giovedì 12 luglio 2018

L’ascesa delle democrazie illiberali. "Popolo vs Democrazia" di Yascha Mounk

 Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli, pp. 335, euro 18.00), è apparsa su "Avvenire" il 10 dicembre 2018.

 Nel giugno 1953, i vertici della nascente Repubblica Democratica Tedesca annunciarono il taglio dei salari degli operai edili. Nei mesi precedenti erano già state innalzate le quote di lavoro, e la nuova decisione il 17 giugno innescò così una sollevazione spontanea. Da Berlino Est la rivolta dilagò nel resto del paese, ma fu subito stroncata con il pugno di ferro, anche grazie al sostegno delle truppe sovietiche. Il segretario dell’Unione degli Scrittori fece allora distribuire volantini che criticavano severamente l’insurrezione. «La classe operaia», si leggeva, «ha tradito la fiducia che il Partito aveva in esso risposto». E per riconquistarla avrebbe dovuto aumentare ulteriormente i ritmi di lavoro. Bertolt Brecht, che dopo il suo lungo esilio si trovava ormai stabilmente nella Germania Orientale, si rivolse invece alla Sed, il partito alla guida del regime, avvertendo che in quel modo lo Stato socialista sarebbe durato ben poco. Nella poesia La soluzione fissò in versi lapidari la propria critica all’atteggiamento di quello stesso partito che in teoria doveva rappresentare le istanze della classe operaia, ma che era diventato il severo censore dei lavoratori. E scrisse allora: «Non sarebbe / più semplice, allora, che il governo / sciogliesse il popolo e / ne eleggesse un altro?».

Le reazioni all’ondata populista che sta investendo le democrazie occidentali spesso finiscono col richiamare alla mente l’epigramma di Brecht. Gli allarmi per i successi ottenuti da forze che utilizzano parole d’ordine demagogiche e che innalzano la bandiera della «sovranità nazionale» rischiano infatti, in molti casi, di suonare come una critica al «popolo»: proprio a quel popolo cui nei regimi democratici dovrebbe essere assegnato lo scettro del potere, ma che, quando premia i leader populisti, si mostra inadeguato, ignorante, incapace di scelte responsabili. Tanto che i critici più severi del populismo sembrano talvolta pretendere addirittura che il ‘popolo’ venga sciolto e ne venga eletto un altro. O quantomeno che le decisioni più importanti vengano sottratte al voto degli elettori e affidate a organi tecnici, impermeabili ai mutevoli umori dell’elettorato. In questo modo, non ci si interroga però sui motivi più profondi che stanno spingendo molti elettori occidentali verso posizioni che solo alcuni anni fa non avrebbero neppure preso in considerazione. Un invito a prendere sul serio una simile domanda proviene invece dal libro di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli, pp. 335, euro 18.00), che – pur con molti limiti e parecchie semplificazioni (tra cui quelle relative alle vicende italiane dell’ultimo quarto di secolo) – ha il merito di affrontare con uno sguardo complessivo ciò che sta avvenendo.
In pressoché tutti i sistemi politici occidentali, come mostra Mounk, i voti ai partiti «populisti» (di destra e di sinistra) sono raddoppiati, mentre le forze tradizionali si sono fortemente indebolite e in alcuni casi sono addirittura scomparse. Secondo il politologo tedesco, docente ad Harvard, questi segnali mettono in luce il «deconsolidamento» della democrazia. Di solito, nel linguaggio politologico, si dice che una democrazia è «consolidata» quando tutte le forze politiche, sociali ed economiche ritengono pienamente legittime le regole democratiche, e quando dunque non vi sono all’orizzonte segnali rilevanti di crisi potenziale. Inoltre, una convinzione a lungo nutrita dagli scienziati politici era che per i paesi ricchi, una volta raggiunto il «consolidamento», fosse quasi impossibile tornare indietro. Oggi, almeno agli occhi di Mounk, questa tesi deve essere invece messa seriamente in discussione.
Ci sono in effetti molti segnali che la democrazia si sta deconsolidando. La sfiducia, l’ostilità e persino il disprezzo nei confronti della classe politica sono cresciuti notevolmente. La stessa valutazione della democrazia, come forma di regime, è oggi molto più negativa di quanto fosse vent’anni fa (soprattutto tra le nuove generazioni). In generale, i cittadini risultano essere sempre più favorevoli, o comunque aperti, a soluzioni autoritarie. E diversi paesi – tra cui Polonia e Ungheria – sembrano già avere imboccato la strada di una «democrazia illiberale». La causa non sta però semplicemente negli effetti della crisi economica globale iniziata dieci anni fa. Piuttosto, Mounk indica un cocktail di tre fattori principali. In primo luogo, l’avvento di Internet, che ha consentito agli outsider politici di sfidare i partiti tradizionali utilizzando le nuove potenzialità. In secondo luogo, la stagnazione degli standard di vita della popolazione, che indebolisce la fiducia in un miglioramento futuro e lo stesso sostegno alla democrazia. Infine, il mutamento demografico delle società occidentali, che ha modificato la base ‘monoetnica’ di quasi tutte le democrazie (compresa quella degli Stati Uniti) e che alimenta reazioni da quanti si sentono minacciati dai nuovi arrivati. Nel corso degli ultimi tre decenni, si è consumato però anche un divorzio tra democrazia e liberalismo, nel senso che molte decisioni sono state di fatto trasferite a organismi non elettivi. Ha così preso forma un «sistema di diritti senza democrazia», mentre l’ascesa dei populisti sembra prefigurare l’avvento di una democrazia senza diritti (o, quantomeno, con diritti solo per un gruppo ristretto). 
Le soluzioni che Mounk indica – la riduzione delle diseguaglianze, il ripensamento dell’appartenenza nello Stato-nazione, il controllo delle informazioni che corrono sul web – sono naturalmente solo i titoli di un programma tutto da scrivere e lasciano il tempo che trovano. Ma il quadro che emerge è comunque efficace. E senza cedere al pessimismo, dal momento che non è possibile eleggere un nuovo popolo, è necessario prenderne atto.

Damiano Palano

sabato 7 luglio 2018

Se il populismo diventa un «Sarchiapone». Rileggere il pamphlet "Populismo e Stato sociale" del presidente dell'Inps Tito Boeri


In questi giorni hanno sollevato molte polemiche le dichiarazioni del presidente dell'Inps Tito Boeri, secondo cui la riduzione dell'afflusso di immigrati avrebbe esiti disastrosi per l'equilibrio del sistema pensionistico italiano. Non si tratta di una tesi nuova, perché Boeri l'aveva già enunciata un anno fa, nel suo pamhplet "Populismo e Stato sociale". Ma proprio alla luce delle discussioni di oggi può essere utile rileggere l'interpretazione che allora Boeri proponeva, quando individuava una stretta connessione tra l'emergere del populismo e le tensioni dello Stato sociale. 
"Maesltrom" ripropone per questo la recensione apparsa un anno fa, all'uscita del volumetto.


di Damiano Palano

Sperimentato a lungo in teatro e poi divenuto celebre nella versione televisiva, lo sketch del Sarchiapone rimane ancora oggi uno dei pezzi più famosi di Walter Chiari. L’idea nacque probabilmente da un frammento di discorso raccolto su una spiaggia di Napoli, ma il comico milanese arricchì per anni la scenetta, dilatandone in modo smisurato la lunghezza, grazie anche alla solida spalla offerta da Carlo Campanini. Come molti ricordano, lo sketch era ambientato in un affollato scompartimento ferroviario, in cui a un certo punto uno dei viaggiatori (proprio Campanini), frugando nel bagaglio collocato sulla reticella, fingeva di essere morso da qualcosa che si trovava dentro il bagaglio. Per chiarire l’incidente, Campanini spiegava di avere chiuso nella cesta un raro esemplare di «Sarchiapone americano». Senza avere il coraggio di ammettere la propria ignoranza, Walter Chiari ostentava di fronte agli altri viaggiatori di conoscere perfettamente cosa di celasse dietro quel nome misterioso, e così tentava di indovinare, con una serie di affermazioni puntualmente smentite da Campanini, almeno qualche caratteristica dell’enigmatico animale. A ogni scambio di quella surreale discussione, emergeva un nuovo dettaglio del «Sarchiapone americano», e diventava chiaro soprattutto che si trattava di un animale estremamente aggressivo e pericoloso. Tanto che gli altri viaggiatori, biasimando l’incauto proprietario che trasportava nel bagaglio un carico così minaccioso, finivano con l’abbandonare in tutta fretta lo scompartimento. Solo allora a Chiari era offerto di poter vedere, anche solo per un attimo, un animale tanto sinistro. Ma proprio allora Campanini svelava l’arcano al buon Walter e agli spettatori: il «Sarchiapone americano» ovviamente non esisteva, ma era solo un mostruoso animale immaginario, evocato per sgomberare uno scompartimento un po’ troppo affollato e viaggiare tranquillamente.


