giovedì 11 ottobre 2018

La Russia di Putin e il «collasso» della democrazia. "La paura e la ragione" di Timothy Snyder




di Damiano Palano


Questa recensione al libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), è apparsa su "Avvenire" del 10 ottobre 2018.


Secondo Freedom House, un’organizzazione non governativa che da quarant’anni registra puntualmente (seppur con criteri spesso criticati) lo stato delle libertà nel mondo, siamo dinanzi a un vero e proprio «declino» democratico. La diffusione della democrazia liberale, che dopo il 1989 aveva conosciuto una marcia costante, si sarebbe infatti arrestata nel 2006. Da allora in poi il numero globale delle democrazie sarebbe progressivamente diminuito. E segnali di deterioramento – relativi al minor rispetto di diritti politici e libertà civili – emergerebbero anche nei paesi occidentali. Negli ultimi anni molti politologi si sono persuasi in effetti che il rischio di una «recessione democratica» debba essere preso sul serio, e ha dunque cominciato a prendere corpo un’intesa discussione su come misurare il «deconsolidamento» dei regimi democratici e sulle cause più profonde del malessere. Una posizione specifica in questa riflessione è occupata dal libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), che inquadra la questione puntando pressoché interamente lo sguardo sul ‘putinismo’ e sulle conseguenze che avrebbe prodotto sui paesi occidentali. Autore di alcuni importanti lavori sull’Europa del Novecento, Snyder, storico all’Università di Yale, dipinge infatti un grande affresco, senza dubbio ricco di suggestioni, secondo cui si confrontano e si scontrano, negli ultimi tre decenni, due opposte visioni del mondo e della storia. Da una parte, la politica dell’inevitabilità, e cioè la convinzione che il futuro sia solo la prosecuzione del presente, che la strada del progresso sia tracciata e che non siano possibili alternative. Dall’altra, la politica dell’eternità, che colloca una specifica nazione al centro del racconto di una ciclica vittimizzazione. Dopo il 1989, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sposarono senza esitazioni la politica dell’inevitabilità, persuadendosi che la Storia fosse davvero finita e che democrazia e libero mercato fossero destinati a estendersi al mondo intero. Ma gradualmente la realtà ha mostrato come non si trattasse di processi inevitabili. E la politica dell’eternità ha cominciato a guadagnare spazio, trovando nella Russia di Putin il centro della propria espansione.

Snyder ricostruisce le vicende russe a partire dalla fine dell’Unione Sovietica e fissa in particolare una cesura nel 2010: proprio quell’anno, secondo lo storico, la Russia sarebbe infatti diventata una «cleptocrazia» e avrebbe cominciato ad agire per «demolire la fattualità», diffondendo disinformazione e fake news, con l’obiettivo di destabilizzare Ue e Usa. Articolando la propria narrazione a cerchi concentrici, Snyder si focalizza dunque sul recupero della filosofia nazionalista di Ivan Il’in, sul ricorso alla manipolazione delle elezioni da parte di Putin, sul ritorno di un progetto imperiale, sull’intervento in Ucraina, sulla proliferazione di disinformazione, sull’influenza di Mosca nelle elezioni americane del 2016. Con la campagna di Donald Trump, la politica dell’eternità avrebbe infatti rimpiazzato anche negli Usa la vecchia politica dell’inevitabilità. Portando con sé il corollario di un acceso nazionalismo, di uno spregiudicato utilizzo di propaganda e fake news, oltre che tentazioni di autoritarie.

Benché sia dedicato alla Russia dell’ultimo quarto di secolo, il volume di Snyder è in effetti rivolto tutto verso gli Stati Uniti, ed è per molti versi un nuovo capitolo di quella riflessione, innescata dalla conquista della Casa Bianca da parte di Trump, sul possibile «collasso» della democrazia americana. Ciò spiega la foga polemica che alimenta il volume. Ma è anche la ragione per cui le suggestioni risultano affiancate da semplificazioni e forzature polemiche. La sagoma della politica dell’eternità – certo efficace sotto il profilo retorico – finisce così col fornire una spiegazione quantomeno riduttiva (e talvolta persino caricaturale) del fallimento della democratizzazione in Russa. E l’attenzione rivolta al Cremlino e alla sua influenza sulla politica occidentale suggerisce anche una spiegazione davvero piuttosto insoddisfacente dell’instabilità che ha investito i sistemi politici occidentali. Molto probabilmente, come sostiene lo storico, Mosca utilizza davvero gli strumenti di cui dispone per incidere sulla politica occidentale. E Snyder non dimentica neppure le tensioni sociali emerse in Occidente dopo l’esplosione della crisi economica. Ma ritenere che i rischi per le democrazie occidentali giungano solo dall’insidiosa penetrazione di un nemico esterno appare piuttosto semplicistico. Anche perché, in questo modo, si finisce col replicare il medesimo limite della visione ‘vittimista’ della storia che Snyder attribuisce alla Russia di oggi.

Damiano Palano

sabato 29 settembre 2018

Raymond Aron, il Sessantotto parigino e la crisi contemporanea. "Democrazia e contenuti di vita" di Giulio De Ligio


 
di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Giulio De Ligio, Democrazia e contenuti di vita. Riflessioni di filosofia politica (Rubbettino, pp. 148, euro 16.00), è apparso su "Avvenire".

Nella settimana in cui la Francia venne travolta dalla febbre del «Maggio», Raymond Aron si trovava negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze. Nei mesi precedenti non aveva preso posizione sulle prime tappe della rivolta. Ma dopo il suo rientro a Parigi, il 23 maggio, la situazione indusse Aron a intervenire pubblicamente. Dinanzi all’estendersi della protesta dalle università alle fabbriche, e soprattutto di fronte alla latitanza delle istituzioni, cominciò infatti a temere seriamente l’avvento di una crisi di regime. Questo rischiò si allontanò dopo il discorso radiofonico con cui il 30 maggio De Gaulle invitò i francesi a mobilitarsi contro la «sovversione» e la minaccia totalitaria. Ma proprio da quel momento Aron incominciò a pubblicare una serie di interventi in cui cercava di portare alla luce le motivazioni di un’esplosione imprevista. Gli articoli apparsi su «Le Figaro», accompagnati da una lunga intervista con Alain Duhamel, furono repentinamente raccolti nella Rivoluzione introvabile, un libro che per molti aspetti era una sorta di prosecuzione dell’Oppio degli intellettuali, ma in cui vibrava una corda polemica inusuale per Aron. L’obiettivo che si proponeva era d’altronde soprattutto ridimensionare l’«evento». Più che dell’annuncio della «fine di una civiltà», si era trattato a suo avviso di un grande «psicodramma», le cui principali responsabilità erano da imputare agli intellettuali. «Per alcune settimane», scrisse, «l’opinione pubblica parigina, come fosse in preda a un delirio ideologico, è sembrata unanime nel culto di questa ‘ammirevole gioventù’ e di questa rivoluzione che non era tale». Le critiche dello studioso si indirizzavano d’altronde soprattutto all’amico Claude Lefort, il quale – insieme a Edgar Morin – aveva esaltato l’anti-autoritarismo della «Comune» parigina, dipingendola come una «breccia» capace di aprire il sentiero di una progressiva democratizzazione. Aron non poteva perdonargli la celebrazione di una battaglia contro l’autorità che rischiava a suo avviso di condurre a risultati disastrosi. Puntare all’abbattimento delle gerarchie senza avanzare alcun modello alternativo di società ai suoi occhi era solo l’espressione di un «nichilismo da esteti», se non addirittura la legittimazione dell’«irruzione di barbari inconsapevoli della loro barbarie».

