domenica 9 febbraio 2020

Siamo tutti populisti? L'anatomia del fenomeno in un libro curato da Marco Tarchi


 

Di Damiano Palano


Questo testo è apparso su quotidiano "Il Foglio" il 3 gennaio 2020.


Se oggi ci chiediamo «chi» siano i populisti, dare una risposta è tutt’altro che complicato. I giornali, la tv e il dibattito politico contribuiscono pressoché quotidianamente ad affollare la galleria dei leader e dei movimenti che possono essere ricondotti in questa famiglia. Ma se ci poniamo invece la domanda su «cosa» sia il populismo, al di là delle sue manifestazioni quotidiane, la risposta si rivela ben più ostica. Perché emerge un ostacolo legato principalmente all’eterogeneità dei fenomeni di solito associati a questa categoria. Non si tratta comunque di una difficoltà sorta solo negli ultimi anni. Come si ricorda spesso, già nel maggio 1967, in un celebre convegno organizzato presso la London School of Economics, risultò chiaro che il «populismo» presentava molte facce, e che gli studiosi si riferivano con quel termine a cose piuttosto diverse. Per questo, commentando i lavori del convegno, Isaiah Berlin osservò che il dibattito sul populismo rischiava di rimanere vittima del «complesso di Cenerentola». «Esiste una scarpa – la parola populismo – per la quale da qualche parte esiste un piede», aveva osservato Berlin. E anche se questa scarpa «va bene per ogni tipo di piede, non bisogna lasciarsi ingannare da quelli che si adattano più o meno bene», e così il principe azzurro è destinato «a vagare alla ricerca del piede giusto». Cinquant’anni dopo, gli studiosi non sembrano ancora aver trovato la loro Cenerentola. E la discussione su quale sia l’«essenza» del populismo non ha raggiunto un punto condiviso.

Per orientarsi in questo dibattito, uno strumento prezioso – ed estremamente ricco – è il volume, curato da Marco Tarchi, Anatomia del populismo (Diana edizioni, pp. 361, euro 19.00), nel quale sono raccolti fra gli altri contributi di studiosi come Margaret Canovan, Chantal Delsol, Cas Mudde, Paul Taggart e Pierre-André Taguieff. In Italia Tarchi fu in effetti tra i primi politologi a dedicare un’attenzione non occasionale ai movimenti populisti. Sulla rivista «Trasgressioni» – che era nata negli anni Ottanta raccogliendo alcune suggestioni di Alain de Benoist – Tarchi iniziò a ospitare una riflessione a più voci su cosa si dovesse intendere per «populismo». La rivista puntò in primo luogo a mettere in discussione il pregiudizio negativo che gravava – e grava ancora oggi – sull’utilizzo scientifico del concetto. E così accolse gli interventi di studiosi che, oltre a ricostruire la fisionomia dei singoli movimenti populisti, si interrogavano sul concetto e sul modo in cui adottarlo per interpretare i mutamenti negli scenari politici. Nel volume sono ora riproposti i principali contributi di quella discussione, molti dei quali sono ancora oggi ricchi di sollecitazioni, oltre che utili per orientarsi in una letteratura nel frattempo divenuta caotica.

Tarchi ha anche fornito una propria definizione del populismo. Dopo aver respinto l’ipotesi che si tratti di una vera e propria ideologia, è tornato a utilizzare il concetto di «mentalità», proposto da Theodor Geiger negli anni Trenta e poi ripreso dal politologo spagnolo Juan Linz per identificare il patrimonio valoriale cui attingono i regimi autoritari (ben distinti in questo da quelli totalitari). Le mentalità sono modi di pensare e sentire emotivi che rimandano a valori generali, sono piuttosto fluttuanti e non hanno una forma chiaramente determinata, mentre le ideologie sono più strutturate, scaturiscono da un processo di riflessione e sono spesso codificate. Il populismo andrebbe dunque considerato come una forma mentis che concepisce il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, come una concezione che attribuisce «naturali qualità etiche» al popolo, che ne «contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali». E che soprattutto rivendica il primato del popolo, «come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione».

