lunedì 30 dicembre 2019

Stati emotivi, ordine fragile. Un'indagine di William Davies sul potere delle emozioni nella politica contemporanea



di Damiano Palano


Questa recensione al volume di William Davies, Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo (Einaudi, pp. 363, euro 18.50), è apparsa su quotidiano "Avvenire" il 25 settembre 2019 con il titolo Chi specula la nostra fragilità emotiva? 


L’invasione marziana simulata da Orson Welles è rimasta famosa. La domenica sera del 30 ottobre 1938 un’emittente americana mandò in onda un adattamento radiofonico della Guerra dei mondi di H.G. Wells. La programmazione musicale venne interrotta da alcuni comunicati straordinari, in cui si dava notizia dell’atterraggio di un disco volante vicino a New York e dell’inizio del conflitto con gli alieni, secondo le sequenze del romanzo. Alcuni giornali nei giorni seguenti scrissero che la trasmissione aveva innescato una travolgente ondata di panico e di isteria collettiva, perché molti ascoltatori – che non avevano sentito l’annuncio iniziale del programma – erano stati tratti in inganno dalla verosimiglianza dei comunicati. Il fenomeno fu anche studiato dall’Istituto Gallup e da alcuni ricercatori di Princeton. E in qualche modo la vicenda divenne il simbolo della capacità dei media di manipolare le emozioni del pubblico, o di creare delle fake news di grande impatto. Probabilmente, però, anche la storia dell’ondata di panico fu in larga parte una «bufala». Secondo alcune ricostruzioni recenti, il programma di Welles ebbe in realtà un pubblico piuttosto limitato, le persone tratte in inganno furono davvero poche e gli episodi di isteria collettiva vennero quantomeno ingigantiti dalla stampa. D’altronde, in un contesto comunicativo in cui le fonti erano giornali e radio, e in cui i collegamenti telefonici erano ancora scarsamente diffusi, la velocità di trasmissione delle notizie – di quelle vere, ma anche di quelle false – non doveva essere particolarmente rapida. E probabilmente è invece proprio nella velocità degli scambi, oltre che nella pluralità dei canali informativi, la grande differenza tra le fake news di oggi e quelle di ieri.

Parte riconoscendo proprio questo dato William Davies nel suo libro Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo (Einaudi, pp. 363, euro 18.50). Secondo il sociologo britannico, nell’era digitale il vuoto di informazioni attendibili «viene colmato da voci, fantasie e congetture, alcune delle quali immediatamente distorte ed esagerate per adattarle al discorso che si vuole veicolare». E questo fa sì che – come le vecchie folle di Gustave Le Bon – anche noi rinunciamo sempre più spesso alle nostre facoltà razionali, per affidarci alle emozioni. Una conferma di questa lettura è offerta dal seguito che ottengono gli appelli carichi di emotività dei leader populisti, o anche dal discredito di cui sono oggetti gli «esperti». Ma Davies cerca risposte più profonde, che lo conducono all’alba dell’età moderna. Nel corso del Seicento, le scienze europee fissano infatti due cruciali linee di confine: in primo luogo, grazie a Hobbes, separano guerra e pace; in secondo luogo, con Cartesio, distinguono nettamente tra mente e corpo. L’ordine politico della modernità nasce proprio dalla costruzione del Leviatano hobbesiano, mentre l’idea moderna di una scienza ‘oggettiva’ si intreccia con la visione cartesiana. Secondo Davies questi confini sarebbero invece oggi sempre più incerti, e da questo discenderebbe l’importanza delle componenti emotive. Per un verso, la distinzione tra guerra e pace (insieme a quella tra interno ed esterno) è sempre meno netta. Per l’altro, le nuove conoscenze mettono in discussione la sagoma cartesiana, proponendo un’immagine dell’essere umano come posseduto da istinti ed emozioni. Dunque, l’hobbesiano «stato di natura» torna a essere realistico. La richiesta di sicurezza diventa sempre più importante, mentre la fiducia in istituzioni ‘neutrali’ e super partes si indebolisce. L’esperienza del deterioramento fisico sperimentata da una parte della popolazione occidentale (e testimoniata per esempio dalla riduzione dell’aspettativa di vita nel Regno Unito) riporta inoltre sulla scena richieste relative alla sicurezza corporea. Ma contribuisce anche ad accrescere la dose di emotività delle rivendicazioni contro gli «esperti». Così chi soffre, e ha bisogno di empatia, può trovare nel «nazionalismo» un rimedio, se non una cura. E, in un circolo vizioso, tutto ciò contribuisce ad alimentare un clima di guerra, nel quale le emozioni e l’entusiasmo si rivelano risorse strategiche.