Nel corso di mezzo secolo, la critica di Aron è spesso tornata ad aleggiare, anche perché nel dibattito politico e filosofico transalpino il «Maggio» non ha cessato di occupare una posizione centrale, sia per i detrattori, sia per quanti – come per esempio Alain Badiou – ne hanno fatto il perno di un vero sistema di pensiero. Che nel discorso svolto allora dall’intellettuale liberale si nascondessero intuizioni importanti è anche la convinzione di Giulio De Ligio, giovane studioso italiano allievo di Pierre Manent, che, nel suo Democrazia e contenuti di vita. Riflessioni di filosofia politica (Rubbettino, pp. 148, euro 16.00), torna a rileggere le pagine di Aron sul ’68 per interpretare la crisi del presente. Tutt’altro che circoscritte alla cronaca polemica di una rivolta effimera, le considerazioni sulla «rivoluzione introvabile» restituivano innanzitutto la complessità dell’approccio aroniano, capace di contemperare l’apporto delle scienze sociali e la lezione dei classici. Ma, per quanto formulata a caldo, la diagnosi dello studioso francese risulta oggi preziosa soprattutto nella misura in cui afferma la centralità della politica, nei confronti della quale invece i contestatori esibivano una sostanziale indifferenza. Quando Aron sottolineava l’importanza del «primato della politica», non richiamava infatti solo l’attenzione sul ruolo delle istituzioni. Esplicitava anche la convinzione secondo cui la forma dell’autorità politica definisce il modo di vivere di una comunità, il senso stesso del ‘comune’. La critica rivolta dai contestatori ai criteri e alle forme della vita comune rischiava invece di «privare la democrazia di ogni contenuto, di ogni cornice storica d’attuazione, di ogni motivo d’azione».

Ma la vecchia polemica di Aron – che De Ligio riesamina affiancandola alla riflessione sul ‘politico’ che Lefort e Cornelius Castoriadis iniziarono svolgere per molti versi dopo la cesura del «Maggio» - può essere anche una chiave per leggere il presente. Non certo perché sulla scena occidentale si profilino eredi di quella contestazione. Ma perché si può riconoscere un elemento di continuità fra l’indeterminazione politica innalzata sulle barricate parigine mezzo secolo fa e le democrazie liberali post-totalitarie, uscite vittoriose dalla fine della Guerra fredda. Il pensiero democratico contemporaneo, scrive infatti De Ligio seguendo la lezione di Manent, separa radicalmente le azioni, le comunità e le leggi «dai principi che dovrebbero determinarle». Il ‘contenuto’ dell’unità politica rimane ‘vuoto’. E in questo senso si riproduce dunque quell’atteggiamento che Aron imputava ai contestatori parigini: il disinteresse per la politica, per l’autorità e per l’educazione, come basi indispensabili in grado di dare una ‘forma’ alla convivenza comune. Per preservare la propria autonomia, la democrazia post-totalitaria tende infatti a escludere dalle sue regole principi e fini. Ma in questo modo, conclude De Ligio, «vieta a se stessa di approfondire la ricerca della cosa comune o della virtù totale che tiene la città davvero in movimento, aperta alla giustizia e alla verità».


Damiano Palano


lunedì 17 settembre 2018

L'arte della "contro-narrazione" nel movimento pacifista. Una ricerca di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia




di Damiano Palano

Probabilmente la bandiera della pace con i colori dell’arcobaleno comparve per la prima volta in Italia in occasione della prima marcia Perugia-Assisi, nel 1961. Nei successivi due decenni il movimento pacifista rimase comunque un soggetto del tutto marginale nel quadro della politica italiana, e quel vessillo rimase a lungo pressoché assente dalle piazze. Una cesura si registrò invece a partire dal 1981, quando, dopo la definitiva conclusione del «lungo Sessantotto», il tema della pace divenne improvvisamente centrale. La campagna di protesta contro l’installazione di missili cruise, culminata nel 1983, coagulò infatti un fronte trasversale, che non coinvolgeva più solo gruppi religiosi e militanti radicali. Ovviamente ognuna delle componenti forniva della «pace» declinazioni specifiche, che risentivano delle rispettive impostazioni ideologiche e culturali. Ma per molti versi quella mobilitazione palesava la comune richiesta di oltrepassare la logica della Guerra fredda e della divisione in blocchi. Negli ultimi vent’anni, il movimento pacifista italiano è invece stato una presenza ben più costante rispetto al passato. Ma lo scenario con cui si è dovuto confrontare è stato molto diverso da quello che, al principio degli anni Ottanta, vide esplodere la mobilitazione contro le installazioni missilistiche. E il libro di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), cerca di ricostruire le traiettorie (soprattutto comunicative) del mutamento.

Anche se spesso ai movimenti pacifisti viene rimproverata la scarsa capacità di incidere sulle logiche della Realpolitik, i due studiosi mostrano innanzitutto che le cose sono più complesse. E, soprattutto, che oggi l’efficacia dell’azione pacifista non si misura solo sulla capacità di organizzare grandi manifestazioni di piazza. Nel contesto post-bipolare, la risorsa della ‘narrazione strategica’ è diventata infatti uno strumento cruciale per gli Stati occidentali. In sostanza, gli attori politici hanno la necessità di elaborare strategie comunicative per convincere i propri cittadini a sostenere l’invio di truppe all’estero o l’acquisto di programmi d’armamento. Spiegare le esigenze strategiche al pubblico non è sempre semplice. E per questo la narrazione strategica – una storia che ‘racconta’ le tensioni della politica internazionale in modo persuasivo (oltre che in modo semplificato) – diventa tanto importante. Ma per gli stessi motivi è cruciale per i movimenti pacifisti sviluppare una ‘contro-narrazione’, potenzialmente in grado di convincere il pubblico raccontando una ‘storia alternativa’. E il libro mostra come, proprio sotto questo profilo, i pacifisti siano tutt’altro che assenti, anche se negli ultimi anni le manifestazioni oceaniche sono diventate un ricordo. La loro strategia si è invece in parte modificata. La trasformazione emerge soprattutto osservando le principali ‘contro-narrazioni’ adottate dal movimento pacifista italiano dopo l’11 settembre 2001. Il frame più utilizzato – e cioè il principale schema interpretativo della realtà, in grado di ‘incorniciare’ una notizia e dunque di consentire al pubblico di interpretarla (anche senza disporre di un bagaglio conoscitivo particolarmente elaborato) – rimane quello che si richiama direttamente al valore della pace. Altri chiamano in causa invece l’importanza dell’unilateralismo, i costi e la limitata efficacia dei programmi di sicurezza o le contraddizioni nella narrazione dominante. E nel corso del tempo le strategie sono state ben diverse. La dimensione simbolica del pacifismo ebbe per esempio un ruolo centrale nella mobilitazione contro la guerra in Iraq del 2003. Ma il tema della pace è diventato sempre più importante anche nelle narrazioni utilizzate per legittimare le operazioni militari, e inoltre la complessità delle questioni – come nel caso dell’intervento in Libia del 2011 – ha reso spesso difficile conservare l’unità del movimento. Nella campagna contro l’acquisizione dei caccia F-35 la contro-narrazione non ha dunque puntato principalmente sul frame simbolico. Ha piuttosto messo in evidenza i costi elevati del programma, ne ha contestato l’efficacia e ha sottolineato la mancanza di una reale visione strategica. Proprio alla luce di questa campagna, Catanzaro e Coticchia ritengono che il movimento pacifista stia modificando le proprie strategie comunicative. Alla tradizionale mobilitazione centrata sulla dimensione simbolica (che comunque non può essere abbandonata), tenderebbero cioè ad affiancarsi una nuova capacità di analisi e il tentativo di esercitare una diretta azione di lobbying sui decisori politici. E proprio per questo, sostengono i due ricercatori, l’arcipelago pacifista sembra procedere «al di là dell’arcobaleno».