Nella discussione degli ultimi anni il «populismo» sembra molto spesso diventare una sorta di «Sarchiapone americano», perché politici, commentatori e studiosi spesso attribuiscono a leader e movimenti populisti le più atroci perversioni politiche, le ideologie più abiette e gli obiettivi più sconvolgenti. Talvolta però, esaminando a fondo le caratteristiche che dovrebbero contrassegnare l’«essenza» del populismo, si scopre che si tratta di tratti molto comuni, tanto comuni da essere condivisi da pressoché ogni forza politica (o quantomeno da qualsiasi forza che ottenga un minimo grado di successo). In altri casi, prendendo sul serio quelle raffigurazioni così inquietanti del modello paradigmatico di populismo, si scopre che in realtà i diversi esempi risultano distanti (talvolta in modo significativo) da quel modello. E che dunque – come mezzo secolo fa osservò Isaiah Berlin – il principe azzurro è destinato a non trovare mai la Cenerentola capace di calzare perfettamente la scarpetta del ‘vero’ populismo (ma per un approfondimento su questa discussione, rinvio alla sintesi proposta in D. Palano, Populismo, Editrice Bibliografica, Milano, 2017).

A rendere ancora più problematica questa ricerca è il fatto che, da almeno una ventina d’anni, il termine «populismo» è entrato nel lessico europeo in un’accezione fortemente spregiativa. Nel linguaggio giornalistico e nella discussione politica, il termine è diventato infatti una sorta di sinonimo di «demagogico», «irresponsabile», ma anche di «nazionalista», «anti-democratico», «razzista» (e forse un modo meno impegnativo per qualificare una forza politica o un leader come «fascista»). Tutto questo rende probabilmente una missione impossibile sottrarre il termine al suo utilizzo quotidiano e ‘depurarlo’ dalle sue incrostazioni polemiche. Ciò nonostante la parola «populismo» non cessa di essere utilizzata anche da studiosi autorevoli, i quali di fatto la adoperano nella stessa accezione adottata nella contesa politica, ma che cercano anche di colorare il volto di questo enigmatico fenomeno con tinte invariabilmente sinistre. Un’illustrazione di questa tendenza – ma se ne potrebbero fare davvero centinaia – giunge per esempio dalla voce autorevole di Sergio Fabbrini, che in un editoriale apparso sul «Sole 24 Ore» ha descritto il riaffacciarsi del populismo italiano come una conseguenza della bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Per Fabbrini la bocciatura della riforma da parte degli elettori sancisce infatti l’interruzione della «spinta alle riforme finalizzata ad avvicinare l’Italia agli standard istituzionali e di politiche pubbliche europee», oltre che la frantumazione della «coalizione della modernizzazione che aveva aggregato settori della sinistra e della destra, del mondo delle imprese e del lavoro, delle conoscenze e delle professioni, in una prospettiva di europeizzazione dell’Italia». Ma il punto più significativo del discorso di Fabbrini consiste nella descrizione dei tratti della «visione populista», che lo snodo del 4 dicembre avrebbe fatto riemergere. Si tratta infatti, a suo avviso, di una visione che «considera l’Italia come un Paese a sé stante, auto-referenziale, dominato dall’unicità della propria vicenda storica». In questa visione, «non solamente l’Italia è diversa dagli altri Paesi, ma la sua struttura la rende impermeabile ai modelli istituzionali o alle pratiche di governo che connotano le moderne democrazie», anche se, in realtà «si tratta di una visione utilizzata per giustificare l’Italia socialmente corporativa, culturalmente populista, economicamente protetta», perché «è l’Italia che usa il linguaggio dei diritti a fini di conservazione, è l’Italia degli scioperi del micro-sindacalismo populista […] o delle sentenze dei tribunali amministrativi che bocciano la scelta di direttori di musei nazionali ‘perché stranieri’» (S. Fabbrini, L’Italia non si rassegni al populismo e all’elitismo, in «Il Sole 24 Ore», 18 giugno 2017, p. 16).

Nella descrizione di Fabbrini il mostro populista diventa tanto vorace da inghiottire non solo più o meno tutte quelle ‘anomalie’ che – a torto o a ragione – di solito sono state dipinte come specifiche del ‘caso italiano’, ma anche l’intera tradizione storicista italiana, ossia quella tradizione culturale – del tutto trasversale alle divisioni tra destra e sinistra, e che congiunge per esempio Mazzini, Croce e Gramsci – per cui l’Italia ha alcune proprie specificità storiche, che la rendono diversa dalla Francia e dal Regno Unito. Naturalmente sarebbe ingeneroso giudicare con il metro del rigore analitico un discorso evidentemente politico come quello di Fabbrini, ma il punto è che, indossando le lenti della polemica politica, si può correre il rischio di non vedere ciò che avviene nella società e di inveire dunque contro la realtà per il semplice motivo che quest’ultima non aderisce al proprio modello normativo.



In un simile rischio incorre anche il recente volumetto di Tito Boeri, Populismo e Stato sociale (Laterza, pp. 48, euro 9.00), che riproduce in realtà il testo della Lectio magistralis tenuta dal Presidente dell’Inps nel marzo 2017 alla Biennale Democrazia. Prima di essere chiamato a ricoprire il suo attuale incarico, Boeri è stato per anni Senior Economist all’Ocse, consulente della Banca Mondiale e della Commissione europea, oltre che docente di Economia del Lavoro all’Università Bocconi. Più ancora che la sua prestigiosa carriera, i suoi lavori dimostrano sempre un grande rigore, e suoi interventi pubblici denotano una serietà e un’attenzione ai problemi reali della società italiana che non sempre è facile ritrovare tra gli economisti.  Non è peraltro escluso che proprio queste pregi – non disgiunti da un’intelligenza brillante e da un’indubbia capacità comunicativa – possano presto aprire una carriera politica a Boeri, il cui profilo potrebbe effettivamente colmare un vuoto di leader e proposte difficile da negare. Tutti queste doti non emergono però dal volumetto su Populismo e Stato sociale, in cui il discorso di Boeri finisce con lo schiacciare tutti i motivi di crisi, di critica e di disaffezione dentro la sagoma di un populismo evidentemente immaginario. E anche se si può concedere a Boeri l’attenuante della licenza retorica talvolta richiesta dalle occasioni pubbliche, il rischio cui il suo testo contribuisce è invece di inquinare il dibattito, di rendere la discussione sempre più confusa e di intersecare piani di confronto molto diversi.

La premessa da cui procede l’economista milanese è esplicitata chiaramente fin dalla prima pagina. In una sorta di rivisitazione europeista del mussoliniano «Chi si ferma è perduto», Boeri sposa la vecchia frase di Jacques Delors, secondo cui l’integrazione europea sarebbe come una corsa in bicicletta, nella quale «o pedali e vai avanti oppure ti fermi e quindi cadi». Ma in questa pedalata i leader europei devono affrontare un’impervia salita. E il pericolo che minaccia di far cadere l’Ue, sostiene Boeri, ha un nome ben preciso: «Si chiama populismo, la possibile affermazione di partiti che offrono un messaggio semplice quanto pericoloso: interrompere il processo di integrazione europea e chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea» (p. X). La connessione stretta tra populismo e chiusura delle frontiere agli stranieri è decisiva nel discorso di Boeri, anche per lo specifico discorso che intende svolgere sui sistemi di protezione sociale, ma anche perché la sua difesa dell’Ue punta soprattutto sull’idea che proprio il principio di circolazione delle persone offra una via di salvezza ai giovani italiani, che in questo modo possono senza troppe difficoltà emigrare all’estero per cercare quel lavoro che non trovano nel loro Paese. Dal punto di vista retorico, questo tipo di argomentazione non è probabilmente così efficace, ma l’analisi di Boeri è comunque più strutturata, perché intende portare alla luce quali sono le radici dell’insorgenza populista, prima di proporre un rimedio.

