ciascuno di noi una filter bubble, per dirlo con Pariser: una bolla che filtra tutte le informazioni provenienti dal mondo esterno, facendo penetrare solo ciò che risulta coerente con le preferenze dell’utente. Per cui, ogni soggetto tende a vivere dentro una dimensione virtuale, da cui vede un mondo personalizzato che rispecchia la propria soggettività, soprattutto in termini di consumi. Naturalmente, la disintermediazione realizzata dai social media muove nella medesima direzione, votata anch’essa a rafforzare i convincimenti individuali e regalare loro contesti in cui possano trovare conferme acritiche.



Rischiano di essere giudicate irrilevanti, inattendibili o addirittura false quelle informazioni che contrastano con le proprie opinioni, proliferano le fake news e nasce l’idea della “postverità”, tipica dell’età della disintermediazione. Quali sono le implicazioni politiche di tutto questo? È ciò che si chiede Damiano Palano – professore ordinario di filosofia politica all’Università Cattolica di Milano – nel suo ultimo libro, intitolato appunto Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Morcelliana, pagine 224, euro 16). «La tesi – spiega l’autore – è che il nuovo ambiente mediale e in particolare la diffusione dei social media favoriscano dinamiche molto differenti non solo da quelle della “vecchia” democrazia dei partiti, protagonista di una parte rilevante del Novecento, ma anche da quelle della democrazia del pubblico». Questa espressione è stata usata da Bernard Manin nel suo classico sulla rappresentanza politica uscito nel 1997 per indicare la passività operata dalla società di massa e la tendenza a sostituire il consumatore al cittadino, calando quest’ultimo in u- na sorta di audience massmediatica fluida e mutevole.

La Bubble Democracy di cui parla Palano è un passaggio ulteriore, di non poco momento, dove la cifra distintiva è rappresentata dall’individualismo 2.0 costruito delle “bolle” autoreferenziali in cui tendono a collocarci le nuove tecnologie della comunicazione: mentre in passato la politica è sempre stata un fenomeno per sua natura collettivo, i media di nuova generazione non fanno altro che giocare sulla soggettività individuale – comprese le piattaforme che vorrebbero rendere possibile la democrazia diretta – rinunciando del tutto a quel “noi” su cui si sono costruite le identità dei partiti del Novecento. Se pensiamo al successo del populismo di questi ultimi anni alla luce di queste annotazioni, non sarebbe arbitrario formulare un’ipotesi più generale «secondo la quale – osserva ancora Palano – le tensioni innescate da una pluralità di fattori – economici, politici e culturali – potrebbero aver prodotto risultati tanto eclatanti sull’assetto dei sistemi politici occidentali anche perché si sono incontrate con un nuovo scenario comunicativo». In altre parole, se la democrazia del pubblico aveva come protagonisti i partiti post–ideologici, costruiti per muoversi secon- do i dettami del marketing politico allo scopo di catturare il voto d’opinione delle fasce mediane dell’elettorato, la Bubble Democracy è invece divisiva e conflittuale, incardinata sui personalismi e sulle leadership, propensa alla polarizzazione e alle spinte centrifughe verso le code estreme del continuum politico. Come ripete più volte Palano, tuttavia la Bubble Democracy è soltanto un idealtipo a cui non si deve attribuire valenza deterministica: la realtà è sempre pronta a smentire le teorie che si sforzano di interpretarla.

Davide G. Bianchi


domenica 9 febbraio 2020

Siamo tutti populisti? L'anatomia del fenomeno in un libro curato da Marco Tarchi


 

Di Damiano Palano


Questo testo è apparso su quotidiano "Il Foglio" il 3 gennaio 2020.


Se oggi ci chiediamo «chi» siano i populisti, dare una risposta è tutt’altro che complicato. I giornali, la tv e il dibattito politico contribuiscono pressoché quotidianamente ad affollare la galleria dei leader e dei movimenti che possono essere ricondotti in questa famiglia. Ma se ci poniamo invece la domanda su «cosa» sia il populismo, al di là delle sue manifestazioni quotidiane, la risposta si rivela ben più ostica. Perché emerge un ostacolo legato principalmente all’eterogeneità dei fenomeni di solito associati a questa categoria. Non si tratta comunque di una difficoltà sorta solo negli ultimi anni. Come si ricorda spesso, già nel maggio 1967, in un celebre convegno organizzato presso la London School of Economics, risultò chiaro che il «populismo» presentava molte facce, e che gli studiosi si riferivano con quel termine a cose piuttosto diverse. Per questo, commentando i lavori del convegno, Isaiah Berlin osservò che il dibattito sul populismo rischiava di rimanere vittima del «complesso di Cenerentola». «Esiste una scarpa – la parola populismo – per la quale da qualche parte esiste un piede», aveva osservato Berlin. E anche se questa scarpa «va bene per ogni tipo di piede, non bisogna lasciarsi ingannare da quelli che si adattano più o meno bene», e così il principe azzurro è destinato «a vagare alla ricerca del piede giusto». Cinquant’anni dopo, gli studiosi non sembrano ancora aver trovato la loro Cenerentola. E la discussione su quale sia l’«essenza» del populismo non ha raggiunto un punto condiviso.