Al termine di un lungo percorso attraverso la modernità, Davies sostiene che è un errore pretendere che i «fatti» si difendano da soli. In altre parole, nel nuovo contesto comunicativo, dovremmo prendere atto che l’ideale di scientificità costruito dalla modernità non funziona più. E benché si possa parteggiare per gli scienziati, è anche indispensabile dare ascolto e capire «la paura, il dolore e il risentimento». Ma l’invito che il sociologo rivolge ai politici – che dovrebbero «riscoprire la capacità di fare promesse semplici, realistiche e in grado di cambiare la vita delle persone» - non è molto più di un topolino partorito da un’enorme montagna teorica. A ben guardare, d’altronde, anche nell’ambizioso affresco storico-dottrinario dipinto da Davies qualcosa non torna. A proposito dell’odierna confusione tra guerra e pace, coglie per esempio una tendenza reale. Ma, quando sostiene che ciò comporta il ritorno della «guerra di tutti contro tutti», sembra dimenticare il Novecento, e cioè le passioni del «secolo breve», la violenza politica, gli scontri ideologici, la «guerra civile mondiale», che certo non furono un frutto dei social media. Per quanto si possano considerare con preoccupazione i segnali di deterioramento del dibattito pubblico e la crescente polarizzazione politica, si dovrebbe d’altronde evitare di cedere a troppo facili paragoni storici. Come ci insegna la leggenda della «beffa» di Orson Welles, oltre a diffidare delle «bufale», dovremmo sempre considerare con cautela anche le spiegazioni deterministiche, che talvolta ingigantiscono il ruolo effettivamente giocato dalle delle fake news. E che rischiano di non cogliere la specificità delle trasformazioni contemporanee.


Damiano Palano

lunedì 16 dicembre 2019

Le ferite aperte della Spagna «vuota». Un libro di Sergio del Molina




di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Sergio del Molina, La Spagna vuota (Sellerio, pp. 395, euro 16.00), è apparsa su "Avvenire" del 29 ottobre 2019.


Quasi tutte le lingue europee, per indicare la forchetta, hanno termini imparentati con la parola latina furca: fork in inglese, forchette in francese, forquillia in catalano, forquilha in portoghese. La lingua tedesca non dispone di una parola di origine latina, ma – proprio come le altre lingue – per identificare la posata adopera il medesimo termine (Gabel) con cui si indica il forcone, ossia quella specie di tridente con cui i contadini sollevano il fieno o smuovono le messi distese sull’aia. Solo il castigliano si differenzia da questo implicito accostamento tra la forchetta e il forcone. La posata viene indicata infatti con la parola tenedor, con cui in origine si indicava una persona, il possidente. Probabilmente, questa scelta linguistica – almeno secondo la breve storia che racconta Sergio del Molino nel suo volume La Spagna vuota (Sellerio, pp. 395, euro 16.00) – tradisce il disprezzo che le classi agiate spagnole nutrivano per coloro che si limitavano ad affondare il cucchiaio nella zuppa e che non erano in grado di maneggiare la forchetta. L’etimologia di tenedor è comunque solo la tappa di avvio di un lungo viaggio dentro la «Spagna vuota». E cioè in quelle zone rurali lontane dalla costa che, dopo la grande urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, si sono sempre più spopolate, specie se considerate in relazione a città in costante espansione. 
Oggi infatti gli spagnoli che abitano nei centri urbani sono circa l’80% della popolazione, mentre più della metà del territorio è rimasto rurale. Ovviamente non si tratta solo di una tendenza spagnola. Ma, secondo del Molino, questo processo è avvenuto troppo rapidamente. Il «Grande Trauma» ha così originato una sorta di odio nei confronti delle campagne: un «auto-odio», un sentimento indirizzato contro le proprie stesse origini. Così, gli abitanti di questa «Spagna vuota» «si sentono abbandonati», «sono risentiti», «si inventano un passato pieno di vita, di bambini e di gente». Ma questo passato in realtà non è mai esistito, perché queste zone sono sempre state poco popolate. Ed è piuttosto il contrasto con le metropoli e la loro vita pulsante a rafforzare la sensazione di svuotamento, di desolazione, di abbandono.

