mercoledì 13 giugno 2018

L'estate in cui diventammo campioni del mondo. Il mito del Mundial di Spagna nelle pagine di "Italia-Brasile 3 a 2" di Davide Enia



In questi giorni si aprono in Russia i mondiali di calcio, che - sessant'anni dopo l'edizione del 1958 - non vedono tra i partecipanti la nazionale italiana, eliminata nelle qualificazioni. "Maelstrom" ripropone un testo, originariamente apparso sul blog "Mompracem" nel giugno 2010, e dedicato al libro di Davide Enia, "Italia-Brasile 4-3", nel quale lo scrittore e attore palermitano rievocava le storiche giornate in cui la nazionale guidata da Enzo Bearzot conquistò la coppa del mondo.

di Damiano Palano

Tra le date che scandiscono il cambiamento d'epoca, e il passaggio dall'Italia di ieri all'Italia di oggi, una non può essere dimenticata, perché continua a parlare - più di altre - a molti italiani, e soprattutto alle generazioni nate tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. Per le ragazze e i ragazzi nati in quel periodo, le date che hanno scandito la storia italiana, imprimendo una cesura profonda, un taglio netto fra il 'prima' e 'dopo' - date come, per esempio, il 16 marzo 1978 o il 14 ottobre del 1980 - non hanno infatti un grande significato. E se ancora oggi conservano un valore, l'hanno assunto molto più tardi, in un processo di rielaborazione culturale successivo. Non certo perché non fosse ben chiaro già allora, persino a un ragazzino, cosa fosse accaduto in Via Fani, ma perché il significato reale di quei fatti e il peso che avrebbe avuto nella costruzione della memoria collettiva del paese sarebbero diventati chiari molti anni dopo. C'è però un'altra data, in cui quelle generazioni - e, insieme a loro, buona parte dell'Italia, al Sud come al Nord - sono nate davvero. E, per così dire, hanno scoperto il mondo come prima non avevano neppure mai osato pensarlo. Quella data è l'11 luglio del 1982. Perché in quella notte, la nazionale italiana di calcio, quella di Zoff, Gentile, Cabrini, Conti, Rossi, ecc., saliva per la prima volta - o, meglio, dopo le vittorie (lontanissime) del '34 e del '38 - sul tetto del mondo.


Per quanto si trattasse 'soltanto' di un evento sportivo, quella notte e l'intera estate del 1982 furono con ogni probabilità un momento di snodo cruciale per la ridefinizione dell'identità italiana. Un momento che incise molto più di altre vicende politiche, pur importanti. Non soltanto perché quella notte venne vissuta da molti come il più importante avvenimento nell'esperienza collettiva del paese, e persino nelle vite individuali di ciascuno. Ma anche perché fu un momento che venne a dividere la storia dell'Italia contemporanea fra un 'prima' e un 'dopo'. Un 'dopo' in cui nulla sarebbe stato più come prima.

Davide Enia, un attore e autore di grande talento, ha dedicato il suo monologo probabilmente più popolare al momento cruciale dell'avventura della nazionale di Bearzot. In Italia-Brasile 3 a 2 - un monologo andato in scena per la prima volta nel 2002, pubblicato anche in volume dall'editore Sellerio di Palermo, e diventato ormai una sorta di piccolo classico contemporaneo - Enia rievoca proprio la straordinaria partita che contrappose la rappresentativa italiana alla nazionale verde-oro. Ma non tocca certo le corde della nostalgia. I pochi che non hanno visto lo spettacolo - sempre entusiasmante - o letto il libro possono infatti stare tranquilli, perché non c'è proprio nulla di quello che abbondava a piene mani in un testo teatrale all'apparenza simile, come Italia-Germania 4-3. In quest'ultimo lavoro (scritto da Umberto Marino e trasposto anche sul grande schermo da Andrea Barzini), l'unica nota che emergeva, alla fine, era solo un patetico alone di malinconia e di commiserazione. E la vittoria italiana nella semifinale di Mexico '70 era solo il pretesto per intonare l'ennesima elegia per una generazione in crisi di identità. In Italia-Brasile 3 a 2 non c'è nulla di tutto questo. Perché Enia, riuscendo a mettere a frutto le proprie qualità di autore e di interprete, racconta quella partita nell'unico modo possibile. Dato che Italia-Brasile - quella Italia-Brasile - è ormai una parte di noi, dato che le sequenze di quello scontro sono diventate un momento decisivo nell'esperienza collettiva, Enia non mette in scena la 'vera' partita, ma la partita - ancora più vera - giocata nel soggiorno di casa Enia, dinanzi al televisore (un solenne, avveniristico, quasi minaccioso, Sony Black Trinitron) nel torrido pomeriggio del 5 luglio 1982.


Dinanzi al racconto di quei febbrili novanta minuti, tutti noi non possiamo che riconoscerci negli indimenticabili personaggi del teatrino allestito da Enia, nei loro comici (ma così familiari) rituali scaramantici, nei loro odi viscerali, nelle loro passioni travolgenti, nei loro passaggi repentini dal più nero pessimismo alle più triviali spacconate. E non possiamo che tornare al soggiorno di casa nostra, o in qualsiasi altro luogo abbiamo seguito quello scontro epico, per incontrare ancora una volta la sagoma flemmatica di Socrates, le geometrie imprevedibili di Falçao, o le punizioni di Zico. Per rivivere le cavalcate di Bruno Conti e le gagliarde entrate di Claudio Gentile, o per ritrovare il punto esatto in cui il vecchio patriarca Dino Zoff riuscì a fermare sulla linea la spietata incornata di Leandro. Ma, soprattutto, non potremo mai dimenticare il momento in cui, indossando la maglia con il fatidico numero 20, il rachitico Paolo Rossi partiva verso le sue indimenticabili, rapaci, imprevedibili accelerazioni. Il momento in cui indirizzava il suo piede - così apparentemente legnoso, eppure così implacabile - verso l'angolo più lontano della porta del Sarrià di Barcellona. 


Ed è forse proprio la figura di Paolo Rossi - o "Paolorrossi", come lo chiama Enia, nel suo vernacolo palermitano, ricco di invenzioni e persino di richiami classici - a racchiudere in sé gran parte della storia di quel mondiale:

"Paolorrossi... quello che 'non tornerai mai più il giocatore di calcio che sei stato un tempo'... quello che 'tornatene a casa'... 'sei la vergogna dell'Italia...'
Paolorrossi... quello che in 232 minuti cambia tutto.
Dal 5' minuto di Italia-Brasile al 57' minuto di Italia-Germania, Paolorrossi nato a Prato segna 6 gol consecutivi:
3: al Brasile
2: alla Polonia, in semifinale
1: il primo nella finalissima alla Germania Ovest
cambiando di fatto la storia della competizione mondiale
cambiando la storia della nazionale italiana di calcio che dal 1938 non vinceva suddetto titolo
cambiando la storia dell'Italia che si trova unificata nella più grande festa popolare di piazza da Aosta a Palermo dai tempi della Liberazione dal nazifascismo
cambiando la sua storia professionale, conseguendo il titolo di capocannoniere della competizione mondiale e venendo eletto quell'anno il migliore giocatore di calcio al mondo
e cambiando, sopra ogni cosa, la sua vicenda umana passando dalla merda che quotidianamente gli veniva gettata addosso infangandolo alla santificazione in vita per miracoli conclamati sul terreno di gioco" (pp. 45-46).