Innanzitutto l’economista si propone di delimitare il fenomeno. Per questo attinge alla definizione del politologo olandese Cas Mudde, per il quale il populismo è un’ideologia «leggera», ossia un’ideologia che «considera la società come composta da due gruppi omogenei, da due blocchi monolitici, tra di loro contrapposti: da una parte il popolo, dall’altra l’élite corrotta (declinata al singolare)» (p. 5). Il nemico del populismo è dunque «tutto ciò che sta nel mezzo», «i cosiddetti corpi intermedi: dall’associazionismo ai partiti, dalle rappresentanze di interessi (a partire dai sindacati alle istituzioni di garanzia, dalle autorità indipendenti di controllo ai dirigenti indipendenti di amministrazioni pubbliche» (pp. 5-6). In sostanza, dunque: «La democrazia dei populisti è la democrazia diretta che assegna un potere assoluto alla maggioranza, trasformandosi paradossalmente nella dittatura della maggioranza paventata da Alexis de Tocqueville in La democrazia in America» (p. 6). In questa definizione, a ben guardare, Boeri non si limita a riprendere la generica definizione di Mudde (una definizione, come ha per esempio osservato Marco Tarchi, tutt’altro che priva di aspetti problematici), ma introduce una forzatura, che non riguarda tanto l’utilizzo un po’ disinvolto di Tocqueville, quanto un’operazione di ridefinizione dei «corpi intermedi». Senza dubbio la tradizione democratica ‘populista’ – che Jacob Talmon in un celebre lavoro definì «democrazia totalitaria», rintracciandone le origini nell’esperienza rivoluzionaria giacobina – può vedere nei «corpi intermedi» un ostacolo, ma il punto è che la posizione ‘intermedia’ di questi ultimi dipende dal fatto che si collocano tra lo Stato e l’individuo, ossia tra l’enorme apparato burocratico dei pubblici poteri e una società intesa in termini atomistici. Il fatto che Boeri collochi i «corpi intermedi» tra popolo ed élite non è naturalmente una ‘svista’, che distorce il senso della tradizionale valorizzazione ‘anti-statalista’ e ‘anti-burocratica’ dei «corpi intermedi», ma è un’operazione teorica e retorica che ha un obiettivo politico ben preciso, ossia qualificare le articolazioni dello Stato come espressione dei «corpi intermedi», e dunque come espressione di una società ‘virtuosa’, capace di correggere i vizi del populismo. E non è infatti certo casuale che Boeri, nelle pagine conclusive, affidi il compito di contrastare il populismo proprio a «quei corpi intermedi, le pubbliche amministrazioni, chiamiamole pure burocrazie, che possono battere il populismo» (p. 38). Una simile operazione probabilmente lascerebbe piuttosto perplesso il vecchio Tocqueville, che vi riconoscerebbe forse qualcosa della vocazione assolutista propria della storia francese, ma comunque imprime una triplice distorsione al discorso di Boeri: per un verso, il populismo è definito come un’ideologia che contrappone il popolo (moralmente sano) a delle élite (corrotte); in secondo luogo, il populismo è qualificato come ostile ai corpi intermedi; in terzo luogo, i corpi intermedi vengono a ricomprendere le istituzioni statali e l’intero apparato burocratico. Ma ovviamente questa triplice distorsione è tutta finalizzata a configurare il populismo come una minaccia – alla democrazia, allo Stato sociale, alla competitività economica e alla sicurezza – cui può e deve rispondere lo Stato, mediante le sue articolazioni. E proprio per questo l’operazione teorica di Boeri deve apparire particolarmente persuasiva a quanti vedono nel «neo-liberalismo» l’insieme di dispositivi istituzionali che ‘creano’ e ‘ricreano’ costantemente quelle condizioni favorevoli all’economia di mercato (che ‘naturalmente’ e ‘spontaneamente’ non esisterebbero).



Boeri non rinuncia naturalmente a fornire una spiegazione dei motivi da cui nasce il successo delle formazioni populiste. E individua il motivo in «una tensione latente fra domanda e offerta di protezione sociale», perché, per un verso, «una crescente vulnerabilità ai cambiamenti tecnologici e alla globalizzazione di vasti strati della popolazione alimenta una forte domanda di protezione», mentre, per un altro verso, «non ci si fida di chi dovrebbe offrire questa protezione e, dunque, si avverte la necessità di rivolgersi ad outsiders che non abbiano apparentemente alcun legame con la classe dirigente» (p. 11). In sostanza, «una ragione economica (la perdita di reddito e di sicurezza) e una motivazione di tipo culturale (la sfiducia verso le classi dirigenti)» costituiscono la «base della resurrezione dei populisti» (p. 11). Boeri cioè riconosce, per un verso, che i processi di globalizzazione e le trasformazioni delle economie occidentali hanno determinato un impoverimento (relativo) dei ceti medi (e della componente inferiore dei ceti medi) delle democrazie industriali. E, inoltre, ritiene che ciò abbia fatto nascere una nuova richiesta di protezione sociale. Ma, al tempo stesso, questi settori manifesterebbero «una profonda sfiducia nei confronti di chi dovrebbe offrire protezione sociale». Osserva inoltre: «poco importa se le classi dirigenti dei diversi paesi hanno effettivamente responsabilità nella crisi o se questa sia dovuta a fattori esterni. Quel che conta è che le classi dirigenti vengono percepite come corrotte e lontane anni luce dai cittadini» (p. 13).

L’utilizzo di un’espressione generica come «classe dirigente» certo non rende il discorso di Boeri particolarmente cristallino, perché evidentemente una simile espressione ricomprende la classe politica, il ceto imprenditoriale, le élite tecnocratiche, l’alta burocrazia, una parte del mondo del mondo della comunicazione e forse persino una parte del mondo intellettuale. E anche il ragionamento per cui, per effetto di un «grande paradosso, si rifiuta chi potrebbe offrire la protezione sociale, risulta davvero poco nitido, perché non è affatto chiaro se il rifiuto di cui si parla sia il rifiuto di una determinata classe politica, o sia invece del rifiuto di una linea politica, o di un determinato partito, o più semplicemente dello Stato (perché, a ben guardare, chi offre protezione sociale non è un leader politico o un partito, bensì lo Stato). Il «grande paradosso» può infatti trovare qualche applicazione al caso statunitense e alle elezioni di Donald Trump, ma sembra davvero poco appropriato per quanto concerne le formazioni ‘populiste’ europee. Più rilevante il fatto che Boeri consideri come distintiva del populismo la rivendicazione di un recupero di sovranità nazionale. Ma anche in questo caso, in modo piuttosto sommario, Boeri suggerisce che i populisti puntano a recuperare sovranità soltanto mediante il controllo e il blocco dei flussi migratori, benché – come dimostra – l’afflusso di manodopera straniera in realtà abbia effetti positivi sulle casse previdenziali.

Ad ogni modo, la conclusione della requisitoria di Boeri è netta: «Il populismo offre […] risposte sbagliate ai problemi da cui trae la propria forza. Di più: induce a pensare che i problemi più spinosi possano essere risolti semplicemente sostituendo i politici corrotti con rappresentanti del popolo, che possibilmente non abbiano alcuna esperienza di governo» (p. 23). Ma le soluzioni che suggerisce non sembrano certo indicare strade particolarmente innovative: da un lato, «affrontare i problemi alla radice anziché accettare le libere associazioni della propaganda populista» (p. 23); dall’altro, «rimuovere quelle iniquità che trasmettono all’opinione pubblica l’immagine di una classe dirigente corrotta che pensa esclusivamente ai propri interessi» (p. 23). Più precisamente, Boeri riprende il tema classico della propaganda antipolitica (o populista) e attacca i vitalizi dei parlamentari, ma sostiene anche l’introduzione di un «reddito minimo garantito» per coloro che, pur lavorando, rimangono al di sotto della soglia di povertà o che per quanti sono disoccupati. Infine, suggerisce l’opportunità di introdurre un codice europeo di protezione sociale, che dovrebbe consentire la portabilità dei diritti sociali tra paesi membri dell’Ue.

Le proposte di Boeri sono senz’altro meritevoli di discussione, anche perché nascono da una conoscenza approfondita dei meccanismi di protezione sociale (e dei loro limiti attuali). L’intera lettura che Boeri propone del fenomeno ‘populista’ appare invece quantomeno discutibile. Come si è visto, la definizione del campo populista è fin dal principio viziata da una serie di distorsioni. Al populismo viene attribuita una visione moralista e manichea della società, che contrappone un popolo ‘buono’ a un popolo ‘cattivo’. E inoltre viene attribuita al populismo una pervicace ostilità ai «corpi intermedi», che si estendono in questo caso fino a comprendere gli apparati burocratici dello Stato. Inoltre, ai populisti è attribuito l’obiettivo di riconquistare sovranità nazionale bloccando i flussi migratori e la circolazione dei lavoratori tra gli Stati membri dell’Ue. Ma il problema – o meglio, uno dei problemi – è che Boeri non chiarisce mai davvero chi siano i populisti. E ciò rende quantomeno problematico confrontare quella sorta di sinistro identikit tracciato dall’economista con una serie di partiti e leader reali.