Dal punto di vista dell’indagine empirica non è sempre facile riconoscere una «mentalità» populista. E, soprattutto in una fase di scomparsa di ideologie strutturate e compatte come quelle del Novecento, è difficile individuare qualche forza politica totalmente immune dal contagio di questa mentalità. Ma è forse per questo che, sviluppando ulteriormente la proposta di Tarchi, ci si potrebbe domandare se quella specifica forma mentis non sia una mentalità anche nel senso in cui ne parlavano Philippe Aries e Michelle Vovelle. Collocando al centro dei loro studi proprio la «mentalità», gli storici della terza generazione delle «Annales» a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso iniziarono infatti a occuparsi degli atteggiamenti verso la ricchezza il piacere, il tempo, la morte. In questo senso, le mentalità, come le definiva Robert Mandrou, erano sostanzialmente «visioni del mondo», capaci di resistere nel tempo e anche di sopravvivere all’avanzata delle ideologie. In alcuni suoi studi importanti sulla «mentalità rivoluzionaria», Vovelle mostrò come, ancora prima del 1789, avessero iniziato a modificarsi gli atteggiamenti nei confronti della tradizione, della famiglia, dell’autorità. E come quel mutamento nella «mentalità» avesse finito poi col rompere gli argini. Anche oggi ci potremmo allora chiedere se l’esplosione populista degli ultimi anni non sia il frutto di un mutamento nelle «mentalità». Un mutamento (favorito ma non determinato dalla rivoluzione comunicativa) che è andato a modificare atteggiamenti, comportamenti, rappresentazioni collettive. Così potremmo forse anche scoprire che quel modo un po’ sbrigativo di guardare alla politica, di invocare il popolo sovrano, di richiedere soluzioni facili per problemi complicati, non riguarda soltanto formazioni oustsider o ‘antisistema’, ma ormai un po’ tutti noi. E che quella «mentalità populista» di cui pure deprechiamo le semplificazioni, lo stile brutale, gli espedienti retorici, ha già modificato anche il nostro modo di guardare alla politica.  


Damiano Palano

sabato 1 febbraio 2020

Il circolo vizioso del «Selfie-government». La malattia senile della democrazia nella diagnosi di Luigi Di Gregorio




di Damiano Palano


Questo testo è apparso sul quotidano "Il foglio" il 21 dicembre 2019 


Nell’ottobre 2017, aprendo il primo meeting della sua Fondazione, Barack Obama spiegò ai sostenitori perché da quel momento non si sarebbe più prestato alla liturgia dei selfie. «Le persone che incontro non mi guardano più negli occhi», «si avvicinano a me solo così», disse mimando il gesto con cui di solito si armeggia sullo smartphone per regolare l’autoscatto. Se per fare una bella foto ci precludiamo la possibilità di avere una conversazione con qualcuno, di ascoltare quello che dice o di guardarlo negli occhi, disse allora Obama, finiamo col «creare qualcosa che ci separa dagli altri invece che approfondire la relazione con loro». La posizione del predecessore di Donald Trump alla Casa Bianca rimane fino a questo momento probabilmente un unicum. Il rituale del selfie conclusivo è invece entrato a pieno diritto nella fenomenologia delle forme di aggregazione politica, e proprio per questo mostra in modo quasi paradigmatico i tratti di quel nuovo soggetto che popola la scena contemporanea. È per molti versi proprio a questo soggetto sfuggente che Luigi Di Gregorio dedica buona parte del suo Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico (Rubbettino, pp. 314, euro 18.00), un saggio nel quale rifluiscono tanto i risultati di una ricca attività di ricerca quanto l’esperienza di consulente politico. Secondo il politologo è infatti proprio nella psicologia dell’odierno «uomo-folla» che vanno rinvenute le cause del «malessere democratico». La tesi di fondo di Di Gregorio – il quale si discosta dalle diagnosi avanzate in questi anni da molti osservatori – è cioè che a essere «malato» sia proprio il popolo. E la patologia di cui soffrono i sistemi politici contemporanei è per lui soprattutto l’esito della trasformazione culturale che, nella transizione alla modernità, ha investito i cittadini delle democrazie occidentali, travolti da un lungo catalogo di processi degenerativi: «individualizzazione, perdita di senso sociale, fine delle metanarrazioni, crisi del sapere, delle istituzioni e delle autorità cognitive, narcisismo, nuove percezioni e concezioni di tempo e spazio, trionfo della sindrome consumistica e della logica totalizzante dell’‘usa e getta’, fine dei luoghi pubblici relazionali e proliferazione dei nonluoghi».