Quella partita, insieme all'epilogo della vittoria sulla Germania, al Santiago Bernabeu di Madrid, non si sarebbe semplicemente impressa nell'immaginario collettivo di una generazione. Ne sarebbe diventata l'unico tratto realmente autobiografico, l'unico momento realmente condiviso. E, soprattutto, sarebbe diventata il grande racconto attorno al quale annodare la trama di tutte le singole esistenze di giovani privi di qualsiasi rilevante riferimento ideologico, politico, culturale. Così, ognuno di loro - di tutti quelli che avevano spinto la testa e il piede di Pablito nelle fatali giornate spagnole - avrebbe vissuto i periodi di difficoltà, lo scherno degli amici, l'incapacità di ingranare, come se si trattasse della prima fase del Mundial. Come se si trovasse dinanzi al Perù e al Camerun: avversari tutto sommato inferiori, ma di cui risulta difficile venire a capo. Ognuno di loro avrebbe confidato che queste difficoltà fossero solo il 'primo turno', solo la fase di riscaldamento prima dello slancio. Nella convinzione che, dopo il risicato, sofferto passaggio del turno, le cose sarebbero cambiate del tutto. Nella certezza che la cavalcata sarebbe cominciata, travolgendo uno dopo l'altro - dinanzi allo stupore di tutti, contro tutti i pronostici, contro il discredito di tutti i critici e della stampa - le loro personali Argentina, Brasile, Polonia e Germania. Nella speranza che, alla fine, quello che tutti ritenevano un giocatore finito, si rivelasse - proprio come Paolo Rossi - l'imprevedibile, immarcabile centravanti capace di diventare, davanti agli occhi increduli del mondo, un grande campione. E che tutto si sarebbe concluso con il liberatorio, immortale urlo di Marco Tardelli.



Ma non è stato solo un sogno individuale. E non è stato soltanto il sogno di una generazione di ragazzi, che per anni – nei momenti più esaltanti, come in quelli di maggiore difficoltà – sarebbe tornata a quella notte, a tutta la cavalcata del Mundial di Spagna. È stato il sogno di un intero Paese, che, con la vittoria al Mundial di Spagna, si scopriva diverso. Un paese che cambiava pelle proprio nella canicola di quelle indimenticabili giornate dell’estate dell’82. Un paese che, in quei giorni, si lasciava alle spalle il passato. E si indirizzava davvero verso gli anni Ottanta. Abbandonando qualche zavorra. Ma lasciandosi dietro anche qualcosa di più.
In un libro ricco di sollecitazioni sugli anni Ottanta, Marco Gervasoni ha ovviamente ritrovato proprio nel Mundial spagnolo lo snodo di un mutamento culturale profondo (M. Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni, Marsilio, Venezia, 2010). Nella sua ricostruzione, Gervasoni ritrova per esempio nel Pertini del Santiago Bernabeu (e in quello che giovava a scopone sull’aereo presidenziale, insieme a Bearzot) i tratti di «un italiano nuovo e antico al tempo stesso», qualche volta insofferente verso le regole del protocollo, persino protagonista di gaffe imbarazzanti, ma al tempo stesso «immagine di un paese vitale, dinamico, di cui ci si poteva sentire orgogliosi» (ibi, p. 29). Un Pertini, insomma, che anticipava già alcuni dei tratti personalistici che avrebbero in seguito segnato la politica italiana. Ma, soprattutto, Gervasoni riscopre il senso (culturale e persino politico) che, già allora, veniva assegnato alla vittoria da alcuni commentatori del Mundial. Gianni Brera, nelle sue corrispondenze dalla Spagna, esaltava per esempio il catenaccio della nazionale di Bearzot come un ritratto fedele dell’identità italiana, perché il catenaccio esprimeva una «paura canina, cioè in certo modo feroce, perché è assodato che i cani mordono quando hanno paura». Ma, dopo la vittoria, Brera non si ritraeva certo dalle celebrazioni della «cara vecchia e smandrappata Italia», che aveva «sfruttato appieno le virtù della sua indole»: «al diavolo i malevoli i cacaminuzzoli gli invidiosi gli incompetenti i pirla i fessi ai quali non è piaciuta la vittoria italiana. Io triumphe, avventurata Italia. Dovessi per un mese cantare le tue caste glorie, ebbene, lo farei con grato entusiasmo. […] Il terzo titolo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri» (da «la Repubblica», 14 luglio 1982, citato da Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta, cit., p. 32). E ancora più esplicito era Mario Soldati, inviato dal «Corriere della Sera» in Spagna per seguire gli aspetti di colore dei mondiali, che scriveva, all’indomani della notte di Madrid: «è la prima volta, dal lontanissimo (avevo dodici anni ma mi ricordo) 1918, durante la festa della vittoria nella guerra ‘15-’18, la prima volta che mi sento patriottico all’antica […] Non c’è stato anche il 24 luglio? Non c’è stato anche il 25 aprile? Sì, senza dubbio, ma in queste due date certamente più gloriose, purtoppo l’Italia era ancora divisa, divisa dentro di sé. Oggi non più […]. C’è qualcosa di nuovo nell’aria» (M. Soldati, Ah! Il Mundial!, Sellerio, Palermo, 2008, p. 120, citato sempre da Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta, cit., p. 32). E gli entusiasmi andavano ben al di là delle consuete iperboli dei commentatori sportivi. Persino «l’Unità», quello che era ancora il quotidiano del Pci di Berlinguer, non si sottraeva all’entusiasmo, leggendo addirittura nella rinascita patriottica un segnale di rinnovamento politico. Proprio sull’«Unità» del 13 luglio 1982 si leggeva, infatti: «è avvenuto qualcosa di inedito, di travolgente, forse di effimero eppure di indimenticabile: qualcosa su cui occorre riflettere, scavare, come merita un momento così sorprendente della nostra biografia collettiva […]. Tutto ciò è converso nell’elemento simbolico, costantemente esibito, del tricolore, cioè della nazione, da parte di un popolo che, come molti riconoscono, non è né sciovinista, né xenofobo, a cui anzi si rimprovera un deficit di unità, di cultura e di identità». E la medesima lettura avrebbe spinto l’allora sindaco di Roma, il comunista Ugo Vetere, a vedere, nell’entusiasmo delle masse capitoline all’arrivo degli azzurri nella capitale, l’annuncio di una trasformazione sociale: «dalla pagina che è stata scritta tutti insieme», secondo le parole di Vetere, «può crearsi la possibilità di trasformare questa gioia, questa voglia di stare insieme in ricerca, speranza, volontà collettiva, di avere di conquistare una società più giusta, più bella, più umana» (ibi, p. 30). 
Certo, nell’atmosfera di quei giorni la retorica non poteva che abbondare, diventando una vera e propria marea montante. Ma, effettivamente, quella notte e quell’estate, l’Italia, improvvisamente, si ritrovò unita attorno al tricolore e alla maglia azzurra, riconquistando, dopo le divisioni e le lacerazioni anche dolorose degli anni precedenti, un’omogeneità nuova. Un’omogeneità che, al di là della retorica, neppure gli anni del terrorismo e dell’emergenza avevano realmente garantito. E che, invece, la grande cavalcata spagnola aveva magicamente ricomposto. Anche perché l’Italia poteva – o voleva – riconoscersi nell’exploit imprevedibile di Paolo Rossi, nella gloria tardiva di Dino Zoff, nella grinta di Claudio Gentile, nel catenaccio di Bearzot. Nella sua ricostruzione, Gervasoni ritrova così nell’estate del 1982 il passaggio emotivo, simbolico, culturale, dall’Italia degli anni Settanta all’Italia degli anni Ottanta, o, meglio, da un’Italia segnata dalla violenza e dal conflitto a un’Italia ottimista e rampante:

Gli italiani con il tricolore sentivano di poter uscire da un paese credendo in loro stessi, in una nazione nuova, solidale sì (il messaggio thatcheriano non poteva passare), ma allo stesso modo della squadra di calcio, fondata sul merito delle singole individualità. L’Italia immaginata dai tifosi era la stessa nazionale informale del ‘catenaccio’, delle piccole imprese e dei distretti snobbati dall’establishment economico, l’Italia degli stilisti, che venivano dal nulla e dalla provincia, guardati con sospetto dalle grandi industrie e dal cosiddetto salotto buono del capitalismo italiano. Era la nazione istituzionale incarnata, più di tutti, da Pertini, quella che alle regole e ai protocolli contrapponeva ‘l’umanità’ e ‘l’imprevisto’. […] Il Mondiale rappresentò la conferma di un nuovo stato d’animo – e fu sprone ad andare avanti – che valeva per tutti, al di là delle appartenenze politiche, culturali, sociali e, a quel punto, anche geografiche. Lo spirito di ottimismo generato dalla vittoria della coppa poté così convivere, nei mesi successivi, con eveti gravi, lo scandalo Ior, l’assassinio di Dalla Chiesa, nuovi attentati del terrorismo. Gli italiani, però, si sentivano già in un clima nuovo: anche se omicidi, scandali, crisi caratterizzarono gli anni successivi, tutti erano proiettati verso un mondo nuovo (M. Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta, cit., pp. 32-33).