Damiano Palano

Questa recensione al volume di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), è apparsa su "Avvenire" del 15 settembre 2018. 


martedì 11 settembre 2018

La democrazia creativa di John Dewey. Un libro curato da Giovanni Dessì



Di Damiano Palano

Questa recensione a J. Dewey, Democrazia creativa (Castelvecchi) è apparsa su "Avvenire" del 10 luglio 2018).

Nell’ottobre del 1939 John Dewey fu invitato da alcuni intellettuali a un ricevimento in cui si sarebbe celebrato il suo ottantesimo compleanno. Il filosofo non poté accettare l’invito, ma inviò un breve testo, intitolato Democrazia creativa, che ora viene ripubblicato dall’editore Castelvecchi, accompagnato da un ricco saggio introduttivo di Giovanni Dessì (pp. 59, euro 9.00). Il tema affrontato in quel discorso non era certo nuovo per Dewey, che anzi se ne era occupato a più riprese. Ma il momento storico rendeva la questione più che mai cruciale. In Europa era infatti già cominciata la Seconda guerra mondiale e i regimi autoritari sembravano essere ormai quasi padroni dell’intero Vecchio continente. Nel testo del 1939 Dewey non si limitava però a difendere la causa della democrazia contro i suoi avversari. Esponendo una concezione che aveva avuto modo di affinare nel corso dei decenni, sottolineava soprattutto la necessità di non considerarla solo come un insieme di procedure istituzionali.
Molti anni prima, nel 1888, il filosofo – allora ventinovenne – aveva dedicato uno dei suoi primi lavori a una polemica contro chi vedeva nella democrazia un regime che favoriva l’irrazionalità delle folle e la corruzione dei partiti. «Dire che la democrazia è solo una forma di governo», scriveva già allora, «è come dire che una casa è un insieme più o meno geometrico di mattoni». La comunità era cioè il contesto in cui l’individuo poteva perseguire il proprio pieno sviluppo, e la democrazia coincideva con l’assetto che poteva consentire a ognuno la completa realizzazione. In seguito Dewey avrebbe definito ulteriormente la propria visione dell’esperienza e del ruolo dell’educazione, ma non modificò sostanzialmente la propria idea della democrazia.
Anche per questo, diversi anni dopo si trovò in contrasto con Walter Lippmann, con cui aveva contribuito alla nascita della rivista «The New Republic». Entrambi avevano sostenuto la causa dell’intervento americano nella Prima guerra mondiale. Ma proprio la guerra aveva portato alla luce alcuni meccanismi psicologici che dovevano invitare a ripensare la visione classica della democrazia. Nel 1922 Lippmann pubblicò così Public Opinion, un’analisi che prendeva le mosse dalle esperienze di manipolazione dell’opinione pubblica sperimentate durante il conflitto. I cittadini delle società democratiche – argomentava – Lippmann avevano solo una conoscenza imprecisa e semplificata (quando non distorta) della realtà. A costruire queste immagini stereotipate era in gran parte la stampa. Ma il punto era che le immagini indirizzavano le valutazioni e le scelte degli elettori, benché non avessero nulla (o ben poco) a che vedere con la realtà. E le decisioni dell’opinione pubblica erano dunque sempre superficiali o del tutto irrazionali.
Dewey fu senz’altro colpito dall’impietosa descrizione di Public Opinion. Ma, pur concordando con un quadro così fosco, non condivise le conclusioni di Lippmann, che proponeva che un gruppo di esperti vagliasse le notizie da offrire ai decisori. Per Dewey, il cuore della democrazia era infatti l’educazione dell’opinione pubblica (e non solo degli amministratori). Una democrazia non poteva cioè essere davvero considerata tale se non consentiva a ciascun cittadino di realizzare le proprie potenzialità. Nel testo del 1939 riprendeva proprio questa stessa concezione. «La democrazia», scriveva, «è un modo ‘personale’ di vita individuale», ossia «il possesso e l’uso continuo di certe attitudini che formano il carattere personale e determinano desideri e obiettivi in tutte le relazioni della vita». E per questo, continuava, «gli attuali nemici della democrazia possono essere affrontati con successo soltanto attraverso la creazione di attitudini personali nei singoli esseri umani».
A molti anni di distanza, in tempi di post-verità e fake news, il ritratto di un’opinione pubblica superficiale, irrazionale e inaffidabile, dipinto dal cinico realismo di Lippmann, ci risulta probabilmente piuttosto familiare. Le pagine di Dewey possono invece sembrarci fin troppo ottimiste e la sua concezione ‘partecipativa’ della democrazia può addirittura apparirci ingenua. Ciò nonostante, l’invito di Dewey a diffidare dell’«elitismo democratico» rimane ancora prezioso. Quantomeno per non correre il rischio di ridurre la democrazia a un insieme di procedure. E, soprattutto, per evitare di convincerci che la democrazia coincida con quel regime politico in cui al popolo spetta soltanto decidere i propri governanti mediante il ricorso a elezioni competitive.


Damiano Palano

domenica 2 settembre 2018

"Il segreto del potere. Alla ricerca di un'ontologia del 'politico'" - L'ultimo libro di Damiano Palano, da settembre 2018 nelle migliori librerie!




Da settembre in libreria!

Damiano Palano

Il segreto del potere
Alla ricerca di un'ontologia del "politico"
Rubbettino (pp. 297 , euro 19.00)


Il realismo politico ha sempre coltivato l'ambizione di penetrare il segreto più oscuro del potere. La realtà cui allude spesso polemicamente il realismo politico è infatti la cruda realtà del potere e del conflitto: una realtà che soggiace a implacabili «regolarità» e che scaturisce dai caratteri immutabili della «natura umana». Questo volume cerca però di mostrare come ogni progetto che si ispira al realismo politico si trovi lacerato da un paradosso strutturale. Da un lato, il realismo ambisce infatti a far discendere la propria comprensione delle «regolarità» della politica da una conoscenza 'realistica' della «natura umana», intesa come paradigma invariante. Dall'altro, è invece consapevole della pervasività del «politico»: si trova perciò a sospettare che tutti i concetti politici siano concetti polemici e che le logiche del potere plasmino anche il modo di concepire la «natura umana». Ma il mancato riconoscimento della tensione fra natura e cultura rischia di occultare ciò che davvero contrassegna il «politico». E solo assumendo come punto di partenza il paradosso in cui si trova costretto il realismo, diventa invece possibile tornare a interrogarsi sull'ontologia del «politico» e sui i più remoti «segreti del potere». 



Per acquisti on line:





I giorni del risentimento. Pankaj Mishra e le promesse non mantenute del progresso

di Damiano Palano


Il successo delle formazioni ‘populiste’ che accomuna ormai molte democrazie (non solo occidentali) ha acceso un dibattito piuttosto affollato tra gli scienziati sociali. Nel tentativo di spiegare perché una fetta rilevante dell’elettorato tenda a spostarsi su posizioni radicali, alcuni studiosi si sono concentrati sulle conseguenze economiche della globalizzazione, sull’aumento delle diseguaglianze sociali e sulla crisi del ceto medio. Altri hanno insistito invece sulle determinanti socio-psicologiche e culturali, ossia sulle modalità con cui i processi di globalizzazione sono percepiti. In questo senso, Ronald Inglehart e Pippa Norris hanno per esempio sostenuto che l’avanzata contemporanea dei populismi andrebbe spiegata come l’effetto di una sorta una reazione culturale all’avanzata del «cosmopolitismo libertario» di cui si fanno portatrici le élite globalizzate. E dunque il sostegno a formazioni «populiste» (connotate da posizioni anti-establishment, autoritarie e nativiste) sarebbe da ricondurre non a motivazioni economico-sociali, bensì alla reazione nostalgica contro i valori «post-materialistici».