Il Novecento è stato politicamente segnato della presenza delle masse. Anche se i secoli precedenti avevano conosciuto molte forme di azione collettiva, le masse compatte, organizzate, disciplinate del «secolo breve» avevano in effetti qualcosa di qualitativamente differente dalle vecchie sommosse di piazza, dalle moltitudini urbane che chiedevano pane e dalle folle che assaltavano i forni. Organizzate dai grandi partiti o mobilitate dagli apparati dei regimi totalitari, le masse sono infatti apparse – a torto o a ragione – come il prodotto di quella che, non casualmente, è stata chiamata «massificazione»: un processo che puntava a organizzare e mobilitare i singoli, ma che cercava anche di renderli tra loro omogenei, di tramutarli negli ingranaggi passivi di un mastodontico organismo sociale. Ed è anche per questo che la «massa» novecentesca è andata a identificare uno specifico tipo umano: l’«uomo-massa» passivo, privo di autonomia, conformista, eterodiretto, soggetto al dominio pressoché incontrastato di leader politici, di «persuasori occulti», di macchine burocratiche. Insieme alle grandi ideologie del Novecento, le masse sembrano però essere uscite dalla scena, e neppure quei movimenti che spesso chiamiamo «populisti» sembrano in grado di riconsegnare loro un ruolo. L’«uomo-massa» secondo Di Gregorio è stato sostituito proprio da un «uomo-folla» volubile, privo di solide credenze, narcisista, che proprio come il consumatore deve nutrirsi costantemente di nuovi protagonisti dello spettacolo politico. In altre parole, secondo Di Gregorio, la postmodernità segna in politica il culmine della parabola dell’homo ludens: «un individuo che ha progressivamente abbandonato il valore del ritardo della gratificazione», sostituito con «la ricerca spasmodica e continua della gratificazione immediata».

Ciò non significa che la politica non abbia responsabilità, che sono se non altro quelle di aver rinunciato a svolgere un ruolo dirigente. Ma la causa principale secondo Di Gregorio è chiara e va rinvenuta nella metamorfosi del popolo, nella «demopatìa». A veicolare la transizione sarebbero stati soprattutto i media. La personalizzazione e la mediatizzazione della politica avrebbero cioè incrementato la life politics, ossia l’importanza attribuita alla vita quotidiana, ai suoi dettagli, al puro gossip. Ma avrebbero anche innescato la trappola della fast politics, che costringe i leader politici a dover adottare – o meglio: a dover annunciare – misure immediate. Anche se dopo qualche giorno nessuno ricorda più nulla di quei provvedimenti tanto urgenti, così come gli stessi motivi che hanno indotto ad adottarli. Ciò che resta è una «sondocrazia» permanente, in cui l’opinione pubblica diventa «emozione pubblica», volatile, volubile. Il cittadino-elettore si allontana sempre di più dalla logica dell’elettore razionale. Più che un voto di opinione, il suo tende a diventare un «voto di emozione» fluttuante. Ma è proprio per alimentare nuovi emozioni che lo spettacolo non può evitare di cercare nuovi protagonisti e nuovi «eroi», strappandoli ad altri campi e proiettandoli nell’agone elettorale. E quegli outsider devono fatalmente ricorrere all’arsenale della demagogia, a promesse irrealizzabili. Collocate al centro di una discussione schematica, le questioni politiche finiscono per essere semplificate, banalizzate, ridotte a opposizioni binarie. E nel circolo vizioso chiunque può convincersi di poter ricoprire cariche istituzionali, come se l’abilità retorica di suggerire in un talk show soluzioni miracolose per i problemi della disoccupazione giovanile, del debito pubblico o dell’evasione fiscale equivalga alla concreta capacità di tradurre quegli slogan in misure strutturate e in un esercizio adeguato dell’attività di governo. 

