venerdì 16 febbraio 2018

«Guerra civile»: il potere distruttivo di un concetto. Un libro di David Armitage





di Damiano Palano

Questa recensione al libro di David Armitage, Guerre civili. Una storia attraverso le idee (Donzelli, pp. 247, euro 27.00), è apparsa su "Avvenire" il 5 gennaio 2018. 

I Romani, ricordava Agostino nella Città di Dio, vollero erigere un tempio alla dea Concordia, ma furono spesso «travolti sino alla guerra civile dalla furia della Discordia». Ai suoi occhi i conflitti fratricidi che avevano lacerato Roma erano d’altronde il simbolo della città terrena, in contrasto con la città di Dio. E come Agostino, anche molti pensatori politici successivi avrebbero continuato a guardare alle guerre civili di Roma (e a dialogare con gli storici latini), oltre che per indagare le cause della decadenza dell’Impero, soprattutto per riflettere sulle malattie del corpo politico e sulle condizioni dell’ordine sociale. Proprio per questo la ricostruzione condotta da David Armitage nel suo Guerre civili. Una storia attraverso le idee (Donzelli, pp. 247, euro 27.00) parte da Roma, escludendo il mondo greco. Secondo Armitage i Romani non furono infatti i primi a subire il dramma dei conflitti intestini, ma furono certamente i primi a ‘inventare’ la «guerra civile». Furono cioè i primi a definire come «civile» un conflitto tra concittadini, la cui intensità poteva persino eguagliare quella di una vera e propria guerra. Per quanto influenzati da Tucidide e dai suoi racconti sulle lotte intestine delle città greche, rimasero sempre convinti che la guerra civile che avevano sperimentato fosse qualcosa di diverso e di inedito. E a un certo punto si persuasero anzi che ci fosse addirittura un nesso paradossale tra quel tipo di conflitto e la stessa «civiltà».
Molti secoli dopo, Hobbes, Locke e Grozio avrebbero continuato a concepire la guerra civile nei termini in cui gli storici romani l’avevano descritta. Gli europei della prima modernità videro anzi nei conflitti del loro tempo una replica delle lotte di Roma. E utilizzarono l’antica espressione «guerra civile» per indicare – come per esempio Hobbes – la causa di «stragi, desolazione, mancanza di tutte le cose». In seguito intervennero alcuni mutamenti, ma a dispetto di queste svolte il modello romano non cessa neppure oggi di esercitare un’influenza. Il concetto di «guerra civile» ereditato dalla tradizione romana permea infatti anche il lessico delle organizzazioni internazionali e della politica contemporanea. Anzi, si tratta di un’idea che è diventata oggi molto più importante che in passato. Nell’ultimo quarto di secolo, quasi tutte le guerre sono state infatti «civili», perché sono state combattute ‘dentro’ e ‘attraverso’ gli Stati anche da parte di forze irregolari e spesso con il coinvolgimento di attori internazionali. 
Ma il punto è che il concetto di «guerra civile» è tutt’altro che neutrale. E il suo stesso utilizzo è uno strumento di conflitto. Quella formula può essere per esempio utilizzata per evitare di prendere posizione su una questione giudicata come ‘interna’ a un singolo Stato. E dalla definizione di un conflitto come «guerra civile» possono discendere inoltre cruciali conseguenze giuridiche e finanziarie. In altre parole, ciò significa che la formula è destinata ad alimentare conflitti che hanno conseguenze talvolta drammatiche per intere popolazioni. Armitage naturalmente non propone soluzioni. Ma si limita a mettere in discussione l’idea che si debba ricercare una definizione univoca di «guerra civile». Per costruire una «stasiologia», e cioè una teoria che si occupi specificamente dei conflitti civili, è cioè necessario riconoscere che la formula «guerra civile» è stata piegata nella storia a molteplici utilizzi e che è sempre al centro di inesauribili contestazioni. E forse solo grazie a una simile consapevolezza, secondo Armitage, si può sfuggire al «potere incantatore» del concetto.


 Damiano Palano

venerdì 9 febbraio 2018

Rosanvallon: per rispondere al populismo, «complichiamo» la democrazia




di Damiano Palano

Questa recensione al volumetto di Pierre Rosanvallon Pensare il populismo (Castelvecchi, pp. 40, euro 5.00), è uscito su "Avvenire" il 16 gennaio 2018.