In questa discussione, destinata senza dubbio a proseguire nei prossimi anni, si inserisce per molti versi anche il libro di Pankaj Mishra, L’età della rabbia. Una storia del presente (Mondadori, pp. 348, euro 25.00), che, con un’originale prospettiva, si spinge a ricercare le radici delle turbolenze contemporanee nelle promesse non mantenute del progresso. La «storia del presente» annunciata dal sottotitolo non si limita peraltro a spiegare l’ascesa dei populismi in Occidente, ma ha ben presente anche le fortune recenti del fondamentalismo indù, o l’attrazione esercitata in Medio Oriente e in Europa dai proclami dell’Isis. Mishra comunque guarda soprattutto indietro, alla ricerca di una connessione tra le odierne declinazioni dell’estremismo e quelle degli ultimi due secoli. Ma la spiegazione che propone non considera fattori puramente ‘materiali’, come per esempio la dimensione della diseguaglianza. Per indagare l’essere umano, le sue paure e i suoi rancori, Mishra preferisce infatti setacciare la storia culturale alla ricerca di quelle tracce che possono svelare le radici più profonde dell’«età della rabbia». La tesi dello studioso indiano è d’altronde che le vecchie e nuove forme di estremismo, non di rado violento, siano sempre la conseguenza di una frustrazione covata a lungo. L’avventura dell’occupazione di Fiume – da cui prende le mosse la riflessione – diventa per questo una sorta di paradigma in cui riconoscere i tratti anche della «rabbia» contemporanea. D’Annunzio divenne infatti una sorta di profeta «per i furiosi disadattati europei che si consideravano ormai del tutto superflui in una società in cui la crescita economica arricchiva soltanto una minoranza». E la chiave della spiegazione proposta dallo studioso indiano sta proprio nel «risentimento», ossia nella reazione emotiva che si produce ogni volta che la moderna promessa di uguaglianza si scontra con la realtà dell’esclusione, con le differenze di potere, di istruzione, di ricchezza.

La categoria del «risentimento» rimanda naturalmente a Nietzsche, che, dopo aver letto Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij, ne fece il perno di un’interpretazione personale. Ma il primo teorico del risentimento, secondo Mishra, fu Jean Jacques Rousseau, lo «zotico geniale» che, in un pomeriggio dell’ottobre 1749, inaugurò «la rivolta tipicamente moderna contro la modernità». Se la «rivoluzione morale» di Voltaire prometteva la costruzione del paradiso in terra grazie all’aumento della ricchezza e della raffinatezza intellettuale, Rousseau sostenne invece che il progresso delle scienze e delle arti stava conducendo a nuove forme di schiavismo. E in questo modo, come déclassé, Rousseau descrisse la modernizzazione negli stessi termini in cui la vivevano milioni di persone, e in modo diametralmente opposto a come invece la consideravano le élite intellettuali dei circoli illuministi. In questo senso fu il primo interprete di quel risentimento che nasce dal tradimento delle promesse di uguaglianza e ricchezza del progresso. E quello stesso meccanismo si ripete secondo Mishra anche oggi, nei ceti medi occidentali minacciati dalla globalizzazione e nella popolazione alfabetizzata e urbanizzata che, fuori dall’Occidente, si trova esclusa dai benefici della crescita. Per questo, anche se il discorso dell’intellettuale indiano qualche volta tende a semplificare i fenomeni, non possiamo escludere che la sua tesi non colga davvero un nodo importante del «malessere» contemporaneo. E che il «risentimento» non sia dunque la categoria adeguata a fissare la condizione emotiva di un’epoca segnata dalla disillusione di massa e dai disorientamenti provocati dall’economia globale.


Damiano Palano

lunedì 27 agosto 2018

Indifferenza e libertà. Alessio Musio: un’etica delle relazioni contro la «cultura dello scarto»



di Damiano Palano

«Io sono soltanto realista nel senso più alto, cioè raffiguro tutte le profondità dell’anima umana», scrisse una volta Dostoevskij ribattendo a quei critici che lo definivano come uno psicologo. Il suo obiettivo era cioè cogliere «l’uomo nell’uomo» e – come notava George Steiner – riconoscere la complessità della realtà umana. Tanto che i personaggi che popolano le sue pagine – così diversi da quelli dei romanzi di Tolstoj – sembrano sempre contraddittori, sopraffatti da un’ambivalenza insolubile, costantemente in bilico tra vette di nobiltà e abissi di corruzione. E proprio sulle orme dell’autore dei Fratelli Karamazov, accettando cioè la sfida di riconoscere la complessità della realtà umana, Alessio Musio, nel suo libro Chiaroscuri. Figure dell’ethos (Vita e Pensiero, pp. 183, euro 18.00), riflette sulle ambiguità che contrassegnano i vissuti dell’esperienza. Le figure dell’ethos – con cui gli esseri umani cercano di esprimere concretamente le forme di una vita moralmente buona – sono infatti sempre anche figure della libertà, dell’individuo verso se stesso, ma anche dell’individuo nei confronti degli altri. E per questo esibiscono ogni volta un’ampia gamma di chiaroscuri, di ambiguità, di ambivalenze. Il compito dell’indagine filosofico-morale di Musio è dunque diradare quei ‘chiaroscuri’, conservando la classica domanda su cosa sia bene fare, ma, al tempo stesso, senza cancellare le ambivalenze, senza cioè disconoscere quelle «profondità dell’anima umana» che le pagine di Dostoevskij restituiscono.

Esaminando alcune cruciali figure dell’ethos – come la scelta, la decisione, la ripetizione, il segreto – Musio si concentra su una serie di casi ‘estremi’, ben consapevole del rischio che ciò comporta, ma nella convinzione che proprio del ‘caso estremo’ sia necessario tenere conto per evitare idealizzazioni. Forse non casualmente il viaggio attraverso i ‘chiaroscuri’ – e attraverso le analisi di Aristotele, Kierkegaard, Sartre, Arendt e Jankélévitch – si conclude però sull’indifferenza, un’esperienza tutt’altro che ‘estrema’, e che anzi proprio per la sua travolgente ‘banalità’ rappresenta per molti versi la più enigmatica delle figure dell’ethos. L’indifferenza risulta innanzitutto stretta in un forte legame con la crudeltà. Quando lo spettacolo delle esecuzioni pubbliche viene sottratto allo sguardo pubblico, diventa infatti qualcosa di ‘saputo’ ma non ‘visto’, ossia qualcosa di cui si è a conoscenza ma di cui si può diventare indifferenti. Distogliere lo sguardo dallo spettacolo della crudeltà non significa così né eliminare il male e neppure ignorarne l’esistenza, bensì semplicemente esserne ‘indifferenti’. Ma l’indifferenza – osserva Musio – è soprattutto l’altra faccia della libertà individuale. Rendere la libertà l’unico bene in gioco nelle relazioni equivale a diventare indifferenti alle relazioni in quanto tali, ridotte semplicemente a occasioni di affermazione della libertà. E dunque la celebrazione della libertà, la sua collocazione al vertice di ogni gerarchia dei beni, innesca una doppia indifferenza: nei confronti degli altri beni e nei confronti delle persone con cui si entra in relazione. L’indifferenza, scriveva Sartre, è «una cecità nei riguardi dell’altro», o meglio – suggerisce Musio – una relazione in cui l’altro si riduce alle sue qualità. Relazioni con individui concepiti solo come il ‘punto di appoggio’ di determinate qualità non possono però che essere relazioni narcisistiche, nelle quali ciascuno rimane in fondo – dall’inizio alla fine – solo con se stesso. Se le qualità presuppongono la persona, osserva invece Musio, non sono in grado fondarla. E pur riconoscendo che le qualità rimangono per molti versi il punto di avvio di un legame, è allora necessario procedere oltre. Senza arrestarsi alle qualità e alle funzioni dell’altro, un’etica delle relazioni deve dunque essere «capace di rispettare l’unicità dei soggetti che le compongono».