Naturalmente, nella parole di Gervasoni non è difficile ritrovare l’intento di riabilitazione degli anni Ottanta, che d’altronde sostiene il suo volume. Ma, effettivamente, la vittoria ai mondiali spagnoli fu un episodio chiave dell’autobiografia nazionale. Un episodio che incise in profondità, perché, a partire da quel momento, l’Italia non rappresentò più se stessa allo stesso modo. Dopo quell’estate, però, l’Italia perse forse per sempre qualcosa. E questa perdita – rileggendo quegli eventi quasi trent’anni dopo – non può che emergere in modo chiaro.
La vittoria nella notte di Madrid e quella nella canicola del Sarrià furono infatti le vittorie del ‘catenaccio’, il gioco all’italiana per eccellenza, l’arma nobile dei poveri, l’arma delle squadre prive di talento ma ricche di passione. Ma, dopo la vittoria al mondiale, le cose cambiarono rapidamente. Il campionato italiano diventò – o iniziò a essere rappresentato – come ‘il più bello del mondo’, quello in cui giocavano grandi campioni stranieri come Platini, Zico e Maradona. E, ben presto, lo spettacolo televisivo richiese, o impose, una svolta spettacolare anche al calcio. Il catenaccio fu abbandonato, la zona sostituì la marcatura a uomo, e così, il calcio all’italiana, se non sparì del tutto, divenne l’emblema del ‘vecchio’, un antico retaggio di cui la ‘nuova’ Italia si doveva liberare, non solo per rimanere al passo coi tempi, ma anche per aderire alla nuova fisionomia di un paese vincente, individualista e rampante. Ma, insieme al catenaccio, che aveva regalato al paese la più grande gioia sportiva della sua storia, l’Italia doveva liberarsi anche del proprio passato. Un passato di divisioni profonde, radicate, che non venivano affatto rimarginate o superate, ma semplicemente rimosse da una sorta di ri-unificazione puramente emotiva, destinata a dissolversi rapidamente. Alla fine degli anni Ottanta, infatti, molti dei motivi su cui era cresciuto il mito del successo italiano si dovevano svelare come semplici illusioni. E, una volta scemato l’entusiasmo, sul tappeto dovevano rimanere soltanto il rancore, il risentimento e il rimpianto.
Ma tutto questo doveva venire dopo. L’estate del 1982 fu davvero irripetibile. E l’avventura spagnola dei ragazzi di Bearzot fu una cavalcata straordinaria e imprevedibile. Una cavalcata che solo l’epica può raccontare, e che il monologo di Enia, con i suoi indimenticabili personaggi, stretti attorno al solenne Sony Black Trinitron, riesce ogni volta a far rivivere. Facendoci ridere e commuovere. E restituendoci, almeno per un attimo, l’innocenza perduta.

Damiano Palano



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martedì 12 giugno 2018

Se il migrante diventa un'arma. Un libro di Kelly M. Greenhill sull'utilizzo delle migrazioni come strumento di condizionamento politico



di Damiano Palano

In questi giorni la vicenda della nave Aquarius ha riaperto la discussione sull'utilizzo delle migrazioni come strumento di condizionamento politico. Non si tratta infatti di un caso inedito perché in diverse occasioni i flussi migratori - reali o minacciati - sono diventati strumenti con cui gli Stati hanno richiesto e ottenuto vantaggi economici o politici. A questo proposito, "Maelstrom" ripropone una recensione al volume di Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera (Leg, pp. 482, euro 20.00), apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 6 giugno 2017.

Nel 1979, durante uno storico incontro con Deng Xiaoping, il presidente americano Jimmy Carter pose la questione del mancato rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica Popolare. E dichiarò che, se il regime non avesse concesso ai propri cittadini la possibilità di emigrare senza restrizioni, gli Stati Uniti non avrebbero potuto commerciare liberamente con la Cina. La replica di Deng lasciò però Carter letteralmente disarmato: «Va bene. Allora, esattamente quanti cinesi le piacerebbe avere, signor presidente? Un milione? Dieci milioni? Trenta milioni?». La minaccia di Deng non si concretizzò mai. Ma l’episodio – ricordato da Zbigniew Brzezinski – può essere considerato come una testimonianza della fragilità che le democrazie liberali spesso mostrano dinanzi alla prospettiva di essere investiti da flussi migratori di massa. Una fragilità che, in qualche caso, può essere sfruttata politicamente da alcuni Stati per ottenere concessioni, o comunque per esercitare pressione.
Proprio a questo tema è dedicato il volume di Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera (Leg, pp. 482, euro 20.00). Greenhill sostiene infatti che, almeno in alcuni casi, le migrazioni progettate coercitive – ossia movimenti transfrontalieri deliberatamente creati o manovrati da Stati o organizzazioni non statali – possano essere sfruttate per ottenere concessioni politiche, militari ed economiche. Nel periodo compreso tra il 1951 e il 2010, la politologa ne riconosce ben cinquantasei casi. Le proporzioni della popolazione coinvolta e lo stesso profilo degli attori protagonisti furono ovviamente, di volta in volta, molto diversi. Nel 1953, l’allora cancelliere della Repubblica Federale tedesca Konrad Adenauer tentò per esempio di sfruttare l’improvviso afflusso di circa trecentomila profughi dalla Germania Est (dipinto come un deliberato piano di destabilizzazione ordito dall’Unione Sovietica) per ottenere aiuti straordinari dagli Stati Uniti. Un caso analogo vide protagonista l’Austria, che nel 1956 dichiarò che non avrebbe più accolto i rifugiati in fuga dall’Ungheria, se gli Stati Uniti non avessero fornito un consistente supporto finanziario per la gestione dell’emergenza. In altre occasioni le migrazioni furono invece direttamente innescate (o favorite) da parte di chi esercitava la pressione. Fidel Castro alimentò per esempio varie volte i flussi di profughi cubani verso la Florida per riaprire la contrattazione con Washington. E nel 1993 l’ex presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide ebbe probabilmente un ruolo nel promuovere quell’afflusso di boat people verso le coste degli Stati Uniti che indusse l’amministrazione Clinton a intervenire nell’isola.
Il testo di Greenhill offre sicuramente una chiave di lettura. Ma – è importante sottolinearlo – i suoi risultati non possono essere fraintesi. In particolare, i flussi di profughi e migranti che negli ultimi anni hanno investito l’Europa non possono essere considerati semplicisticamente come il frutto di un deliberato calcolo politico, diretto a indebolire il Vecchio continente mediante una «bomba demografica». Anche se certo alcuni attori hanno tentato di utilizzare e manipolare quei flussi per ottenere benefici (non solo economici). Quasi sempre la coercizione per mezzo di migrazione sfrutta d'altronde flussi innescati da altri processi (spesso ben più complessi). Inoltre questo strumento di pressione – come mette in luce la politologa – riesce a far leva sul fatto che, nelle democrazie liberali, la popolazione tende a considerare la limitazione dei flussi migratori come un imperativo molto più rilevante rispetto a qualsiasi altra questione di politica estera. Al tempo stesso, gli Stati democratici considerano spesso troppo elevato ciò che Greenhill chiama il «costo dell’ipocrisia», ossia il costo in termini di credibilità e reputazione derivante dal mancato rispetto di quei diritti che pure vengono solennemente dichiarati inviolabili. Proprio una simile debolezza rende infatti gli Stati occidentali bersagli sensibili alla minaccia di diventare oggetto di flussi migratori. E dunque spesso disponibili ad accogliere le richieste di quegli attori che usano i migranti come un’arma per ottenere concessioni.