La pubblicazione del libro di del Molino ha aperto in Spagna una grande discussione, che ha coinvolto anche i leader politici. Ma evidentemente non si tratta di un reportage o di un’inchiesta volta a sensibilizzare l’opinione pubblica o la classe politica. Il viaggio compiuto da del Molino è infatti soprattutto un viaggio dentro la cultura spagnola. Anche per questo non tutti i riferimenti risultano chiari al lettore italiano. Ma si tratta comunque di una lettura davvero ricchissima, capace di spaziare dai grandi luoghi letterari alla quotidianità e di portare in superficie tensioni profonde. E benché la nostra Penisola sia certo assai più popolata della fascia centrale della Spagna percorsa da del Molino, è quasi inevitabile chiedersi se ci sia anche un’«Italia vuota», di cui (quasi) nessuno parla e di cui ci siamo persino dimenticati. 

Damiano Palano

giovedì 12 dicembre 2019

La città e la paura degli uomini. "Anatomia di un assedio", un viaggio di Marco Filoni nelle nostre inquietudini



di Damiano Palano

Questa recensione al libro di Marco Filoni in Anatomia di un assedio. La paura nella città (Skira, pp. 101, euro 18.00), è apparsa su "Avvenire" il 27 ottobre 2019

Nel latino arcaico il nemico era indicato con il termine perduellis, mentre l’hostis era ancora solo lo straniero, o meglio l’ospite con cui si intrattengono relazioni di reciprocità. In seguito la parola hostis andò invece a identificare non solo lo straniero, ma soprattutto quell’estraneo con il quale si ha un rapporto (almeno potenzialmente) conflittuale: il «nemico pubblico» contro cui si può entrare in guerra, e che per questo rimane ben distinto dall’inimicus, il nemico ‘privato’ che ci si può contrapporre per rivalità economiche o questioni passionali. L’ambivalenza con cui in origine veniva concepito l’hostis si perse così abbastanza rapidamente. L’idea di un rapporto pacifico, che prevede un obbligo di reciprocità, passò invece in eredità al termine hospes, all’interno del quale rimase sempre il duplice valore di ‘ospitante’ e di ‘ospitato’, che d’altronde si riconosce anche nella lingua italiana. Sebbene sia scomparsa precocemente dal lessico dell’inimicizia, la duplicità propria della figura dello straniero – per cui lo straniero è ospite e potenzialmente suo nemico – si può individuare, in filigrana, nella stessa struttura della convivenza umana. 
Nel denso viaggio dentro l’immaginario occidentale compiuto da Marco Filoni in Anatomia di un assedio. La paura nella città (Skira, pp. 101, euro 18.00), la dimensione urbana emerge infatti come costitutivamente lacerata da una presenza minacciosa. Irriducibile alle fortificazioni che ne delimitano i confini, o alle architetture che ne ospitano gli abitanti, coincide infatti fin dalle origini, almeno per la cultura occidentale, con gli esseri umani che la costituiscono. Come diceva il Nicia di Tucidide: «Uomini costituiscono la città, non mura o navi vuote di uomini». Ed è per questo che l’indagine di Filoni sulla città è una ricerca sulla paura degli uomini. E non tanto sulle paure che di volta in volta si fissano su oggetti diversi, o che auspicano il controllo, l’espulsione o l’eliminazione di qualche specifica minaccia, quanto sulla paura esistenziale che alligna costantemente – come il perturbante freudiano – nella topografia degli antichi villaggi e delle metropoli più avanzate. Non è d’altronde certo casuale che nella Genesi il compito di fondare Enoc, la prima città, spetti proprio a Caino, che rifiuta di riconvertirsi alla vita nomade. La città di Caino è così una sfida al cielo. Da quel momento, come scrive Filoni, «la città è diventata una matassa indistinta e confusa di paure», un «fantasma che insegue l’uomo nella sua tana», e che lo assedia dentro e fuori. Dopo aver attraversato tutta la nostra storia, e nonostante viviamo oggi nell’epoca forse più sicura, la paura dell’altro, della malattia, della carestia continua a colonizzare le nostre vite. Ma – avverte Filoni – non dovremmo vergognarci della nostra paura. Dovremmo anzi riconoscerne la dimensione strettamente ‘politica’. Solo «conoscendo ciò che ci incute timore possiamo comprendere le nostre inquietudini». E solo in questo modo possiamo evitare il rischio di delegare ad altri, insieme alla nostra paura, anche la nostra libertà.



