lunedì 19 ottobre 2020

Lo «stato di emergenza», la democrazia di domani, un nuovo Leviatano


di Damiano Palano*

 Questo testo, con cui si presentano i temi al centro del ciclo di incontri "Stato di emergenza. La politica al tempo del Coronavirus", è apparso su "Huffington Post - Italia" e "Cattolicanews".

Sono trascorsi ormai quasi otto mesi dalla sera di febbraio in cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò per la prima volta l’adozione di misure straordinarie volte a contenere la diffusione dell’epidemia da Covid-19. In questi mesi ci siamo ormai abituati a vivere nello «stato di emergenza», e – talvolta con un po’ di insofferenza – ci siamo anche adeguati ai dispositivi di protezione e alle norme sul distanziamento sociale. Seguendo le cifre sull’andamento dei contagi, sul numero dei ricoveri, sulla concentrazione geografica dei focolai, ci siamo chiesti praticamente ogni giorno quando il virus comincerà a perdere la sua forza, e quando potremo finalmente salutare la fine della pandemia. Ma forse dovremmo anche iniziare a chiederci come l’esperienza globale della pandemia cambierà il mondo, quali tracce lascerà nel tessuto delle nostre società, e quali conseguenze produrrà sulle nostre democrazie.

Mentre la «seconda ondata» sta iniziando ad abbattersi sull’Europa, si possono ovviamente formulare solo ipotesi molto generiche, ma tutt’altro che rassicuranti, sul futuro che ci attende. I problemi con cui ci troveremo alle prese non saranno molto diversi da quelli che conosciamo da anni, ma saranno ulteriormente esacerbati dalle tensioni che ci lascerà in eredità la pandemia. La depressione economica che si profila all’orizzonte – e che ovviamente dipenderà anche da ciò che accadrà nei prossimi mesi – segnerà quasi certamente un ulteriore aggravamento della «crisi fiscale» dello Stato, che in alcuni casi potrebbe anche offrire spazi consistenti al riemergere della protesta fiscale. In secondo luogo, la contrazione delle economie occidentali, aggravando le diseguaglianze, potrebbe contribuire a indebolire ulteriormente la fiducia riposta in leader e partiti. Inoltre, le conseguenze del Covid-19 potrebbero accelerare il ‘declino relativo’ dell’Occidente (sotto il profilo economico, politico e culturale), o la stessa la tendenza allo spostamento verso Est del baricentro dell’economia globale. Tutti questi fattori, amalgamandosi in un cocktail esplosivo, potrebbero andare così fornire nuovo carburante al cultural backlash: una reazione culturale ai processi di globalizzazione e ai valori del ‘cosmopolitismo’ che scaturisce soprattutto dalla sensazione di insicurezza e deprivazione sperimentata da alcuni strati sociali. E, così, quote di elettorato potrebbero spostarsi verso posizioni più radicali, potrebbero polarizzare ulteriormente lo scontro politico, o aggravare il «deconsolidamento» delle democrazie mature. I risultati di una ricerca condotta nelle scorse settimane da Ipsos su un campione di cittadini italiani sembrerebbero confermare proprio l’ipotesi che sia già in atto un processo di «deconsolidamento» democratico, ossia uno ‘scollamento’ dei cittadini occidentali dai valori democratici su cui si reggono i nostri sistemi politici. Ma il dato più significativo non è forse quello relativo alla percentuale di intervistati che si dichiarano delusi e insoddisfatti rispetto alla democrazia, bensì il basso livello della fiducia riposta nelle istituzioni, nella classe politica, nei partiti. Perché proprio la fiducia nel sistema – e nella sua capacità di rispondere in modo sufficientemente adeguato alla pandemia – potrebbe uscire colpita in modo duro dalla crisi che stiamo vivendo.

Le conseguenze che ci dobbiamo attendere dal futuro sono però probabilmente ancora più profonde di quelle che possono essere rilevate dai sondaggi di opinione, o da quelle che riguardano lo scenario della competizione politica. Nello «stato di emergenza» in cui ci troviamo a vivere, vengono ‘sospesi’ o limitati molti dei diritti delle libertà che eravamo abituati a considerare come costitutivi della democrazia. Ma anche quando ci saremo lasciati alle spalle la fase più critica della crisi sanitaria, è probabile che non cesseremo di vivere nello «stato di emergenza». O, quantomeno, non possiamo escludere che l’esperienza di questi mesi e l’accelerazione che essa sta implicando su molti processi comporteranno modificazioni strutturali sui sistemi politici occidentali e sulla sfera delle nostre libertà. La convinzione che sia necessario rinunciare a porzioni di libertà per tutelare la sicurezza individuale e collettiva non è certo nuova. Per molti versi è una componente costituiva del progetto moderno, dal momento che lo Stato moderno si legittima storicamente proprio in quanto garante della sicurezza dei propri sudditi. Molte volte l’appello a sacrificare porzioni di libertà in nome della sicurezza è stato inoltre pronunciato per richiamare i cittadini occidentali al dovere di salvaguardare la democrazia, il pluralismo e lo Stato di diritto. Ma l’«emergenza» che richiedeva il sacrificio temporaneo di diritti e libertà era stata fino ad ora legata alla necessità di combattere la violenza terroristica, di sconfiggere organizzazioni criminali, di contrastare cioè ‘nemici’ in carne ed ossa. L’«emergenza» che il mondo sperimenta oggi invece non ha un volto, non è riconducibile a nessun nemico in carne ed ossa, è legata alla fragilità della condizione contemporanea e all’interdipendenza della società globalizzata. Proprio per questo non si tratta di un’«emergenza» che potremo davvero lasciarci alle spalle. Anche quando il Covid-19 sarà stato debellato, non potremo cioè evitare di monitorare costantemente la marcia di nuovi virus, di sviluppare tecnologie di tracciamento, di intervenire tempestivamente per impedire lo sviluppo di una nuova pandemia, di predisporre apparati in grado di agire in caso di emergenza. Dinanzi a ciascuno di noi potrebbe così ergersi il potere di un Leviatano molto più invasivo di quello immaginato da Thomas Hobbes. E sarà allora davvero necessario ripensare garanzie ed equilibri adeguati alla portata di quella sorta di «stato di emergenza» permanente che probabilmente ci attende.

Damiano Palano


mercoledì 14 ottobre 2020

La democrazia non è semplificazione. Le lezione della Costituzione italiana secondo Filippo Pizzolato