 Damiano Palano


giovedì 7 giugno 2018

Rousseau o Lenin? Il M5s e la «legge ferrea del’oligarchia»




Con la formazione dell'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte, il Movimento 5 stelle è entrato nella stanza dei bottoni. La prova di governo, oltre al problema di mantenere le promesse elettorali, implicherà probabilmente anche trasformazioni organizzative interno al partito fondato da Beppe Grillo. "Maelstrom" ripropone a questo proposito un articolo, apparso sul quotidiano "il foglio" il 26 marzo 2018.


di Damiano Palano

Ormai più di un secolo fa, nel 1911, Robert Michels dava alle stampe il suo libro più famoso, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, destinato ad aprire un intero filone di studi. In quel libro il politologo tedesco illustrava quella che, da allora, sarebbe stata conosciuta nell’ambito delle scienze sociali come la «legge ferrea dell’oligarchia». Osservando da vicino la fisionomia e il funzionamento del Partito socialdemocratico tedesco, Michels si rese conto (prima come militante e poi come studioso) di un paradosso inquietante. Proprio quel partito – che, più di ogni altro, aveva inalberato la parola d’ordine dell’uguaglianza e che dichiarava di lottare per la realizzazione di una piena democrazia – al suo interno era tutt’altro che democratico. Dietro un’apparenza democratica, le decisioni venivano infatti sempre prese da una ristretta oligarchia di dirigenti, alcuni dei quali occupavano le cariche di vertice da decenni. Gli iscritti, i militanti e anche buona parte degli stessi funzionari avevano invece un ruolo del tutto marginale. E l’organizzazione assomigliava dunque a una piramide, che concentrava tutto il potere alla sua sommità.
Un aspetto cruciale che Michels metteva in luce riguardava soprattutto le cause della formazione dell’oligarchia. Non si trattava infatti di un consapevole tradimento ordito da una ‘casta’ di dirigenti. L’oligarchia nasceva piuttosto da meccanismi ‘oggettivi’, legati alle caratteristiche immutabili della «natura umana» e soprattutto alle esigenze della lotta. Il politologo chiamava in causa infatti fattori ‘psicologici’, come il «misoneismo» delle masse o la tendenza dei seguaci a venerare i loro capi. Ma sottolineava anche come l’oligarchia scaturisse soprattutto da fattori tecnici. Ogni movimento che puntava a raggiungere degli obiettivi doveva infatti dotarsi di un’organizzazione efficiente, ma questa scelta aveva un costo. La costruzione dell’apparato organizzativo innescava cioè la formazione – più o meno rapida – di un’oligarchia». In altre parole, proprio l’organizzazione, la divisione del lavoro e la specializzazione dei compiti producevano inevitabilmente un gruppo dirigente sempre più chiuso, il cui obiettivo principale diventava col tempo la propria conservazione.
Anche se Michels dimostrava le sue tesi con strumenti che oggi molti politologi considererebbero troppo rudimentali, la «legge ferrea dell’oligarchia» ha trovato in più di un secolo una messe sterminata di conferme. Ed è davvero difficile non pensare alla vecchia lezione dello studioso tedesco leggendo la descrizione che del Movimento 5 stelle ha fatto Davide Casaleggio ai lettori del «Washington Post» dopo la vittoria del 4 marzo. Rispolverando la retorica degli esordi, l’erede di Gianroberto è tornato infatti a celebrare il partito guidato oggi da Luigi Di Maio come lo strumento con cui il cittadino comune può esprimere «direttamente» la propria voce, esercitare la democrazia diretta consentita da Internet, abbattere le organizzazioni politiche e sociali dominanti. E la piattaforma Rousseau viene esaltata come lo strumento per consentire concretamente l’espressione della «volontà generale del popolo». Le cose sono invece un po’ diverse, e – seguendo le orme di Michels – si può senz’altro rinvenire sotto gli slogan la realtà di un nucleo che potremmo definire ‘oligarchico’.


Nei suoi quasi dieci anni di vita, nonostante l’obiettivo di realizzare una democrazia diretta capace di sfruttare le nuove potenzialità della Rete, la formazione pentastellata, si è infatti trovata alle prese con tutte le insidie della «legge ferrea» individuata da Michels. A ben guardare, non si può però trascurare il fatto che il «non-partito» fondato da Grillo presentava fin dalle origini caratteristiche ambigue. Caratteristiche che lo rendevano, come hanno scritto Luigi Ceccarini e Fabio Bordignon, un attore «ibrido». Un attore che aveva qualche elemento in comune con i movimenti sociali e con quei partiti (principalmente ambientalisti) che avevano tentato di introdurre meccanismi di controllo della leadership da parte della base. Ma che poteva anche essere considerato come un «partito azienda».
Il M5s nasce infatti come un «non partito», basato sull’ideale di una sorta di democrazia assoluta e sulla celebrazione delle potenzialità della Rete come strumento per dare forma a una nuova agorà. La sua retorica è contrassegnata da ideali ‘movimentisti’ di orizzontalità e inclusione, e proprio in questo senso viene sostenuta e celebrata la partecipazione ‘dal basso’. A livello locale effettivamente gli attivisti nelle fasi iniziali si auto-organizzano autonomamente, talvolta persino senza alcuna iscrizione formale. Ma fin dall’inizio è evidente un’anomalia strutturale. Già prima che il Movimento assuma una veste politica, nel 2009, è infatti chiaro che tutto il processo è stabilmente guidato dal vertice. A dispetto dello slogan «uno vale uno», è proprio il leader (insieme alla Casaleggio Associati) a indirizzare la costruzione organizzativa, fissando i requisiti per la presentazione delle liste a livello locale e per le candidature. Anche i punti programmatici inizialmente inseriti nell’agenda del movimento e le regole del «Non Statuto» sono imposti dall’alto. L’assenza di norme statutarie sulle strutture intermedie del «non-partito» inoltre consegna di fatto alla Casaleggio un totale controllo sulle adesioni e sulla gestione dei processi di partecipazione. Per questo, come hanno osservato Paolo Ceri e Francesca Veltri, quella del M5s non è una democrazia diretta, ma semmai una democrazia «diretta dall’alto». La democrazia interna è cioè fortemente limitata da distorsioni che producono cooptazione, manipolazione, potere invisibile e verticismo. In molti casi «le decisioni importanti sono prese da persone prive di una legittimità elettiva». E anche quando la decisione è presa a maggioranza, non è comunque mai il frutto di un processo basato su una discussione comune.
Molti studi – per esempio M5s (Il Mulino), curato da Piergiorgio Corbetta, e il nuovo numero dei «Quaderni di Scienza Politica», curato da Marco Almagisti e Paolo Graziano – hanno mostrato che però qualcosa cambia con le elezioni politiche del 2013, dopo che la prima cospicua pattuglia di deputati grillini entra in Palamento. Un primo mutamento significativo riguarda la base elettorale. Se al principio i voti provengono dall’area del centrosinistra, a partire dal 2012 il Movimento inizia a raccogliere voti più o meno in tutto l’arco politico. Il suo baricentro si sposta progressivamente al Sud, come d’altronde l’esito delle elezioni del 4 dicembre ha sancito in modo eclatante. Oggi il M5s sembra così un vero e proprio «partito pigliatutti», nel senso che raccoglie consensi nei settori sociali e geografici più vari (forse solo con la relativa eccezione degli elettori con più di 65 anni).
Una trasformazione altrettanto rilevante è però intervenuta a livello organizzativo. Cinque anni fa il party in public office, ossia il partito degli eletti alle cariche pubbliche, era pressoché irrilevante rispetto al party on the ground, composto dalla base degli iscritti e dei militanti che operano sul territorio. Oggi le relazioni sono invertite: il partito degli eletti è il segmento decisivo, mentre la base territoriale appare persino ‘svuotata’ di un ruolo sostanziale. Anche se non viene formalizzata (e a dispetto del principio della rotazione degli incarichi), comincia infatti a prendere forma una struttura intermedia, formata da quei parlamentari che – grazie alla popolarità acquisita – iniziano a diventare figure di spicco. Ma naturalmente il Movimento non ha perso i tratti di «partito-azienda». Il cuore del partito ha continuato infatti a essere rappresentato da Grillo (e dalla Casaleggio Associati), che in diverse occasioni ha utilizzato lo strumento dell’espulsione per conservare la disciplina interna. Inoltre, le esigenze della competizione elettorale e della lotta politica quotidiana hanno richiesto la formazione di un ristretto gruppo di rappresentanti sempre più ‘professionalizzati’. L’investitura di Luigi Di Maio come capo politico ha sancito da questo punto l’affermazione del ruolo del party in public office. Un’affermazione che l’elezione di Roberto Fico alla presidenza della Camera ha confermato e che nei prossimi mesi la ‘marcia dentro le istituzioni’ dei pentastellati si incaricherà di consolidare ulteriormente. Ma è abbastanza prevedibile che non si tratterà dell’unica trasformazione organizzativa.
Nonostante la retorica dell’iperdemocrazia, la scoperta di Casaleggio e Grillo non è stata dunque la democrazia diretta. Ma, semmai, la riscoperta del vecchio partito leninista, anche se ovviamente ‘de-ideologizzato’ e adattato a una società molto diversa da quella di un secolo fa. Anche se ha oscurato gli ideali partecipativi dell’inizio, proprio il forte centralismo ha infatti consentito al partito di sopravvivere nel tempo e di superare i rischi di frammentazione che il precoce successo comportava. E proprio l’organizzazione richiesta dalle necessità della quotidiana lotta politica ha in seguito favorito l’emergere di un’oligarchia sempre più ‘professionalizzata’.