 Damiano Palano

lunedì 9 dicembre 2019

Le bugie che legano. Un libro di Kwane Anthony Appiah



di Damiano Palano 

Questa recensione al libro di Kwane Anthony Appiah, La menzogna dell’identità. Come riconoscere le false identità che ci dividono in tribù (Feltrinelli, pp. 282, euro 19.00), è apparso su "Avvenire" il 23 ottobre 2019. 

Trent’anni dopo aver annunciato la «fine della Storia», Francis Fukuyama ha recentemente riconosciuto che la sua tesi più famosa non è in grado di spiegare le tensioni che oggi percorrono il mondo. Il modello liberaldemocratico ha trovato nuovi critici e nuovi sfidanti. Ma il punto importante è che, a suo avviso, il mercato non si è rivelato uno strumento sufficiente per soddisfare il bisogno di riconoscimento dei cittadini occidentali. E il risorgere dei conflitti sull’«identità» - che assumono anche il volto del nazionalismo, del sovranismo e del populismo – testimonierebbe proprio che la «Storia» non è finita. Al di là della specifica posizione dello studioso nippo-americano, non c’è dubbio che da qualche tempo l’«identità» sia tornata al centro della discussione teorica e politica. Anche se non è sempre chiaro cosa sia davvero l’«identità» e se, soprattutto, non c’è affatto un’unanimità di vedute sul ruolo che essa svolge. Se alcuni ritengono infatti che l’insistenza sull’identità sia una conseguenza della legittima aspirazione a essere riconosciuti, altri si soffermano sull’inevitabile chiusura verso gli ‘altri’ che la rivendicazione di un’identità comporta. E l’aggettivo «identitario» ha così assunto un’accezione negativa, che di volta in volta evoca gli aspetti più deleteri della rigidità ideologica e dell’ostilità verso gli esterni.
Per muoversi tra le varie interpretazioni fornite dalle scienze sociali è utile il volume del filosofo Kwane Anthony Appiah, La menzogna dell’identità. Come riconoscere le false identità che ci dividono in tribù (Feltrinelli, pp. 282, euro 19.00). Per la verità il titolo italiano tradisce quello originale, che suona più o meno «Le bugie che legano». E probabilmente distorce un po’ anche l’intento dell’autore. Appiah, che insegna Filosofia alla New York University, punta infatti a sottolineare come le identità non abbiano nulla di ‘naturale’ e siano costrutti culturali ‘inventati’ o rielaborati. Ciò nondimeno, avverte, queste «menzogne» hanno un posto chiave nella nostra vita, e per molti versi non possiamo farne a meno. Lo studioso sottolinea come la costruzione dell’identità possa trarre alimento da varie fonti. Ma fornisce anche una chiave interpretativa generale, che aiuta a chiarire cosa dobbiamo intendere per «identità». Innanzitutto, osserva, ogni identità si presenta come una sorta di «etichetta», che più o meno consapevolmente siamo in grado di applicare in presenza di determinate caratteristiche. In secondo luogo, le identità «contano per le persone», perché attribuiscono loro un senso di appartenenza condiviso a livello sociale. E, infine, modellano tanto i nostri atteggiamenti quanto i comportamenti che gli altri tengono nei nostri confronti. Ovviamente è scontato che ogni identità possa trasformarsi in un fattore di isolamento, in un muro che cerca di chiudere all’esterno tutto quanto è diverso. Ma secondo Appiah è ingenuo pensare di liberarcene. E, piuttosto, non dovremmo dimenticare che proprio le identità possono fornire «una cornice ricca di senso alla nostra libertà».

