domenica 16 dicembre 2018

Le bandiere discrete del «nazionalismo banale». Un libro di Michael Billig



di Damiano Palano


Questa recensione al libro di Michael Billig Nazionalismo banale (Rubbettino, pp. 351, euro 20.00) è apparsa su "Avvenire" il 18 novembre 2018.


Nel suo celebre, contestato e spesso frainteso libro sulla fine della Storia, Francis Fukuyama non concedeva grandi prospettive al nazionalismo. La conclusione della Guerra fredda aveva sancito naturalmente la sconfitta delle ideologie socialiste e la vittoria della democrazia liberale. Ma quelle forze economiche, che un tempo avevano richiesto la formazione di grandi entità centralizzate, ora spingevano verso la creazione di mercato mondiale unico e integrato, destinato a dissolvere tutte le barriere nazionali. «Il fatto che la neutralizzazione definitiva del nazionalismo non possa avere luogo in questa o nella prossima generazione», aggiungeva l’analista nippo-americano, «non cambia niente: la sua fine è ormai segnata». Naturalmente sarebbe facile oggi contestare a Fukuyama questa previsione. Poco più di un quarto di secolo dopo, il nazionalismo sembra infatti tutt’altro che un concorrente sconfitto o una comparsa della scena politica contemporanea. E non è dunque affatto sorprendente che si sia riaperta la discussione su cosa sia davvero il nazionalismo, sulle sue origini storiche, sulle sue dimensioni ideologiche.

Un tassello importante di questo dibattito è senza dubbio rappresentato dal libro di Michael Billig Nazionalismo banale, apparso originariamente nel 1995 e ora finalmente tradotto in italiano (con una introduzione di Andrea Geniola, Rubbettino, pp. 351, euro 20.00). Il tema al cuore del libro non è però quel nazionalismo aggressivo, estremista, violento, che proprio alla metà degli anni Novanta del secolo scorso – quando il libro venne pubblicato – aveva da poco fatto la propria ricomparsa nel cuore del Vecchio continente. Billig si propone piuttosto di indagare il nazionalismo ‘discreto’ che compare nella nostra vita quotidiana, il nazionalismo ‘banale’ delle bandiere issate sugli edifici pubblici o dei simboli stampati sulla carta moneta. In questo senso, il suo lavoro si colloca in una corrente di ricerche volta a smantellare il mito ‘primordialista’, secondo cui ogni nazione avrebbe alla base una lingua comune, tradizioni condivise e dunque un’identità ben definita (precedente rispetto agli Stati). A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, molti studiosi – tra cui, per citare solo qualche esempio, Ernst Gellner, Eric Hobsbawm e Benedict Anderson – hanno d’altronde messo radicalmente in discussione una simile visione. Hanno mostrato innanzitutto che molte delle ‘tradizioni’ che le nazioni custodiscono gelosamente – per esempio l’abbigliamento delle Highlands scozzesi o i rituali della monarchia britannica – sono in realtà invenzioni tutto sommato recenti, quasi sempre risalenti al trentennio che precedette la Prima guerra mondiale. E più in generale hanno messo in luce come le identità e le lingue nazionali siano il prodotto dell’azione di uniformazione culturale esercitata dagli Stati negli ultimi due secoli. L’analisi di Billig si colloca però a un livello diverso. Come psicologo sociale, più che alla genesi storica delle ‘tradizioni’ nazionali, è infatti interessato al ruolo che le rappresentazioni sociali hanno nel plasmare il nostro modo di concepire la realtà. Ed è dunque investigando il nostro ‘senso comune’ che porta alla luce la centralità del riferimento (spesso implicito) alla nazione.

Di solito non facciamo molta fatica a riconoscere (e a stigmatizzare) il nazionalismo, specie quando la sua retorica viene inalberata da leader e movimenti estremisti. Ma siamo invece meno disponibili a riconoscere anche nelle democrazie mature la presenza costante della «coscienza ideologica della nazione». Una coscienza che «abbraccia un complesso insieme di temi relativi a ‘noi’, la ‘nostra patria’, le ‘nazioni’ (‘loro’ e ‘nostre’), il ‘mondo’, così come la moralità del dovere e dell’onore nazionali». Secondo Billig, anche nei paesi in cui il nazionalismo sembra essere stato dimenticato, continua infatti a vivere in una condizione endemica, per essere riattivato solo in presenza di crisi. La nazione fa cioè costantemente da sfondo ai discorsi politici, ai prodotti culturali, al modo stesso in cui i giornali sono strutturati. Il richiamo mentale del ‘nazionalismo banale’ non viene neppure percepito, così come non viene notata la bandiera che penzola da un edificio pubblico. Ma in realtà struttura il nostro senso comune. In altre parole, alcune idee che ci sembrano persino ‘banali’ sono in realtà costruzioni ideologiche del nazionalismo, «permanenze inventate» nell’età moderna, che ci sembrano esistere da sempre. Da questo punto di vista è sufficiente pensare alla nostra concezione delle lingue, una concezione plasmata da un mondo di lingue formalmente costituite, risultato dei processi di uniformazione compiuti dagli Stati. Ma anche al linguaggio di giornali e tv, alle previsioni metereologiche o alle cronache sportive, che – nella misura in cui usano termini come «noi» e «qui» - ci rammentano implicitamente la nostra appartenenza alla comunità nazionale.

Ovviamente l’indagine di Billig non dimostra che il ‘nazionalismo banale’ sia sempre qualcosa di negativo. Per molti versi, si limita a ricordarci che la nazione non è scomparsa, anche se spesso la sua presenza passa inosservata. E si tratta certo di un motivo in più per ridimensionare tutte quelle previsioni che – partire da Fukuyama – davano per spacciato il nazionalismo. Da un certo punto di vista si potrebbe ribattere allo studioso britannico che è persino un bene che la nazione sia ‘sopravvissuta’, per il semplice motivo che, in molti casi, è davvero solo l’identità nazionale a tenere insieme una società. Ma, sulla scorta di Hannah Arendt, Billig non manca di ricordarci che ‘banale’ non significa affatto benevolo. E proprio per questo non dovremmo dimenticare che difficilmente il ‘nazionalismo banale’ può essere davvero innocente.



 Damiano Palano

martedì 4 dicembre 2018

Web e democrazia. Ci vuole più educazione (digitale). Un pamphlet di Jamie Bartlett



di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Jamie Bartlett, The People Vs Tech. How the internet is killing democracy (and how we save it) (Ebury Press, pp. 242), è apparsa su "Avvenire", il 21 novembre 2018.