Damiano Palano

giovedì 12 luglio 2018

L’ascesa delle democrazie illiberali. "Popolo vs Democrazia" di Yascha Mounk

 Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli, pp. 335, euro 18.00), è apparsa su "Avvenire" il 10 dicembre 2018.

 Nel giugno 1953, i vertici della nascente Repubblica Democratica Tedesca annunciarono il taglio dei salari degli operai edili. Nei mesi precedenti erano già state innalzate le quote di lavoro, e la nuova decisione il 17 giugno innescò così una sollevazione spontanea. Da Berlino Est la rivolta dilagò nel resto del paese, ma fu subito stroncata con il pugno di ferro, anche grazie al sostegno delle truppe sovietiche. Il segretario dell’Unione degli Scrittori fece allora distribuire volantini che criticavano severamente l’insurrezione. «La classe operaia», si leggeva, «ha tradito la fiducia che il Partito aveva in esso risposto». E per riconquistarla avrebbe dovuto aumentare ulteriormente i ritmi di lavoro. Bertolt Brecht, che dopo il suo lungo esilio si trovava ormai stabilmente nella Germania Orientale, si rivolse invece alla Sed, il partito alla guida del regime, avvertendo che in quel modo lo Stato socialista sarebbe durato ben poco. Nella poesia La soluzione fissò in versi lapidari la propria critica all’atteggiamento di quello stesso partito che in teoria doveva rappresentare le istanze della classe operaia, ma che era diventato il severo censore dei lavoratori. E scrisse allora: «Non sarebbe / più semplice, allora, che il governo / sciogliesse il popolo e / ne eleggesse un altro?».

Le reazioni all’ondata populista che sta investendo le democrazie occidentali spesso finiscono col richiamare alla mente l’epigramma di Brecht. Gli allarmi per i successi ottenuti da forze che utilizzano parole d’ordine demagogiche e che innalzano la bandiera della «sovranità nazionale» rischiano infatti, in molti casi, di suonare come una critica al «popolo»: proprio a quel popolo cui nei regimi democratici dovrebbe essere assegnato lo scettro del potere, ma che, quando premia i leader populisti, si mostra inadeguato, ignorante, incapace di scelte responsabili. Tanto che i critici più severi del populismo sembrano talvolta pretendere addirittura che il ‘popolo’ venga sciolto e ne venga eletto un altro. O quantomeno che le decisioni più importanti vengano sottratte al voto degli elettori e affidate a organi tecnici, impermeabili ai mutevoli umori dell’elettorato. In questo modo, non ci si interroga però sui motivi più profondi che stanno spingendo molti elettori occidentali verso posizioni che solo alcuni anni fa non avrebbero neppure preso in considerazione. Un invito a prendere sul serio una simile domanda proviene invece dal libro di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli, pp. 335, euro 18.00), che – pur con molti limiti e parecchie semplificazioni (tra cui quelle relative alle vicende italiane dell’ultimo quarto di secolo) – ha il merito di affrontare con uno sguardo complessivo ciò che sta avvenendo.
In pressoché tutti i sistemi politici occidentali, come mostra Mounk, i voti ai partiti «populisti» (di destra e di sinistra) sono raddoppiati, mentre le forze tradizionali si sono fortemente indebolite e in alcuni casi sono addirittura scomparse. Secondo il politologo tedesco, docente ad Harvard, questi segnali mettono in luce il «deconsolidamento» della democrazia. Di solito, nel linguaggio politologico, si dice che una democrazia è «consolidata» quando tutte le forze politiche, sociali ed economiche ritengono pienamente legittime le regole democratiche, e quando dunque non vi sono all’orizzonte segnali rilevanti di crisi potenziale. Inoltre, una convinzione a lungo nutrita dagli scienziati politici era che per i paesi ricchi, una volta raggiunto il «consolidamento», fosse quasi impossibile tornare indietro. Oggi, almeno agli occhi di Mounk, questa tesi deve essere invece messa seriamente in discussione.
Ci sono in effetti molti segnali che la democrazia si sta deconsolidando. La sfiducia, l’ostilità e persino il disprezzo nei confronti della classe politica sono cresciuti notevolmente. La stessa valutazione della democrazia, come forma di regime, è oggi molto più negativa di quanto fosse vent’anni fa (soprattutto tra le nuove generazioni). In generale, i cittadini risultano essere sempre più favorevoli, o comunque aperti, a soluzioni autoritarie. E diversi paesi – tra cui Polonia e Ungheria – sembrano già avere imboccato la strada di una «democrazia illiberale». La causa non sta però semplicemente negli effetti della crisi economica globale iniziata dieci anni fa. Piuttosto, Mounk indica un cocktail di tre fattori principali. In primo luogo, l’avvento di Internet, che ha consentito agli outsider politici di sfidare i partiti tradizionali utilizzando le nuove potenzialità. In secondo luogo, la stagnazione degli standard di vita della popolazione, che indebolisce la fiducia in un miglioramento futuro e lo stesso sostegno alla democrazia. Infine, il mutamento demografico delle società occidentali, che ha modificato la base ‘monoetnica’ di quasi tutte le democrazie (compresa quella degli Stati Uniti) e che alimenta reazioni da quanti si sentono minacciati dai nuovi arrivati. Nel corso degli ultimi tre decenni, si è consumato però anche un divorzio tra democrazia e liberalismo, nel senso che molte decisioni sono state di fatto trasferite a organismi non elettivi. Ha così preso forma un «sistema di diritti senza democrazia», mentre l’ascesa dei populisti sembra prefigurare l’avvento di una democrazia senza diritti (o, quantomeno, con diritti solo per un gruppo ristretto). 
Le soluzioni che Mounk indica – la riduzione delle diseguaglianze, il ripensamento dell’appartenenza nello Stato-nazione, il controllo delle informazioni che corrono sul web – sono naturalmente solo i titoli di un programma tutto da scrivere e lasciano il tempo che trovano. Ma il quadro che emerge è comunque efficace. E senza cedere al pessimismo, dal momento che non è possibile eleggere un nuovo popolo, è necessario prenderne atto.

Damiano Palano

sabato 7 luglio 2018

Se il populismo diventa un «Sarchiapone». Rileggere il pamphlet "Populismo e Stato sociale" del presidente dell'Inps Tito Boeri


In questi giorni hanno sollevato molte polemiche le dichiarazioni del presidente dell'Inps Tito Boeri, secondo cui la riduzione dell'afflusso di immigrati avrebbe esiti disastrosi per l'equilibrio del sistema pensionistico italiano. Non si tratta di una tesi nuova, perché Boeri l'aveva già enunciata un anno fa, nel suo pamhplet "Populismo e Stato sociale". Ma proprio alla luce delle discussioni di oggi può essere utile rileggere l'interpretazione che allora Boeri proponeva, quando individuava una stretta connessione tra l'emergere del populismo e le tensioni dello Stato sociale. 
"Maesltrom" ripropone per questo la recensione apparsa un anno fa, all'uscita del volumetto.