Damiano Palano


mercoledì 4 dicembre 2019

Ombre cinesi, meritocrazia e democrazia. "Il modello Cina" di Daniel A. Bell






di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Daniel A. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia (Luiss University Press, pp. 350, euro 25.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 3 dicembre 2019.


La parola «meritocrazia» ha poco più di sessant’anni. Probabilmente a inventarla fu infatti l’intellettuale britannico Micheal Young, che nel 1958 pubblicò un romanzo fantascientifico, dal chiaro intento satirico, intitolato L’avvento della meritocrazia. Ma il fascino che esercita la promessa meritocratica non è d’altronde nuovo, perché il ‘governo dei migliori’ – almeno fino alla soglia della modernità – è stato a lungo un ideale coltivato dalla filosofia politica occidentale. Un rilancio di questa proposta giunge ora dal libro di Daniel A. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia (Luiss, pp. 350, euro 25.00), che rappresenta un nuovo capitolo della critica «epistocratica» alla democrazia. Il sociologo canadese – che è quasi omonimo dello studioso che sessant’anni fa profetizzò la «fine delle ideologie», e che dirige la School of Political Science and Public Administration della Shandong University – non si limita infatti a enumerare una serie di obiezioni all’efficienza della democrazia. Ma individua un’alternativa valida nella meritocrazia politica che è alla base del sistema politico della Repubblica Popolare Cinese.

L’operazione di Bell prende avvio da un esame dei difetti principali che gravano sulle democrazie occidentali: la «tirannide della maggioranza», la «tirannide della minoranza» (e cioè dei gruppi economici), la «tirannide della comunità degli elettori» (ossia di coloro che votano, a scapito di coloro che non lo fanno o non lo possono fare), la «tirannide di individui competitivi», che – più che alleviare – finisce con l’esacerbare le tensioni e i conflitti. Ben più originale, è però la difesa del modello meritocratico cinese. Secondo Bell, per una comunità politica è infatti un bene essere governati da leader di grande qualità, e il sistema cinese consentirebbe di selezionare leader competenti, responsabili, dotati di ampie abilità sociali. Nonostante l’apprezzamento verso il sistema cinese, Bell non nasconde l’esistenza di problemi significativi connessi agli stessi principi costitutivi di un assetto meritocratico. Innanzitutto, governanti scelti per le loro capacità quasi certamente possono essere tentati di abusare del loro ruolo. Inoltre, la meritocrazia politica tende a dare origine a gerarchie cristallizzate che impediscono la mobilità sociale. Infine – e non si tratta certo di un punto di scarsa importanza – è molto difficile legittimare un simile sistema presso coloro che sono esclusi dalla struttura del potere. Alle prime due difficoltà, sottolinea Bell, si potrebbe porre rimedio con strumenti istituzionali: per esempio con strutture di sorveglianza indipendenti, salari più alti, una migliore formazione morale e l’apertura del partito ai gruppi sociali. Probabilmente, simili soluzioni non potrebbero davvero ridimensionare la presenza della corruzione o la tendenza a selezionare i nuovi leader con criteri di nepotismo o per la loro fedeltà ai capi. Ma difficoltà ben più rilevanti ci sono per la legittimazione, che potrebbe essere garantita solo con l’aumento della partecipazione popolare, nella direzione dunque di una convergenza tra i principi della meritocrazia politica e alcuni strumenti della democrazia. E la proposta di Bell – che individua in questa strada la possibilità per riformare il sistema monopartitico cinese – consiste in sostanza nel combinare la meritocrazia politica al livello del governo centrale con la democrazia a livello locale. Un assetto che in qualche modo verrebbe già prefigurato dalle elezioni di villaggio, ma che dovrebbe essere rafforzato. Secondo il sociologo, infatti, il «modello Cina» dal punto di vista politico non è affatto un regime autoritario e oppressivo. Si tratterebbe piuttosto di un assetto capace di combinare una democrazia a livello locale, la sperimentazione tra il livello locale e quello centrale (con riforme che vengono valutate in singole regioni prima di essere diffuse al resto del paese), la meritocrazia ai vertici.