di Damiano Palano

«Il primo avversario della democrazia», ha scritto Tzvetan Todorov, «è la semplificazione, che riduce il plurale all’unico, aprendo così la via alla dismisura». E non è certo casuale che Filippo Pizzolato richiami le parole dell’intellettuale bulgaro aprendo il suo volume I sentieri costituzionali della democrazia (Carocci, pp. 113, euro 12.00), che suggerisce di tornare alla Carta del 1948 per superare il malessere odierno delle istituzioni. 
Agli occhi dello studioso, per affrontare la «crisi» che oggi vive la democrazia, le soluzioni più frequentemente indicate sono destinate a rivelarsi inefficaci. 
Quando ci si concentra solo sui meccanismi istituzionali, si finisce infatti col confinare la dinamica democratica all’interno della sfera strettamente istituzionale, dimenticando tutto ciò che sta fuori, e in particolare le forme di partecipazione più continuativa in cui si articola la vita politica di una società. Percorrendo questo binario, non si può che giungere all’immagine di una «democrazia d’investitura», a una democrazia cioè circoscritta al momento in cui gli elettori scelgono i loro governanti, se non addirittura a una democrazia ‘presidenzializzata’ sempre più prossima al plebiscitarismo. Pizzolato guarda invece a un modo ben differente di concepire la democrazia, delineato nella stagione costituente dalle riflessioni di Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Aldo Moro: una concezione che ritrova il fondamento nella pluralità di formazioni sociali in cui si esprime la personalità dei singoli. Ridurre la democrazia al semplice principio maggioritario è dunque un’operazione semplicistica, non solo perché la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze, ma anche perché la democrazia intrattiene un rapporto fondativo con i diritti (politici, civili, sociali). E senza il rispetto di tali diritti nessuna decisione può essere davvero democratica. Ma il contributo più prezioso della Costituzione italiana consiste secondo Pizzolato nel modo in cui l’esercizio dei diritti individuali viene concepito, e più in particolare nelle modalità con cui si realizza il principio – sancito nell’articolo 1 – secondo cui la sovranità appartiene al «popolo». 
Benché non si trovi nella Carta una definizione del popolo, la sua fisionomia è infatti pluralistica, perché si tratta di «una realtà strutturata e organizzata, intessuta con un filo di relazioni sociali e di legami istituzionali». Nessuna forza politica, e ovviamente nessun leader, può dunque pretendere di indentificarsi interamente con il popolo. Mentre la partecipazione – in tutte le sue diverse forme – rimane centrale, proprio nella misura in cui dà concreta manifestazione alla struttura plurale del popolo. Sulla scorta di una simile visione, Pizzolato invita anche a diffidare dell’eccessivo pessimismo di molte indagini che lamentano una crisi della partecipazione. Ma se davvero la partecipazione non cessa di arricchire la vita delle nostre società, anche le modalità intermittenti in cui si realizza rischiano comunque di rimanere spesso inafferrabili. Rendendo fragili le basi su cui si reggono le istituzioni democratiche.

Damiano Palano




domenica 11 ottobre 2020

Così la democrazia è caduta nella rete. 4 consigli di lettura sulla politica e le insidie di Internet (McNamee, Kaiser, Hindman, Barberis)


di Damiano Palano

Questa breve rassegna è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 21 luglio 2020.

Quando nel 2017 Mark Zuckerberg diffuse un documento in cui dichiarava che l’obiettivo di Facebook era «creare una comunità globale che vada bene per tutti», molti vi videro un manifesto che preannunciava la discesa in politica del giovane imprenditore. Senza dubbio si trattava però anche del tentativo di neutralizzare la tesi secondo cui la piattaforma aveva avuto qualche ruolo nel referendum sulla Brexit e nelle elezioni presidenziali americane del 2016. In effetti, dopo lo shock di quei due appuntamenti l’ottimismo con cui si era guardato alla rivoluzione digitale è stato ridimensionato. E una fitta letteratura ha messo sul banco degli imputati proprio i social network.


Una requisitoria piuttosto severa è per esempio avanzata da Roger McNamee in Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe di Facebook (Nutrimenti, pp. 351, euro 17.00), un testo che punta a mettere in luce le logiche operative che renderebbero la piattaforma una minaccia per le istituzioni democratiche, per la salute pubblica, la privacy e la concorrenza. Tutto ciò non avverrebbe per effetto di un disegno preordinato, ma si tratterebbe piuttosto della conseguenza indesiderata di strategie elaborate con l’obiettivo primario di attrarre l’attenzione degli utenti e dunque per ottenere profitti. Isolando gli utenti in bolle di filtraggio, esponendoli a violazioni della privacy, esautorandoli della stessa facoltà di decidere autonomamente, le piattaforme secondo McNamee, avrebbero però «involontariamente fornito un’arma tramite cui soggiogare i più deboli». E proprio per questo i social media sarebbero addirittura «il veicolo per le più grandi minacce all’ordine globale». 


Anche il memoriale di Britanny Kaiser, La dittatura dei dati (Harper Collins, pp. 429, euro 20.00) contribuisce a rafforzare questa immagine piuttosto fosca, perché la giovane consulente politica racconta l’esperienza in Cambridge Analytica, nel periodo cruciale in cui la società fu coinvolta nelle campagne per l’uscita del Regno Unito dall’Ue e per l’elezione di Trump alla Casa Bianca. E in questo senso fornisce una chiara esemplificazione di come i big data possano essere utilizzati per manipolare i cittadini, facendo leva sulle loro paure e sulla percezione di insicurezza.


Un quadro molto dettagliato, e in alcuni passaggi decisamente tecnico, è invece presentato da Matthew Hindman nel volume La trappola di internet. Come l’economica digitale costruisce monopolî e mina la democrazia (Einaudi, pp. 286, euro 22.00). In tal caso lo sguardo si dirige soprattutto sulle logiche dell’«economia dell’attenzione» e sulle sue implicazioni. In particolare, Hindman invita a riconoscere come la realtà di internet – quella nella quale ci muoviamo ormai quotidianamente – non corrisponda a quella idealizzata, romanzata, secondo cui la rete contribuirebbe a democratizzare la comunicazione e la vita economica. Nella rete immaginaria il pubblico si distribuisce infatti tra una miriade di siti in modo piuttosto omogeneo. Ma nella realtà il pubblico tende ormai a concentrarsi in gran parte su alcuni grandi operatori, che costituiscono di fatto gruppi monopolistici. In altre parole, le economie di scala e il targeting tornano a favorire le grandi dimensioni, proprio come nella vecchia era industriale. Senza però che vi siano regole in grado di arginare il fenomeno.



In questo dibattito, inevitabilmente destinato a infittirsi nel prossimo futuro, si inserisce anche la riflessione di Mauro Barberis, che fin dal titolo del suo libro più recente – Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, pp. 215, euro 16.00) – propone una tesi radicale. Secondo lo studioso il mutamento intervenuto con l’ingresso degli smartphone non avrebbe modificato solo il nostro rapporto con la tecnologia, ma avrebbe provocato una trasformazione radicale anche nell’ambiente in cui le istituzioni si trovano a operare. La più evidente conseguenza della rivoluzione digitale sarebbe innanzitutto il populismo, o, meglio, il «neopopulismo digitale». La diffusione degli smartphone e la contemporanea esplosione della comunicazione sui social innescano infatti lo spostamento verso una diversa logica comunicativa, in cui prevalgono il tribalismo, i pregiudizi di conferma, le tendenze a sopravvalutare le proprie conoscenze e altri effetti distorsivi. Il nuovo ambiente comunicativo offrirebbe così una straordinaria occasione a forze antidemocratiche, che – pur senza disporre delle enormi risorse finanziarie che in passato sarebbero state necessarie – possono puntare a conquistare il potere semplicemente concentrandosi su campagne online capaci di veicolare insoddisfazione, risentimento, protesta. La soluzione – sottolinea Barberis – non può essere comunque quella di ‘disconnettersi’ dalla rete. Ma consiste piuttosto nell’elaborare regole in grado di vincolare i nuovi poteri. Per esempio, ponendo limiti più stringenti alle grandi piattaforme ed equilibrando regolamentazione e libertà. O anche impedendo il ricorso ai social da parte di chi ricopre cariche istituzionali, con l’obiettivo di ostacolare un circolo vizioso difficilmente gestibile.