Nel maggio 1967, in occasione di un celebre convegno organizzato presso la London School of Economics, Isaiah Berlin osservò che il dibattito sul populismo rischiava di rimanere vittima del «complesso di Cenerentola», perché gli studiosi sembravano sempre vagare alla ricerca di un caso paradigmatico di populismo, capace di calzare perfettamente la ‘scarpetta’ di una definizione teorica. La formula di Berlin coglieva in effetti un punto fortemente problematico, e d’altronde anche oggi, a mezzo secolo di distanza, l’oggetto «populismo» appare persino più sfuggente di quanto non risultasse allora. 
La discussione su cosa sia davvero il populismo, e su quali siano i casi storici da avvicinare all’«essenza» del fenomeno, si protrae infatti da decenni senza giungere a soluzioni condivise. In questo dibattito si inserisce anche il volumetto di Pierre Rosanvallon Pensare il populismo (Castelvecchi, pp. 40, euro 5.00), che rappresenta un altro piccolo tassello della riflessione dedicata dallo studioso francese alle trasformazioni della democrazia. Da più di trent’anni Rosanvallon è infatti impegnato a scrivere una «storia concettuale del politico», centrata non solo sui mutamenti intervenuti a livello istituzionali e sociale, ma soprattutto sul modo in cui viene pensata la «vita in comune». Con questa impostazione, lo studioso si è prima rivolto al passaggio della Rivoluzione francese e alle diverse modalità con cui il popolo sovrano è stato immaginato. E più di recente, in particolare nel suo famoso Controdemocrazia. La politica nell’età della sfiducia, ripubblicato ora con una nuova introduzione di Luca Scuccimarra (Castelvecchi, pp. 286, euro 18.50), si è dedicato alle difficoltà che contrassegnano le dinamiche dei sistemi politici occidentali.
In Pensare il populismo gli elementi di questa inesausta ricerca sono ‘distillati’ in alcune pagine densissime che affrontano il tema del «populismo»: un tema che è sfuggente proprio perché è il «popolo» stesso ad essere inafferrabile. Per Rosanvallon non è comunque sufficiente deprecare il populismo come una deformazione, facendo della parola uno spauracchio. Ma piuttosto va riconosciuto, al tempo stesso, come il sintomo di un disagio e l’espressione di un’illusione che opera mediante tre semplificazioni. In primo luogo, con una semplificazione politica, perché concepisce il popolo come unitario ed evidente. In secondo luogo, con una semplificazione procedurale, contestando il sistema rappresentativo e appellandosi direttamente al popolo. In terzo luogo, semplificando la concezione del legame sociale, perché «pensa che ciò che costituisce la coesione di una società sia la sua identità e non la qualità interna dei rapporti sociali». Ma in realtà, scrive Rosanvallon, la realizzazione della democrazia passa dalla complicazione e non dalla semplificazione. «Nessuno può pretendere di essere il ‘detentore’ del popolo, nessuno può pretendere di essere il suo portavoce». Anche se la democrazia si fonda sul principio maggioritario, la maggioranza non rappresenta cioè tutta la società. E per realizzare concretamente la democrazia è dunque necessario dare voce alle altre forme in cui il popolo si articola e si presenta. Oggi uno dei problemi principali non è d’altronde solo autorizzare una decisione, ma anche «produrre una vita comune» che non può esaurirsi solo nell’effervescenza elettorale. Per questo, «complicare la democrazia», dando voce alle molte articolazioni del popolo, per Rosanvallon vuol dire anche «trovare i mezzi per produrre un legame comune che fornisca senso, produrre una società che non sia un semplice insieme di individui».


Damiano Palano

venerdì 2 febbraio 2018

Se la rete produce l’oligarchia. Le trasformazioni del Movimento 5 Stelle in un libro di Paolo Ceri e Francesca Veltri e in una ricerca diretta da Piergiorgio Corbetta