Più di un secolo dopo la sua formulazione, la «legge ferrea» di Michels non sembra dunque essere minimamente scalfita. Sarebbe però sin troppo scontato riconoscere che, dietro la bandiera dell’«uno vale uno», è tornata a riaffiorare la realtà di un’«oligarchia». Semplicemente perché, al di là della retorica, fin dalle sue origini il Movimento 5 stelle era una sorta di ‘partito azienda in franchising’: un partito in cui era il vertice a controllare saldamente il ‘marchio’ e la comunicazione sul piano nazionale, mentre alle articolazioni locali era concessa (almeno fino a un certo punto) un’ampia libertà di manovra. L’oligarchia nata dopo l’ingresso delle istituzioni è piuttosto venuta ad alterare la fisionomia del partito. Più che ‘strappare lo scettro’ al cittadino comune, l’emergente ceto parlamentare pentastellato si è affiancato a Grillo (e alla Casaleggio). La formazione di questa oligarchia, cresciuta nel party in public office, potrebbe persino dare origine nel tempo a una sorta di ‘diarchia’ in equilibrio instabile con il cuore organizzativo e comunicativo del «partito azienda». E non è escluso che possa verificarsi qualcosa di simile a quanto a Parma è avvenuto per il sindaco Pizzarotti, che ha capitalizzato la visibilità della carica istituzionale per ‘sfidare’ il vertice dell’organizzazione.
È difficile dire cosa diventerà nel futuro il Movimento 5 stelle (e molto dipenderà da quale sarà la composizione del prossimo governo). Quasi certamente, dell’«uno vale uno» rimarrà solo un vago ricordo. E probabilmente, per sopravvivere alle insidie dell’istituzionalizzazione, il «non partito» fondato da Grillo dovrà comunque diventare sempre più simile a un partito. Se infatti la formazione pentastellata dovesse accedere alla ‘stanza dei bottoni’, è scontato che la pressione dell’istituzionalizzazione diventerebbe ancora più forte. Ma anche se ciò non avverrà (come è probabile), il Movimento si troverà probabilmente di fronte alla necessità di rivedere il limite dei due mandati. La spinta a superare (magari in via eccezionale) il principale ostacolo alla ‘professionalizzazione’ e dunque ad abbandonare la regola della rotazione delle cariche non sarà solo dettata dalla comprensibile intenzione del ceto politico di riprodursi e di conservare le proprie posizioni, ma dalle necessità stesse della competizione. Perché rinunciare a leader conosciuti, popolari e ormai abili nell’utilizzare gli strumenti comunicativi significherebbe privarsi di una risorsa preziosa e forse persino decisiva.
Le polemiche sull’assenza di democrazia interna rischiano però di farci perdere di vista quella che è la vera rivoluzione del M5s. Che non ha nulla a che vedere con Rousseau e con il fantasma della volontà generale celebrata dal filosofo ginevrino. Il successo del partito di Grillo sta semmai nell’aver ripensato e adattato il vecchio modello leninista, e cioè un modello di partito fondato – più ancora che i partiti socialisti studiati da Michels – sulla centralizzazione, sulla disciplina e sulla divisione dei compiti. Se infatti il partito ideato da Lenin nella Russia zarista era una sorta di «macchina» che ‘imitava’ la ferrea organizzazione di fabbrica, anche il M5s basa le sue fortune su una «macchina» efficiente e sulla disciplina. In questo caso la «macchina» è però molto esile e coincide con un apparato – tutto sommato esiguo – di esperti nella gestione dei flussi comunicativi. Nel mondo della bubble democracy, il partito non ha infatti bisogno (ameno inizialmente) di una rete di militanti che presidino i cancelli delle fabbriche o che battano le campagne. Ma la sua funzione cruciale – prima ancora che la selezione del personale politico – rimane quella comunicativa. Ossia la capacità di costruire una rappresentazione della società, delle sue linee di contrapposizione e dei suoi conflitti. Ed è anche per questo che, per molti versi, il Movimento 5 stelle può essere considerato quasi come il paradigma di una sorta di «Principe postmoderno».

Damiano Palano 

martedì 5 giugno 2018

Giorgio La Pira architetto della democrazia. Un libro sulla sua concezione filosofica


 Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Giovanni Emidio Palaia, La stazione di arrivo dell’uomo. La persona e il suo destino nel pensiero filosofico-politico di Giorgio La Pira (Editoriale Scientifica, pp. 315, euro 24.00) è apparsa su "Avvenire" il 25 maggio 2018.  
La figura di Giorgio La Pira ha lasciato un’impronta profonda nella storia italiana della seconda metà del Novecento. La sua attività intellettuale, l’apporto che diede alla costruzione della Democrazia Cristiana, la partecipazione alla Costituente, l’impegno per la pace e il ruolo che rivestì come sindaco di Firenze sono stati ricostruiti con precisione. Forse minore attenzione è stata invece dedicata alla riflessione teorica del «Sindaco Santo», e proprio per questo è molto utile il volume di Giovanni Emidio Palaia, La stazione di arrivo dell’uomo. La persona e il suo destino nel pensiero filosofico-politico di Giorgio La Pira (Editoriale Scientifica, pp. 315, euro 24.00). Nel libro viene infatti ripercorsa la traiettoria intellettuale di La Pira, ma soprattutto si chiarisce come la filosofia politica fosse per l’intellettuale siciliano una scientia pratica, diretta a difendere la persona umana.
Nel ricostruire il percorso di La Pira, Palaia parte dagli studi liceali, compiuti a Messina, e dall’interesse per il diritto romano, che lo condussero a Firenze. Iscrittosi nel 1922 alla Facoltà di Giurisprudenza di Messina, La Pira conobbe infatti Emilio Betti, che due anni dopo si trasferì dapprima a Parma e poi a Firenze. Fu così proprio per seguire Betti che, nel 1926, il giovane di Pozzallo si trasferì nel capoluogo toscano, dove terminò gli esami e conseguì la laurea. Negli anni seguenti, continuò i propri studi, sempre sotto la guida del maestro Betti, col quale ebbe sempre ottimi rapporti. Non molto tempo dopo iniziò però a delinearsi la sua specifica personalità intellettuale. Se infatti il diritto romano rimase uno dei cardini della propria concezione, un ruolo altrettanto importante ebbero la filosofia aristotelico-tomista e il Vangelo, che – come nota opportunamente Palaia – non rappresentava un’aggiunta rispetto agli altri due elementi, bensì la fonte capace di aprire una nuova prospettiva sull’ordine naturale.
Alla base dell’intera riflessione di La Pira si trova il concetto di persona, definito a partire dalla filosofia di Tommaso e in relazione con il dibattito condotto in quegli stessi anni da intellettuali come De Lubac, Guardini, Maritain e Mounier. Quella concezione si tradusse inoltre in una specifica visione dello Stato democratico, che, pur combinandosi con l’apporto proveniente da altre culture e da altre forze politiche, incise sulla fisionomia del nuovo edificio costituzionale. E anche per questo il modello di democrazia delineato dalla Carta del ’48 reca una forte impronta personalista e pluralista.
Dopo essere stato eletto all’Assemblea costituente il 2 giugno 1946, lo studioso siciliano venne infatti nominato nella Commissione incaricata di redigere il progetto di Costituzione. Nel suo Architettura di uno Stato democratico, chiarì come doveva essere affrontata la costruzione di un nuovo ordinamento. Dovevano essere innanzitutto riconosciute le cause che, con l’avvento del fascismo, avevano condotto alla caduta dello Stato liberale. La crisi era stata in primo luogo un prodotto della concezione individualista risalente a Rousseau, da cui era derivato un modello statuale costituito da elementi di natura non sociale (e dunque da una scorretta concezione del rapporto tra individui e società). In secondo luogo, era stata una conseguenza della visione riconducibile a Marx, in cui lo studioso siciliano ravvisava i due limiti principali dell’ateismo e dello statalismo (eredità hegeliana). L’architettura dell’ordine democratico doveva invece poggiarsi saldamente sull’idea dell’anteriorità dei diritti naturali della persona rispetto allo Stato. «La persona umana», scrisse per esempio, «ha fini propri che non si esauriscono nei fini sociali e statali». Inoltre, precisava La Pira, dal momento che lo sviluppo della personalità dell’uomo si svolge in diversi organismi (come la famiglia, gli enti territoriali, le comunità di lavoro, i partiti e le comunità religiose), la persona ha diritti (e doveri) «collegati a tutti questi stati costitutivi della sua personalità». Solo riconoscendo l’autonomia di queste formazioni si sarebbero potute evitare le conseguenze nefaste dell’individualismo e dello statalismo. E solo in questo modo l’architettura del nuovo Stato democratico sarebbe diventata uno strumento capace di agevolare «il libero sviluppo esterno ed interiore della persona»

Damiano Palano

venerdì 1 giugno 2018

Guido Carli e l’ortopedia del «vincolo esterno». Rileggere un libro di Emidio Diodato sulla de-democratizzazione italiana e sulle conseguenze del Trattato di Maastricht



di Damiano Palano

Nel dibattito politico italiano è entrato di prepotenza il nodo del "vincolo esterno". Questa espressione viene spesso attribuita - almeno per ciò che concerne la scena italiana - a Guido Carli, che in particolare vide nel Trattato di Maastricht la possibilità di ancorare il sistema politico ed economico della penisola a un nuovo "vincolo esterno". "Maelstrom" ripropone, come approfondimento, una recensione di alcuni anni fa, dedicata al volume di Emidio Diodato, Il vincolo esterno. Le ragioni della debolezza italiana (Mimesis, pp. 172, euro 15.00), che fu pubblicata nel 2015 sul sito dell'Istituto di Politica.