Un quadro così cupo contrasta naturalmente con l’immagine che a lungo abbiamo coltivato della rivoluzione digitale. Ma è evidente che gli smartphone, i social network e la connessione pressoché costante alla rete hanno davvero cambiato l’ambiente in cui ci troviamo a vivere e persino il nostro modo di interagire con i nostri simili. Per molti versi – lo abbiamo imparato ancora di più nel lungo isolamento imposto dal Covid – non possiamo più neppure immaginare un mondo differente. Ed è proprio per questo che dovremmo davvero iniziare a pensare a nuova divisione dei poteri, capace di controllare – se non di neutralizzare – quelle forze che negli ultimi anni sono cresciute sotto i nostri occhi, spesso senza che ne fossimo del tutto consapevoli.

Damiano Palano

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venerdì 9 ottobre 2020

E Togliatti scoprì nel fascismo la politica di massa. Le "Lezioni sul fascismo" del leader del Pci


di Damiano Palano

Nel 1970, mentre preparava l’edizione completa degli scritti di Palmiro Togliatti, Ernesto Ragionieri si imbatté in un testo custodito negli archivi di Mosca, di cui comprese immediatamente la rilevanza. Si trattava di alcune lezioni che il leader del Pci aveva tenuto nel 1935, in preparazione del VII Congresso dell’Internazionale comunista, ai quadri italiani emigrati in Urss. Il tema delle lezioni era rappresentato dal fascismo, di cui Togliatti proponeva una lettura su alcuni punti piuttosto innovativa. L’interpretazione ‘ufficiale’ fornita da Stalin raffigurava in effetti il fascismo come una «dittatura terrorista aperta», emanazione degli elementi «più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti» del capitale finanziario. Benché Togliatti non contestasse esplicitamente quella formula, la sua analisi si muoveva ben più in profondità, puntando soprattutto a mostrare la capacità del regime di organizzare e mobilitare le masse. Anche per questo, invitava a riconoscere una progressiva trasformazione nella fisionomia del potere fascista, che iniziò ad assumere un volto «totalitario» solo dopo il 1925. Ma soprattutto in seguito allo scoppio della crisi economica mondiale, per evitare il restringimento delle proprie basi, il regime cominciò a perseguire l’obiettivo della «politica di massa», sforzandosi cioè di «portare le masse nelle sue organizzazioni, per tenerle legate alla dittatura». In questo senso Togliatti non si limitava a cogliere la novità di un «totalitarismo» che puntava a organizzare stabilmente le masse per mobilitarle dall’alto. Sottolineava anche la capacità che il regime aveva di penetrare nella società italiana – e tra gli stessi lavoratori – colmando, con le proprie organizzazioni, un vuoto. Si occupava naturalmente dei sindacati e del corporativismo, anche se non dava un particolare rilievo a questo aspetto dell’organizzazione. Molto più rilevante ai suoi occhi era invece l’istituzione del dopolavoro, che costituiva una reale innovazione, dal momento che, come osservava il leader del Pci, «un’organizzazione centralizzata per soddisfare i bisogni educativi, culturali, sportivi delle masse non esisteva». E, consapevole dell’importanza di quella dimensione, Togliatti non avrebbe mancato di recepirla, quando alla fine della guerra ridisegnò il profilo organizzativo del Pci, trasformandolo in un partito di massa ben lontano dalla fisonomia originaria del partito leninista.
Commentando la lettura di Togliatti, Ragionieri coniò la formula «regime reazionario di massa», che non compariva nel testo delle lezioni ma che coglieva comunque il senso del ragionamento. Senza dubbio l’elemento più innovativo di quelle lezioni consisteva proprio nel riconoscimento della dimensione di massa che il «totalitarismo» ambiva a conquistare. Ma, riletti a molti anni distanza, quegli appunti rappresentano anche un invito a investigare più a fondo nella ‘storia sociale’ del fascismo, per ritrovarvi alcune tracce di quel rapporto tra istituzioni e masse, tra organizzazioni politiche e società, che la «Repubblica dei partiti» si ritrovò a ereditare.

Damiano Palano


domenica 4 ottobre 2020

Quanto costa la democrazia? Un libro di Julia Cagé oltre i luoghi comuni

di Damiano Palano

Questa recensione al libro di Julia Cagé, Il prezzo della democrazia. Soldi, potere e rappresentanza (Baldini e Castoldi, pp. 591, euro 22.00), è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 18 settembre 2020.

Proprio all’alba del Ventesimo secolo, Moisei Y. Ostrogorski pubblicò il suo libro più famoso, La democrazia e i partiti politici. Negli Stati Uniti l’estensione del suffragio aveva già da molti anni trasformato i partiti in organizzazioni di massa. E proprio osservando la politica americana, lo studioso russo si convinse che i partiti fossero diventati una minaccia per la democrazia. Il collante principale di queste imponenti «Macchine» non era l’ideologia, come sarebbe stato per i partiti europei, bensì lo spoils system, ossia la possibilità di ricompensare i sostenitori attribuendo loro dei posti nell’amministrazione pubblica (priva in gran parte di burocrazia professionale). La pervasività delle «Macchine», secondo Ostrogorski, aveva però reso gli eletti sempre più irresponsabili nei confronti degli elettori. E così i partiti si erano tramutati in un ostacolo per un’autentica democrazia.

La documentata denuncia di Ostrogorski fu solo uno dei primi esempi della critica rivolta negli Stati Uniti contro i politici di professione. Proprio per superare il ‘filtro’ costituito dai funzionari di partito iniziò a essere adottato il meccanismo delle elezioni primarie, che in America contribuì a decretare la fine precoce del partito di massa. Ma, molti anni dopo, la critica «antipartitocratica» raggiunse anche il Vecchio continente. L’idea che i politici siano una «casta» privilegiata e parassitaria, come ben sappiamo, è diventata un luogo comune della retorica pubblica, e non solo di quella dei «populisti». E le denunce contro i «costi della politica» si sono quasi ovunque rivolte contro il meccanismo del finanziamento pubblico. Un’opinione decisamente fuori dal coro giunge invece dal corposo e documentato saggio della ricercatrice francese Julia Cagé, Il prezzo della democrazia. Soldi, potere e rappresentanza (Baldini e Castoldi, pp. 591, euro 22.00), che mette in luce come la crescente rilevanza dei finanziamenti privati alla politica vada a minare profondamente il rapporto tra elettori ed eletti.


La dinamica descritta dall’economista francese è in fondo piuttosto lineare. La crescente rilevanza delle campagne di comunicazione per aggiudicarsi le cariche pubbliche alimenta quasi ovunque la lievitazione delle spese elettorali, quantomeno laddove non sia fissato per legge un tetto massimo. Inevitabilmente ciò favorisce i candidati con ingenti risorse. Specie nei paesi in cui non esistono (o sono marginali) i meccanismi di finanziamento pubblico, sono cioè privilegiati i candidati che vengono foraggiati da munifici (e probabilmente interessati) sostenitori privati. Ma Cagé dimostra con molti dati come il finanziamento privato sia cresciuto in tutte le democrazie occidentali, spesso senza efficaci regolamentazioni e incentivato dalla possibilità di detrarre fiscalmente le somme versate a organizzazioni politiche. Una simile dinamica non può che riprodurre a livello politico le diseguaglianze sociali, perché attribuisce alla minoranza della popolazione che detiene i redditi più elevati una notevole influenza. Ma tali distorsioni non sono scongiurate neppure in quei sistemi che prevedono un sostegno finanziario alla politica. Il sistema italiano, che consente a ciascun contribuente di destinare a un partito il 2 per mille dell’imposta sul reddito, per Cagé tende a generare una sorta di tax plutocracy, nella misura in cui assegna un peso maggiore ai cittadini dotati di maggior capacità contributiva.