Ad alimentare le code di ammiratori in attesa di un autoscatto è ovviamente l’inesauribile ossessione narcisistica di voler apparire. E proprio per questo nessuna di quelle immagini diventerà probabilmente memorabile. D’altronde, se nessuna società del passato ha mai avuto la capacità di conservare una memoria così dettagliata e sistematica di tutto ciò che accade in ogni istante quasi in ogni luogo del pianeta, nessun’altra epoca ha mai percepito i frammenti del proprio passato con la stessa sensazione di futilità che proviamo quando, frugando nella memoria fisica dei nostri smartphone, ci rendiamo conto che quasi nulla di tutto ciò che conserviamo meriti davvero di essere ricordato. Ma – ci avverte Di Gregorio – la voracità con l’homo ludens immagazzina fotografie, filmati, messaggi che quasi inevitabilmente finiranno dimenticati nei meandri più oscuri della memoria digitale dei suoi dispositivi è in fondo la stessa con cui il cittadino delle democrazie contemporanee ‘divora’ i protagonisti dello spettacolo politico. E in questo interminabile pasto cannibale – più che la «verità», da sempre in conflitto con le logiche del potere – la vittima principale non può che essere proprio la politica. Perché nel grottesco circolo vizioso del selfie-government, proprio nulla sembra in grado di sottrarsi al vortice della futilità.


Damiano Palano

lunedì 27 gennaio 2020

Paul Tillich e il volto demoniaco del potere. Tradotti due testi del teologo D




di Damiano Palano

Questa recensione ai due volumi di Paul Tillich, Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia (a cura di Luca Crescenzi, Ets, pp. 63, euro 10) e Filosofia del potere (a cura di Alessandro Gamba, Glossa, pp. 89, euro 14.00), è apparsa su "Avvenire" il 23 giugno 2018, con il titolo Paul Tillich e l'influenza del demoniaco sugli Stati.


Quando Paul Tillich si trasferì negli Stati Uniti, nel 1933, aveva ormai quarantasette anni. Era nato infatti in Prussia nel 1886, nel 1912 era diventato pastore luterano e allo scoppio della Grande guerra si era arruolato volontario come cappellano militare. Dopo aver conseguito il dottorato a Breslavia, aveva inoltre insegnato a Marburg, Dresda e Francoforte. Ma, soprattutto, era divenuto un esponente del movimento dei «socialisti cristiani». Attraverso una strada originale, era giunto infatti – anche grazie alla scoperta dei manoscritti economico-filosofici del giovane Marx – a una convergenza con le posizioni esposte da Lukáks in Storia e coscienza di classe e con i primi saggi di Marcuse. Il «socialismo religioso» di Tillich, criticando il determinismo della Seconda Internazionale, puntava sostanzialmente a una revisione del marxismo capace di riportarlo «al respiro che aveva nel giovane Marx». Il socialismo doveva cioè opporsi alla «soggettività distorta» dell’era borghese, in cui gli individui e le comunità erano privati dei fondamenti spirituali.

Centrale nella sua riflessione era in special modo il concetto di «demoniaco», che influenzò probabilmente il Doktor Faustus di Thomas Mann e la concezione della dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Per accostarsi alla riflessione del teologo, è per questo utile il volumetto Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia, tradotto e curato da Luca Crescenzi (Ets, pp. 63, euro 10). Per Tillich il «demoniaco» costituiva la «forma fenomenica» del potere del male, ma era soprattutto l’elemento distruttivo che lo spirito doveva domare, pur rimanendo costantemente esposto al suo riaffiorare. Era cioè la stessa storia dell’uomo a essere demoniaca, dal momento che risultava sempre costretta nell’ambivalenza insolubile tra creatività e distruttività, tra demoniaco e divino. «L’opposizione dei due principi», scriveva per esempio il teologo, «attraversa ogni individuo e ogni istituzione». E sebbene fosse un aspetto del tutto trascurato dall’ottimismo illuminista, era invece necessario riconoscere i simboli del demoniaco per comprendere la crisi spirituale del dopoguerra e la forza del nazionalismo.

Per sfuggire alle persecuzioni del nascente regime nazionalsocialista, Tillich nel 1933 giunse negli Stati Uniti. Le sue opere ebbero subito una buona accoglienza e furono tradotte dal H. Richard Niebuhr, il fratello di Reinhold Niebuhr, un pensatore con cui Tillich aveva senz’altro alcuni elementi in comune (oltre che alcune sostanziali differenze). Almeno alla metà degli anni Trenta, entrambi erano d’altronde vicini ai movimenti socialisti e conducevano una critica ‘da sinistra’ del New Deal. E, inoltre, entrambi esprimevano un approccio morale alla politica, che – radicato nella teologia protestante – non si traduceva però in un atteggiamento moralistico. Si trattava, cioè, di una prospettiva che riprendeva la visione ‘realistica’ della politica, intesa come dimensione segnata inevitabilmente dal conflitto e dal dominio dell’uomo sull’uomo. Ma che, al tempo stesso, si discostava nettamente dalla cinica esaltazione del potere del «machiavellismo». Il realismo era piuttosto il presupposto per tornare ad annodare etica e politica, e per evitare che il potere asservisse gli esseri umani.