Nel 1977 Guido Carli – che allora ricopriva la carica di Presidente di Confindustria, dopo essere stato dal ’60 al ’75 governatore della Banca d’Italia – rilasciò a Eugenio Scalfari una lunga intervista, nella quale esponeva la propria lettura del ‘caso italiano’ e della crisi in cui versava allora il paese. L’interpretazione che svolgeva Carli non era in fondo molto originale, perché individuava alla base della crisi economica un progressivo deterioramento dello «spirito imprenditoriale», un processo innescato inizialmente dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica e dagli effetti negativi del credito agevolato, ma poi condotto a termine dalle mobilitazioni sindacali della fine degli anni Sessanta. Come sintetizzava nitidamente lo stesso Carli: «dal ’69 in poi questo processo di distruzione vera e propria dello spirito imprenditoriale ha registrato un’accelerazione senza confronti col passato. Lo Statuto dei lavoratori e la rigidità della forza-lavoro: sono stati questi i due momenti fondamentali del deterioramento della situazione. Con essi siamo arrivati al culmine della disgregazione del sistema» (G. Carli, Intervista sul capitalismo italiano, a cura di E. Scalfari, Laterza, Roma – Bari, 1977, p. 113). 
Se queste dinamiche, secondo Carli, avevano fatto precipitare la situazione dell’economia italiana, l’ex-governatore dalla Banca d’Italia ritrovava però anche una contraddizione di fondo nelle scelte compiute dalla classe politica italiana: una contraddizione che scaturiva, da un lato, dalla decisione adottata alla fine degli anni Cinquanta di aderire alla Comunità Europea, e, dall’altro, dal permanere di una diffidenza, se non di una vera e propria ostilità, nei confronti della logica dell’economia di mercato. In altre parole, secondo Carli la classe politica italiana non si era resa conto, al momento dell’adesione alla Cee, di cosa quella decisione avrebbe comportato, e in special modo non si era resa conto che – laddove non fosse intervenuto un adeguamento delle strutture del paese – l’economia nazionale non sarebbe stata in grado di affrontare la competizione degli altri partner europei. In questo senso Carli osservava, dinanzi all’allora direttore di «Repubblica»: «Fu un errore non rendersi conto delle conseguenze che quell’adesione avrebbe avuto e dei mutamenti che essa obbligatoriamente comportava. Mi sembra insomma che all’origine della nostra crisi vi sia una profonda contraddizione tra l’aver ‘affondato’ l’economia italiana nel sistema dell’economia di mercato dominante in tutt’Europa e, nello stesso tempo, l’aver conservato o addirittura accresciuto un atteggiamento di ostilità verso l’economia di mercato e verso i meccanismi che vi presiedono» (p. 65).
Carli naturalmente non era affatto contrario all’adesione alla Cee, di cui era stato anzi a suo tempo uno strenuo sostenitore e della cui opportunità continuava a essere fermamente convinto anche negli anni Settanta. Ciò di cui si rammaricava era invece la miopia della classe politica italiana, una miopia che scaturiva a suo avviso proprio dall’ostilità ‘culturale’ nei confronti del ruolo imprenditoriale da parte non solo del mondo sindacale e della sinistra, ma da parte anche di una porzione consistente del mondo democristiano. Ad avviso di Carli, non si trattava inoltre di elementi congiunturali, legati a quel periodo specifico, perché erano atteggiamenti profondamente radicati nella società italiana e molto difficili da scardinare o modificare. Proprio per questo dall’Intervista sul capitalismo italiano emergeva un marcato pessimismo, che certo non precludeva l’individuazione di qualche spazio d’azione, ma che d’altro canto appariva molto lontano dal prefigurare margini di ripresa. 
Nonostante le cupe previsioni di Carli, l’economia italiana iniziò di lì a qualche anno a mostrare segni rilevanti di ripresa, tanto che gli anni Ottanta – a torto o a ragione – sono ancora oggi ricordati da molti come una sorta di perduta «età dell’oro». Che quella crescita, per quanto favorita anche dall’esplosione del made in Italy, fosse in misura non marginale legata anche a quell’espansione del debito pubblico di cui ancora oggi ci troviamo a pagare le conseguenze, era però ben chiaro a Carli. Anche per questo non abbandonò neppure nel corso degli anni Ottanta la propria diffidenza nei confronti della classe politica italiana, giudicata inadeguata a gestire un paese sottoposto a crescenti pressioni internazionali. E così – prima ancora che esplodesse la crisi della cosiddetta «Prima Repubblica» – ricercò le condizioni per introdurre nel sistema italiano una sorta di riforma ‘invisibile’, capace di costringere gli attori politici a rispettare, persino contro la loro stessa volontà, la disciplina dei conti pubblici e i principi dell’economia di mercato. Più specificamente Carli – che fu Ministro del Tesoro nell’ultimo governo Andreotti, al principio degli anni Novanta – individuò nel negoziato europeo che avrebbe condotto alla firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992, l’opportunità per imporre al sistema italiano quello che più tardi, nelle sue memorie, l’ex-governatore definì un «vincolo esterno»: «La nostra scelta del ‘vincolo esterno’», si legge infatti nelle sue memorie postume, «nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese» (G. Carli, Cinquant’anni di politica italiana, in collaborazione con Paolo Peluffo, Laterza, Roma – Bari, 1993, p. 267). Naturalmente la classe politica – che già non aveva intuito quali fossero le implicazione dell’adesione alla Comunità Europea – non comprese neppure quali sarebbero state le conseguenze di Maastricht, e in particolare – come lo stesso Carli non mancava di osservare – non si rese conto che, sottoscrivendo i vincoli fissati dal Trattato, accettava di fatto «un cambiamento di una vastità tale che difficilmente essa vi sarebbe passata indenne» (ibi, p. 437).
Oggi, a quasi un quarto di secolo dalle trattative che condussero a Maastricht, ci appare del tutto chiaro come il «vincolo esterno» abbia pesato sulla politica italiana molto più di ogni altro aspetto, tanto che persino l’intera parabola del bipolarismo della «Seconda Repubblica» può essere considerata come un tentativo – più o meno riuscito – di rispettare (o aggirare) quel vincolo. E proprio per questo è davvero importante il libro di Emidio Diodato, Il vincolo esterno. Le ragioni della debolezza italiana (Mimesis, pp. 172, euro 15.00), un testo che non si sofferma solo sul presente e sul passato recente, ma si spinge anche all’indietro, per meglio comprendere le radici di un processo che giunge a manifestarsi compiutamente solo al principio del XXI secolo. Il libro di Diodato, politologo dell’Università per Stranieri di Perugia, non è infatti solo dedicato alla politica italiana della «Seconda Repubblica», perché – adottando una prospettiva davvero fruttuosa, e assai poco praticata in Italia – tenta anche di cogliere l’interazione fra la dimensione interna e quella internazionale. Da questo punto di vista, Diodato richiama infatti la vecchia (ma spesso dimenticata) lezione di Otto Hintze, secondo cui il mutamento nell’assetto interno di uno Stato costituisce il riflesso – ovviamente non automatico – delle trasformazioni del sistema internazionale. E, inoltre, ricostruisce la relazione problematica fra lo Stato e la democrazia in Italia, evidenziando la portata dei due «vincoli esterni» che, prima di quello di Maastricht, ‘ancorarono’ il sistema: l’adesione agli istituti di Bretton Woods, dopo la seconda guerra mondiale, e l’entrata nel Sistema Monetario Europeo nel 1979. Ma ovviamente l’analisi è proiettata soprattutto sul terzo «vincolo esterno», rappresentato da Maastricht. E proprio riesaminando il significato che tale vincolo ha avuto per la politica italiana dell’ultimo ventennio, Diodato viene a sviluppare un’analisi preziosa, che riesce a cogliere la connessione fra alcune dinamiche interne e un processo che vede modificarsi il ruolo internazionale dell’Italia.
Ci sono in particolare tre nodi su cui Diodato si concentra, e su cui vale la pena soffermarsi. Un primo aspetto è rappresentato dalla sostanziale impreparazione cui la classe politica italiana della «Prima Repubblica» giunse all’appuntamento europeo di Maastricht. Con la dissoluzione del blocco sovietico, le tradizionali linee di politica estera adottate dall’Italia si trovarono in gran parte spiazzate da un quadro radicalmente nuovo. Il primo episodio in cui emersero le difficoltà fu senza dubbio la Guerra del Golfo del 1991, perché l’opposizione di Arafat all’intervento internazionale contro l’Iraq di Saddam Hussein mise in crisi il ruolo che l’Italia aveva assunto nello scacchiere mediterraneo, incrinando così l’immagine di «media potenza regionale» cui la classe politica del Belpaese aveva lavorato per decenni. Anzi i tentativi di nuovo attivismo sperimentati negli anni Ottanta – nel quadro della ‘nuova guerra fredda’ di Ronald Reagan – si rivelarono, dalla prospettiva del 1989, come «uno sforzo tutto sommato improduttivo e anzi dannoso per il paese», perché «non predispose di certo l’Italia ad affrontare l’appuntamento, molto più impegnativo, di Maastricht» (p. 91). L’assenza di una politica estera adeguata al passaggio in atto doveva invece aprire uno spazio di manovra alternativo, e in questo spazio venne a inserirsi proprio l’iniziativa di Carli, il quale comprese come nel nuovo scenario, successivo alla dissoluzione del blocco sovietico, le priorità della politica estera mutassero radicalmente, perché in particolare la riunificazione tedesca configurava un fattore di nuova instabilità. La conclusione del Trattato di Maastricht avvenne così anche sull’onda della riunificazione tedesca, e la sua architettura fu concepita – certo paradossalmente, giudicando come poi si sono snodate le vicende dell’Ue – come uno strumento con cui gli altri partner europei cercarono di vincolare la nuova Germania unita. Come scrive Diodato in questo senso: «La preoccupazione per il rafforzarsi sul continente di una nazione capace di sovrastare le altre spinse il governo italiano a sostenere con grande fiducia il mantenimento del Patto atlantico e, allo stesso, tempo, a procedere con forza verso l’unificazione politica