di Damiano Palano

Sperimentato a lungo in teatro e poi divenuto celebre nella versione televisiva, lo sketch del Sarchiapone rimane ancora oggi uno dei pezzi più famosi di Walter Chiari. L’idea nacque probabilmente da un frammento di discorso raccolto su una spiaggia di Napoli, ma il comico milanese arricchì per anni la scenetta, dilatandone in modo smisurato la lunghezza, grazie anche alla solida spalla offerta da Carlo Campanini. Come molti ricordano, lo sketch era ambientato in un affollato scompartimento ferroviario, in cui a un certo punto uno dei viaggiatori (proprio Campanini), frugando nel bagaglio collocato sulla reticella, fingeva di essere morso da qualcosa che si trovava dentro il bagaglio. Per chiarire l’incidente, Campanini spiegava di avere chiuso nella cesta un raro esemplare di «Sarchiapone americano». Senza avere il coraggio di ammettere la propria ignoranza, Walter Chiari ostentava di fronte agli altri viaggiatori di conoscere perfettamente cosa di celasse dietro quel nome misterioso, e così tentava di indovinare, con una serie di affermazioni puntualmente smentite da Campanini, almeno qualche caratteristica dell’enigmatico animale. A ogni scambio di quella surreale discussione, emergeva un nuovo dettaglio del «Sarchiapone americano», e diventava chiaro soprattutto che si trattava di un animale estremamente aggressivo e pericoloso. Tanto che gli altri viaggiatori, biasimando l’incauto proprietario che trasportava nel bagaglio un carico così minaccioso, finivano con l’abbandonare in tutta fretta lo scompartimento. Solo allora a Chiari era offerto di poter vedere, anche solo per un attimo, un animale tanto sinistro. Ma proprio allora Campanini svelava l’arcano al buon Walter e agli spettatori: il «Sarchiapone americano» ovviamente non esisteva, ma era solo un mostruoso animale immaginario, evocato per sgomberare uno scompartimento un po’ troppo affollato e viaggiare tranquillamente.


Nella discussione degli ultimi anni il «populismo» sembra molto spesso diventare una sorta di «Sarchiapone americano», perché politici, commentatori e studiosi spesso attribuiscono a leader e movimenti populisti le più atroci perversioni politiche, le ideologie più abiette e gli obiettivi più sconvolgenti. Talvolta però, esaminando a fondo le caratteristiche che dovrebbero contrassegnare l’«essenza» del populismo, si scopre che si tratta di tratti molto comuni, tanto comuni da essere condivisi da pressoché ogni forza politica (o quantomeno da qualsiasi forza che ottenga un minimo grado di successo). In altri casi, prendendo sul serio quelle raffigurazioni così inquietanti del modello paradigmatico di populismo, si scopre che in realtà i diversi esempi risultano distanti (talvolta in modo significativo) da quel modello. E che dunque – come mezzo secolo fa osservò Isaiah Berlin – il principe azzurro è destinato a non trovare mai la Cenerentola capace di calzare perfettamente la scarpetta del ‘vero’ populismo (ma per un approfondimento su questa discussione, rinvio alla sintesi proposta in D. Palano, Populismo, Editrice Bibliografica, Milano, 2017).

A rendere ancora più problematica questa ricerca è il fatto che, da almeno una ventina d’anni, il termine «populismo» è entrato nel lessico europeo in un’accezione fortemente spregiativa. Nel linguaggio giornalistico e nella discussione politica, il termine è diventato infatti una sorta di sinonimo di «demagogico», «irresponsabile», ma anche di «nazionalista», «anti-democratico», «razzista» (e forse un modo meno impegnativo per qualificare una forza politica o un leader come «fascista»). Tutto questo rende probabilmente una missione impossibile sottrarre il termine al suo utilizzo quotidiano e ‘depurarlo’ dalle sue incrostazioni polemiche. Ciò nonostante la parola «populismo» non cessa di essere utilizzata anche da studiosi autorevoli, i quali di fatto la adoperano nella stessa accezione adottata nella contesa politica, ma che cercano anche di colorare il volto di questo enigmatico fenomeno con tinte invariabilmente sinistre. Un’illustrazione di questa tendenza – ma se ne potrebbero fare davvero centinaia – giunge per esempio dalla voce autorevole di Sergio Fabbrini, che in un editoriale apparso sul «Sole 24 Ore» ha descritto il riaffacciarsi del populismo italiano come una conseguenza della bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Per Fabbrini la bocciatura della riforma da parte degli elettori sancisce infatti l’interruzione della «spinta alle riforme finalizzata ad avvicinare l’Italia agli standard istituzionali e di politiche pubbliche europee», oltre che la frantumazione della «coalizione della modernizzazione che aveva aggregato settori della sinistra e della destra, del mondo delle imprese e del lavoro, delle conoscenze e delle professioni, in una prospettiva di europeizzazione dell’Italia». Ma il punto più significativo del discorso di Fabbrini consiste nella descrizione dei tratti della «visione populista», che lo snodo del 4 dicembre avrebbe fatto riemergere. Si tratta infatti, a suo avviso, di una visione che «considera l’Italia come un Paese a sé stante, auto-referenziale, dominato dall’unicità della propria vicenda storica». In questa visione, «non solamente l’Italia è diversa dagli altri Paesi, ma la sua struttura la rende impermeabile ai modelli istituzionali o alle pratiche di governo che connotano le moderne democrazie», anche se, in realtà «si tratta di una visione utilizzata per giustificare l’Italia socialmente corporativa, culturalmente populista, economicamente protetta», perché «è l’Italia che usa il linguaggio dei diritti a fini di conservazione, è l’Italia degli scioperi del micro-sindacalismo populista […] o delle sentenze dei tribunali amministrativi che bocciano la scelta di direttori di musei nazionali ‘perché stranieri’» (S. Fabbrini, L’Italia non si rassegni al populismo e all’elitismo, in «Il Sole 24 Ore», 18 giugno 2017, p. 16).

Nella descrizione di Fabbrini il mostro populista diventa tanto vorace da inghiottire non solo più o meno tutte quelle ‘anomalie’ che – a torto o a ragione – di solito sono state dipinte come specifiche del ‘caso italiano’, ma anche l’intera tradizione storicista italiana, ossia quella tradizione culturale – del tutto trasversale alle divisioni tra destra e sinistra, e che congiunge per esempio Mazzini, Croce e Gramsci – per cui l’Italia ha alcune proprie specificità storiche, che la rendono diversa dalla Francia e dal Regno Unito. Naturalmente sarebbe ingeneroso giudicare con il metro del rigore analitico un discorso evidentemente politico come quello di Fabbrini, ma il punto è che, indossando le lenti della polemica politica, si può correre il rischio di non vedere ciò che avviene nella società e di inveire dunque contro la realtà per il semplice motivo che quest’ultima non aderisce al proprio modello normativo.



In un simile rischio incorre anche il recente volumetto di Tito Boeri, Populismo e Stato sociale (Laterza, pp. 48, euro 9.00), che riproduce in realtà il testo della Lectio magistralis tenuta dal Presidente dell’Inps nel marzo 2017 alla Biennale Democrazia. Prima di essere chiamato a ricoprire il suo attuale incarico, Boeri è stato per anni Senior Economist all’Ocse, consulente della Banca Mondiale e della Commissione europea, oltre che docente di Economia del Lavoro all’Università Bocconi. Più ancora che la sua prestigiosa carriera, i suoi lavori dimostrano sempre un grande rigore, e suoi interventi pubblici denotano una serietà e un’attenzione ai problemi reali della società italiana che non sempre è facile ritrovare tra gli economisti.  Non è peraltro escluso che proprio queste pregi – non disgiunti da un’intelligenza brillante e da un’indubbia capacità comunicativa – possano presto aprire una carriera politica a Boeri, il cui profilo potrebbe effettivamente colmare un vuoto di leader e proposte difficile da negare. Tutti queste doti non emergono però dal volumetto su Populismo e Stato sociale, in cui il discorso di Boeri finisce con lo schiacciare tutti i motivi di crisi, di critica e di disaffezione dentro la sagoma di un populismo evidentemente immaginario. E anche se si può concedere a Boeri l’attenuante della licenza retorica talvolta richiesta dalle occasioni pubbliche, il rischio cui il suo testo contribuisce è invece di inquinare il dibattito, di rendere la discussione sempre più confusa e di intersecare piani di confronto molto diversi.