La denuncia dello svuotamento della democrazia è accompagnata anche da una serie di proposte. La principale consiste nell’introduzione di un meccanismo di ripartizione dei finanziamenti che assegni alle preferenze espresse dai singoli cittadini un peso uguale (e non dunque un peso dipendente dalla capacità contributiva di ciascuno). Un’altra misura è quella della limitazione dei finanziamenti privati, che dovrebbero essere contenuti sotto un tetto molto più basso rispetto a quello odierno. Infine, Cagè suggerisce l’introduzione di un sistema rappresentativo «misto», che garantisca anche una rappresentanza «socio-professionale» della popolazione. In altre parole, un terzo dei seggi nell’assemblea legislativa dovrebbe essere riservato a rappresentanti eletti all’interno di liste che riflettano la composizione della società (per esempio, garantendo che il 50% degli eletti sia costituito da impiegati e operai).

L’idea di una rappresentanza che tenga conto anche della ripartizione socio-economica della popolazione non è certo nuova, perché risale almeno alla metà dell’Ottocento. Ma il fatto che oggi sia riproposta da Cagé in una nuova variante è anche un riflesso della crescente diseguaglianza sociale, al centro di molte analisi negli ultimi anni (e per esempio dei libri di Thomas Piketty, marito dell’economista francese). L’idea che una rappresentanza «socio-professionale» possa costituire un antidoto allo ‘svuotamento’ della democrazia è però piuttosto ingenua, se non altro perché sottovaluta le pressioni cui questi eletti potrebbero essere sottoposti da parte degli interessi economici. Inoltre, senza mettere in discussione la diffidenza nei confronti dei politici di professione, questa proposta condivide almeno implicitamente l’idea che per svolgere il ‘lavoro della rappresentanza’ non siano necessarie competenze specifiche, una formazione adeguata o un particolare ‘apprendistato’. Al netto di tali ingenuità (e di qualche semplificazione), il libro di Cagé rappresenta però una lettura estremamente utile. Adottare un sistema equo ed efficiente di finanziamento pubblico non è forse l’unico modo per ridare credibilità alla politica. E la crisi dei partiti ha radici ben più profonde. Ciò nonostante, come sostiene la ricercatrice francese, le modalità con cui vengono economicamente sostenuti i partiti sono davvero centrali. E l’esistenza di un finanziamento pubblico, accompagnata a una rigida regolamentazione del finanziamento privato, rimane davvero uno dei nodi cruciali da cui dipende il futuro delle nostre democrazie.

Damiano Palano

 

lunedì 28 settembre 2020

La Casa Bianca nell’età del narcisismo. Un libro di Giovanni Borgognone sulla presidenza Trump





di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Giovanni Borgnognone, House of Trump. Una presidenza privata (Bocconi Editore, pp. 150, euro 17.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 28 maggio 2020.

Il 16 giugno 2016, aprendo a New York la sua campagna elettorale per la Casa Bianca, Donald Trump annunciò che il «sogno americano» era morto e che la sua discesa in campo puntava a far tornare l’America grande come un tempo. La conferenza stampa sembrò allora solo l’ennesima trovata di un tycoon famoso per le manie di grandezza e per la partecipazione a un reality show in cui maltrattava i concorrenti, alla ricerca di un posto nelle sue imprese. Quasi tutti gli esperti esclusero che il miliardario newyorkese avesse qualche credibile possibilità di vincere persino le primarie repubblicane. Ma quel giorno iniziò per molti versi una nuova stagione della politica americana, di cui sarebbe azzardato spingersi a prevedere la durata. Dal 9 novembre 2016 è cominciata una fitta discussione per comprendere le motivazioni di un successo tanto inaspettato. E anche il volume di Giovanni Borgognone, House of Trump. Una presidenza privata (Bocconi Editore, pp. 150, euro 17.00), cerca di proporre un’interpretazione dei motivi che hanno condotto alla Casa Bianca un personaggio tanto controverso. 
Più che stilare un bilancio dell’amministrazione Trump, Borgognone si chiede soprattutto quale sia il rapporto del
tycoon con la tradizione politica americana e con le sue lacerazioni più profonde. E in questo senso la categoria di «populismo» risulta sfocata, perché in realtà le varianti del populismo sono molte e fra loro molto eterogenee. Certo si possono riconoscere numerose analogie fra Trump ed Andrew Jackson, che conquistò la presidenza nel 1828 presentando se stesso come un «uomo della strada» in rotta di collisione con la classe politica tradizionale.  Ma l’«appello al popolo» contro l’establishment è risuonato nella storia degli Stati Uniti troppo frequentemente perché possa essere considerato come un tratto davvero distintivo del «trumpismo». E allo stesso modo risultano semplicistiche altre linee interpretative, centrate sui tratti psicologici del miliardario, sul suo conservatorismo, o addirittura sulla sua prossimità al fascismo. In realtà il vero fattore su cui puntare l’attenzione è secondo Borgognone il «risentimento razziale» che Trump è stato in grado di cavalcare, dando visibilità politica a correnti sotterranee. Il risentimento odierno è in ogni caso differente dal vecchio razzismo, basato sulla convinzione della superiorità dei bianchi. L’ambizione è piuttosto quella di costruire nazioni etnicamente separate. Lo slogan «Make America Great Again» era così soprattutto la promessa di riconsegnare al ceto medio bianco quel benessere perduto nel corso dei decenni e dopo la crisi del 2008. Il risentimento odierno non sembrerebbe comunque avere alla base una solida adesione al «nazionalismo bianco». I suoi tratti appaiono piuttosto il ripiegamento costante verso il privato, l’assenza di una vera progettualità, una marcata componente emotiva. E, incapace di dare coerenza a tutti questi elementi, la «presidenza privata» di Trump, con il suo frenetico iperattivismo, sembrerebbe piuttosto riflettere la grande mutazione narcisistica, che ha contribuito a erodere molte delle basi su cui si reggeva la tradizione civica americana.

Damiano Palano

 


sabato 26 settembre 2020

La politica a un giro di boa che chiude un ciclo. Dopo il referendum e la tornata elettorale del 20 e 21 settembre



di Damiano Palano

Dopo una tornata elettorale e referendaria senza veri vincitori, il sistema politico italiano è alla fine di una fase iniziata nel 2011 e all’inizio, probabilmente, di una nuova stagione di turbolenza

Questo commento è apparso su "Huffington Post" il 25 settembre 2010

Il responso che le urne ci hanno consegnato la sera del 21 settembre si presta a letture molto diverse. Nessuna delle principali forze politiche può dirsi veramente sconfitta. Il Movimento 5 Stelle può rivendicare il successo della propria riforma costituzionale, che corona la tradizionale battaglia contro la “casta”. Il Partito Democratico è riuscito a riconfermarsi con i propri candidati alla guida di regioni cruciali come Campania, Puglia e Toscana. Il fronte di (centro)destra può invece stilare un bilancio almeno in parte positivo per la riconferma di Toti in Liguria e di Zaia in Veneto, ma anche per la vittoria di un proprio candidato nelle Marche. Ciò nonostante, nessuno esce davvero vittorioso da questa anomala tornata elettorale. Anzi, si potrebbe persino sostenere che tutti i principali contendenti escano in varia misura sconfitti. Forse non è così del tutto improprio leggere questo appuntamento elettorale come un “giro di boa”, con cui si conclude un ciclo della politica italiana, iniziato nel 2011. E come il punto di avvio di una nuova stagione, ancora in cerca di un’identità e di protagonisti. 