di Damiano Palano

Nel suo libro più famoso, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, apparso nel 1911, Robert Michels espose in modo cristallino la «legge ferrea dell’oligarchia». Osservando da vicino la fisionomia e il funzionamento del Partito socialdemocratico tedesco, si rese conto di un paradosso. Proprio quel partito – che più di ogni altro inalberava la parola d’ordine dell’uguaglianza e che lottava per una piena democrazia – al suo interno era tutt’altro che democratico. Anzi, dietro l’apparenza democratica, si celava una tendenza all’oligarchia, prodotta dalle stesse esigenze della lotta politica. Ogni movimento che si proponeva di raggiungere degli obiettivi – sosteneva Michels – doveva dotarsi di un’organizzazione efficiente. Ma questa scelta aveva un costo. «Chi dice organizzazione», scriveva infatti, «dice tendenza all’oligarchia». L’organizzazione innescava cioè la formazione di un gruppo dirigente sempre più autoreferenziale, destinato a perseguire soprattutto la propria perpetuazione.
Nel loro recente volume Il Movimento nella rete. Storia e struttura del Movimento 5 stelle, Paolo Ceri e Francesca Veltri ripercorrono le vicende della formazione politica fondata da Beppe Grillo. E, analizzando il mutamento intervenuto negli obiettivi e nelle forme d’azione di questo partito, riconoscono un’ulteriore conferma alle vecchie ipotesi di Michels. Il M5s nasce infatti come un «non partito», basato su una democrazia assoluta e sull’assenza di leader, su una celebrazione delle potenzialità della Rete, sulla fluidità e sulla pluralità di proposte che si concentrano soprattutto sulla dimensione locale. Ma ben presto, dopo i primi successi elettorali, la Rete cessa di essere uno strumento, per diventare più che altro il simbolo di un popolo in lotta contro la partitocrazia e vincolato da regole indiscutibili. Al tempo stesso, l’unico piano rilevante diventa quello della mobilitazione elettorale. Questa trasformazione non può che enfatizzare le anomalie che fin dall’inizio contrassegnano la struttura del M5s, ossia la presenza di un leader proprietario del marchio e di un’azienda privata che gestisce la comunicazione. Il risultato non è allora una democrazia diretta, bensì una democrazia «diretta dall’alto», perché in molti casi «le decisioni importanti sono prese da persone prive di una legittimità elettiva». Quando invece la decisione è presa a maggioranza, quasi mai si tratta del frutto di un processo basato su una discussione comune. La democrazia interna è perciò fortemente limitata da distorsioni che producono cooptazione, manipolazione, potere invisibile e verticismo. E a dispetto delle promesse originarie, il partito risulta allora dominato da un capo non eletto e senza vincoli temporali, oltre che da organismi mai formalizzati, i cui componenti sono scelti per cooptazione. I punti programmatici sono definiti inoltre dall’alto, mentre il singolo membro può solo approvare o respingere le proposte.
Anche se adottano una prospettiva in parte diversa, i saggi raccolti nel volume curato da Piergiorgio Corbetta M5s. Come cambia il partito di Grillo (Il Mulino, pp. 286, euro 16.00) vanno in una direzione simile. La ricerca cerca in primo luogo di capire come il partito si è modificato nel corso degli ultimi cinque anni. E un primo mutamento riguarda la base elettorale. Se al principio della sua storia gli elettori pentastellati provenivano dall’area del centrosinistra, a partire dal 2012 il Movimento ha iniziato a raccogliere voti più o meno in tutto l’arco politico. E oggi sembra un «partito pigliatutti», nel senso che ottiene consensi nei settori sociali e geografici più vari, con l’esclusione solo della popolazione con più di 65 anni. Esaminando l’elettorato del M5s, la ricerca mostra inoltre che gli «estremisti» (di destra e sinistra) risultano essere una quota minoritaria (intorno al 5%). Un terzo degli elettori si colloca invece su posizioni di sinistra e centrosinistra, uno su cinque si situa a destra o al centrodestra, mentre i ‘centristi’ risultano pari al 16%. Ma è comunque significativo che il 26% degli elettori cinquestelle rifiuti di collocarsi sulla dimensione destra-sinistra (mentre ciò avviene solo per l’11% dell’elettorato italiano).
Una trasformazione altrettanto rilevante è però intervenuta a livello organizzativo. Cinque anni fa il party in public office, ossia il partito degli eletti alle cariche pubbliche, era pressoché irrilevante rispetto al party on the ground, composto dalla base dei militanti attivi sul territorio. Oggi le relazioni sono invertite: il partito degli eletti è il segmento principale, mentre la base territoriale appare svuotata di un ruolo sostanziale. Ma naturalmente il centro del partito, almeno fino a qualche mese fa, ha continuato a essere rappresentato da Grillo e dalla Casaleggio Associati, i quali fin dall’inizio hanno utilizzato lo strumento dell’espulsione per conservare la disciplina interna. Il Movimento 5 Stelle sta attraversando oggi una nuova trasformazione, in cui probabilmente perderà ulteriormente i tratti originari, diventando ancora di più un partito “pigliatutti”. Ma, guardando al passato, si può comunque affermare che proprio il forte ‘centralismo’ è stato lo strumento che ha consentito al partito di sopravvivere nel tempo e di superare i rischi di frammentazione. Ma ovviamente ciò ha comportato l’abbandono degli ideali iperdemocratici delle origini. L’obiettivo di realizzare una democrazia diretta, capace di sfruttare le nuove potenzialità della Rete, è stato infatti ridimensionato, mentre le esigenze della competizione elettorale e della lotta politica quotidiana hanno richiesto la formazione di un ristretto gruppo di portavoce, sempre più ‘professionalizzati’. E così, dietro la bandiera dell’«uno vale uno», è tornata a riaffiorare la vecchia e inquietante «legge ferrea» di Michels. Una «legge» che molto probabilmente, dopo la svolta imboccata in questa campagna elettorale, finirà per produrre ancora più chiaramente i suoi effetti. Producendo un nucleo (più o meno compatto) di leader sempre più “professionalizzati”, che – quasi inevitabilmente – finiranno col confondere le finalità originarie del partito con l’obiettivo della propria personale sopravvivenza politica.