La premessa da cui procede l’economista milanese è esplicitata chiaramente fin dalla prima pagina. In una sorta di rivisitazione europeista del mussoliniano «Chi si ferma è perduto», Boeri sposa la vecchia frase di Jacques Delors, secondo cui l’integrazione europea sarebbe come una corsa in bicicletta, nella quale «o pedali e vai avanti oppure ti fermi e quindi cadi». Ma in questa pedalata i leader europei devono affrontare un’impervia salita. E il pericolo che minaccia di far cadere l’Ue, sostiene Boeri, ha un nome ben preciso: «Si chiama populismo, la possibile affermazione di partiti che offrono un messaggio semplice quanto pericoloso: interrompere il processo di integrazione europea e chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea» (p. X). La connessione stretta tra populismo e chiusura delle frontiere agli stranieri è decisiva nel discorso di Boeri, anche per lo specifico discorso che intende svolgere sui sistemi di protezione sociale, ma anche perché la sua difesa dell’Ue punta soprattutto sull’idea che proprio il principio di circolazione delle persone offra una via di salvezza ai giovani italiani, che in questo modo possono senza troppe difficoltà emigrare all’estero per cercare quel lavoro che non trovano nel loro Paese. Dal punto di vista retorico, questo tipo di argomentazione non è probabilmente così efficace, ma l’analisi di Boeri è comunque più strutturata, perché intende portare alla luce quali sono le radici dell’insorgenza populista, prima di proporre un rimedio.

Innanzitutto l’economista si propone di delimitare il fenomeno. Per questo attinge alla definizione del politologo olandese Cas Mudde, per il quale il populismo è un’ideologia «leggera», ossia un’ideologia che «considera la società come composta da due gruppi omogenei, da due blocchi monolitici, tra di loro contrapposti: da una parte il popolo, dall’altra l’élite corrotta (declinata al singolare)» (p. 5). Il nemico del populismo è dunque «tutto ciò che sta nel mezzo», «i cosiddetti corpi intermedi: dall’associazionismo ai partiti, dalle rappresentanze di interessi (a partire dai sindacati alle istituzioni di garanzia, dalle autorità indipendenti di controllo ai dirigenti indipendenti di amministrazioni pubbliche» (pp. 5-6). In sostanza, dunque: «La democrazia dei populisti è la democrazia diretta che assegna un potere assoluto alla maggioranza, trasformandosi paradossalmente nella dittatura della maggioranza paventata da Alexis de Tocqueville in La democrazia in America» (p. 6). In questa definizione, a ben guardare, Boeri non si limita a riprendere la generica definizione di Mudde (una definizione, come ha per esempio osservato Marco Tarchi, tutt’altro che priva di aspetti problematici), ma introduce una forzatura, che non riguarda tanto l’utilizzo un po’ disinvolto di Tocqueville, quanto un’operazione di ridefinizione dei «corpi intermedi». Senza dubbio la tradizione democratica ‘populista’ – che Jacob Talmon in un celebre lavoro definì «democrazia totalitaria», rintracciandone le origini nell’esperienza rivoluzionaria giacobina – può vedere nei «corpi intermedi» un ostacolo, ma il punto è che la posizione ‘intermedia’ di questi ultimi dipende dal fatto che si collocano tra lo Stato e l’individuo, ossia tra l’enorme apparato burocratico dei pubblici poteri e una società intesa in termini atomistici. Il fatto che Boeri collochi i «corpi intermedi» tra popolo ed élite non è naturalmente una ‘svista’, che distorce il senso della tradizionale valorizzazione ‘anti-statalista’ e ‘anti-burocratica’ dei «corpi intermedi», ma è un’operazione teorica e retorica che ha un obiettivo politico ben preciso, ossia qualificare le articolazioni dello Stato come espressione dei «corpi intermedi», e dunque come espressione di una società ‘virtuosa’, capace di correggere i vizi del populismo. E non è infatti certo casuale che Boeri, nelle pagine conclusive, affidi il compito di contrastare il populismo proprio a «quei corpi intermedi, le pubbliche amministrazioni, chiamiamole pure burocrazie, che possono battere il populismo» (p. 38). Una simile operazione probabilmente lascerebbe piuttosto perplesso il vecchio Tocqueville, che vi riconoscerebbe forse qualcosa della vocazione assolutista propria della storia francese, ma comunque imprime una triplice distorsione al discorso di Boeri: per un verso, il populismo è definito come un’ideologia che contrappone il popolo (moralmente sano) a delle élite (corrotte); in secondo luogo, il populismo è qualificato come ostile ai corpi intermedi; in terzo luogo, i corpi intermedi vengono a ricomprendere le istituzioni statali e l’intero apparato burocratico. Ma ovviamente questa triplice distorsione è tutta finalizzata a configurare il populismo come una minaccia – alla democrazia, allo Stato sociale, alla competitività economica e alla sicurezza – cui può e deve rispondere lo Stato, mediante le sue articolazioni. E proprio per questo l’operazione teorica di Boeri deve apparire particolarmente persuasiva a quanti vedono nel «neo-liberalismo» l’insieme di dispositivi istituzionali che ‘creano’ e ‘ricreano’ costantemente quelle condizioni favorevoli all’economia di mercato (che ‘naturalmente’ e ‘spontaneamente’ non esisterebbero).



Boeri non rinuncia naturalmente a fornire una spiegazione dei motivi da cui nasce il successo delle formazioni populiste. E individua il motivo in «una tensione latente fra domanda e offerta di protezione sociale», perché, per un verso, «una crescente vulnerabilità ai cambiamenti tecnologici e alla globalizzazione di vasti strati della popolazione alimenta una forte domanda di protezione», mentre, per un altro verso, «non ci si fida di chi dovrebbe offrire questa protezione e, dunque, si avverte la necessità di rivolgersi ad outsiders che non abbiano apparentemente alcun legame con la classe dirigente» (p. 11). In sostanza, «una ragione economica (la perdita di reddito e di sicurezza) e una motivazione di tipo culturale (la sfiducia verso le classi dirigenti)» costituiscono la «base della resurrezione dei populisti» (p. 11). Boeri cioè riconosce, per un verso, che i processi di globalizzazione e le trasformazioni delle economie occidentali hanno determinato un impoverimento (relativo) dei ceti medi (e della componente inferiore dei ceti medi) delle democrazie industriali. E, inoltre, ritiene che ciò abbia fatto nascere una nuova richiesta di protezione sociale. Ma, al tempo stesso, questi settori manifesterebbero «una profonda sfiducia nei confronti di chi dovrebbe offrire protezione sociale». Osserva inoltre: «poco importa se le classi dirigenti dei diversi paesi hanno effettivamente responsabilità nella crisi o se questa sia dovuta a fattori esterni. Quel che conta è che le classi dirigenti vengono percepite come corrotte e lontane anni luce dai cittadini» (p. 13).