In effetti, non c’è alcun dubbio che alcune forze politiche possano davvero presentare tutte le caratteristiche indicate da Boeri come distintive del populismo. Ma – se ben pochi mostrano davvero tutte le caratteristiche – quasi tutti gli attori presenti sulla scena politica contemporanea hanno nel proprio Dna almeno qualche ingrediente di quel cocktail fatale che secondo il Presidente dell’Inps è alla base dell’insorgenza populista. Le perplessità che desta l’impressionistica definizione proposta da Boeri non possono non risultare inoltre confermate anche da quell’elenco di formazioni populiste su cui si basano le affermazioni sul successo dei partiti populisti. In questa lista, riportata in appendice, si trovano infatti, uno accanto all’altro, la Coalizione della sinistra radicale greca (Syriza) e Alba Dorata, il Front National e Podemos, Alternative für Deutschland e il Partito Socialista olandese, il Movimento 5 Stelle e la formazione ungherese Jobbik, il Partito dei finlandesi e lo Ukip britannico. Che si tratti proprio di quelle formazioni per cui di solito viene scomodato il termine «populismo», ci sono pochi dubbi. Ma risulta un’impresa davvero ostica riconoscere nei partiti compresi nell’elenco quei tratti che Boeri considera come qualificanti del populismo. Forse Podemos e Syriza potrebbero essere interpretati come portatori di una concezione radicale della democrazia, ma è davvero difficile attribuire loro un rifiuto dei corpi intermedi (dal momento che nascono da un processo aggregativo di associazioni e gruppi locali), come d’altronde è piuttosto discutibile attribuire loro la volontà di bloccare i flussi migratori (in generale, ma soprattutto all’interno dei paesi membri dell’Ue). Invece ci si potrebbe chiedere per quale motivo il partito conservatore britannico non sia compreso nella lista, dal momento che (come e forse più dello Ukip) ha proposto sia un referendum popolare sull’uscita del Regno Unito dall’Ue e in seguito (per ora senza grande successo) l’espulsione dei lavoratori stranieri dai propri confini. Per quanto riguarda le formazioni italiane, è inoltre scontata la presenza nella lista del Movimento 5 Stelle, della Lega Nord, di Fratelli d’Italia, i quali certo si avvicinino almeno in parte all’identikit (anche se per la verità nessuna di queste forze politiche ha mai davvero proposto una chiusura delle frontiere ai lavoratori provenienti dai paesi dell’Ue). Ma ci si potrebbe anche in questo caso chiedere – con una provocazione volta a mettere in luce la fragilità di tutta l’operazione –  per quale motivo il Partito democratico non sia compreso nella lista. Perché è piuttosto evidente che ben pochi leader hanno agitato il cocktail populista più efficacemente di Matteo Renzi; perché l’attuale segretario del Pd ha per molti versi costruito la propria ascesa su una contrapposizione moralistica tra un popolo ‘buono’ e una «casta» da rottamare; perché nel proprio esecutivo ha reclutato persone prive di qualsiasi esperienza istituzionale, la cui unica credenziale era proprio l’assenza di precedenti politici; perché ha a lungo rappresentato il proprio cammino come una battaglia contro i «corpi intermedi» rappresentati da sindacati e organizzazioni sociali, nel nome di una democrazia «immediata»; perché si è impegnato (almeno mediaticamente) in una lotta contro la «cricca» della burocrazia; e perché forse di nessuno, come proprio di Matteo Renzi, si può sostenere ciò che dice Boeri a proposito dei populisti, ossia che il loro successo è dovuto al fatto che una parte della società «avverte la necessità di rivolgersi ad outsiders che non abbiano apparentemente alcun legame con la classe dirigente».

Ed è proprio per questa serie di distorsioni e ambiguità che, a dispetto dell’interesse delle proposte che il pamphlet di Boeri suggerisce al dibattito pubblico, l’operazione compiuta in Populismo e Stato sociale appare davvero molto debole, se non addirittura intellettualmente scorretta. Attribuire ogni colpa alla mostruosa presenza del populismo impedisce infatti di considerare davvero le radici della crisi contemporanea. E allora quel famigerato «populismo» - cui vengono attribuiti tutti i peggiori vizi della società e tutte le colpe della crisi, delle riforme mancate e del ritardo italiano – alla fine tende ad assomigliare davvero al «Sarchiapone americano» di Walter Chiari e Carlo Campanini. Perché, aperta la valigia che lo dovrebbe costudire, si rivela essere solo un fantoccio immaginario con cui allarmare l’opinione pubblica. E grazie al quale assolvere dalle loro responsabilità le élite politiche, economiche e intellettuali del presente e dal passato.

Damiano Palano

venerdì 6 luglio 2018

Viaggio sentimentale intorno al nulla. Rileggere "Il desiderio di essere come Tutti" di Francesco Piccolo quattro anni dopo il Premio Strega (e dopo la fine "renzismo")




Sono passati solo quattro anni da quando Francesco Piccolo, con il suo romanzo-saggio "Il desiderio di essere come tutti", vinceva il Premio Strega, eppure sembra passato un secolo. Quel libro venne infatti considerato - e fu effettivamente - una sorta di manifesto intellettuale del "renzismo". 
La sua violenta polemica contro la "purezza" rivendicata dalla "sinistra" era (o quantomeno fu letta) come la legittimazione di una leadership che, lasciandosi alle spalle tutte le memorie del passato, era  s
disposta a sporcarsi le mani senza vincoli moralistici e ad abbandonare tutti gli orpelli di un immaginario obsoleto. 
Oggi che il "renzismo" è tramontato, è quasi commovente ascoltare l'appello ai "valori di sinistra" da parte di coloro che esaltarono la brutale satira della "purezza" proposta da Piccolo. Ma proprio perché ormai quella fase si è conclusa, si può rileggere "Il desiderio di essere come tutti" - che in modo piuttosto sconcertante si volle allora insignire del più prestigioso dei premi letterari italiani - come un documento storico. 
In questa chiave, "Maelstrom" ripropone la riflessione dedicata al romanzo,  pubblicata allora anche su Tysm Magazine, con il titolo "Viaggio sentimentale intorno al nulla: Francesco Piccolo".