Leggendo molte delle riflessioni condotte sul potere pervasivo delle fake news, si può avere la sensazione di un déjà-vu. E si può finire col ritrovare nella vecchia Psicologia delle folle di Gustave Le Bon una formidabile anticipazione di quella sorta di vertigine che sperimentiamo oggi. «Mentre le nostre antiche credenze vacillano e dispaiono, mentre le vecchie colonne della società crollano una dopo l’altra», scriveva Le Bon nell’incipit del suo pamphlet più celebre, «l’azione delle folle è l’unica forza che nulla minaccia e il cui prestigio cresce sempre». Ma l’«era delle folle» era soprattutto l’annuncio di un imminente cataclisma, destinato a dissolvere le basi stesse dell’ordine sociale. «Quando l’edificio di una società è tarlato», osservava Le Bon, «le folle ne determinano il crollo». Se cioè le orde dei barbari avevano dissolto la civiltà dell’impero romano, le nuove folle potevano solo distruggere la società esistente, senza essere in grado di costruire nulla di solido.

Anche Jamie Bartlett, direttore del Centro per l’analisi dei social media del think-tank Demos, nel suo libro The People Vs Tech. How the internet is killing democracy (and how we save it) (Ebury Press, pp. 242), sostiene che la rivoluzione comunicativa dell’ultimo ventennio abbia portato sulla scena la potenza distruttiva di nuove folle digitali. La visione di Bartlett – lo si intuisce già dal titolo del suo testo – è agevolmente ascrivibile alla schiera dei ‘tecno-pessimisti’, che vedono nello sviluppo tecnologico una seria minaccia alle istituzioni democratiche. Molto probabilmente, sostiene infatti, nei prossimi anni verranno progressivamente erosi tutti quei pilastri su cui si è retto l’edificio della democrazia rappresentativa: una cittadinanza attiva e dotata di autonomia intellettuale, una cultura condivisa, elezioni libere e corrette, un’ampia classe media, un’economia competitiva, una società civile indipendente dallo Stato e una diffusa fiducia nei confronti dell’autorità. Per motivi in gran parte (anche se non solo) connessi con le trasformazioni tecnologiche, tutti questi «pilastri» sono però già oggi minacciati da processi di logoramento sempre più visibili. Innanzitutto, la «datizzazione» e le tecniche predittive basate sugli algoritmi, oltre a rappresentare un rischio per la nostra privacy, profilano un tipo di scelta affidata alle macchine e sottratta agli individui. Il punto è che potremmo convincerci (più rapidamente di quanto pensiamo) che le decisioni assunte dagli algoritmi siano più efficaci, più oggettive e più ‘giuste’ di quelle che adotterebbero degli esseri umani. E che siano dunque più efficaci di quelle adottate a seguito di processi di discussione democratica. L’economia del futuro potrebbe inoltre aumentare ancora di più le diseguaglianze, in particolare riducendo l’ampiezza della classe media. I grandi giganti del web potrebbero estendere ancora di più le reti del loro controllo sui diversi settori produttivi, avvicinandosi a costituire veri e propri monopoli e aumentando così la loro influenza sulla società. E la stessa autorità dello Stato potrebbe alla fine collassare.

Tra le tendenze destinate secondo Bartlett a mettere in crisi l’edificio della democrazia rappresentativa, la più suggestiva riconduce però probabilmente proprio alla vecchia immagine delle folle distruttive evocata da Le Bon. Fino a un decennio fa, molti guardavano a internet come a una grande agorà virtuale, in cui si sarebbe realizzata una nuova democrazia diretta. Le cose sono andate molto diversamente. E in particolare, i social media, invece di diventare uno strumento di discussione e confronto, si sono rivelati un formidabile canale di polarizzazione. In altre parole, invece di attenuare le differenze, le nuove tecnologie comunicative hanno esasperato le distanze. Bartlett ritrova nella crescita della polarizzazione una conferma della vecchia previsione di Marshall McLuhan, secondo cui il villaggio globale avrebbe prodotto una nuova ondata di ‘ri-tribalizzazione’. La comunicazione digitale sembra in effetti favorire l’«omofilia», ossia la tendenza a rivolgersi e a scambiare opinioni con persone che condividono le medesime preferenze. Una conseguenza è, dunque, la formazione di «tribù» sempre più convinte delle loro opinioni e insofferenti nei confronti degli avversari. Ma un’altra dalle implicazioni cruciali per le sorti della democrazia è lo sgretolamento di quella cultura condivisa in grado di attenuare i conflitti e di trasformare dunque i ‘nemici politici’ in avversari con cui è possibile discutere e trovare un compromesso.

Naturalmente il pessimismo di Bartlett lascia più di qualche spazio per immaginare il futuro in modo meno cupo. Ma, a ben vedere, non tutte le venti «idee per salvare la democrazia», con cui si conclude il volume, sembrano agevolmente realizzabili. Un punto centrale rimane senza dubbio la necessità di aggiornare le leggi che regolamentano le campagne elettorali, tenendo conto di come sono cambiate le tecniche di mobilitazione negli ultimi dieci anni. Non è comunque sorprendente che le contromisure forse più importanti – ma tutt’altro che semplici da realizzare – riguardino lo stesso atteggiamento dei cittadini nei confronti delle tecnologie, dalla tendenza a delegare alle macchine la responsabilità delle nostre scelte, alla dipendenza compulsiva da internet, alla passiva accettazione della disinformazione. Naturalmente sul futuro dei nostri sistemi politici pesano molte altre incognite, alcune delle quali legate anche a dinamiche ‘strutturali’. Ma è davvero probabile che la salvaguardia dei «pilastri» dell’edificio democratico passi anche dalla conquista di una maggiore consapevolezza sui rischi di manipolazione delle nuove tecnologie. Perché proprio una simile ‘educazione digitale’ può consentire all’homo democraticus di non cedere all’abbraccio seduttivo delle nuove folle.

Damiano Palano

lunedì 26 novembre 2018

Il mistero della Teologia politica di Carl Schmitt. Un libro di Heinrich Meier



di Damiano Palano

Questa recensione al libro di Heinrich Meier, "La Lezione di Carl Schmitt. Quattro capitoli sulla distinzione tra Teologia politica e Filosofia politica (Cantagalli, pp. 343, euro 22.00) è apparsa su "Avvenire" il 16 novembre 2018.