Il frutto maturo di questa riflessione può essere riconosciuto nelle lezioni sulla Filosofia del potere, tenute da Tillich a Berlino nel 1956 e ora tradotte in italiano da Alessandro Gamba (Glossa, pp. 89, euro 14.00). Per il teologo, la riflessione sul potere doveva necessariamente partire dalla comprensione delle radici ontologiche del fenomeno. Ai suoi occhi, il potere era infatti «il primo concetto col quale dev’essere caratterizzato l’essere in quanto essere». Più precisamente, l’essere poteva essere definito come «possanza d’essere», «il potere di essere». A contrassegnarlo era cioè una «volontà di potere» – espressione con cui Gamba traduce, con una scelta meditata, la formula Wille zur Macht – intesa non come «la volontà di conquistare potere sugli uomini», ma come «l’autoaffermazione della vita, della vita che spinge dinamicamente oltre sé e supera ogni resistenza interna ed esterna».  Con questa chiave di lettura, Tillich poteva esaminare le relazioni tra individui e gruppi. E giungeva anche ad affrontare, sul finire delle proprie lezioni, il nodo dell’«unità del mondo». Proprio in quegli anni, Carl Schmitt – distanziandosi da Ernst Jünger – escludeva che si potesse arrivare a uno «Stato mondiale». Pur procedendo da premesse diverse, Tillich perveniva alle medesime conclusioni. L’ipotesi di uno Stato mondiale, generato dall’unificazione delle maggiori potenze, era infatti in contrasto con la concezione del potere che aveva delineato. L’ipotesi di un impero mondiale, nato dalle ambizioni imperialistiche di una singola potenza, era invece più realistica. Ma si sarebbe trattato, anche in questo caso, di un assetto destinato a dissolversi, così come nell’arco di circa un secolo era tramontata la pax augustea garantita dall’impero di Roma. «Nulla che sia generato in questo forma», scriveva infatti Tillich al termine del corso, «può durare più a lungo». Perché «il regno dei Cieli non può essere costruito sul terreno del potere e della possanza d’essere, dove l’uno sta contro l’altro». 

Damiano Palano

lunedì 20 gennaio 2020

Se il migrante diventa un'arma. Un libro di Kelly M. Greenhill sull'utilizzo delle migrazioni come strumento di condizionamento politico



di Damiano Palano

In questi giorni la vicenda della nave Aquarius ha riaperto la discussione sull'utilizzo delle migrazioni come strumento di condizionamento politico. Non si tratta infatti di un caso inedito perché in diverse occasioni i flussi migratori - reali o minacciati - sono diventati strumenti con cui gli Stati hanno richiesto e ottenuto vantaggi economici o politici. A questo proposito, "Maelstrom" ripropone una recensione al volume di Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera (Leg, pp. 482, euro 20.00), apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 6 giugno 2017.