di Damiano Palano

In un tempo ormai lontano, che nel ricordo si tinge talvolta dei colori della nostalgia, esisteva l’«intellettuale di sinistra». Non si trattava soltanto di un’etichetta volta a contrassegnare una componente del mondo culturale italiano, anche perché non esistevano gruppi speculari sul versante di destra oppure al centro dello schieramento politico (al massimo c’erano talvolta intellettuali «irregolari», che non avevano rapporti organici e stabili con formazioni partitiche). E non si trattava neppure di un’etichetta destinata a indicare studiosi votati a fornire al movimento operaio – mediante la ricerca teorica – gli strumenti dell’azione politica. L’«intellettuale di sinistra», in altre parole, era tale non tanto per ciò che scriveva o faceva nel proprio specifico campo – fosse la narrativa, il cinema, il teatro, la canzone, l’architettura – quanto per la sua vicinanza (più o meno esplicitamente dichiarata) alla causa del Partito Comunista Italiano. Paradossalmente, ciò che facevano e scrivevano nella pratica questi intellettuali poteva essere persino privo di sostanziali connessioni con l’impostazione ideologica del Pci, e solo nelle rappresentazioni più edulcorate questi operatori della cultura si limitavano ad applicare le direttive definite dal Partito. D’altronde, le provocazioni e le diversioni erano di fatto consentite, sempre che non assumessero la forma di un dissenso organizzato. Ciò che era importante era che quegli intellettuali, in prossimità delle scadenze elettorali, tornassero a schierarsi disciplinatamente sotto le insegne del Partito, e che offrissero una rappresentazione del sostegno del «mondo della cultura» al «cambiamento del Paese». I motivi che consentirono al Pci di conquistare quella che spesso viene definita come un’«egemonia culturale» (certo molto diversa da quella cui pensava Gramsci) furono molti. Gli storici continuano ancora oggi a interrogarsi su quel fenomeno, che ha davvero pochi eguali nel mondo (non solo occidentale), ma è davvero molto difficile negare che qualcosa di simile a un’«egemonia» esistesse effettivamente. Un’egemonia forse più sentimentale che politica, che comunque fece sì che anche una parte di intellettuali che poco avevano a che spartire con la causa del comunismo (e, va da sé, col marxismo) finissero con l’iscriversi – per conformismo, per convinzione, per opportunismo – allo schieramento degli intellettuali di sinistra, nella convinzione che il Pci fosse l’unico reale, credibile, responsabile attore capace di ‘modernizzare’ l’Italia, sotto il profilo politico, economico, culturale e morale.
Che in tutto questo vi fosse qualcosa di paradossale è piuttosto evidente, ma, al di là di ogni dibattito sulle matrici e sui vizi di un simile quadro, è chiaro che oggi non esiste più neppure l’ombra di quel mondo, che cominciò a dissolversi già nella seconda metà degli anni Settanta e che si polverizzò definitivamente negli anni Ottanta. Non esiste più alcun rapporto organico fra intellettuali e partiti (anche perché i partiti di fatto in Italia non esistono più) e non esistono più gli intellettuali come «gruppo», internamente articolato ma compatto nella sua collocazione. Ma, naturalmente, anche oggi esistono degli intellettuali di sinistra, e soprattutto il cosiddetto «popolo della sinistra» continua ad avere alcuni punti di riferimento (seppur sempre più sbiaditi). E anche se è difficile ricostruirne le coordinate ideologiche e teoriche, una buona esemplificazione si trova nelle opere narrative di Walter Veltroni, oltre che nelle sue fatiche saggistiche, in cui si trova condensato molto di quello stile di pensiero che negli ultimi mesi è diventato familiare a molti come «renzismo». Per chi fosse interessato a decifrare il codice genetico di questa galassia – che in verità, più che l’espressione di un mondo organizzato, appare spesso come una sorta di magmatica mucillagine intellettuale – una fonte estremamente preziosa è senza dubbio il romanzo-saggio-autobiografia di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi, Torino, 2013), libro pluri-premiato, le cui fortune – largamente anticipate dagli ambienti letterari – hanno in qualche modo accompagnato in parallelo l’ascesa al potere dell’attuale Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Il titolo del libro di Piccolo – che può apparire in parte enigmatico – è in realtà una citazione di Natalia Ginzburg, posta dall’autore a epigrafe del volume: «Ora noi possiamo sentirci, in mezzo alla comunità, soli e diversi, ma il desiderio di rassomigliare ai nostri simili e il desiderio di condividere il più possibile il destino comune è qualcosa che dobbiamo custodire nel corso della nostra esistenza e che se si spegne è male. Di diversità e solitudine, e di desiderio di essere come tutti, è fatta la nostra infelicità e tuttavia sentiamo che tale infelicità forma la sostanza migliore della nostra persona ed è qualcosa che non dovremmo perdere mai». Per molti versi, la citazione di Ginzburg rimane la cosa migliore dell’intero volume, che – adottando un registro variabile – è difficilmente collocabile all’interno di uno specifico genere letterario. Costruito da Piccolo come un’autobiografia, nel libro l’autore accosta la propria formazione personale alle vicende della politica italiana dell’ultimo quarantennio. Proprio per il messaggio politico che scaturisce dalle sue pagine, il testo, più che un vero e proprio romanzo, può essere considerato come un saggio politico. Un saggio costruito – come vuole lo Zeitgeist – senza alcun riguardo per l’argomentazione logica, ma grazie all’accostamento analogico di situazioni, di scene sentimentali, eventi politici, e all’utilizzo di materiali della culturale popolare (strategia in cui Veltroni era maestro e che Renzi sfrutta certo con minore eleganza ma forse con più efficacia). E, soprattutto, un saggio che punta in una direzione precisa.
Il momento iniziale del racconto-saggio di Piccolo è costituito dal gol di Jürgen Sparwasser, il centravanti della Germania Est, che decide le sorti dello scontro diretto contro la Repubblica Federale, ai mondiali del 1974. Proprio quel momento – ed è questa la trovata più simpatica del volume – decide il destino futuro del protagonista, il quale decide di diventare «comunista», e cioè di schierarsi dalla parte del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer: «il 22 giugno 1974, al settantesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista» (p. 33), scrive Piccolo, anche se, per la verità, al lettore non è consentito di capire cosa implichi davvero la scelta del protagonista, il quale non si iscriverà mai al Pci, non svolgerà mai alcuna attività politica, se non – da ciò che è dato capire – quella consistente nel seguire la fidanzatina, ai tempi del liceo, ad alcune riunioni di un gruppo studentesco di estrema sinistra. D’altronde – ed è questo, si badi, l’elemento più significativo del racconto di Piccolo – la vicinanza del protagonista alla sinistra si svolge tutta in un mondo interiore, del tutto immaginario, che non ha di fatto alcuna connessione con la realtà. Nella vita reale, il giovane Piccolo appare infatti impegnato in attività del tutto prive di qualsiasi connotazione politica, e le sue energie sembrano dedicate quasi interamente alla partecipazione a «feste», la cui evocazione ricorre ossessivamente nella prima parte della narrazione. Ciò nondimeno, il protagonista Piccolo instaura un forte rapporto emotivo con la figura di Berlinguer, nella quale proietta un ideale di purezza, non solo politica. Il Piccolo-narratore trova però una simmetria tra la purezza ricercata dal protagonista e il reale Berlinguer, quello che, dopo il fallimento del compromesso storico, getta sul piatto la «questione morale» e innesca un confronto-scontro con il Psi di Bettino Craxi. Viene così ricostruita la vicenda del referendum sulla scala mobile, voluto da Berlinguer proprio per rispondere a un attacco che considerava personale, e che segnò per molti versi la definitiva sconfitta del Partito Comunista. Di lì a poco, Berlinguer sarebbe scomparso e il Pci – privo di qualsiasi bussola e preda delle faide interne – sarebbe sopravvissuto in uno stato quasi letargico fino alla fine degli anni Ottanta. Ma c’è un episodio che Piccolo ricorda in particolare, quello dei fischi a Berlinguer in occasione del Congresso socialista di Verona del 1984. 
Allora, quei fischi parvero a Piccolo un incredibile affronto a un uomo politico indiscutibile, e quell’affronto diventa addirittura l’episodio che innesca una totale identificazione: «L’11 maggio 1984, nel momento in cui è entrato nel palazzetto dello sport di Verona, e tutto il pubblico ha cominciato a fischiare, io sono diventato Enrico Berlinguer. È stato il momento esatto in cui il mio sentimento pubblico e il mio sentimento privato, che in quei mesi di scontro avevano aderito ogni giorno, sono balzati via da me per infilarsi dentro lo sguardo perduto del segretario del mio partito – che stava davanti a quella gente con la stessa incapacità di organizzare un’espressione che avevo avuto io davanti a Elena che strappava la carta da regalo; ha sentito che mi riguardava così tanto, mi faceva soffrire così tanto, richiamava così precisamente il dolore mio personale, che non ci poteva essere più nessuna distanza tra me e lui; guardavo il suo viso teso, sperduto, e sentivo che con lui c’ero anch’io, anche se non ero lì» (pp. 131-132). E quello stesso episodio – in particolare, la dichiarazione con cui Craxi affermava di non essersi unito ai fischi solo perché non era in grado di fischiare – muta anche l’atteggiamento nei confronti del leader socialista: «Tutto quello che è venuto dopo, e che riguarda Craxi e il suo disfacimento personale e politico, non mi ha più toccato nel profondo; certo, mi sono indignato come quasi tutti gli italiani, mi è stato chiaro che i modi di fare politica erano inaccettabili – ma nulla di tutto questo mi ha davvero più toccato. Il mio rapporto con Craxi, di simpatia o antipatia, di speranza per un’alleanza tra socialisti e comunisti, e il resto che (non) ne conseguì, è finito nell’attimo in cui ha detto, studiando così bene le pause, che non aveva fischiato anche lui soltanto perché non sapeva fischiare» (p. 134-135).