L’utilizzo di un’espressione generica come «classe dirigente» certo non rende il discorso di Boeri particolarmente cristallino, perché evidentemente una simile espressione ricomprende la classe politica, il ceto imprenditoriale, le élite tecnocratiche, l’alta burocrazia, una parte del mondo del mondo della comunicazione e forse persino una parte del mondo intellettuale. E anche il ragionamento per cui, per effetto di un «grande paradosso, si rifiuta chi potrebbe offrire la protezione sociale, risulta davvero poco nitido, perché non è affatto chiaro se il rifiuto di cui si parla sia il rifiuto di una determinata classe politica, o sia invece del rifiuto di una linea politica, o di un determinato partito, o più semplicemente dello Stato (perché, a ben guardare, chi offre protezione sociale non è un leader politico o un partito, bensì lo Stato). Il «grande paradosso» può infatti trovare qualche applicazione al caso statunitense e alle elezioni di Donald Trump, ma sembra davvero poco appropriato per quanto concerne le formazioni ‘populiste’ europee. Più rilevante il fatto che Boeri consideri come distintiva del populismo la rivendicazione di un recupero di sovranità nazionale. Ma anche in questo caso, in modo piuttosto sommario, Boeri suggerisce che i populisti puntano a recuperare sovranità soltanto mediante il controllo e il blocco dei flussi migratori, benché – come dimostra – l’afflusso di manodopera straniera in realtà abbia effetti positivi sulle casse previdenziali.

Ad ogni modo, la conclusione della requisitoria di Boeri è netta: «Il populismo offre […] risposte sbagliate ai problemi da cui trae la propria forza. Di più: induce a pensare che i problemi più spinosi possano essere risolti semplicemente sostituendo i politici corrotti con rappresentanti del popolo, che possibilmente non abbiano alcuna esperienza di governo» (p. 23). Ma le soluzioni che suggerisce non sembrano certo indicare strade particolarmente innovative: da un lato, «affrontare i problemi alla radice anziché accettare le libere associazioni della propaganda populista» (p. 23); dall’altro, «rimuovere quelle iniquità che trasmettono all’opinione pubblica l’immagine di una classe dirigente corrotta che pensa esclusivamente ai propri interessi» (p. 23). Più precisamente, Boeri riprende il tema classico della propaganda antipolitica (o populista) e attacca i vitalizi dei parlamentari, ma sostiene anche l’introduzione di un «reddito minimo garantito» per coloro che, pur lavorando, rimangono al di sotto della soglia di povertà o che per quanti sono disoccupati. Infine, suggerisce l’opportunità di introdurre un codice europeo di protezione sociale, che dovrebbe consentire la portabilità dei diritti sociali tra paesi membri dell’Ue.

Le proposte di Boeri sono senz’altro meritevoli di discussione, anche perché nascono da una conoscenza approfondita dei meccanismi di protezione sociale (e dei loro limiti attuali). L’intera lettura che Boeri propone del fenomeno ‘populista’ appare invece quantomeno discutibile. Come si è visto, la definizione del campo populista è fin dal principio viziata da una serie di distorsioni. Al populismo viene attribuita una visione moralista e manichea della società, che contrappone un popolo ‘buono’ a un popolo ‘cattivo’. E inoltre viene attribuita al populismo una pervicace ostilità ai «corpi intermedi», che si estendono in questo caso fino a comprendere gli apparati burocratici dello Stato. Inoltre, ai populisti è attribuito l’obiettivo di riconquistare sovranità nazionale bloccando i flussi migratori e la circolazione dei lavoratori tra gli Stati membri dell’Ue. Ma il problema – o meglio, uno dei problemi – è che Boeri non chiarisce mai davvero chi siano i populisti. E ciò rende quantomeno problematico confrontare quella sorta di sinistro identikit tracciato dall’economista con una serie di partiti e leader reali.

In effetti, non c’è alcun dubbio che alcune forze politiche possano davvero presentare tutte le caratteristiche indicate da Boeri come distintive del populismo. Ma – se ben pochi mostrano davvero tutte le caratteristiche – quasi tutti gli attori presenti sulla scena politica contemporanea hanno nel proprio Dna almeno qualche ingrediente di quel cocktail fatale che secondo il Presidente dell’Inps è alla base dell’insorgenza populista. Le perplessità che desta l’impressionistica definizione proposta da Boeri non possono non risultare inoltre confermate anche da quell’elenco di formazioni populiste su cui si basano le affermazioni sul successo dei partiti populisti. In questa lista, riportata in appendice, si trovano infatti, uno accanto all’altro, la Coalizione della sinistra radicale greca (Syriza) e Alba Dorata, il Front National e Podemos, Alternative für Deutschland e il Partito Socialista olandese, il Movimento 5 Stelle e la formazione ungherese Jobbik, il Partito dei finlandesi e lo Ukip britannico. Che si tratti proprio di quelle formazioni per cui di solito viene scomodato il termine «populismo», ci sono pochi dubbi. Ma risulta un’impresa davvero ostica riconoscere nei partiti compresi nell’elenco quei tratti che Boeri considera come qualificanti del populismo. Forse Podemos e Syriza potrebbero essere interpretati come portatori di una concezione radicale della democrazia, ma è davvero difficile attribuire loro un rifiuto dei corpi intermedi (dal momento che nascono da un processo aggregativo di associazioni e gruppi locali), come d’altronde è piuttosto discutibile attribuire loro la volontà di bloccare i flussi migratori (in generale, ma soprattutto all’interno dei paesi membri dell’Ue). Invece ci si potrebbe chiedere per quale motivo il partito conservatore britannico non sia compreso nella lista, dal momento che (come e forse più dello Ukip) ha proposto sia un referendum popolare sull’uscita del Regno Unito dall’Ue e in seguito (per ora senza grande successo) l’espulsione dei lavoratori stranieri dai propri confini. Per quanto riguarda le formazioni italiane, è inoltre scontata la presenza nella lista del Movimento 5 Stelle, della Lega Nord, di Fratelli d’Italia, i quali certo si avvicinino almeno in parte all’identikit (anche se per la verità nessuna di queste forze politiche ha mai davvero proposto una chiusura delle frontiere ai lavoratori provenienti dai paesi dell’Ue). Ma ci si potrebbe anche in questo caso chiedere – con una provocazione volta a mettere in luce la fragilità di tutta l’operazione –  per quale motivo il Partito democratico non sia compreso nella lista. Perché è piuttosto evidente che ben pochi leader hanno agitato il cocktail populista più efficacemente di Matteo Renzi; perché l’attuale segretario del Pd ha per molti versi costruito la propria ascesa su una contrapposizione moralistica tra un popolo ‘buono’ e una «casta» da rottamare; perché nel proprio esecutivo ha reclutato persone prive di qualsiasi esperienza istituzionale, la cui unica credenziale era proprio l’assenza di precedenti politici; perché ha a lungo rappresentato il proprio cammino come una battaglia contro i «corpi intermedi» rappresentati da sindacati e organizzazioni sociali, nel nome di una democrazia «immediata»; perché si è impegnato (almeno mediaticamente) in una lotta contro la «cricca» della burocrazia; e perché forse di nessuno, come proprio di Matteo Renzi, si può sostenere ciò che dice Boeri a proposito dei populisti, ossia che il loro successo è dovuto al fatto che una parte della società «avverte la necessità di rivolgersi ad outsiders che non abbiano apparentemente alcun legame con la classe dirigente».

Ed è proprio per questa serie di distorsioni e ambiguità che, a dispetto dell’interesse delle proposte che il pamphlet di Boeri suggerisce al dibattito pubblico, l’operazione compiuta in Populismo e Stato sociale appare davvero molto debole, se non addirittura intellettualmente scorretta. Attribuire ogni colpa alla mostruosa presenza del populismo impedisce infatti di considerare davvero le radici della crisi contemporanea. E allora quel famigerato «populismo» - cui vengono attribuiti tutti i peggiori vizi della società e tutte le colpe della crisi, delle riforme mancate e del ritardo italiano – alla fine tende ad assomigliare davvero al «Sarchiapone americano» di Walter Chiari e Carlo Campanini. Perché, aperta la valigia che lo dovrebbe costudire, si rivela essere solo un fantoccio immaginario con cui allarmare l’opinione pubblica. E grazie al quale assolvere dalle loro responsabilità le élite politiche, economiche e intellettuali del presente e dal passato.

Damiano Palano