Il Movimento 5 Stelle

Il referendum costituzionale è un “giro di boa” per i pentastellati perché il favore degli elettori verso il taglio dei parlamentari non può nascondere le enormi difficoltà che questa formazione politica sperimenta (certo non da oggi). L’abbandono dei territori, l’incapacità di incidere sulle elezioni locali e regionali, il logoramento dovuto all’esperienza di governo, l’eclatante contrasto tra la retorica delle origini e la realtà di un ceto parlamentare adeguatosi molto presto ai rituali (e ai “privilegi”) del potere, l’abbandono di pressoché tutte le battaglie che avevano segnato la nascita del Movimento sono anzi elementi che rendono il “giro di boa” molto simile a un finale di partita, o quantomeno al suo preludio. Tutte queste criticità non sono d’altronde elementi congiunturali, perché hanno a che vedere con la stessa fisionomia originaria dei 5 Stelle. Un partito post-ideologico non può infatti contare su quelle risorse identitarie cui, anche nei momenti critici, possono affidarsi i partiti ideologici e subculturali. E la retorica anti-politica, anti-casta, anti-establishment è una risorsa davvero troppo friabile, oltre che un’arma di cui nuovi sfidanti possono agevolmente impossessarsi.

Il Pd di Zingaretti

La tornata del 20 e 21 settembre può essere però considerata come un giro di boa anche per Pd e Lega. Per il partito di Zingaretti, il risultato in Toscana e in Puglia non può occultare né l’assenza di una nitida proposta politica sul futuro del Paese né la portata di una conflittualità interna ereditata da una storia che, dal 2007, non è riuscita a creare una vera identità politica. E questi problemi – che nascono da lontano – saranno nei prossimi mesi enfatizzati dalla necessità improrogabile di chiarire la natura del rapporto con il Movimento 5 Stelle e con Giuseppe Conte.

La Lega di Salvini

Per la Lega la sconfitta in Toscana non può essere davvero considerata un fallimento, ma certo questo risultato – dopo quello emiliano di nove mesi fa – contribuisce a dare l’impressione che la leadership di Matteo Salvini abbia ormai esaurito la propria spinta propulsiva. Il successo di Luca Zaia in Veneto può rappresentare una spina nel fianco per il progetto di Salvini, ma non semplicemente perché la sua leadership potrebbe essere messa a rischio da un ingombrante sfidante. Piuttosto, è probabile che il presidente veneto torni a battere su quella frattura centro/periferia (e Nord/Sud) che fu cruciale per la nascita delle leghe regionali trent’anni fa, ma che è pressoché scomparsa dall’orizzonte retorico e politico di Salvini.

Nella fine un nuovo inizio

Tutte le forze politiche sono ben consapevoli del fatto che il referendum del 20 e 21 settembre abbia chiuso una stagione. E anche per questo nei prossimi mesi la discussione interna ai vari soggetti si farà piuttosto accesa, con inevitabili ricadute sulle ipotesi di riforma elettorale (tutt’altro che secondaria per gli esiti delle contrattazioni su alleanze, coalizioni, scissioni e nuove formazioni). Ma la sensazione è che le soluzioni “ingegneristiche” – grazie alle quali costruire ipotetiche maggioranze sommando “pezzi” di elettorato e frammenti di ceto politico – siano destinate ad avere ben poca fortuna (come d’altronde è avvenuto nel passato). Non è infatti da escludere che il “giro di boa” possa coincidere con anche con l’inizio di una nuova fase di fluidità politica.

Chi riempirà il vuoto?

Per molti versi, si può cioè ipotizzare che oggi si concluda davvero la parabola iniziata nel 2011, con la caduta del governo Berlusconi e la crisi del debito sovrano. Allora, milioni di elettori, abbandonando i partiti cui si erano (sempre più debolmente) legati nella “Seconda Repubblica”, iniziarono a dirigersi verso nuove proposte politiche, che sono diventate le protagoniste dell’“ondata populista”. La parabola del Movimento 5 Stelle sembra così quasi il paradigma della sorte dei “micropoteri” contemporanei: poteri in grado di logorare la reputazione dei “grandi” attori, eppure incapaci di difendere la posizione conquistata, di consolidare il consenso, di erigere barriere contro nuovi sfidanti. La parabola pentastellata ha già imboccato da tempo la fase discendente, anche se non sappiamo quanto durerà e come si concluderà. Ciò nondimeno, è davvero probabile che nello spazio politico italiano si stia nuovamente ricreando un “vuoto” analogo a quello del 2011. Se allora fu la crisi economica a innescarlo, oggi è naturalmente la pandemia – con i suoi ritmi e le sue dinamiche – ad accelerare e a indirizzare il processo. Chi riempirà il “vuoto”, e con quali proposte, è una domanda a cui solo i prossimi mesi potranno rispondere. E naturalmente sarà importante capire se conquisteranno un peso quelle forze “centriste” che fino a questo momento non hanno inciso in modo rilevante, anche per la loro frammentazione.

Una nuova stagione di turbolenza

Se una fase dell’ondata populista si è forse conclusa, è comunque probabile che i nuovi potenziali protagonisti non rinuncino all’armamentario retorico “populista”. Anche perché – benché spesso siamo resistenti a riconoscerlo – la concezione “populista” della democrazia è entrata ormai nel nostro Dna di cittadini postmoderni, critici, disincantanti. La vera domanda è piuttosto quali saranno le linee di contrapposizione su cui punteranno coloro che cercheranno di occupare il “vuoto”, agitando il cocktail di delusione, risentimento e paura. È prematuro fare previsioni. Ma l’esperienza globale del Covid-19 potrebbe essere uno spartiacque anche da questo punto di vista. Il populismo degli anni Venti potrebbe davvero mostrarsi come sensibilmente diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi dieci anni. E il “giro di boa” potrebbe allora dare inizio a una nuova stagione di turbolenza per la politica italiana.

 

giovedì 10 settembre 2020

Una riforma (troppo) “semplice” per problemi complicati? Verso il referendum del 20 settembre

 


di Damiano Palano

Questa nota è apparsa su CattolicaNews. 

Il 20 e 21 settembre gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi sulla legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, portando i deputati a 400 (dagli attuali 630) e quello dei senatori a 200 (invece dei 315 di oggi). A differenza dei referendum costituzionali celebrati nell’ultimo ventennio, la questione sottoposta al giudizio degli elettori è in questo caso molto più semplice. Proprio la sua “semplicità” rende il quesito facilmente comprensibile a tutti gli elettori (e sicuramente molto più comprensibile rispetto ai precedenti, sulla ripartizione delle competenze tra Stato e regioni, o tra Camera e Senato). Ma probabilmente – proprio in virtù della “semplicità” della modifica – è difficile attendersi dall’eventuale attuazione della riforma significativi cambiamenti nelle dinamiche del sistema politico. Anche se, al di là degli ipotetici benefici, la modifica del numero dei parlamentari avrebbe certamente degli effetti sulla rappresentatività delle assemblee.