Se la rievocazione di questo episodio e la ricostruzione delle più minute ripercussioni che esso ebbe sul Piccolo-protagonista possono persino risultare sconcertanti per qualche lettore, è evidente che il senso di questa insistenza emerge chiaramente con lo sviluppo del racconto. I fischi a Berlinguer e il suo funerale, così come la famosa intervista sulla questione morale, diventavano il simbolo della «purezza». «Nella sostanza le caratteristiche erano diventate due: essere diversi dagli altri – in un modo che è possibile definire: la purezza; frenare il forsennato ammodernamento della società – un atto che è impossibile non definire: la reazionarietà» (p. 139). E questo secondo elemento già fa trapelare un giudizio politico non da poco, perché in fondo Piccolo riconosce che allora aveva ragione Craxi e che Berlinguer era dalla parte sbagliata della storia. In altre parole, Berlinguer aveva scelto la strada della «purezza», e per rimanere «puro» il Pci aveva rinunciato a fare politica, al contrario del Psi di Craxi. In sostanza, secondo il ragionamento di Piccolo, con la sconfitta del compromesso storico, la sinistra italiana (o almeno quella rappresentata dal Pci), aveva scelto di mantenere un’idea di «purezza» anche se questa implicava necessariamente la sconfitta politica, e – oltre tutto – aveva da quel momento visto nella sconfitta una conferma della propria «purezza». Come scrive il narratore al termine della prima parte, in un passaggio fondamentale del suo saggio in forma di romanzo: «La questione definitiva della sinistra alla quale mi sentivo di appartenere senza alcun dubbio, fu questa: Craxi rappresentava un’innovazione troppo cinica, disinvolta, corruttibile, poco oggettiva e famelica; di conseguenza – e questa è stata una transizione di pensiero del tutto decisiva per la storia della sinistra italiana – fu l’innovazione stessa a significare cinismo, disinvoltura, corruttibilità, famelicità. La sinistra si ritirava per sempre, e con assoluta convinzione – sicura di stare dalla parte della ragione – dal proposito del progresso per trasformarsi in forza reazionaria. Dall’entrata mancata nel governo e dal rapimento di Moro, nasce un’idea di purezza – interpretata come un destino – che non morirà più. Quello che Moro aveva temuto, si verifica alla lettera: il Pci diventa interlocutore esterno della realtà. Ma quello che Moro indicava come un pericoloso punto di forza, diventa una condanna alla marginalità, alla sconfitta. È qui che sta il grande cambiamento: della vittoria non importava più nulla; bisognava soltanto segnare una volta e per sempre una linea di demarcazione, un’idea definitiva di diversità; bisognava sfilarsi dalla vita pubblica reale e rappresentare un’alternativa astratta, pulita, arroccata. Un’alternativa pura» (pp. 154-155).
Dopo la «vita pura», si apre però la «vita impura», in cui Piccolo ricostruisce la propria autobiografia sentimentale nella Seconda Repubblica. Anche in questo caso, la realtà ha poco a che vedere con il vissuto emotivo del protagonista, che anzi appare del tutto disinteressato a ciò che accade nella lunga «transizione» italiana. Piccolo trasforma infatti il sistema politico italiano nel teatro di una drammatica tauromachia, in cui a Romano Prodi spetta il ruolo di eroe positivo, impegnato in una battaglia senza esclusione di colpi con Fausto Bertinotti, il quale diventa addirittura una sorta di Titano politico, seppur incaricato di rappresentare le forze del male. Il momento in cui Rifondazione comunista ritira l’appoggio esterno al primo governo Prodi è infatti considerato come l’inizio del cataclisma politico italiano. Naturalmente, a Piccolo non interessa la realtà dell’operato del governo Prodi, come d’altronde appare sostanzialmente indifferente a considerare in profondità la vicenda delle privatizzazioni, le implicazioni del Trattato di Maastricht sulla politica italiana, la lungimiranza della decisione di procedere sulla strada dell’unificazione monetaria, la costruzione di nuovi blocchi di potere, la demolizione dell’amministrazione pubblica, la proliferazione di legami clientelari a ogni livello di governo, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, e cioè tutti quegli aspetti che riguardano la realtà della politica italiana (e dell’operato del primo governo guidato da Romano Prodi). Nell’economia di una storia sentimentale, ciò che preme a Piccolo è rappresentare Bertinotti come l’erede della sinistra «pura» voluta da Berlinguer: una sinistra ‘reazionaria’, ostile al corso ‘naturale’ della Storia, e invece desiderosa di sempre nuove sconfitte, capaci di confermare la propria purezza. Il giudizio politico di Piccolo, da questo punto di vista, è senza appello: «Il gesto di Bertinotti è compiuto in nome della purezza, segue la sorda etica dei principî. Il governo Prodi era stato il riscatto da questa purezza senza fertilità; se avesse portato a termine il suo mandato, probabilmente adesso vivremmo in un paese diverso. […] In quel momento finisce, si consuma, si esaurisce in un tempo brevissimo la rinascita dell’ultima spinta riformatrice del nuovo corso del centrosinistra e il Paese viene consegnato in mano a Berlusconi» (pp. 177-178). Ma è anche qualcosa di più: «Quel giorno è cambiato il mio atteggiamento verso la vita – per sempre. La purezza, il senso di giustizia, non sono state mai più il mio criterio, nemmeno come amico, o come amante; ed è cambiato perfino il mio modo di scrivere, il mio interesse per le storie […] Ho capito una volta per tutte che non soltanto non mi piaceva il fatto che Bertinotti e i suoi sentissero di essere dalla parte della ragione, ma soprattutto che se pure lo fossero davvero stati, la mia inquietudine non si sarebbe più modificata. Quindi non c’entrava con la ragione o il torto; ma con l’uso che si fa della ragione o del torto» (pp. 184-185).
La caduta del governo Prodi, invece di rappresentare un nuovo lutto, diventa per Piccolo il momento di una vera liberazione, di una svolta anche individuale, perché rompe davvero con quell’immagine di «purezza» con cui aveva convissuto dal tempo dei fischi a Berlinguer e, prima ancora, dal momento del gol di Sparwasser. Il protagonista del romanzo-saggio decide di sposare la propria compagna, denominata con la formula «Chesaramai», per la capacità di sdrammatizzare eventi all’apparenza gravissimi. Ma, soprattutto, inizia a vedere le cose in modo diverso, si arrende finalmente alla «forza delle cose». E alla fine – anzi molto presto – scopre che ci si trova benissimo a navigare insieme a quella «forza delle cose», che tutto sommato fregarsene dei grandi problemi del mondo e della «purezza» era scritto fin dalle origini nel suo Dna. 
Nel Conformista di Moravia il protagonista lottava tutta la vita per reprimere la propria diversità, cercava in ogni modo di confondersi nella massa, diventando un piccolo-borghese, un convinto fascista, addirittura un agente dell’Ovra. Ma alla fine doveva soccombere, e quando il fascismo crollava, riemergeva ciò che era sempre stato. Nel libro di Piccolo, il percorso è esattamente l’opposto. Il protagonista cerca di reprimere in ogni modo il proprio conformismo, il «desiderio di essere come tutti», trovando in Sparwasser, in Berlinguer, nel Pci, nell’antiberlusconismo dei simboli di «purezza» da seguire. Ma alla fine – e non è forse casuale che il libro venga concepito e sia pubblicato nel momento in cui Silvio Berlusconi esce sostanzialmente dal proscenio della politica italiana – anche in questo caso riemerge tutto ciò si era tentato di reprimere. Finalmente libero da ogni fantasma di purezza, il protagonista  può esplodere nel classico, godereccio «checcefrega». Può rivendicare così con orgoglio la propria vorace superficialità, il proprio menefreghismo, l’ingorda piccola felicità domestica, il proprio inguaribile familismo amorale. Il Robert Redford che in Come eravamo dice a Barbra Streisand, il giorno della morte di Roosevelt, che tutto ciò accade nel mondo «non accade a te personalmente», diventa un piccolo inno a profittare delle piccole gioie della vita, a disinteressarsi del nostro vicino, ad arraffare ogni piccolo possibile godimento, dimenticando ogni ‘grande causa’ e ogni nobile ideale. Come scrive Piccolo nelle pagine conclusive: «La superficialità ha diritto di esistere, quanto la profondità. La vita politica, la vita contemplativa e la vita dedita ai piaceri sono sempre esistite contemporaneamente, e la capacità di farle convivere è il compito di ogni individuo e di ogni comunità. […] La sinistra, mi pare, ha imparato a conoscere a fondo i grandi problemi di questo Paese (senza peraltro che questa conoscenza bastasse a risolverli); mentre è geneticamente maldisposta verso un’altra parte di Paese, preponderante per costume e forza, superficiale, spensierata. Ed è così geneticamente maldisposta, che non sa nemmeno più che Paese è. Finora questa lacuna era stata combattuta dicendo: stanno dall’altra parte del confine, non ci riguardano. Ma poiché questo è un solo Paese; poiché la Storia ha insegnato che la corresponsabilità degli accadimenti è di coloro che vincono e di coloro che perdono, anche se non in parti uguali; poiché probabilmente in ognuno di noi al di qua del confine c’è una percentuale di superficialità, di spensieratezza e anche di mostruosità – che siamo sicuri di non avere, ma che abbiamo – è bene oltrepassarlo questo confine e andare a capire di là chi c’è, come si ragiona, cosa si fa. Portando il proprio sapere, i propri ragionamenti, le proprie soluzioni» (pp. 255-256).
È molto difficile immaginare oggi cosa penseranno i posteri di un saggio come quello di Piccolo, e soprattutto è difficile immaginare come riusciranno a spiegarsi il successo che gli è stato tributato dal mondo culturale italiano, o quantomeno da ciò che ne rimane ancora. Ma forse nelle pagine di Piccolo – in cui i più malevoli lettori potrebbero divertirsi a ritrovare svariate centinaia di frasi fatte, oltre che le più fruste banalità che da almeno un trentennio circolano nel «sinistrese» italiano – si può trovare davvero il segno di un grande mutamento culturale, contemporaneo ovviamente alla svolta compiuta a livello politico al principio del 2014. Il libro di Piccolo, al di là dei meriti letterari (che il futuro giudicherà più saggiamente di quanto oggi si possa fare), offre infatti la testimonianza di un viaggio sentimentale comune a una parte consistente di ciò che sono diventati gli «intellettuali di sinistra» nel corso dell’ultimo trentennio, ed è probabilmente questo dato che può contribuire a spiegare il successo del libro. Quella formidabile esaltazione della «superficialità» - che certo trova la sua più efficace esemplificazione nella ricostruzione della recente storia italiana compiuta da Piccolo – è infatti un punto di approdo in cui molti si possono riconoscere, liberandosi con soddisfazione dei fardelli del passato. In altre parole, il libro di Piccolo è davvero l’ultimo capitolo di una mutazione genetica che conduce il vecchio «intellettuale di sinistra» a spogliarsi della propria diversità e a indossare finalmente i panni dell’«italiano medio» tante volte impersonato da Alberto Sordi: un personaggio senza dubbio simpatico, ma soprattutto ingordo, addirittura vorace nel soddisfare i propri ancestrali appetiti, dimentico di ogni causa collettiva, ma sempre ossessivamente impegnato a soddisfare il proprio «particulare», e, va da sé, a cogliere l’attimo fuggente dei più effimeri piaceri materiali.
In questa metamorfosi ben poco rimane della vecchia convinzione di stare – nonostante tutto, nonostante le difficoltà, gli errori, le crisi, le sconfitte – dalla parte giusta della Storia. Nel senso che la Storia smarrisce ovviamente ogni residua teleologia, per diventare semplicemente ciò che accade, o per identificarsi addirittura – come scrive Piccolo – con la «forza delle cose». Una «forza delle cose» che non si coincide con nulla di preciso, ma che comunque è bene assecondare, adagiandosi nella corrente e lasciandosi trasportare. Forse a qualcuno il libro di Piccolo sembrerà per questo una sorta di legittimazione della vecchia, vecchissima tradizione nazionale dei «voltagabbana», sempre pronti a capire in quale direzione tira il vento e ad aggiustare il tiro, assecondando i potenti di turno. Ma in verità si tratta di qualcosa di più. È il punto terminale (e coerente) di un nichilismo integrale. Un nichilismo che, rifiutando ogni teleologia e abbandonando qualsiasi tensione etica, si limita a riconoscere che l’unica realtà è quella che accade. E che non esiste alcuna alternativa, né lontana né vicina, all’impetuosa, trascinante, irresistibile «forza delle cose». 