Nel novembre 1931 Leo Strauss, allora trentaduenne allievo di Ernst Cassirer, fece visita a Carl Schmitt per chiedergli una lettera di referenza. Negli anni precedenti, dopo aver conseguito la laurea, Strauss aveva lavorato presso l’Accademia di Studi sull’Ebraismo, che però, a causa di difficoltà economiche, si trovava ora costretta a licenziare i collaboratori. L’intenzione del giovane studioso era dunque di domandare alla Fondazione Rockfeller un contributo finanziario per proseguire i propri studi su Thomas Hobbes. E una raccomandazione di Schmitt – che era allora uno dei più illustri giuristi della Repubblica di Weimar – poteva senz’altro rafforzare la candidatura. Un mese dopo – come attestano i diari di Schmitt – Strauss inviò inoltre al più anziano e già affermato studioso un dattiloscritto in cui esponeva il proprio progetto di ricerca. La relazione stesa da Schmitt probabilmente facilitò il successo della proposta di Strauss, che in effetti a marzo poté comunicare al proprio sostenitore l’esito positivo della domanda. Il rapporto tra i due studiosi avrebbe però conosciuto l’episodio culminante alcuni mesi dopo. Nel giugno del 1932 Strauss inviò infatti a Schmitt un denso dattiloscritto dedicato a una lettura critica del suo celebre saggio sul Concetto di ‘politico’, che era apparso originariamente nel 1927 ma che quell’anno era stato ripubblicato in una nuova edizione, rivista e ampliata. Il giurista rimase davvero colpito dalle osservazioni del giovane studioso. Nelle edizioni successive del suo lavoro, richiamò infatti in diversi punti le obiezioni di Strauss, accogliendone peraltro le indicazioni. E – come dimostrano i carteggi – fece in modo che la lunga recensione fosse tempestivamente pubblicata sul prestigioso «Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», la medesima rivista in cui il saggio era originariamente comparso. In seguito, Strauss scrisse ancora due volte al giurista, l’ultima volta – ormai nel luglio 1933 – da Parigi, dove si era trasferito grazie alla borsa ottenuta. Schmitt non rispose mai a quell’ultima lettera. E tra i due studiosi non ci fu da allora più alcun rapporto. Il clima politico era d’altronde radicalmente mutato. E soprattutto erano cambiate le posizioni di Schmitt, che si apprestava ormai a vivere la famigerata breve esperienza di ‘giurista di corte’ del nuovo regime nazionalsocialista. Un’esperienza che probabilmente l’ebreo Strauss – di lì a poco trasferitosi negli Stati Uniti – non poté dimenticare.

Anche se i due non ebbero mai più alcun incontro, probabilmente non cessò mai il loro dialogo ‘nascosto’. È questa almeno la tesi che sostiene da tempo Heinrich Meier, docente all’Università di Monaco e curatore dell’edizione tedesca delle opere di Strauss. Nel suo Carl Schmitt e Leo Strauss (Cantagalli) mostrava infatti come le critiche del giovane filosofo avessero indotto l’autore del Concetto di ‘politico’ a rivedere le proprie posizioni originarie. Nella Lezione di Carl Schmitt. Quattro capitoli sulla distinzione tra Teologia politica e Filosofia politica, da poco tradotto in italiano (Cantagalli, pp. 343, euro 22.00), torna più ampiamente su questa tesi, cercandone una verifica nell’intera riflessione dello studioso di Plettenberg. In particolare, mostra come la provocazione di Strauss indusse Schmitt a rivedere la propria valutazione di Hobbes. Secondo Strauss, l’autore del Leviatano doveva essere paradossalmente considerato come il fondatore ‘illiberale’ del liberalismo. E Schmitt – che in precedenza aveva accolto senza riserve la lezione hobbesiana – si rese conto di non poterne recepire per intero la visione. Tutta la riflessione schmittiana aveva infatti preso le mosse dall’indignazione contro l’«epoca della sicurezza», contro la hybris degli uomini che mettono il calcolo dei propri interessi al posto della provvidenza divina. Ma, promettendo sicurezza in cambio di libertà, di fatto l’operazione di Hobbes aveva invece innescato proprio quella ‘depoliticizzazione’ che il liberalismo avrebbe portato a compimento.

La lettura di Meier si sofferma anche su un altro aspetto importante. A suo avviso, nel ‘dialogo nascosto’ con Strauss, Schmitt fu indotto almeno in parte a esplicitare le premesse ‘teologiche’ della propria riflessione. Sezionando l’intera opera schmittiana, Meier sostiene così che la Teologia politica per Schmitt non fu semplicemente una chiave per cogliere la struttura dei concetti politici. La Teologia politica coincise per lui anche con una visione della politica saldamente radicata nella fede nella verità rivelata. E in questo si distingueva radicalmente dalla Filosofia politica, rivolta invece a rispondere alla questione del giusto solo sulla base della «saggezza umana». Anche la concezione che riconduce il ‘politico’ alla distinzione tra ‘amico’ e ‘nemico’ avrebbe allora come fondamento il dogma del peccato originale. Per non impegnarsi in una discussione teologica, secondo Meier Schmitt non esplicitò però mai le più profonde matrici del proprio pensiero. La sua autentica Teologia politica può così solo essere ‘intuita’ a partire da passaggi occasionali (peraltro dal significato non sempre univoco). Ed è probabilmente anche per questa ambiguità che – nonostante l’interpretazione di Meier risulti suggestiva, e in molti casi davvero convincente – il ‘mistero’ di Schmitt è destinato a rimanere senza soluzione, avvolto in una coltre impenetrabile di allusioni, occultamenti, giustificazioni.

Damiano Palano

 

martedì 20 novembre 2018

"Carl Schmitt" di Gianfranco Miglio. Una raccolta di scritti a cura di Damiano Palano (editrice Scholé). In libreria dal 22 novembre 2018




Gianfranco Miglio
Carl Schmitt
Saggi

a cura di Damiano Palano
Scholé
(pp. 128, euro 11.50)


I testi raccolti in questo volume scandiscono le tappe principali del dialogo intellettuale che Gianfranco Miglio intrattenne per molti anni con le ipotesi di Carl Schmitt. Benché rendesse sempre un sincero omaggio alle intuizioni del giurista tedesco, Miglio non nascose mai che il suo intento era superare i limiti oltre i quali Schmitt non aveva avuto l’ambizione di avventurarsi. Il suo obiettivo era infatti recidere definitivamente il residuo legame nostalgico con l’esperienza dello Stato moderno che aveva impedito al «grande vegliardo della politologia europea» di riconoscere il cuore oscuro e irrazionale dei fenomeni di aggregazione politica. In quel lungo confronto possiamo così riconoscere, oltre a una grande ammirazione, i segnali di una divergenza significativa. Ma anche per questo le pagine in cui, partendo da Schmitt, Miglio ambiva a procedere «oltre Schmitt», continuano a riproporci una serie di interrogativi fondamentali.



Gianfranco Miglio (1918-2001) fu per un trentennio, dal 1959 al 1989, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegnò Storia delle dottrine politiche e Scienza della politica. Tra il 1992 e il 2001 fu senatore della Repubblica. Tra le sue opere principali, Le regolarità della politica (Giuffrè 1988) e Lezioni di politica (2 voll., il Mulino 2011). Nella collana “Orso blu” è già apparso il suo volume Guerra, pace, diritto (con un saggio di Massimo Cacciari, 2016). Per Morcelliana ha pubblicato Genesi e trasformazioni del termine-concetto ‘Stato’ (2007).