Per orientarsi in questo dibattito, uno strumento prezioso – ed estremamente ricco – è il volume, curato da Marco Tarchi, Anatomia del populismo (Diana edizioni, pp. 361, euro 19.00), nel quale sono raccolti fra gli altri contributi di studiosi come Margaret Canovan, Chantal Delsol, Cas Mudde, Paul Taggart e Pierre-André Taguieff. In Italia Tarchi fu in effetti tra i primi politologi a dedicare un’attenzione non occasionale ai movimenti populisti. Sulla rivista «Trasgressioni» – che era nata negli anni Ottanta raccogliendo alcune suggestioni di Alain de Benoist – Tarchi iniziò a ospitare una riflessione a più voci su cosa si dovesse intendere per «populismo». La rivista puntò in primo luogo a mettere in discussione il pregiudizio negativo che gravava – e grava ancora oggi – sull’utilizzo scientifico del concetto. E così accolse gli interventi di studiosi che, oltre a ricostruire la fisionomia dei singoli movimenti populisti, si interrogavano sul concetto e sul modo in cui adottarlo per interpretare i mutamenti negli scenari politici. Nel volume sono ora riproposti i principali contributi di quella discussione, molti dei quali sono ancora oggi ricchi di sollecitazioni, oltre che utili per orientarsi in una letteratura nel frattempo divenuta caotica.

Tarchi ha anche fornito una propria definizione del populismo. Dopo aver respinto l’ipotesi che si tratti di una vera e propria ideologia, è tornato a utilizzare il concetto di «mentalità», proposto da Theodor Geiger negli anni Trenta e poi ripreso dal politologo spagnolo Juan Linz per identificare il patrimonio valoriale cui attingono i regimi autoritari (ben distinti in questo da quelli totalitari). Le mentalità sono modi di pensare e sentire emotivi che rimandano a valori generali, sono piuttosto fluttuanti e non hanno una forma chiaramente determinata, mentre le ideologie sono più strutturate, scaturiscono da un processo di riflessione e sono spesso codificate. Il populismo andrebbe dunque considerato come una forma mentis che concepisce il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, come una concezione che attribuisce «naturali qualità etiche» al popolo, che ne «contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali». E che soprattutto rivendica il primato del popolo, «come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione».

Dal punto di vista dell’indagine empirica non è sempre facile riconoscere una «mentalità» populista. E, soprattutto in una fase di scomparsa di ideologie strutturate e compatte come quelle del Novecento, è difficile individuare qualche forza politica totalmente immune dal contagio di questa mentalità. Ma è forse per questo che, sviluppando ulteriormente la proposta di Tarchi, ci si potrebbe domandare se quella specifica forma mentis non sia una mentalità anche nel senso in cui ne parlavano Philippe Aries e Michelle Vovelle. Collocando al centro dei loro studi proprio la «mentalità», gli storici della terza generazione delle «Annales» a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso iniziarono infatti a occuparsi degli atteggiamenti verso la ricchezza il piacere, il tempo, la morte. In questo senso, le mentalità, come le definiva Robert Mandrou, erano sostanzialmente «visioni del mondo», capaci di resistere nel tempo e anche di sopravvivere all’avanzata delle ideologie. In alcuni suoi studi importanti sulla «mentalità rivoluzionaria», Vovelle mostrò come, ancora prima del 1789, avessero iniziato a modificarsi gli atteggiamenti nei confronti della tradizione, della famiglia, dell’autorità. E come quel mutamento nella «mentalità» avesse finito poi col rompere gli argini. Anche oggi ci potremmo allora chiedere se l’esplosione populista degli ultimi anni non sia il frutto di un mutamento nelle «mentalità». Un mutamento (favorito ma non determinato dalla rivoluzione comunicativa) che è andato a modificare atteggiamenti, comportamenti, rappresentazioni collettive. Così potremmo forse anche scoprire che quel modo un po’ sbrigativo di guardare alla politica, di invocare il popolo sovrano, di richiedere soluzioni facili per problemi complicati, non riguarda soltanto formazioni oustsider o ‘antisistema’, ma ormai un po’ tutti noi. E che quella «mentalità populista» di cui pure deprechiamo le semplificazioni, lo stile brutale, gli espedienti retorici, ha già modificato anche il nostro modo di guardare alla politica.  


Damiano Palano