Damiano Palano



giovedì 5 luglio 2018

Paul Tillich e il volto demoniaco del potere. Tradotti due testi del teologo



di Damiano Palano

Questa recensione ai due volumi di Paul Tillich, Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia (a cura di Luca Crescenzi, Ets, pp. 63, euro 10) e Filosofia del potere (a cura di Alessandro Gamba, Glossa, pp. 89, euro 14.00), è apparsa su "Avvenire" il 23 giugno 2018, con il titolo Paul Tillich e l'influenza del demoniaco sugli Stati.


Quando Paul Tillich si trasferì negli Stati Uniti, nel 1933, aveva ormai quarantasette anni. Era nato infatti in Prussia nel 1886, nel 1912 era diventato pastore luterano e allo scoppio della Grande guerra si era arruolato volontario come cappellano militare. Dopo aver conseguito il dottorato a Breslavia, aveva inoltre insegnato a Marburg, Dresda e Francoforte. Ma, soprattutto, era divenuto un esponente del movimento dei «socialisti cristiani». Attraverso una strada originale, era giunto infatti – anche grazie alla scoperta dei manoscritti economico-filosofici del giovane Marx – a una convergenza con le posizioni esposte da Lukáks in Storia e coscienza di classe e con i primi saggi di Marcuse. Il «socialismo religioso» di Tillich, criticando il determinismo della Seconda Internazionale, puntava sostanzialmente a una revisione del marxismo capace di riportarlo «al respiro che aveva nel giovane Marx». Il socialismo doveva cioè opporsi alla «soggettività distorta» dell’era borghese, in cui gli individui e le comunità erano privati dei fondamenti spirituali.

Centrale nella sua riflessione era in special modo il concetto di «demoniaco», che influenzò probabilmente il Doktor Faustus di Thomas Mann e la concezione della dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Per accostarsi alla riflessione del teologo, è per questo utile il volumetto Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia, tradotto e curato da Luca Crescenzi (Ets, pp. 63, euro 10). Per Tillich il «demoniaco» costituiva la «forma fenomenica» del potere del male, ma era soprattutto l’elemento distruttivo che lo spirito doveva domare, pur rimanendo costantemente esposto al suo riaffiorare. Era cioè la stessa storia dell’uomo a essere demoniaca, dal momento che risultava sempre costretta nell’ambivalenza insolubile tra creatività e distruttività, tra demoniaco e divino. «L’opposizione dei due principi», scriveva per esempio il teologo, «attraversa ogni individuo e ogni istituzione». E sebbene fosse un aspetto del tutto trascurato dall’ottimismo illuminista, era invece necessario riconoscere i simboli del demoniaco per comprendere la crisi spirituale del dopoguerra e la forza del nazionalismo.

Per sfuggire alle persecuzioni del nascente regime nazionalsocialista, Tillich nel 1933 giunse negli Stati Uniti. Le sue opere ebbero subito una buona accoglienza e furono tradotte dal H. Richard Niebuhr, il fratello di Reinhold Niebuhr, un pensatore con cui Tillich aveva senz’altro alcuni elementi in comune (oltre che alcune sostanziali differenze). Almeno alla metà degli anni Trenta, entrambi erano d’altronde vicini ai movimenti socialisti e conducevano una critica ‘da sinistra’ del New Deal. E, inoltre, entrambi esprimevano un approccio morale alla politica, che – radicato nella teologia protestante – non si traduceva però in un atteggiamento moralistico. Si trattava, cioè, di una prospettiva che riprendeva la visione ‘realistica’ della politica, intesa come dimensione segnata inevitabilmente dal conflitto e dal dominio dell’uomo sull’uomo. Ma che, al tempo stesso, si discostava nettamente dalla cinica esaltazione del potere del «machiavellismo». Il realismo era piuttosto il presupposto per tornare ad annodare etica e politica, e per evitare che il potere asservisse gli esseri umani.

Il frutto maturo di questa riflessione può essere riconosciuto nelle lezioni sulla Filosofia del potere, tenute da Tillich a Berlino nel 1956 e ora tradotte in italiano da Alessandro Gamba (Glossa, pp. 89, euro 14.00). Per il teologo, la riflessione sul potere doveva necessariamente partire dalla comprensione delle radici ontologiche del fenomeno. Ai suoi occhi, il potere era infatti «il primo concetto col quale dev’essere caratterizzato l’essere in quanto essere». Più precisamente, l’essere poteva essere definito come «possanza d’essere», «il potere di essere». A contrassegnarlo era cioè una «volontà di potere» – espressione con cui Gamba traduce, con una scelta meditata, la formula Wille zur Macht – intesa non come «la volontà di conquistare potere sugli uomini», ma come «l’autoaffermazione della vita, della vita che spinge dinamicamente oltre sé e supera ogni resistenza interna ed esterna».  Con questa chiave di lettura, Tillich poteva esaminare le relazioni tra individui e gruppi. E giungeva anche ad affrontare, sul finire delle proprie lezioni, il nodo dell’«unità del mondo». Proprio in quegli anni, Carl Schmitt – distanziandosi da Ernst Jünger – escludeva che si potesse arrivare a uno «Stato mondiale». Pur procedendo da premesse diverse, Tillich perveniva alle medesime conclusioni. L’ipotesi di uno Stato mondiale, generato dall’unificazione delle maggiori potenze, era infatti in contrasto con la concezione del potere che aveva delineato. L’ipotesi di un impero mondiale, nato dalle ambizioni imperialistiche di una singola potenza, era invece più realistica. Ma si sarebbe trattato, anche in questo caso, di un assetto destinato a dissolversi, così come nell’arco di circa un secolo era tramontata la pax augustea garantita dall’impero di Roma. «Nulla che sia generato in questo forma», scriveva infatti Tillich al termine del corso, «può durare più a lungo». Perché «il regno dei Cieli non può essere costruito sul terreno del potere e della possanza d’essere, dove l’uno sta contro l’altro». 

Damiano Palano

sabato 30 giugno 2018

Sorteggiare i governanti? Da "Solar Lottery" di Philip Dick a David Van Reybrouck, una vecchia idea e nuove sperimentazioni. Una critica



Con una delle sue provocazioni, Beppe Grillo ha in questi giorni proposto di designare i membri del Senato mediante un sorteggio e non con le elezioni. Il sorteggio fu in effetti a lungo lo strumento privilegiato dalle democrazie antiche e dalle repubbliche medievali, che diffidavano delle elezioni, ritenute strumenti destinati a favorire i gruppi sociali più abbienti. E anche di recente varie voci (tra cui quella di David van Reybrouck) hanno sostenuto l'opportunità di integrare i meccanismi elettivi con il ricorso al sorteggio, e alcune sperimentazioni hanno tradotto in pratica (con molti limiti) questa idea. 
A proposito di questa discussione, "Maelstrom" ripropone un articolo, apparso in origine sulla rivista "Spazio filosofico", dedicato proprio a una lettura del pamphlet "Contro le elezioni" di van Reybrouck e all'ipotesi di tornare a sorteggiare i detentori delle cariche pubbliche .