Damiano Palano è Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Scienza politica e Teoria politica dell’età globale. Tra i suoi lavori più recenti: Partito (il Mulino 2013), La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero 2015), Populismo (Bibliografica 2017), Il segreto del potere. Alla ricerca di un’ontologia del «politico» (Rubbettino 2018).

martedì 6 novembre 2018

Indifferenza e libertà. Alessio Musio: un’etica delle relazioni contro la «cultura dello scarto»



di Damiano Palano

Questa recensione ad  Alessio Musio, nel suo libro Chiaroscuri. Figure dell’ethos (Vita e Pensiero, pp. 183, euro 18.00) è apparsa su "Avvenire" il 6 novembre 2018.

«Io sono soltanto realista nel senso più alto, cioè raffiguro tutte le profondità dell’anima umana», scrisse una volta Dostoevskij ribattendo a quei critici che lo definivano come uno psicologo. Il suo obiettivo era cioè cogliere «l’uomo nell’uomo» e – come notava George Steiner – riconoscere la complessità della realtà umana. Tanto che i personaggi che popolano le sue pagine – così diversi da quelli dei romanzi di Tolstoj – sembrano sempre contraddittori, sopraffatti da un’ambivalenza insolubile, costantemente in bilico tra vette di nobiltà e abissi di corruzione. E proprio sulle orme dell’autore dei Fratelli Karamazov, accettando cioè la sfida di riconoscere la complessità della realtà umana, Alessio Musio, nel suo libro Chiaroscuri. Figure dell’ethos (Vita e Pensiero, pp. 183, euro 18.00), riflette sulle ambiguità che contrassegnano i vissuti dell’esperienza. Le figure dell’ethos – con cui gli esseri umani cercano di esprimere concretamente le forme di una vita moralmente buona – sono infatti sempre anche figure della libertà, dell’individuo verso se stesso, ma anche dell’individuo nei confronti degli altri. E per questo esibiscono ogni volta un’ampia gamma di chiaroscuri, di ambiguità, di ambivalenze. Il compito dell’indagine filosofico-morale di Musio è dunque diradare quei ‘chiaroscuri’, conservando la classica domanda su cosa sia bene fare, ma, al tempo stesso, senza cancellare le ambivalenze, senza cioè disconoscere quelle «profondità dell’anima umana» che le pagine di Dostoevskij restituiscono.

Esaminando alcune cruciali figure dell’ethos – come la scelta, la decisione, la ripetizione, il segreto – Musio si concentra su una serie di casi ‘estremi’, ben consapevole del rischio che ciò comporta, ma nella convinzione che proprio del ‘caso estremo’ sia necessario tenere conto per evitare idealizzazioni. Forse non casualmente il viaggio attraverso i ‘chiaroscuri’ – e attraverso le analisi di Aristotele, Kierkegaard, Sartre, Arendt e Jankélévitch – si conclude però sull’indifferenza, un’esperienza tutt’altro che ‘estrema’, e che anzi proprio per la sua travolgente ‘banalità’ rappresenta per molti versi la più enigmatica delle figure dell’ethos. L’indifferenza risulta innanzitutto stretta in un forte legame con la crudeltà. Quando lo spettacolo delle esecuzioni pubbliche viene sottratto allo sguardo pubblico, diventa infatti qualcosa di ‘saputo’ ma non ‘visto’, ossia qualcosa di cui si è a conoscenza ma di cui si può diventare indifferenti. Distogliere lo sguardo dallo spettacolo della crudeltà non significa così né eliminare il male e neppure ignorarne l’esistenza, bensì semplicemente esserne ‘indifferenti’. Ma l’indifferenza – osserva Musio – è soprattutto l’altra faccia della libertà individuale. Rendere la libertà l’unico bene in gioco nelle relazioni equivale a diventare indifferenti alle relazioni in quanto tali, ridotte semplicemente a occasioni di affermazione della libertà. E dunque la celebrazione della libertà, la sua collocazione al vertice di ogni gerarchia dei beni, innesca una doppia indifferenza: nei confronti degli altri beni e nei confronti delle persone con cui si entra in relazione. L’indifferenza, scriveva Sartre, è «una cecità nei riguardi dell’altro», o meglio – suggerisce Musio – una relazione in cui l’altro si riduce alle sue qualità. Relazioni con individui concepiti solo come il ‘punto di appoggio’ di determinate qualità non possono però che essere relazioni narcisistiche, nelle quali ciascuno rimane in fondo – dall’inizio alla fine – solo con se stesso. Se le qualità presuppongono la persona, osserva invece Musio, non sono in grado fondarla. E pur riconoscendo che le qualità rimangono per molti versi il punto di avvio di un legame, è allora necessario procedere oltre. Senza arrestarsi alle qualità e alle funzioni dell’altro, un’etica delle relazioni deve dunque essere «capace di rispettare l’unicità dei soggetti che le compongono».

Damiano Palano

mercoledì 24 ottobre 2018

La storia maestra di politologia. Un libro curato da Marco Almagisti, Carlo Baccetti e Paolo Graziano


 

di Damiano Palano


Questa recensione al volume Introduzione alla politologia storica. Questioni teoriche e studi di caso, curato da Marco Almagisti, Carlo Baccetti e Paolo Graziano (Carocci, pp. 287, euro, 27.00), è apparsa, in una versione leggermente diversa, su "Avvenire" il 19 ottobre 2018.

Nel 1936, in uno dei suoi ultimi lavori, Gaetano Mosca scrisse che la «vera scienza politica» doveva rivolgersi allo studio «delle cause delle lente decadenze e delle crisi». E tornò a ribadire anche una sua antica convinzione. Fin da mezzo secolo prima, Mosca – che, in virtù dei suoi Elementi di scienza politica, apparsi nel 1896, è considerato come il fondatore della moderna politologia italiana – aveva infatti criticato le seduzioni del positivismo allora in auge, il quale aveva spesso ricondotto lo studio degli organismi politici a determinanti biologiche, razziali o geografiche. Per lo studioso palermitano, l’unico modo di scoprire le «tendenze psicologiche costanti» che guidavano la vita degli organismi politici era invece studiare il passato. E si augurava, così, che «l’immenso materiale storico raccolto nel secolo decimonono e nei primi decenni del ventesimo» rendesse possibile la creazione di una vera scienza politica, capace di «insegnare agli uomini di Stato e alle classi dirigenti la maniera di scongiurare quei periodi di decadenza», oltre che le «crisi violente» destinate a dare origine a dolori e durature lacerazioni.