Damiano Palano

giovedì 25 gennaio 2018

Il gigante insicuro. Il paradosso della geopolitica americana in un libro di Corrado Stefanachi




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Corrado Stefanachi, America invulnerabile e insicura. La politica estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica (Vita e Pensiero, pp. 396, euro 28.00), è apparsa su "Avvenire" il 3 gennaio 2018.

Nel 1893, intervenendo in un convegno organizzato a margine dell’Esposizione Universale di Chicago, il giovane storico Frederick J. Turner illustrò una tesi fulminante sull’esperienza politica degli Stati Uniti. «Fino ai nostri giorni», osservava Turner, «la storia americana è stata in grande misura la storia della colonizzazione del grande West». La presenza di terre libere a Ovest non era stata cioè soltanto un fatto geografico. La proiezione verso la Frontiera aveva influito anche sulla formazione dei caratteri culturali e politici della giovane nazione americana. Le radici europee, combinandosi con il contesto della Frontiera, avevano dato origine alla nuova cultura americana, contrassegnata da un ruvido individualismo, dallo spiccato senso pratico e dalla fiducia riposta nel principio secondo cui il lavoro della terra dava diritto alla proprietà. E il successo dell’esperimento democratico – così lontano dai modelli europei – doveva essere spiegato proprio come risultato di quello specifico contesto ambientale. Se Turner in questo modo celebrava l’«eccezionalità» americana, lanciava però anche un allarme. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento – segnalava infatti – la «Frontiera» non esisteva più, perché tutte le aree coltivabili tra la costa atlantica e il Pacifico erano ormai state colonizzate. E ciò rappresentava un rischio formidabile. La Frontiera aveva consentito di neutralizzare i conflitti sociali e di riequilibrare le diseguaglianze. Ma la ‘chiusura’ dello spazio cambiava completamente le cose. I conflitti potevano diventare distruttivi, mentre l’american way of life rischiava di scomparire per sempre.
Nel suo volume America invulnerabile e insicura. La politica estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica (Vita e Pensiero, pp. 396, euro 28.00), Corrado Stefanachi prende le mosse proprio dall’impatto che la fine della Frontiera ebbe sulle classi dirigenti americane. La percezione di vivere in uno spazio «chiuso», come mostra il politologo nella sua ambiziosa ricostruzione, modificò infatti il quadro «geopolitico» della sicurezza americana. La geopolitica non è d’altronde determinata solo dai condizionamenti geografici, ma è anche il frutto della percezione che – in connessione con i mutamenti tecnologici – gli attori politici hanno dello spazio. E sul finire dell’Ottocento alcuni mutamenti modificarono completamente la percezione dello spazio degli americani. L’esaurimento della Frontiera alimentò cioè una sorta di claustrofobia politica, che spinse ad abbandonare il tradizionale isolazionismo. Cominciò proprio allora a fare proseliti l’idea che si dovesse aprire la «porta del mondo» (principalmente verso l’Estremo Oriente). Ma, di lì a poco, le classi dirigenti americane si resero conto anche che il mondo era ormai piccolo e soprattutto «saturo». In altre parole, le élite americane si persuasero che, in un mondo ‘chiuso’ e sempre più affollato, Washington dovesse impegnarsi attivamente per ricreare una «distanza di sicurezza» e per impedire la conquista imperiale dello spazio euroasiatico.
Stefanachi mostra in particolare come l’apparente paradosso geopolitico di una potenza al tempo stesso «invulnerabile» e «insicura» spieghi molte scelte compiute dagli Stati Uniti in più di un secolo di storia, dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri. 
E naturalmente non può evitare di interrogarsi – ma solo nelle pagine finali – sul destino dell’internazionalismo americano e sulla promessa di neo-isolazionismo che ha contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca. Più che un vero isolazionismo, quello di cui Trump sembra farsi portatore è però un nazionalismo che trova il suo modello in Andrew Jackson, il settimo presidente degli Stati Uniti. Forse, suggerisce Stefanachi, seppur in modo molto cauto, siamo perciò di fronte a un nazionalismo che «non smania per andare a contrarre impegni politici in giro per il mondo», ma che tende comunque a vedere la politica globale come «un’arena competitiva, in cui può essere necessario impegnarsi per promuovere i propri interessi fondamentali». In altri termini, il nazionalismo di Trump rappresenterebbe una nuova declinazione del vecchio paradosso geopolitico americano. Una declinazione che riflette però la nuova percezione di una potenza che, in un mondo sempre più affollato di rivali insidiosi, si sente probabilmente ancora meno sicura che in passato.