Il libro di Bell ha sollevato negli Stati Uniti un fuoco di fila di critiche, che hanno messo in luce lacune e semplificazioni. L’importanza assegnata all’efficienza delle leadership, come sottolinea opportunamente Sebastiano Maffettone nell’introduzione italiana, sembra d’altronde presupporre che in politica l’efficienza non sia diversa da quella che si può misurare in altri campi e soprattutto in economia, e che dunque si tratti solo di individuare i mezzi migliori per raggiungere fini condivisi (relativi per Bell solo al benessere economico). Ma le scelte politiche coinvolgono anche i fini che una società punta a perseguire. E il confronto tra visioni differenti di quali siano gli obiettivi prioritari da raggiungere – l’uguaglianza, la libertà, l’autonomia della persona – non può essere certo ricondotto a un problema di efficienza della leadership.  Alle molte obiezioni che gli sono state mosse, Bell ha replicato che la meritocrazia politica non è un modello adeguato all’Occidente, mentre è del tutto appropriato per le società confuciane, impregnate di una visione che pone al centro l’«armonia» (e che invece esclude il conflitto). A questa argomentazione ‘orientalista’ è però fin troppo facile obiettare che l’immagine di una «società armoniosa» è un tassello importante della legittimazione ideologica costruita negli ultimi trent’anni dal Partito comunista cinese, o che l’eredità del confucianesimo non esclude certo l’emergere di elementi di conflittualità. Ma se per questo l’edificio del Modello Cina rimane teoricamente piuttosto debole, ciò non significa che le argomentazioni di Bell non siano destinate ad attrarre proseliti, anche in Occidente. Perché è molto probabile che nei prossimi anni la «meritocrazia politica» – con tutte le sue ombre – diventerà una carta su cui Pechino punterà per costruire il suo soft power e per indicare una strada alternativa alla liberaldemocrazia occidentale.



 Damiano Palano

lunedì 2 dicembre 2019

Può esistere una democrazia illiberale? Vecchie domande per un mondo nuovo




di Damiano Palano


Questa nota è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 16 novembre 2019.