La scienza politica di oggi non rende a Mosca molto più dell’omaggio rituale concesso agli antichi precursori. E per molti versi è quasi inevitabile che una disciplina scientifica, una volta entrata nella sua maturità, debba dimenticare i suoi fondatori. Meno scontato è invece che la politologia italiana, nel corso degli anni, abbia in larga parte rimosso dal proprio orizzonte la dimensione storica. Il consolidamento (anche accademico) della disciplina, realizzatosi nell’ultimo trentennio, ha d’altronde fatto emergere nuovi problemi, legati all’accentuata specializzazione e alla frammentazione tra differenti campi di indagine. Imboccando il sentiero della specializzazione, la ricerca politologica ha conquistato metodologie sempre più raffinate e accurate. Ma ha finito talvolta col concentrarsi su domande poco ambiziose e circoscritte. Ha così abbandonato molte di quelle questioni che invece i ‘classici’ avevano posto al cuore della loro riflessione, a partire dall’indagine sulle cause della decadenza degli organismi politici. E le conoscenze che produce – per quanto conseguite con strumenti raffinati – rischiano dunque di rivelarsi del tutto irrilevanti per affrontare le grandi trasformazioni che investono le nostre società. 
È da una simile consapevolezza che muovono i saggi raccolti nel volume Introduzione alla politologia storica. Questioni teoriche e studi di caso, curato da Marco Almagisti, Carlo Baccetti e Paolo Graziano (Carocci, pp. 287, euro, 27.00). L’obiettivo dei curatori non è ovviamente quello di ricondurre la scienza politica nell’alveo della ricerca storica, né di cancellare le differenze metodologiche. Per un verso, la conoscenza storica – pur ponendosi talvolta domande di carattere generale – non può aggirare l’impegno di rappresentare, in tutta la sua complessità, una specifica esperienza. Per l’altro, la scienza politica conserva invece uno sguardo ‘riduzionista’, perché – anche quando si concentri sul singolo caso – punta a cogliere delle uniformità destinate a riproporsi in differenti contesti. Ma secondo Almagisti, Baccetti e Graziano è impossibile «comprendere i principali processi politici della contemporaneità senza fare riferimento alla ‘lunga durata’ dei processi storici». La politologia storica configura dunque una prospettiva di ricerca che si fonda «sul riconoscimento dell’importanza dei mutamenti di lungo periodo come chiave interpretativa della contemporaneità». E che ricorre alla comparazione storica (fra un numero limitato di casi) per spiegare la logica delle trasformazioni politiche.

Nel volume vengono ripresi i contributi di ‘classici’ come Max Weber, Antonio Gramsci e Stein Rokkan, che possono essere arruolati tra gli alfieri della politologia storica. E il panorama potrebbe arricchirsi ulteriormente, considerando studiosi (tra loro ben diversi) come Otto Hinze, Reinhard Bendix, Barrington Moore, Charles Tilly, Theda Skocpol, Perry Anderson o Immanuel Wallerstein. Non è inoltre sorprendente che nel libro siano ospitati diversi contributi dedicati alle culture politiche italiane. Almeno in Italia è infatti proprio questo l’ambito in cui la prospettiva della politologia storica ha trovato maggiori occasioni di consolidamento (basti pensare alle indagini sulle subculture politiche territoriali o alle ricerche avviate dalle ipotesi di Robert D. Putnam sulle origini del capitale sociale). Ed è probabilmente questo stesso campo che la politologia storica dovrà tornare a frequentare nei prossimi anni. Non tanto perché guardando alla lezione del passato si possa davvero scoprire – come si augurava Mosca – il modo di evitare le crisi e la decadenza. Quanto perché la politologia storica ci può forse consentire di cogliere i nessi che legano il nostro passato – vicino e lontano – a un presente segnato dall’apparente ‘liquefazione’ di tutte le vecchie identità politiche.



 Damiano Palano



La prospettiva della politologia storica sarà al centro di una discussione sul libro di Marco Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell'Italia contemporanea (Carocci), con Vittorio Parsi e Damiano Palano, che si svolgerà giovedì 24 ottobre 2018 alle ore 18.00 presso l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri), in Via San Vittore 18 a Milano 


sabato 20 ottobre 2018

L'America di Trump e la 'lezione della storia'. "How Democracies Die" di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt





di Damiano Palano

Questa recensione al libro di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, How democracies die (Viking) è apparsa su "Avvenire" il 18 ottobre 2018.

In uno dei suoi ultimi romanzi, Il complotto contro l’America, Philip Roth immaginò che, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la storia degli Stati Uniti fosse andata in un’altra direzione. L’«ucronia» di Roth descriveva infatti la travolgente ascesa politica di Charles Lindbergh, protagonista nel 1927 della prima trasvolata oceanica in solitario a bordo del suo monoplano Spirit of St. Louis. Dopo aver conquistato una vasta popolarità grazie alle proprie imprese, l’aviatore era divenuto il portavoce di uno schieramento isolazionista, che – con dichiarate simpatie per la Germania hitleriana e un evidente antisemitismo – si opponeva all’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto bellico. Privo di qualsiasi esperienza politica, ma sostenuto da un travolgente consenso popolare (oltre che dall’occulto appoggio tedesco), Lindbergh, nella ‘storia alternativa’ di Roth, irrompeva a sorpresa nella campagna presidenziale del 1940, ottenendo la nomination del Partito Repubblicano, paralizzato da lotte intestine. E con lo slogan «America First» riusciva a conquistare la Casa Bianca, portando con sé una pattuglia di elementi filo-nazisti che, già nei primi mesi di governo, introdussero forti limitazioni alle libertà civili e avviarono persecuzioni contro gli ebrei. Nel romanzo ‘ucronico’ di Roth la misteriosa scomparsa di Lindbergh finiva comunque col riportare la storia americana sul binario democratico, e già nel 1942 gli Stati Uniti – nuovamente guidati da Franklin Delano Roosevelt – potevano entrare in guerra contro le potenze dell’Asse.