Nel 1979, durante uno storico incontro con Deng Xiaoping, il presidente americano Jimmy Carter pose la questione del mancato rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica Popolare. E dichiarò che, se il regime non avesse concesso ai propri cittadini la possibilità di emigrare senza restrizioni, gli Stati Uniti non avrebbero potuto commerciare liberamente con la Cina. La replica di Deng lasciò però Carter letteralmente disarmato: «Va bene. Allora, esattamente quanti cinesi le piacerebbe avere, signor presidente? Un milione? Dieci milioni? Trenta milioni?». La minaccia di Deng non si concretizzò mai. Ma l’episodio – ricordato da Zbigniew Brzezinski – può essere considerato come una testimonianza della fragilità che le democrazie liberali spesso mostrano dinanzi alla prospettiva di essere investiti da flussi migratori di massa. Una fragilità che, in qualche caso, può essere sfruttata politicamente da alcuni Stati per ottenere concessioni, o comunque per esercitare pressione.
Proprio a questo tema è dedicato il volume di Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera (Leg, pp. 482, euro 20.00). Greenhill sostiene infatti che, almeno in alcuni casi, le migrazioni progettate coercitive – ossia movimenti transfrontalieri deliberatamente creati o manovrati da Stati o organizzazioni non statali – possano essere sfruttate per ottenere concessioni politiche, militari ed economiche. Nel periodo compreso tra il 1951 e il 2010, la politologa ne riconosce ben cinquantasei casi. Le proporzioni della popolazione coinvolta e lo stesso profilo degli attori protagonisti furono ovviamente, di volta in volta, molto diversi. Nel 1953, l’allora cancelliere della Repubblica Federale tedesca Konrad Adenauer tentò per esempio di sfruttare l’improvviso afflusso di circa trecentomila profughi dalla Germania Est (dipinto come un deliberato piano di destabilizzazione ordito dall’Unione Sovietica) per ottenere aiuti straordinari dagli Stati Uniti. Un caso analogo vide protagonista l’Austria, che nel 1956 dichiarò che non avrebbe più accolto i rifugiati in fuga dall’Ungheria, se gli Stati Uniti non avessero fornito un consistente supporto finanziario per la gestione dell’emergenza. In altre occasioni le migrazioni furono invece direttamente innescate (o favorite) da parte di chi esercitava la pressione. Fidel Castro alimentò per esempio varie volte i flussi di profughi cubani verso la Florida per riaprire la contrattazione con Washington. E nel 1993 l’ex presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide ebbe probabilmente un ruolo nel promuovere quell’afflusso di boat people verso le coste degli Stati Uniti che indusse l’amministrazione Clinton a intervenire nell’isola.
Il testo di Greenhill offre sicuramente una chiave di lettura. Ma – è importante sottolinearlo – i suoi risultati non possono essere fraintesi. In particolare, i flussi di profughi e migranti che negli ultimi anni hanno investito l’Europa non possono essere considerati semplicisticamente come il frutto di un deliberato calcolo politico, diretto a indebolire il Vecchio continente mediante una «bomba demografica». Anche se certo alcuni attori hanno tentato di utilizzare e manipolare quei flussi per ottenere benefici (non solo economici). Quasi sempre la coercizione per mezzo di migrazione sfrutta d'altronde flussi innescati da altri processi (spesso ben più complessi). Inoltre questo strumento di pressione – come mette in luce la politologa – riesce a far leva sul fatto che, nelle democrazie liberali, la popolazione tende a considerare la limitazione dei flussi migratori come un imperativo molto più rilevante rispetto a qualsiasi altra questione di politica estera. Al tempo stesso, gli Stati democratici considerano spesso troppo elevato ciò che Greenhill chiama il «costo dell’ipocrisia», ossia il costo in termini di credibilità e reputazione derivante dal mancato rispetto di quei diritti che pure vengono solennemente dichiarati inviolabili. Proprio una simile debolezza rende infatti gli Stati occidentali bersagli sensibili alla minaccia di diventare oggetto di flussi migratori. E dunque spesso disponibili ad accogliere le richieste di quegli attori che usano i migranti come un’arma per ottenere concessioni.

 Damiano Palano


lunedì 13 gennaio 2020

"Carl Schmitt" di Gianfranco Miglio. Una raccolta di scritti a cura di Damiano Palano (editrice Scholé)


Gianfranco Miglio
Carl Schmitt
Saggi

a cura di Damiano Palano
Scholé
(pp. 128, euro 11.50)

I testi raccolti in questo volume scandiscono le tappe principali del dialogo intellettuale che Gianfranco Miglio intrattenne per molti anni con le ipotesi di Carl Schmitt. Benché rendesse sempre un sincero omaggio alle intuizioni del giurista tedesco, Miglio non nascose mai che il suo intento era superare i limiti oltre i quali Schmitt non aveva avuto l’ambizione di avventurarsi. Il suo obiettivo era infatti recidere definitivamente il residuo legame nostalgico con l’esperienza dello Stato moderno che aveva impedito al «grande vegliardo della politologia europea» di riconoscere il cuore oscuro e irrazionale dei fenomeni di aggregazione politica. In quel lungo confronto possiamo così riconoscere, oltre a una grande ammirazione, i segnali di una divergenza significativa. Ma anche per questo le pagine in cui, partendo da Schmitt, Miglio ambiva a procedere «oltre Schmitt», continuano a riproporci una serie di interrogativi fondamentali.