Damiano Palano


lunedì 15 gennaio 2018

Piccolo manuale per aspiranti «fact-checkers». Un libro di Gabriela Jacomella




di Damiano Palano

L’uomo moderno del genus totalitario, scriveva il filosofo russo Alexandre Koyré nel 1945, «nuota nella menzogna, respira nella menzogna, è prigioniero della menzogna in ogni istante della sua vita». Se certo i regimi autoritari e totalitari del Novecento si fondavano sul ricorso sistematico alla manipolazione, la riflessione occidentale discute però fin dalle origini sull’utilizzo per fini politici della menzogna. E per questo si potrebbe anche cedere alla tentazione di archiviare come una bolla di sapone mediatica il grande clamore cresciuto attorno alle fake-news e alla «post-verità». In realtà le cose sono un po’ più complesse. Il punto non consiste tanto nel fatto che ci sia qualcuno che mette in circolazione notizie false, deformate e manipolate, quanto nella velocità con cui queste informazioni circolano. È per questo che strumenti ‘tradizionali’ – che prevedono per esempio organismi pubblici chiamati a controllare sulla proliferazione di fake news – risultano del tutto inadeguati. Ed è per questo che ognuno di noi dovrebbe invece diventare più consapevole degli strumenti che utilizza. Un modo per cominciare questa sorta di ‘alfabetizzazione’ è la lettura di Il falso e il vero. Fake news: che cosa sono, chi ci guadagna, come evitarle (Feltrinelli, pp. 157, euro13.00), un volume di Gabriela Jacomella, fondatrice di un’associazione che promuove la cultura del fact-checking. Jacomella cerca innanzitutto di chiarire che esistono vari tipi di cattiva informazione (non tutti vere e proprie fake news). Ma distingue anche la «disinformazione» in senso proprio, che consiste nella diffusione deliberata di notizie false, dalla «misinformazione», che identifica invece il comportamento di chi contribuisce a diffondere inconsapevolmente informazioni manipolate, magari condividendo il post di un amico su Facebook senza sapere – per superficialità o per ingenuità – che si tratta di notizie false. È ovviamente proprio questo secondo canale a diventare sempre più rilevante, anche perché i social network sono, ogni giorno di più, la principale fonte di notizie per molte persone. Sarebbe inoltre piuttosto ingenuo ritenere che dietro la proliferazione delle fake news ci siano soltanto dei calcoli politici o il tentativo di influenzare l’esito di qualche competizione elettorale. Certo è probabile che ci sia qualcuno che tenta davvero di farlo, ma la motivazione alla base della generazione e della diffusione delle fake news è principalmente economica. Molto semplicemente, i ‘fabbricanti’ di «bufale» guadagnano in base alla visualizzazione delle pubblicità ospitate su blog e siti, e non fanno altro che ‘costruire’ notizie capaci di attrarre – anche solo per qualche attimo – l’attenzione dei lettori, magari con il ricorso a qualche immagine scandalosa o a un titolo accattivante.

La rapidità degli scambi e la viralità del «contagio» rendono davvero difficile controllare questi flussi. Esistono già algoritmi che individuano le fake news, applicando un bollino per mettere in guardia i lettori. Ma non è questo il suggerimento principale di Jacomella, che invece invita ogni singolo utente a diventare fact-checker. Propone così un piccolo decalogo per difendersi dalla seduzione delle «bufale». Suggerisce per esempio di controllare l’indirizzo del sito (per capire se si tratta di un organo ‘rispettabile’ o di una sua abile imitazione), di diffidare dei titoli urlati (spesso in caratteri maiuscoli), di controllare se le immagini corrispondono effettivamente alle notizie cui sono abbinate, di verificare l’attendibilità delle fonti citate, di cercare se anche i media ‘ufficiali’ riportano la medesima notizia. Poche regole essenziali, e in fondo alla portata di tutti. Regole che probabilmente non possono impedire lo sviluppo di nuove tecniche di manipolazione, sempre più insidiose. Ma che sono comunque utili per navigare con maggiore consapevolezza nel mare di notizie del web.

Damiano Palano