Se i timori per una deriva autoritaria negli Stati Uniti sono rimasti a lungo solo il materiale per romanzi fantapolitici, agli occhi di molti quei timori sono diventati invece realistici nel novembre 2016, con la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump. La travolgente ascesa politica del miliardario newyorkese – peraltro all’insegna dello stesso slogan «America First», che aveva inalberato il vecchio comitato isolazionista animato nel 1940 da Lindbergh ed Henry Ford – ha acceso violente polemiche e alimentato contestazioni da molto tempo sconosciute sull’altra sponda dell’Atlantico. Ma ha anche finito col sollecitare discussioni vivaci tra i politologi, che – spesso risentendo dell’animosità del momento – hanno iniziato a interrogarsi sul modo in cui un regime democratico può crollare. In questa discussione spicca in particolare il lavoro di due politologi di Harvard, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, che nel loro How democracies die (Viking, pp. 312), hanno cercato di trovare nella ‘lezione della storia’ qualche indicazione sui rischi che corrono le democrazie occidentali (e non solo quella a stelle e strisce). Come sottolineano i due studiosi, ci sono due strade che possono condurre alla fine di un regime democratico. La prima è quella del ‘colpo di Stato’, con cui un piccolo gruppo di armati si impossessa del potere e sospende libertà e garanzie, schiacciando con la violenza qualsiasi traccia di opposizione. Una seconda strada – meno drammatica ma ugualmente distruttiva – prevede invece che siano dei presidenti o primi ministri eletti a sovvertire le regole democratiche. Ed è proprio questa seconda dinamica che risulta più frequente nel mondo nato dal crollo del Muro di Berlino. Dopo il 1989 le dittature più palesi sono in gran parte scomparse, e anche i colpi di Stato militari sono diventati meno frequenti, mentre nella maggior parte dei paesi si tengono elezioni (anche se non sempre competitive). E, soprattutto, notano Levitsky e Ziblatt, la maggior parte delle rotture democratiche è avvenuta per opera di governi eletti. I due politologi si riferiscono al Venezuela di Chávez, oltre che alle tensioni in Georgia, Ungheria, Nicaragua, Perù, Filippine, Polonia, Russia, Sri Lanka, Turchia e Ucraina. Ciò significa che i mutamenti avvengono senza che siano cancellate le carte costituzionali o che siano sospese le elezioni. La democrazia viene dunque abbandonata ‘legalmente’, nel senso che viene accettata dalle assemblee elettive o dalle corti. E, soprattutto, tutto ciò avviene in modo «impercettibile», perché i cittadini non si rendono conto né che stia prendendo forma un regime autoritario, né che siano abbandonate le garanzie della democrazia liberale

Mettendo insieme le loro competenze, Levitsky e Ziblatt cercano dunque di ‘imparare dalla storia’, e cioè di capire quali siano stati i fattori che – nel passato – hanno favorito (o impedito) il crollo della democrazia per ‘via elettorale’. In questo senso, non possono evitare di tornare all’Italia di Mussolini e alla Germania di Hitler, ma guardano anche al Venezuela degli ultimi vent’anni e alla Spagna della guerra civile. In tutti questi casi, erano visibili fin dall’inizio alcune tracce della torsione autoritaria, che secondo i due politologi rappresentano indicatori del rischio che corre una democrazia: il rifiuto delle regole del gioco democratico, la delegittimazione degli avversari politici, la tolleranza della violenza, la restrizione mediante disposizioni di legge delle libertà degli oppositori. Per Levitsky e Ziblatt alcuni di questi segnali sono riconoscibili anche nell’America di Donald Trump, anche se in realtà il logoramento delle istituzioni democratiche negli Stati Uniti ha, per loro, radici più profonde. La convinzione dei due studiosi è infatti che la divisione dei poteri e gli equilibri fissati dalle costituzioni non siano sufficienti, da soli, a salvaguardare la democrazia. A rappresentare un presidio ben più saldo sono regole non scritte, ma riconosciute e adottate dai principali attori politici. Regole che consistono, innanzitutto, nella reciproca tolleranza degli avversari e, in secondo luogo, nell’auto-disciplina che induce chi occupa le cariche pubbliche a rispettare lo ‘spirito’ (e non solo la forma) delle regole istituzionali. Ma sono proprio questi due elementi a essere colpiti dalla crescente polarizzazione che da un decennio ha investito la politica americana. I sostenitori dei diversi schieramenti hanno iniziato a contestare la stessa legittimità dei rispettivi avversari, le contrapposizioni politiche hanno assunto spesso anche una connotazione violenta, e ciò ha indotto una parte della classe politica a ricorrere a forzature istituzionali (per esempio, al Gerrymandering, ossia alla artificiosa segmentazione dei collegi elettorali con l’obiettivo di favorire il partito al potere).

La lettura di Levitsky e Ziblatt è evidentemente influenzata dalle tensioni della politica americana. E qualcuno potrebbe considerare eccessivi i timori dei due politologi. Ma è davvero plausibile che la polarizzazione visibile in molte democrazie occidentali possa produrre conseguenze rilevanti. Naturalmente la polarizzazione non è una novità, specie per il Vecchio continente. Ma il fatto inedito è che oggi i partiti – o ciò che ne rimane – non sembrano in grado di poter controllare e disciplinare la polarizzazione, come invece fecero almeno per una parte del Novecento. E se ci auguriamo che questa tendenza non debba condurci verso nuovi regimi autoritari, si deve però riconoscere che, molto probabilmente, è destinata a mutare il volto delle nostre democrazie.

Damiano Palano

giovedì 11 ottobre 2018

La Russia di Putin e il «collasso» della democrazia. "La paura e la ragione" di Timothy Snyder




di Damiano Palano


Questa recensione al libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), è apparsa su "Avvenire" del 10 ottobre 2018.


Secondo Freedom House, un’organizzazione non governativa che da quarant’anni registra puntualmente (seppur con criteri spesso criticati) lo stato delle libertà nel mondo, siamo dinanzi a un vero e proprio «declino» democratico. La diffusione della democrazia liberale, che dopo il 1989 aveva conosciuto una marcia costante, si sarebbe infatti arrestata nel 2006. Da allora in poi il numero globale delle democrazie sarebbe progressivamente diminuito. E segnali di deterioramento – relativi al minor rispetto di diritti politici e libertà civili – emergerebbero anche nei paesi occidentali. Negli ultimi anni molti politologi si sono persuasi in effetti che il rischio di una «recessione democratica» debba essere preso sul serio, e ha dunque cominciato a prendere corpo un’intesa discussione su come misurare il «deconsolidamento» dei regimi democratici e sulle cause più profonde del malessere. Una posizione specifica in questa riflessione è occupata dal libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), che inquadra la questione puntando pressoché interamente lo sguardo sul ‘putinismo’ e sulle conseguenze che avrebbe prodotto sui paesi occidentali. Autore di alcuni importanti lavori sull’Europa del Novecento, Snyder, storico all’Università di Yale, dipinge infatti un grande affresco, senza dubbio ricco di suggestioni, secondo cui si confrontano e si scontrano, negli ultimi tre decenni, due opposte visioni del mondo e della storia. Da una parte, la politica dell’inevitabilità, e cioè la convinzione che il futuro sia solo la prosecuzione del presente, che la strada del progresso sia tracciata e che non siano possibili alternative. Dall’altra, la politica dell’eternità, che colloca una specifica nazione al centro del racconto di una ciclica vittimizzazione. Dopo il 1989, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sposarono senza esitazioni la politica dell’inevitabilità, persuadendosi che la Storia fosse davvero finita e che democrazia e libero mercato fossero destinati a estendersi al mondo intero. Ma gradualmente la realtà ha mostrato come non si trattasse di processi inevitabili. E la politica dell’eternità ha cominciato a guadagnare spazio, trovando nella Russia di Putin il centro della propria espansione.