Gianfranco Miglio (1918-2001) fu per un trentennio, dal 1959 al 1989, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegnò Storia delle dottrine politiche e Scienza della politica. Tra il 1992 e il 2001 fu senatore della Repubblica. Tra le sue opere principali, Le regolarità della politica (Giuffrè 1988) e Lezioni di politica (2 voll., il Mulino 2011). Nella collana “Orso blu” è già apparso il suo volume Guerra, pace, diritto (con un saggio di Massimo Cacciari, 2016). Per Morcelliana ha pubblicato Genesi e trasformazioni del termine-concetto ‘Stato’ (2007).


Damiano Palano è Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Scienza politica e Teoria politica dell’età globale. Tra i suoi lavori più recenti: Partito (il Mulino 2013), La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero 2015), Populismo (Bibliografica 2017), Il segreto del potere. Alla ricerca di un’ontologia del «politico» (Rubbettino 2018).

lunedì 6 gennaio 2020

Il rischio per la democrazia sono gli elettori pigri o i politici inadeguati? Un libro di Fabrizio Tonello




di Damiano Palano

Questa recensione al libro di Fabrizio Tonello, Democrazie a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza (Pearson, pp. 146, euro 21.00), è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 22 ottobre 2019. 

Trent’anni dopo il fatale 1989 la democrazia sembra aver perso il proprio fascino. L’ondata propulsiva della «terza ondata» di democratizzazione si è esaurita da tempo, mentre i regimi autoritari – tra cui in particolare il gigante cinese – sono tornati a rappresentare modelli alternativi alla democrazia liberale. Ma anche in Occidente la situazione è meno rosea che in passato. Secondo alcuni politologi i cittadini occidentali sarebbero infatti meno attaccati che in passato ai valori democratici e soprattutto le generazioni più giovani risulterebbero maggiormente disponibili ad accogliere opzioni autoritarie. Persino sotto il profilo della discussione intellettuale la democrazia viene inoltre sempre più spesso attaccata, perché negli ultimi anni è affiorata una corposa critica «epistocratica», la quale sottolinea che gli elettori sono quasi sempre ignoranti, disinformati o accecati dalle loro preferenze ideologiche. Nel suo volume Democrazie a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza (Pearson, pp. 146, euro 21.00), Fabrizio Tonello prende di petto la questione, per contrastare gli argomenti del fronte «epistocratico». Innanzitutto, avverte che dovremmo dubitare dei sondaggi sulla competenza politica dell’«uomo della strada». Anche per Tonello è comunque innegabile che parte dell’elettorato sia pigro e disinteressato alla dinamica delle istituzioni. A suo a giudizio non dovremmo però dimenticare che questo disinteresse è la conseguenza di una serie di processi maturati gradualmente. Tra questi un ruolo rilevante spetta al mutamento nello scenario comunicativo. Se per decenni lo spettacolo televisivo ha modificato il linguaggio politico, i social media hanno creato un assetto inedito, che ha abbattuto i confini delle situazioni sociali consolidate. Il problema non è dunque riducibile alle fake news, perché, più in generale, i social media «creano per l’utilizzatore una situazione psicologica simile a quella di trovarsi in una folla, dove contemporaneamente si provano sensazioni di incertezza e ansia ma anche di onnipotenza». Al quadro complessivo contribuiscono inoltre l’«infantilizzazione» degli adulti, il decadimento della professione giornalistica, la scomparsa delle agenzie che preservavano le tradizioni di competenza e virtù civica, la trasformazione delle istituzioni educative e lo «svuotamento» delle classi medie. Il pericolo per Tonello non viene dunque dall’ignoranza – vera o presunta – dei cittadini. Semmai nasce da quella dei politici, «visibilmente incapaci di affrontare non solo sfide globali urgenti come quella del riscaldamento globale ma perfino problemi banali di amministrazione quotidiana dei rispettivi paesi». Naturalmente questa ‘assoluzione’ degli elettori dalle colpe che gli sono attribuite dai sostenitori dell’«epistocrazia» ha buoni argomenti. Al di là delle responsabilità, il ritratto che Tonello dipinge del cittadino democratico contemporaneo – infantile, emotivo, persino rabbioso nelle sue reazioni – non rende però l’analisi molto confortante. E suggerisce quantomeno che il lavoro di ricostruzione di un tessuto di civismo sarà molto complesso. 

Damiano Palano