Oggi un deputato della Camera rappresenta, in termini aritmetici, circa 96 mila abitanti, mentre, se vincessero i “sì”, il rapporto diventerebbe di un deputato per circa 150 mila abitanti. Al Senato, si passerebbe invece dai 188 mila abitanti per senatore di oggi a circa 300 mila. Il rischio che alcuni territori e le forze minoritarie (al di sotto del 10% dei suffragi) possano perdere peso è dunque tutt’altro che ipotetico (soprattutto al Senato).  Secondo gli avversari, una simile modifica romperebbe con lo spirito della Costituzione e provocherebbe un vulnus destinato ad approfondire il solco tra classe politica e il “paese reale”, invece di colmarlo. Per i fautori del “sì”, la riduzione dei parlamentari eliminerebbe invece l’anomalia di camere sovraffollate, senza intaccare la democraticità. I paragoni con le altre democrazie sono però in parte fuorvianti (perché l’Italia ha un bicameralismo “perfetto”, non del tutto comparabile con quelli di altri paesi). Ad ogni modo, una Camera con soli 400 deputati diventerebbe davvero una delle camere basse più ‘sguarnite’ della scena europea, quantomeno in rapporto alla popolazione. I tre grandi paesi europei che demograficamente si avvicinano all’Italia hanno infatti assemblee piuttosto nutrite e simili in termini dimensionali all’attuale Camera dei deputati (in Germania il Bundestag ha più di 700 membri, la Camera dei Comuni britannica 650, l’Assemblea nazionale francese 577). Contando anche gli eletti in Senato, i 600 parlamentari italiani collocherebbero comunque l’Italia in un quadro sostanzialmente in linea con quello della gran parte delle democrazie occidentali.

Valutare però le conseguenze della riforma sulla rappresentatività e sulla governabilità è molto più difficile. Oltre che dalle dimensioni delle assemblee, il rapporto con gli elettori dipende infatti dal modo in cui i rappresentanti sono eletti, ossia dal sistema elettorale adottato (e, nel caso di un sistema proporzionale, dall’ampiezza delle circoscrizioni). La cosiddetta “governabilità” – in termini un po’ grossolani, la stabilità degli esecutivi – dipende anche dalla strutturazione del sistema partitico e da come i partiti stessi sono organizzati al loro interno. E, più in generale, la “rappresentatività” è il risultato di interazioni che chiamano in gioco anche i livelli di governo locali e subnazionali, oltre che quei “corpi intermedi” di cui spesso negli ultimi anni si è messa in discussione la funzione.

Ciò non significa che il “taglio” di deputati e senatori sia una misura irrilevante. Potrebbe forse contribuire a rendere più efficiente il sistema politico – se fosse accompagnato da una serie di modifiche indispensabili (una nuova legge elettorale e nuovi regolamenti parlamentari, per cominciare). Ma potrebbe anche produrre conseguenze negative e aggravare quel deficit di credibilità delle istituzioni che paradossalmente vorrebbe curare. Gli esiti dipendono comunque da molti fattori, che la riforma ovviamente non prevede. Il presupposto per impostare la discussione non è dunque solo ammainare (o accantonare) la bandiera dell’antipolitica, o evitare di ripetere, ancora una volta, che i problemi del Paese sono “ben altri”. Ma è anche riconoscere che, da una riforma “semplice” (e forse “troppo semplice”), sarebbe ingenuo attendersi un contributo anche parziale per la soluzione di problemi complicati come quelli che ci attendono.

martedì 23 giugno 2020

Quando Togliatti era populista. Un volume di Giulia Bassi sul linguaggio del Partito Comunista Italiano


di Damiano Palano

Questa segnalazione del volume di  Giulia Bassi Non è solo questione di classe. Il «popolo» nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991) (Viella, pp. 29.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Nel linguaggio giornalistico e nel lessico della polemica politica, il termine «populismo» si è diffuso solo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Da allora il termine ha registrato un’inflazione incontrollabile, che probabilmente ha raggiunto il culmine dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016. Anche per questo tendiamo a ritenere che gli strumenti della propaganda ‘populista’ siano una prerogativa quasi esclusiva di quei leader che quotidianamente inondano il dibattito politico con le loro dichiarazioni. Ma così dimentichiamo che l’«appello al popolo» – uno degli ingredienti (anche se probabilmente non l’unico) della retorica populista – può essere utilizzato da forze politiche dall’impronta ideologica molto diversa. Il saggio di Giulia Bassi Non è solo questione di classe. Il «popolo» nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991) (Viella, pp. 29.00) è da questo punto di vista davvero molto utile. La storica si propone infatti di indagare le sequenze principali della trasformazione che investì la retorica di Palmiro Togliatti e dei dirigenti del Partito comunista tra la metà degli anni Trenta e la fine degli anni Sessanta. L’obiettivo di Bassi è in particolare quello di decifrare quale sia il volto che il «popolo» assume nei discorsi dei dirigenti del Pci. E i risultati confermano l’idea che il Pci attinga a piene mani all’armamentario dell’«appello al popolo» già a partire dalla metà degli anni Trenta. 
Se sull’«Unità» il termine «popolo» risulta pressoché assente fino alla metà degli anni Trenta (almeno con riferimento alla situazione italiana), da quel momento le cose cambiano. Nel 1935 il VII congresso del Komintern sposa infatti la linea del sostegno ai fronti popolari antifascisti, e la stampa clandestina del partito inizia allora a rappresentare il «popolo italiano» come vittima dell’«avventura brigantesca del governo fascista». Ma la questione dell’«unità del popolo» – espressione del fronte antifascista – diventa sempre più importante con la ‘svolta di Salerno’, quando il partito «nuovo» di Togliatti perde il proprio originario tratto leninista. A partire dal 1946 la fisionomia viene invece a modificarsi, perché l’unità lascia il posto alle contrapposizioni tra forze progressiste e conservatrici, tra popolo ‘sano’ e ‘meno sano’. Per tutti gli anni Cinquanta (e per buona parte dei Sessanta) l’obiettivo rimane comunque sempre quello di «essere costantemente in mezzo al popolo», con la propaganda, l’organizzazione e i rituali consolidati. La retorica ‘populista’ del Pci – sempre meno in grado di intercettare i mutamenti della società italiana – è però progressivamente abbandonata già a partire dagli anni Settanta. Ed è senz’altro significativo, come rileva Bassi, che sull’«Unità» del 14 giugno 1984, dedicata ai funerali di Berlinguer, il termine «popolo» risulti pressoché totalmente assente e che gli siano preferite espressioni come «tutti», «immensa folla», «marea di uomini giusti». Per molti versi era d’altronde già cominciata la stagione della «gente». E per interpretarne le istanze sarebbero presto nati altri populismi.

Damiano Palano

domenica 21 giugno 2020

Il Medio Oriente dopo il Covid. Un saggio di Riccardo Readelli sull'impatto che la pandemia avrà sull'area mediorientale


di Riccardo Redaelli



Questo testo è tratto da uno dei saggi compresi nell’e-book, curato da Damiano Palano e Raul Caruso, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia, pubblicato dall’editrice Vita e Pensiero. Il volume cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid-19 potrebbe avere a livello politico ed economico. L’intero e-book può essere gratuitamente scaricato in formato pdf dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).