Può esistere una democrazia senza libertà? Ed è lecito qualificare come «democratico» un regime politico che non rispetta i diritti fondamentali sanciti dalla tradizione liberale? Queste domande non sono certo nuove. Ma negli ultimi anni sono tornate ad affiorare nella discussione politologica, oltre che nella stessa polemica politica. Molti regimi autoritari hanno infatti iniziato a ricorrere a elezioni, nonostante tali consultazioni non siano competitive e benché manchino le garanzie di effettivo pluralismo. Dinanzi a questi regimi «ibridi», che combinano procedure formalmente democratiche con elementi propri dei regimi autoritari, alcuni analisti hanno adottato la formula «democrazia illiberale». Ma si tratta di una categoria problematica, se non altro perché riconosce come democratici regimi che limitano in misura notevole le libertà dei cittadini. È anche per questo che il nuovo numero della rivista «Paradoxa» (3/2019), dedicato a Democrazie Fake, invita a diffidare di tutte le aggettivazioni che ridimensionano la connessione tra democrazia e liberalismo. Gli articoli ospitati nel fascicolo (di Pasquino, Tuccari, Raniolo, Regalia, Viroli, Gherardi, Taffoni, Diodato) fanno innanzitutto il punto sugli stress cui oggi sono sottoposte le democrazie e sul successo delle tendenze illiberali. Ma nel complesso sostengono che il limite discriminante tra democrazia e non democrazia rimane ancora quello fissato nel secolo scorso da studiosi come Joseph Schumpeter, Robert Dahl e Giovanni Sartori. In sostanza – lo ribadisce soprattutto Pasquino – la democrazia esiste solo laddove le cariche politiche sono assegnate (direttamente o indirettamente) mediante elezioni competitive. Ciò comporta che le elezioni debbano essere anche libere e corrette, ossia che non vi devono essere intimidazioni e manipolazioni. E implica che siano garantite le libertà di espressione e di associazione, oltre che la pluralità delle fonti di informazione.
Una simile posizione è teoricamente solidissima e aiuta a fare chiarezza rispetto a concetti maldestri. Non dovremmo però trascurare il fatto che la nostra immagine della democrazia – intesa come democrazia competitiva e liberale – è un’invenzione recente, un prodotto della storia intellettuale del Novecento, dei grandi traumi del «secolo breve», della guerra fredda. Ed è soprattutto il risultato di una ‘reinvenzione’ in virtù della quale molti elementi dalle origini piuttosto disparate sono stati ‘cuciti’ insieme ‘come se’ fossero davvero l’eredità di una storia coerente che dall’Atene di Pericle giunge sino a noi. Osservando il passato, non possiamo per esempio trascurare il fatto che l’aspirazione alla democrazia ha spesso assunto un volto illiberale e talvolta anche ‘totalitario’, o che nella stessa storia delle più antiche democrazie liberali si sono a lungo nascosti elementi patentemente illiberali. Ma non possiamo neppure dimenticare che il catalogo dei diritti liberali si è nel corso degli ultimi due secoli notevolmente modificato e che, soprattutto, è cambiato il profilo di coloro che sono considerati legittimi detentori di quei diritti. Con una prospettiva storica più ampia, dobbiamo dunque considerare un po’ più problematicamente la relazione tra democrazia e liberalismo. E non possiamo neppure escludere che nel «mondo post-americano» (o comunque in un mondo in cui l’Occidente avrà perso la propria centralità) emergeranno differenti concezioni dei diritti e delle libertà «fondamentali». O che regimi democratici – dotati di elezioni competitive, pluralismo politico, diritti di espressione e associazione – potranno contrapporsi tra loro anche per le differenti concezioni dei diritti «liberali». E forse alcune delle tendenze «illiberali» contemporanee potrebbero prefigurare già qualcosa del genere.
Naturalmente tutto ciò non sminuisce l’importanza della democrazia liberale, delle sue procedure, delle sue garanzie. Piuttosto, deve ricordarci che la democrazia liberale è un’invenzione umana, e che proprio per questo rimane un assetto tutt’altro che granitico. In ogni caso, rimarcare i caratteri distintivi della democrazia liberale non può esimerci dalla necessità di comprendere le trasformazioni politiche (del passato ma anche del presente). E non ci esenta dal dovere intellettuale di riconoscere i mutamenti nelle aspettative e nelle aspirazioni che la parola «democrazia», dopo duemilacinquecento anni, continua ad alimentare.

Damiano Palano