di Damiano Palano


Rileggendo oggi Solar Lottery di Philip K. Dick, è quasi scontato riconoscere come già in quel primo romanzo fossero presenti molti dei motivi che avrebbero in seguito contrassegnato la produzione dello scrittore americano. Risulta in effetti evidente sin dalle prime pagine come la sua idea della science-fiction tendesse a fuoriuscire dal perimetro di una letteratura di genere destinata allora prevalentemente a un pubblico di giovani (e giovanissimi) lettori, e come la sua raffigurazione di un remoto futuro fosse in realtà una critica della società americana degli anni Cinquanta. Ma più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, si può forse intravedere in Solar Lottery anche una sorprendente prefigurazione delle società dell’inizio del XXI secolo e dei processi che investono le democrazie occidentali. In quel vecchio romanzo Dick immaginava infatti che le società occidentali avessero adottato il sistema della lotteria non solo per distribuire le merci ma anche per assegnare il potere politico. I governanti non erano dunque scelti dagli elettori e le procedure di voto erano state sostituite dall’estrazione a sorte di un Quizmaster, al quale era affidato un potere sostanzialmente assoluto. E proprio per questo, se certo la distopia di Dick prefigurava la nascita dell’«azzardo di massa», lo scenario allestito nel romanzo può essere letto anche come l’anticipazione – certo estrema – di un ripensamento del ruolo che il momento della scelta elettorale ricopre nelle democrazie contemporanee. L’insoddisfazione nei confronti del canale elettivo – inteso come criterio qualificante di un assetto democratico – è in effetti cresciuta negli ultimi due decenni, alimentando un fitto dibattito sulla «crisi» e sul «disagio» della democrazia. A partire soprattutto dagli anni Novanta, molti osservatori hanno riconosciuto un paradosso almeno in parte inedito. A fronte di un significativo aumento del numero complessivo delle democrazie nel mondo, hanno iniziato a rilevare un ‘deterioramento’ delle democrazie «mature». In sostanza, i sistemi politici occidentali continuano a presentare quegli elementi che il dibattito politologico – sulla scorta della vecchia definizione di Joseph A. Schumpeter – non cessa di considerare distintivi di un regime democratico, ossia l’utilizzo di elezioni competitive come strumento per selezionare i leader cui assegnare, per un periodo di tempo limitato, la funzione di governo. Ma, secondo molte voci, il ricorso alle elezioni non rappresenta più una garanzia di reale democraticità, sia perché la competizione risulta ristretta ad attori politici con piattaforme programmatiche molto simili, sia perché la formazione delle decisioni politiche principali sembra passare da altri canali, sia perché la partecipazione popolare alla vita politica si riduce, approfondendo sempre più il distacco tra cittadini e classe politica.
Nel suo ultimo libro, Sheldon Wolin definì per esempio la forma di regime vigente negli Stati Uniti come un «totalitarismo rovesciato», un sistema «apparentemente guidato da poteri totalizzanti astratti, e non dal dominio personale», il quale «si alimenta incoraggiando il disimpegno politico più che la mobilitazione di massa», e che «si affida più ai media ‘privati’ che alle istituzioni pubbliche per diffondere la propaganda atta a consolidare la sua versione ufficiale degli eventi»[5]. Utilizzando immagini forse meno energiche, altri hanno riconosciuto invece i segni di un processo di «de-democratizzazione»[6]. Nella proposta forse più celebre, Colin Crouch ha identificato inoltre la tendenza dei sistemi politici occidentali ad assumere i tratti della «postdemocrazia», ossia di una nuova forma di regime, in cui le istituzioni formali della democrazia liberale continuano a esistere, ma nelle quali il ruolo dei cittadini si limita alla scelta elettorale e in cui le decisioni vengono prese da un ristretto gruppo di attori politici ed economici. Sebbene la «postdemocrazia» continui dunque a presentare gli elementi distintivi della democrazia liberale, e nonostante le elezioni si svolgano regolarmente (e in forma competitiva), «il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi», mentre «la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve». Nello scenario postdemocratico, dunque, «a parte lo spettacolo della lotta elettorale», «la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici». In termini ancora più radicali, anche Michelangelo Bovero ha proposto di riconoscere «un processo di degenerazione che tende a far assumere alla democrazia i connotati di una forma di governo diversa», ossia di una sorta di «autocrazia elettiva», la cui logica di funzionamento risulta solo all’apparenza simile a quella democratica». E con una diagnosi altrettanto pessimista, secondo Massimo L. Salvadori i sistemi politici occidentali sono attraversati da trasformazioni tali da mettere in dubbio la loro stessa natura di regimi democratici. Processi come la globalizzazione economica, il restringimento del potere di controllo degli Stati, lo sgretolamento dei partiti di massa avrebbero infatti innescato un progressivo mutamento, segnato dall’ascesa di potenti oligarchie economiche, in grado di manipolare un’opinione pubblica inerte. In questa situazione, l’attributo primario della democrazia – «quello di consentire ai governati di esercitare il potere ultimo sui governati» – tende a dissolversi, proprio perché lo strumento delle elezioni non sembra più in grado di garantire un controllo degli eletti. E proprio per effetto di una simile dinamica, i sistemi occidentali dovrebbero essere definiti, non più come democrazie, bensì come «governi a legittimazione popolare passiva».
Accanto a questo dibattito, e spesso contestualmente alla formulazione di diagnosi critiche sulla «crisi» della democrazia, sono state avanzate anche proposte di riforma – più o meno radicali – volte a garantire un maggiore controllo sull’attività degli eletti, grazie per esempio a meccanismi di vigilanza nei confronti della classe politica, oppure a integrare le ‘tradizionali’ forme di partecipazione dei cittadini, mediante gli strumenti della democrazia elettronica, o mediante procedure analoghe a quelle sperimentate nel caso dei «bilanci partecipativi». Ed è proprio nell’ambito di questo dibattito che è emersa la proposta di ritornare a utilizzare il vecchio strumento del sorteggio per selezionare giurie di cittadini chiamati a valutare le politiche pubbliche o addirittura a prendere decisioni politicamente rilevanti. In effetti, a partire dagli anni Settanta, in diverse realtà si è fatto ricorso a giurie di cittadini formate grazie all’estrazione a sorte, dapprima negli Usa e nella Rft e in seguito in Danimarca, Regno Unito, Spagna e anche Italia. Inoltre, è stata oggetto di numerose sperimentazioni anche la pratica dei «sondaggi deliberativi», ideata inizialmente da James Fishkin. Ed è proprio poggiando su queste esperienze, più o meno di successo, che il giornalista, scrittore e poeta belga David Van Reybrouck ha indirizzato a un vero e proprio «J’accuse!» alla democrazia rappresentativa fondata sulle elezioni. In un pamphlet molto fortunato, Contro le elezioni – che non casualmente si apre che la celebre frase del Contratto sociale, in cui Rousseau compiangeva il popolo inglese, che riteneva di essere libero, nonostante lo fosse soltanto il giorno delle elezioni – sostiene per esempio che ormai, come recita il sottotitolo italiano del suo testo, «votare non è più democratico», e che una soluzione per superare la crisi in cui versano i sistemi democratici occidentali consisterebbe nel ritorno all’estrazione a sorte come criterio per formare collegi deliberativi.
L’idea di affidare al caso la designazione dei governanti (o meglio dei legislatori) è stata in realtà avanzata negli ultimi anni – sebbene in termini meno netti – da molte parti, spesso sulla scorta della convinzione che alcuni strumenti di «democrazia deliberativa», affiancati alle classiche istituzioni rappresentative, possano consentire di rafforzare sia la partecipazione dei cittadini alla vita politica, sia la qualità delle stesse decisioni pubbliche. Proprio perché in larga parte attinge a questa discussione (e al bagaglio non estesissimo di sperimentazioni sul campo), il pamphlet di Van Reybrouck ha il merito di riproporre in forma sintetica tanto i pregi quanti i limiti di una proposta teorico-politico tutt’altro che irrilevante. Soffermandosi proprio su una discussione del testo di Van Reybrouck, questo articolo si propone di ‘prendere sul serio’ l’affermazione secondo cui «votare non è più democratico», oltre che l’ipotesi secondo cui l’introduzione dell’estrazione a sorte consentirebbe di superare le difficoltà – o addirittura la «crisi» – delle democrazie rappresentative occidentali. In particolare, nelle pagine che seguono sarà considerata l’interpretazione delle diverse cause della «crisi» della democrazia rappresentativa, alla quale il ritorno del sorteggio dovrebbe porre rimedio, e saranno messi in luce alcuni elementi problematici, relativi proprio all’‘insufficienza’ del canale elettorale nel garantire la democraticità dei sistemi politici occidentali. Saranno dunque prese criticamente in considerazione le argomentazioni che sostengono che il sorteggio dovrebbe consentire di superare, o comunque di ridurre, il combinato disposto di crisi di efficienza e crisi di legittimità che contrassegna i sistemi politici occidentali. L’obiettivo di questo articolo è infatti contrastare l’argomentazione che sorregge la proposta di Van Reybrouck, e dunque mettere in luce come la «crisi» delle democrazie occidentali non scaturisca semplicemente dalla debole legittimazione garantita dal sistema rappresentativo-elettivo.