Snyder ricostruisce le vicende russe a partire dalla fine dell’Unione Sovietica e fissa in particolare una cesura nel 2010: proprio quell’anno, secondo lo storico, la Russia sarebbe infatti diventata una «cleptocrazia» e avrebbe cominciato ad agire per «demolire la fattualità», diffondendo disinformazione e fake news, con l’obiettivo di destabilizzare Ue e Usa. Articolando la propria narrazione a cerchi concentrici, Snyder si focalizza dunque sul recupero della filosofia nazionalista di Ivan Il’in, sul ricorso alla manipolazione delle elezioni da parte di Putin, sul ritorno di un progetto imperiale, sull’intervento in Ucraina, sulla proliferazione di disinformazione, sull’influenza di Mosca nelle elezioni americane del 2016. Con la campagna di Donald Trump, la politica dell’eternità avrebbe infatti rimpiazzato anche negli Usa la vecchia politica dell’inevitabilità. Portando con sé il corollario di un acceso nazionalismo, di uno spregiudicato utilizzo di propaganda e fake news, oltre che tentazioni di autoritarie.

Benché sia dedicato alla Russia dell’ultimo quarto di secolo, il volume di Snyder è in effetti rivolto tutto verso gli Stati Uniti, ed è per molti versi un nuovo capitolo di quella riflessione, innescata dalla conquista della Casa Bianca da parte di Trump, sul possibile «collasso» della democrazia americana. Ciò spiega la foga polemica che alimenta il volume. Ma è anche la ragione per cui le suggestioni risultano affiancate da semplificazioni e forzature polemiche. La sagoma della politica dell’eternità – certo efficace sotto il profilo retorico – finisce così col fornire una spiegazione quantomeno riduttiva (e talvolta persino caricaturale) del fallimento della democratizzazione in Russa. E l’attenzione rivolta al Cremlino e alla sua influenza sulla politica occidentale suggerisce anche una spiegazione davvero piuttosto insoddisfacente dell’instabilità che ha investito i sistemi politici occidentali. Molto probabilmente, come sostiene lo storico, Mosca utilizza davvero gli strumenti di cui dispone per incidere sulla politica occidentale. E Snyder non dimentica neppure le tensioni sociali emerse in Occidente dopo l’esplosione della crisi economica. Ma ritenere che i rischi per le democrazie occidentali giungano solo dall’insidiosa penetrazione di un nemico esterno appare piuttosto semplicistico. Anche perché, in questo modo, si finisce col replicare il medesimo limite della visione ‘vittimista’ della storia che Snyder attribuisce alla Russia di oggi.

Damiano Palano

sabato 29 settembre 2018

Raymond Aron, il Sessantotto parigino e la crisi contemporanea. "Democrazia e contenuti di vita" di Giulio De Ligio


 
di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Giulio De Ligio, Democrazia e contenuti di vita. Riflessioni di filosofia politica (Rubbettino, pp. 148, euro 16.00), è apparso su "Avvenire".

Nella settimana in cui la Francia venne travolta dalla febbre del «Maggio», Raymond Aron si trovava negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze. Nei mesi precedenti non aveva preso posizione sulle prime tappe della rivolta. Ma dopo il suo rientro a Parigi, il 23 maggio, la situazione indusse Aron a intervenire pubblicamente. Dinanzi all’estendersi della protesta dalle università alle fabbriche, e soprattutto di fronte alla latitanza delle istituzioni, cominciò infatti a temere seriamente l’avvento di una crisi di regime. Questo rischiò si allontanò dopo il discorso radiofonico con cui il 30 maggio De Gaulle invitò i francesi a mobilitarsi contro la «sovversione» e la minaccia totalitaria. Ma proprio da quel momento Aron incominciò a pubblicare una serie di interventi in cui cercava di portare alla luce le motivazioni di un’esplosione imprevista. Gli articoli apparsi su «Le Figaro», accompagnati da una lunga intervista con Alain Duhamel, furono repentinamente raccolti nella Rivoluzione introvabile, un libro che per molti aspetti era una sorta di prosecuzione dell’Oppio degli intellettuali, ma in cui vibrava una corda polemica inusuale per Aron. L’obiettivo che si proponeva era d’altronde soprattutto ridimensionare l’«evento». Più che dell’annuncio della «fine di una civiltà», si era trattato a suo avviso di un grande «psicodramma», le cui principali responsabilità erano da imputare agli intellettuali. «Per alcune settimane», scrisse, «l’opinione pubblica parigina, come fosse in preda a un delirio ideologico, è sembrata unanime nel culto di questa ‘ammirevole gioventù’ e di questa rivoluzione che non era tale». Le critiche dello studioso si indirizzavano d’altronde soprattutto all’amico Claude Lefort, il quale – insieme a Edgar Morin – aveva esaltato l’anti-autoritarismo della «Comune» parigina, dipingendola come una «breccia» capace di aprire il sentiero di una progressiva democratizzazione. Aron non poteva perdonargli la celebrazione di una battaglia contro l’autorità che rischiava a suo avviso di condurre a risultati disastrosi. Puntare all’abbattimento delle gerarchie senza avanzare alcun modello alternativo di società ai suoi occhi era solo l’espressione di un «nichilismo da esteti», se non addirittura la legittimazione dell’«irruzione di barbari inconsapevoli della loro barbarie».

Nel corso di mezzo secolo, la critica di Aron è spesso tornata ad aleggiare, anche perché nel dibattito politico e filosofico transalpino il «Maggio» non ha cessato di occupare una posizione centrale, sia per i detrattori, sia per quanti – come per esempio Alain Badiou – ne hanno fatto il perno di un vero sistema di pensiero. Che nel discorso svolto allora dall’intellettuale liberale si nascondessero intuizioni importanti è anche la convinzione di Giulio De Ligio, giovane studioso italiano allievo di Pierre Manent, che, nel suo Democrazia e contenuti di vita. Riflessioni di filosofia politica (Rubbettino, pp. 148, euro 16.00), torna a rileggere le pagine di Aron sul ’68 per interpretare la crisi del presente. Tutt’altro che circoscritte alla cronaca polemica di una rivolta effimera, le considerazioni sulla «rivoluzione introvabile» restituivano innanzitutto la complessità dell’approccio aroniano, capace di contemperare l’apporto delle scienze sociali e la lezione dei classici. Ma, per quanto formulata a caldo, la diagnosi dello studioso francese risulta oggi preziosa soprattutto nella misura in cui afferma la centralità della politica, nei confronti della quale invece i contestatori esibivano una sostanziale indifferenza. Quando Aron sottolineava l’importanza del «primato della politica», non richiamava infatti solo l’attenzione sul ruolo delle istituzioni. Esplicitava anche la convinzione secondo cui la forma dell’autorità politica definisce il modo di vivere di una comunità, il senso stesso del ‘comune’. La critica rivolta dai contestatori ai criteri e alle forme della vita comune rischiava invece di «privare la democrazia di ogni contenuto, di ogni cornice storica d’attuazione, di ogni motivo d’azione».