«All changed, changed utterly» scriveva Yeats dopo i tragici eventi d’Irlanda del 1916. E così sembra ora a noi, con le nostre vite ancora travolte dall’arrivo del Covid-19. Ma la verità è che è troppo presto per poter delineare con sufficiente precisione quanto duraturi saranno i cambiamenti che questa pandemia ci sta imponendo, e ancor più immaginarne le conseguenze che saranno innestate, direttamente o indirettamente, da quei mutamenti. Ogni scenario che immagini dei futuri alternativi deve necessariamente basarsi su delle evidence, su dei fatti certi da cui partire. E noi oggi ne abbiamo pochissimi, rendendo ogni esercizio di questo tipo rischioso se non futile.
Molti commentatori hanno sottolineato come, fra le prime conseguenze della pandemia, vi sia stata una ulteriore riduzione degli spazi di dissenso e di libera espressione in una regione già caratterizzata da regimi fortemente illiberali. Le misure adottate in nome della prevenzione al contagio, infatti, sono state capitalizzate per restringere ulteriormente le libertà pressoché da tutti i governi, accentuandone l’autoritarismo. In molti casi, i giornalisti, gli attivisti della società civile e i movimenti di dissenso sono stati silenziati. Per fare un esempio, in Arabia Saudita, il principe ereditario e vero detentore del potere, il giovane Mohammad bin Salman (noto in Occidente come MbS) ha subito profittato della situazione con un nuovo repulisti interno alla sterminata casa reale saudita, contro chiunque avesse espresso dubbi sulla concentrazione del potere nelle sue mani o sulle sue avventuristiche politiche regionali.
Eppure sarebbe sbagliato pensare che gli effetti duraturi di questa pandemia si possano risolvere in un generale rafforzamento dei regimi al potere. Perché la deriva autoritaria deve fare i conti con gli effetti sociali ed economici del Covid-19 che, in tutto il mondo, sembrano essere ancora più devastanti di quelli sanitari. Il lockdown mondiale ha infatti prodotto effetti negativi sulle economie mediorientali, spesso caratterizzate da una diffusa povertà e da una pericolosa diseguaglianza sociale, che rappresentano da decenni uno dei principali di fattori di instabilità, con il manifestarsi ricorrente di periodiche proteste e rivolte. La scomparsa dei flussi turistici, la forte riduzione delle remittance dei lavoratori all’estero e il tracollo del prezzo del petrolio stanno già avendo, e avranno ancor più sul medio termine, degli effetti potenzialmente dirompenti per quei regimi. Pertanto, imbavagliare le voci dei giornalisti o di intellettuali e attivisti risulterà molto più semplice che gestire lo scontento e la rabbia delle fasce sociali più povere, che subiranno per prime gli effetti della probabile riduzione dei sussidi, dei programmi di cooperazione internazionale, dell’aumento dei prezzi medi dei generi di prima necessità. Difficoltà che, in modo diverso, interesseranno sia i governi dei paesi più poveri, sia quelli più ricchi legati alle rendite petrolifere.
Il nodo principe che senza dubbio risulterà più intricato a causa di questa pandemia è in fondo lo stesso da decenni. I regimi mediorientali sanno di dover – con qualche lodevole eccezione – ridurre le storture, la corruzione e il clientelismo delle loro economie, ma sono egualmente consapevoli che ogni tentativo di riforma e di razionalizzazione mina alla base i loro poteri clientelari e provoca la rabbia delle fasce popolari più deboli. Come evidenziato da Ayubi, gli stati della regione, pur avendo il potere di reprimere le società che controllano, hanno allo stesso tempo una limitata capacità di interagire con esse e di regolarle. Intrappolati da anni in questo kafkiano circolo vizioso, essi rischiano che il Covid-19 rappresenti il grimaldello che apre “le porte per la ridefinizione di come i gruppi sociali si relazionano allo stato”. In altre parole, saranno ancor più drammaticamente esposti e vulnerabili ai cambi di congiuntura economica globale, tanto più se il mondo che uscirà da questa prova metterà in discussione i passati modelli di consumo e le proprie certezze sull’espansione continua del sistema economico.

Riccardo Redaelli

Puoi continuare a leggere il capitolo scaricando gratuitamente il volume dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).


sabato 20 giugno 2020

L’ordine liberale è in crisi, ma non ha alternative. Un libro di Sonia Lucarelli sulle sfide del sistema internazionale




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Sonia Lucarelli, Cala il sipario sull’ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo, recentemente pubblicato da Vita e Pensiero (pp. 284, euro 25.00), nella collana dell'Alta Scuola di Ecnomia e Relazioni Internazionali - Aseri, diretta da Vittorio Emanuele Parsi, è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 19 giugno 2020.


«Ciò che cerchiamo è il regno della legge, basato sul consenso dei governati e sostenuto dall’opinione organizzata dell’umanità», affermò Woodrow Wilson nel luglio 1918, illustrando i principi che dovevano guidare la ricostruzione dell’ordine postbellico. Quando aveva spinto gli Stati Uniti a entrare nella Prima guerra mondiale, il presidente americano aveva infatti chiarito che il suo obiettivo era una «pace senza vittoria». Si doveva cioè puntare a costruire istituzioni sovranazionali capaci di impedire nuovi conflitti, e i perni del nuovo ordine dovevano essere l’apertura degli scambi e l’auto-determinazione nazionale, mentre un’organizzazione sovranazionale avrebbe sanzionato il ricorso alla violenza da parte degli Stati. Per molti motivi convergenti la Società delle Nazioni, nata proprio dalla visione di Wilson (ma rimasta ben presto priva del sostegno americano), si rivelò largamente inefficace. E il fragile ordine liberale finì così per essere travolto dalla chiusura economica e dalla formazione di blocchi antagonisti. Ma quando vent’anni dopo tornarono in guerra, questa volta per opporsi alle potenze dell’Asse, gli Stati Uniti ripresero il vecchio progetto, seppur rivisto grazie a un’iniezione di realismo. Anche il nuovo ordine internazionale liberale delineato a Bretton Woods avrebbe infatti puntato a promuovere un’economia aperta. A differenza di quello profilato da Wilson, si sarebbe però poggiato sul ruolo di guida di Washington e avrebbe coinvolto soprattutto i paesi occidentali.