Ma la vecchia polemica di Aron – che De Ligio riesamina affiancandola alla riflessione sul ‘politico’ che Lefort e Cornelius Castoriadis iniziarono svolgere per molti versi dopo la cesura del «Maggio» - può essere anche una chiave per leggere il presente. Non certo perché sulla scena occidentale si profilino eredi di quella contestazione. Ma perché si può riconoscere un elemento di continuità fra l’indeterminazione politica innalzata sulle barricate parigine mezzo secolo fa e le democrazie liberali post-totalitarie, uscite vittoriose dalla fine della Guerra fredda. Il pensiero democratico contemporaneo, scrive infatti De Ligio seguendo la lezione di Manent, separa radicalmente le azioni, le comunità e le leggi «dai principi che dovrebbero determinarle». Il ‘contenuto’ dell’unità politica rimane ‘vuoto’. E in questo senso si riproduce dunque quell’atteggiamento che Aron imputava ai contestatori parigini: il disinteresse per la politica, per l’autorità e per l’educazione, come basi indispensabili in grado di dare una ‘forma’ alla convivenza comune. Per preservare la propria autonomia, la democrazia post-totalitaria tende infatti a escludere dalle sue regole principi e fini. Ma in questo modo, conclude De Ligio, «vieta a se stessa di approfondire la ricerca della cosa comune o della virtù totale che tiene la città davvero in movimento, aperta alla giustizia e alla verità».


Damiano Palano


lunedì 17 settembre 2018

L'arte della "contro-narrazione" nel movimento pacifista. Una ricerca di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia




di Damiano Palano

Probabilmente la bandiera della pace con i colori dell’arcobaleno comparve per la prima volta in Italia in occasione della prima marcia Perugia-Assisi, nel 1961. Nei successivi due decenni il movimento pacifista rimase comunque un soggetto del tutto marginale nel quadro della politica italiana, e quel vessillo rimase a lungo pressoché assente dalle piazze. Una cesura si registrò invece a partire dal 1981, quando, dopo la definitiva conclusione del «lungo Sessantotto», il tema della pace divenne improvvisamente centrale. La campagna di protesta contro l’installazione di missili cruise, culminata nel 1983, coagulò infatti un fronte trasversale, che non coinvolgeva più solo gruppi religiosi e militanti radicali. Ovviamente ognuna delle componenti forniva della «pace» declinazioni specifiche, che risentivano delle rispettive impostazioni ideologiche e culturali. Ma per molti versi quella mobilitazione palesava la comune richiesta di oltrepassare la logica della Guerra fredda e della divisione in blocchi. Negli ultimi vent’anni, il movimento pacifista italiano è invece stato una presenza ben più costante rispetto al passato. Ma lo scenario con cui si è dovuto confrontare è stato molto diverso da quello che, al principio degli anni Ottanta, vide esplodere la mobilitazione contro le installazioni missilistiche. E il libro di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), cerca di ricostruire le traiettorie (soprattutto comunicative) del mutamento.

Anche se spesso ai movimenti pacifisti viene rimproverata la scarsa capacità di incidere sulle logiche della Realpolitik, i due studiosi mostrano innanzitutto che le cose sono più complesse. E, soprattutto, che oggi l’efficacia dell’azione pacifista non si misura solo sulla capacità di organizzare grandi manifestazioni di piazza. Nel contesto post-bipolare, la risorsa della ‘narrazione strategica’ è diventata infatti uno strumento cruciale per gli Stati occidentali. In sostanza, gli attori politici hanno la necessità di elaborare strategie comunicative per convincere i propri cittadini a sostenere l’invio di truppe all’estero o l’acquisto di programmi d’armamento. Spiegare le esigenze strategiche al pubblico non è sempre semplice. E per questo la narrazione strategica – una storia che ‘racconta’ le tensioni della politica internazionale in modo persuasivo (oltre che in modo semplificato) – diventa tanto importante. Ma per gli stessi motivi è cruciale per i movimenti pacifisti sviluppare una ‘contro-narrazione’, potenzialmente in grado di convincere il pubblico raccontando una ‘storia alternativa’. E il libro mostra come, proprio sotto questo profilo, i pacifisti siano tutt’altro che assenti, anche se negli ultimi anni le manifestazioni oceaniche sono diventate un ricordo. La loro strategia si è invece in parte modificata. La trasformazione emerge soprattutto osservando le principali ‘contro-narrazioni’ adottate dal movimento pacifista italiano dopo l’11 settembre 2001. Il frame più utilizzato – e cioè il principale schema interpretativo della realtà, in grado di ‘incorniciare’ una notizia e dunque di consentire al pubblico di interpretarla (anche senza disporre di un bagaglio conoscitivo particolarmente elaborato) – rimane quello che si richiama direttamente al valore della pace. Altri chiamano in causa invece l’importanza dell’unilateralismo, i costi e la limitata efficacia dei programmi di sicurezza o le contraddizioni nella narrazione dominante. E nel corso del tempo le strategie sono state ben diverse. La dimensione simbolica del pacifismo ebbe per esempio un ruolo centrale nella mobilitazione contro la guerra in Iraq del 2003. Ma il tema della pace è diventato sempre più importante anche nelle narrazioni utilizzate per legittimare le operazioni militari, e inoltre la complessità delle questioni – come nel caso dell’intervento in Libia del 2011 – ha reso spesso difficile conservare l’unità del movimento. Nella campagna contro l’acquisizione dei caccia F-35 la contro-narrazione non ha dunque puntato principalmente sul frame simbolico. Ha piuttosto messo in evidenza i costi elevati del programma, ne ha contestato l’efficacia e ha sottolineato la mancanza di una reale visione strategica. Proprio alla luce di questa campagna, Catanzaro e Coticchia ritengono che il movimento pacifista stia modificando le proprie strategie comunicative. Alla tradizionale mobilitazione centrata sulla dimensione simbolica (che comunque non può essere abbandonata), tenderebbero cioè ad affiancarsi una nuova capacità di analisi e il tentativo di esercitare una diretta azione di lobbying sui decisori politici. E proprio per questo, sostengono i due ricercatori, l’arcipelago pacifista sembra procedere «al di là dell’arcobaleno».


Damiano Palano

Questa recensione al volume di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), è apparsa su "Avvenire" del 15 settembre 2018.