Dopo la fine della Guerra fredda, l’ordine internazionale liberale si è esteso all’intero pianeta, trasformando gli Stati Uniti in un egemone globale all’apparenza privo di rivali. Anche per questo, durante il lungo «momento unipolare», l’egemonia di Washinton è apparsa a molti osservatori come una sorta di impero dai connotati inediti. A partire dalla crisi economica del 2008 il dibattito politologico ha iniziato invece a riconoscere i segnali di una rapida erosione del vecchio ordine, anche se la discussione sulle origini della crisi è andata in direzioni piuttosto differenti, come d’altronde le previsioni sulle tendenze future. E, come è facile immaginare, le ripercussioni politiche della pandemia sono destinate a rendere il dibattito sul futuro delle istituzioni internazionali ben più che un’esercitazione accademica. Un’ottima introduzione a questa discussione è proposta dal libro di Sonia Lucarelli Cala il sipario sull’ordine liberale? Crisi di un sistema che ha cambiato il mondo (Vita e Pensiero, pp. 284, euro 25.00), dedicato a una ricostruzione articolata delle molteplici linee di tensione che vengono oggi a sfidare l’assetto nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A innescare una spinta alla trasformazione è naturalmente anche la fine del «momento unipolare», ossia l’ascesa sulla scena di nuove potenze. E in questo senso è il ruolo della Cina a rappresentare la principale incognita, anche perché il gigante asiatico è stato in grado di sfruttare le opportunità offerte da un sistema di scambi aperti, senza però avviare al proprio interno alcun processo di liberalizzazione politica. Ma la politologa pone l’attenzione soprattutto su alcune sfide che nascono dall’interno delle democrazie occidentali. La prima è rappresentata innanzitutto dall’impatto sociale della globalizzazione, che ha aumentato le diseguaglianze ed eroso il ruolo dei corpi intermedi, creando il cocktail alla base della fortuna dei populismi. In secondo luogo, sono le ricadute della stessa rivoluzione digitale – sulle soggettività dei cittadini, sugli strumenti di controllo e manipolazione, sulla frammentazione dello spazio pubblico – a spiazzare le consolidate modalità della governance globale. Infine, le aspirazioni universalistiche dell’ordine liberale vengono a collidere con un ritorno dei particolarismi che scaturisce tanto dalla diversità culturale interna alle democrazie liberali, quanto dal peso crescente di Stati non occidentali. L’ordine liberale, per l’effetto combinato di tali pressioni, non solo si trova dunque a mostrare sempre più spesso la propria inadeguatezza ad affrontare e gestire le sfide globali. Ma è anche contemporaneamente delegittimato, tanto da quei leader populisti che – a partire da Donald Trump – contestano la prospettiva ‘globalista’ in nome delle appartenenze nazionali, quanto da una società civile transnazionale disillusa e impaurita. E da tutte quelle forze che, nella chiusura dei confini non solo ai flussi economici, vedono un antidoto agli effetti deteriori della globalizzazione.

Non è certo sorprendente che, sotto la pressione degli eventi, sia riemersa in questi mesi la grande domanda sulla possibilità di giungere a un «governo mondiale», su cui si interrogarono grandi intellettuali come Jacques Maritain e Hans Kelsen. Per le sue dimensioni, per la sua velocità di diffusione e per la consapevolezza del problema, la pandemia ci ha infatti posto dinanzi a una crisi che coinvolge l’intera umanità. E ha mostrato ancora più chiaramente la fragilità delle istituzioni sovranazionali esistenti. Benché l’ordine liberale non sia affatto esente da limiti, secondo la politologa non esistono alternative migliori. Per i suoi principi e la sua flessibilità rimane infatti l’unico assetto che possa consentire di far convivere uguaglianza, sicurezza e libertà, oltre che democrazia e mercato. Pur dinanzi a una serie di nuove sfide, la vecchia visione wilsoniana di un «regno della legge, basato sul consenso dei governati e sostenuto dall’opinione organizzata dell’umanità» non perderebbe il proprio valore. E il momento per far calare il sipario non sarebbe dunque ancora arrivato. Anche se, come scrive Lucarelli, «trama, ruoli, musiche e attori vanno ripensati a fondo perché lo spettacolo possa continuare». 


Damiano Palano

venerdì 19 giugno 2020

La democrazia dopo il virus. Cosa ci attende dopo la pandemia?




di Damiano Palano


Questo testo è tratto da uno dei saggi compresi nell’ebook, curato da Damiano Palano e Raul Caruso, Il mondo fragile. Scenari globali dopo la pandemia, uscito per Vita e Pensiero alla metà di maggio. Il volume cerca di ragionare sulle ricadute che lo shock globale del Covid 19 potrebbe avere a livello politico ed economico. L’intero e-book può essere gratuitamente scaricato in formato pdf dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).

Le previsioni sull’impatto che avranno la pandemia e le misure di distanziamento sociale sull’economia globale e sulle economie del Vecchio continente sono al momento ancora premature, ma le stime provvisorie prevedono una notevole contrazione della produzione in tutte le economie occidentali, oltre che una riduzione significativa del volume degli scambi. Questo scenario potrebbe favorire sul versante politico un ulteriore inasprimento delle condizioni di instabilità e, dunque, un rafforzamento della tendenza che negli ultimi dieci anni ha portato sulla scena nuovi e aggressivi outsider, più o meno ascrivibili all’eterogenea famiglia delle formazioni anti-sistemiche.

Le tensioni che le democrazie occidentali si troveranno ad affrontare dopo che la fase più acuta dell’emergenza del Covid sarà terminata hanno d’altronde a che vedere in gran parte con l’eredità di dinamiche di lungo periodo. La depressione economica segnerà quasi certamente ulteriore aggravamento della «crisi fiscale» dello Stato, che in alcuni casi potrebbe anche diventare drammatica e che offrirà spazi consistenti al riemergere della protesta fiscale. In secondo luogo, è probabile che la contrazione delle economie occidentali contribuirà a logorare ulteriormente i legami identitari su cui ancora possono contare i partiti ‘tradizionali’ e a indebolire la fiducia nei confronti di leader e partiti. Inoltre, le conseguenze del Covid-19 potrebbero accelerare il ‘declino relativo’ dell’Occidente (sotto il profilo economico, politico e culturale), e non sembrano comunque in grado di invertire in modo significativo la tendenza di uno spostamento verso Est del baricentro dell’economia globale. Ciò potrebbe evidentemente rafforzare il cultural backlash, accentuando la sensazione di insicurezza e deprivazione soprattutto in alcuni strati sociali. Quote di elettorato crescenti potrebbero così spostarsi verso posizioni più radicali (e verso nuove formazioni politiche), polarizzando lo scontro politico. E potrebbero in particolare riacquistare vigore tanto i conflitti radicati sulla frattura centro-periferia (e focalizzati sulla protesta fiscale), quanto le tendenze isolazioniste e nazionaliste (che nel Vecchio continente assumerebbero come bersaglio i ‘vincoli’ imposti dall’Ue).

Più in particolare, uno dei rischi è che gli effetti della crisi contribuiscano ad alimentare la «recessione democratica» in corso da circa quindici anni, logorando le basi dei regimi più fragili, che, soprattutto per ciò che concerne l’Est europeo e alcune delle ex-repubbliche sovietiche, sembrano a molti già fuoriusciti dall’alveo di una piena democrazia. Al tempo stesso, la pandemia e le sue ricadute potrebbero riproporre la dinamica che ha investito i sistemi politici occidentali dopo la crisi finanziaria del 2008, versando dunque combustibile nel serbatoio della protesta «populista» e aggravando quel processo di «deconsolidamento» delle democrazie mature che secondo alcune ipotesi sarebbe già cominciato da alcuni anni.

Per quanto un simile scenario non debba certo apparire ottimistico, sarebbe però un errore interpretare queste tendenze nei termini di previsioni deterministiche. Nel mondo che seguirà la pandemia, un ruolo importante, e per molti versi decisivo, dipenderà infatti dalla capacità politica di impedire che una miscela esplosiva di ingredienti vada a innescare una «crisi generale». E dunque il futuro delle democrazie è strettamente legato anche alle sorti dell’ordine internazionale liberale che abbiamo ereditato dalla Seconda guerra mondiale, che ha indirizzato il processo di globalizzazione negli ultimi trent’anni, e che mostra ormai da tempo profonde tracce di logoramento. Ma probabilmente il futuro delle democrazie si giocherà anche sulla loro capacità di abbandonare visioni ingenuamente ottimistiche, senza al tempo stesso cedere alla retorica di un declino inevitabile.

Puoi continuare a leggere il capitolo scaricando gratuitamente il volume dal sito della casa editrice Vita e Pensiero e dal sito di Amazon (formato kindle).