oltre che monetaria dell’Europa. Si ritenne, infatti, che solo entro un’Europa più unita, ma difesa dal Patto atlantico, sarebbe stato possibile proseguire l’integrazione del continente senza che una nazione (cioè la Germania) prevalesse sulle altre. Tuttavia, questa posizione fu più una scommessa sul futuro che una ponderata scelta diplomatica» (p. 94). Il vincolo che da quel momento avrebbe pesato sull’Italia si è tradotto, nota anche Diodato, in un fardello sempre più gravoso: «non siamo in grado di capire se l’Unione saprà rivelarsi la risposta adeguata alla crisi della sovranità dello Stato moderno. Quel che sappiamo è che l’Italia, a causa del suo ritardo con la modernità, nel corso del Novecento si è trovata a dover gestire un vincolo esterno divenuto sempre più costrittivo. Il rischio è che l’attuale vincolo monetario possa paralizzare lo sviluppo democratico ed economico del paese, soprattutto se la corruzione politica renderà vana ogni virtù nazionale» (p. 103). Più in generale, dunque, il vincolo esterno – da potenziale risorsa – si è tramutato (forse definitivamente) in un peso insostenibile: «i vincoli esterni possono essere considerati salvifici nella misura in cui indicano una via (ragionevolmente univoca) di sviluppo moderno, e quindi sono gestiti o governati mediante una politica estera capace di trasformare le preferenze in potere nazionale. Altrimenti rischiano di paralizzare lo sviluppo democratico ed economico del paese, soprattutto se la riabilitazione ortopedico-monetaria e la rieducazione all’austerità economica non funzionano» (p. 133).
Un secondo nodo su cui Diodato si sofferma è invece costituito proprio dal «berlusconismo», ed è a questo proposito che si impegna in una discussione dell’interpretazione proposta da Giovanni Orsina, secondo il quale Silvio Berlusconi è stato – nell’intera vicenda unitaria – l’unico leader che non si sia proposto di ‘correggere’ gli italiani, mediante soluzioni ortopediche e pedagogiche. In realtà Diodato non concorda con l’interpretazione di Orsina, soprattutto perché tale lettura non considera in alcun modo l’insieme delle pressioni provenienti dall’esterno e dunque il peso del «vincolo esterno». A proposito della lettura avanzata dallo storico, Diodato osserva infatti che essa «non considera la realtà istituzionale dello Stato, quindi le condizioni politiche di esistenza della comunità nazionale e le relazioni internazionali che influenzano la direzione e il carattere delle istituzioni»: quella proposta da Orsina, dunque, è «una spiegazione tutta ripiegata all’interno del paese che esclude ogni riferimento al contesto esterno» (p. 147). Nelle pagine dello stesso Orsina, Diodato però scorge anche le tracce che conducono verso un’altra proposta, che in questo caso considera la parabola e le trasformazioni del «berlusconismo» proprio alla luce delle trasformazioni del quadro internazionale. Se il primo governo presieduto dall’imprenditore vede positivamente la globalizzazione e considera sufficiente ‘liberare’ le risorse presenti nella società italiana eliminando ‘lacci e lacciuoli’, il secondo governo Berlusconi – a partire dal 2001 – deve invece modificare la propria prospettiva, ricercando proprio nella politica (e in special modo nella politica estera) lo strumento grazie al quale legittimare la reazione al vincolo europeo. Naturalmente questi tentativi si risolvono in un fallimento e la caduta del quarto governo Berlusconi, nel novembre 2011, sancisce in modo inequivocabile la conclusione della parabola politica dell’imprenditore milanese, oltre che, al tempo stesso, la sconfitta del proposito di rovesciare il vincolo esterno.
Il terzo nodo su cui l’analisi di Diodato si sofferma è probabilmente quello più significativo, perché riguarda il nesso fra il vincolo esterno e il processo di «de-democratizzazione» del sistema politico italiano. Ma Diodato da questo punto di vista non evoca complotti o minoranze che operano nell’ombra per depotenziare gli istituti della democrazia parlamentare. Piuttosto, attira l’attenzione su ciò che è avvenuto in Italia, e su ciò che non ha consentito di tramutare il vincolo esterno in una risorsa. «Se vi è stato un processo di de-democratizzazione», osserva per esempio, «questo non è imputabile alla rottura di un vincolo interno, ossia del legame fra opinione pubblica e politica estera», bensì «all’indebolirsi del potere nazionale, o, meglio, della capacità e forse della volontà dei decisori politici di trasformare i vincoli internazionali in opportunità per il paese, quindi le preferenze nazionali in azioni di politica estera» (pp. 138-139). E in questo senso il politologo finisce con l’assolvere quel decadimento della comunicazione politica cui è spesso stata attribuita in Italia la responsabilità della degenerazione della dinamica democratica: «Inseguendo il fantasma del berlusconismo, troppo spesso in Italia si è parlato di crisi della democrazia come diretta conseguenza delle degenerazione della comunicazione. Naturalmente ciò è stato imputato alla capacità d Berlusconi di controllare la comunicazione grazie al possesso di televisioni e giornali. Ma si dimentica, in questa critica, che l’insoddisfazione nei confronti della democrazia italiana è esistita sin dalla nascita della Repubblica» (p. 141). Per Diodato, invece, la vera spiegazione di quanto avvenuto in Italia nell’ultimo ventennio – e anche della polarizzazione fra centro-destra e centro-sinistra – va rinvenuta nel quadro internazionale e naturalmente nelle implicazioni del vincolo esterno. «Piuttosto che discutere di Maastricht e della sua moneta unica», osserva infatti, «le forze politiche e anche quelle intellettuali (teologi e parroci) hanno cercato la risposta ai problemi del paese discutendo, come fanno i contendenti di un derby politico, la superiorità del berlusconismo o dell’antiberslusconismo» (p. 141). Ma in questo modo si è fatalmente sottovalutato il fatto che proprio a Maastricht furono scritte le pagine più importanti di quella che sarebbe diventata, qualche anno dopo, la «Seconda Repubblica»: «L’ascesa e poi il declino del berlusconismo hanno avuto origine proprio in questa sottovalutazione. La decisione presa a Maastricht non fu quella di operare un trapianto, bensì di eseguire un più efficace intervento ortopedico-monetario, accompagnato da un forte sostegno pedagogico tutt’altro che approssimativo» (p. 142).
Ciò che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni è stato davvero l’esito delle decisioni di Maastricht. E per quanto le conseguenze di quelle decisioni si siano rivelate molto diverse da quelle in cui confidavano gli estensori del trattato, era ben chiaro fin da allora – forse non alla classe politica italiana, ma sicuramente all’allora Ministro del Tesoro – che cosa avrebbe significato il «vincolo esterno». Se infatti la forma politica dell’Unione Europea è un unicum, che non ha eguali nella storia, è anche piuttosto chiaro che la struttura che ha assunto l’edificio europeo a partire dagli anni Novanta è il risultato di una ben precisa volontà: non soltanto della volontà di procedere nel senso dell’unificazione ‘nonostante’ i popoli, e cioè a dispetto delle resistenze dei singoli elettorati nazionali; ma soprattutto della volontà di ‘de-democratizzare’ i sistemi politici europei, ossia di sottrarre alcune decisioni – principalmente di carattere economico – all’influenza degli elettorati nazionali e dunque alla stessa autonomia delle singole classi politiche. Ciò non ha semplicemente a che vedere con la rinuncia alla sovranità da parte degli Stati nazionali, ma piuttosto appare connesso alle modalità con cui il trasferimento di alcuni poteri a livello sovranazionale si è verificato, soprattutto nel passaggio cruciale che conduce a Maastricht. Il punto è che nella costruzione europea la dimensione della legittimazione ‘verticale’, ossia la legittimazione proveniente dal ‘basso’, dagli elettorati, è stata di fatto sempre sostituita da un meccanismo di prevalente legittimazione ‘orizzontale’: un meccanismo in cui i singoli governi nazionali vengono legittimati dagli altri partner in virtù del rispetto degli accordi assunti collegialmente. Questo sistema di legittimazione scaturisce dalla stessa originaria natura di organizzazione internazionale della Comunità europea, nella quale la dimensione intergovernativa è inevitabilmente prevalente su qualsiasi dimensione che chiami in causa le singole opinioni pubbliche. Con la progressiva trasformazione della Comunità in un’Unione tendenzialmente ‘federale’, a questa dimensione doveva affiancarsi un ruolo più significativo del Parlamento europeo: tale processo, nonostante l’allargamento delle competenze dell’assemblea, non ha però mai realmente indebolito la logica intergovernativa. Il punto, così, è che proprio una simile logica viene a offrire una formidabile soluzione per raggiungere determinati obiettivi ‘neutralizzando’ le resistenze interne. Come osserva Diodato, la tendenza conduce, più che a uno sgretolamento dell’autorità statale, verso «l’emergere di una autorità invisibile, per quanto non meno efficace nel controllo delle società» (p. 102). Come sottolinea chiaramente Diodato, se forse la classe politica italiana del tempo non comprese fino in fondo la portata della decisione, essa era invece ben chiara a Carli, per cui la via dell’Ue era la stessa che conduceva allo «Stato minimo»: «Solo riducendo la sovranità democratica, l’unione monetaria di Maastricht avrebbe potuto vincolare i paesi europei, e soprattutto l’Italia a performance politiche idonee alla competizione globale. […] Maastricht fu quindi una scelta politica, prima che tecnica ed economica, e il Trattato sulla stabilità del 2 marzo 2012 ne ha dato piena conferma» (pp. 102-103).
Nel testo sono molte le riflessioni che richiederebbero un approfondimento. Ma l’aspetto che rende interessante il discorso di Diodato è soprattutto il rovesciamento di una tendenza interpretativa che nel corso degli ultimi dieci anni ha ricondotto la ‘crisi’, il ‘logoramento’ e la ‘decadenza’ della democrazia italiana a quel fenomeno – al tempo stesso politico, economico e culturale – che è stato spesso definito «berlusconismo». Certo ci possono essere pochi dubbi sul fatto che l’ascesa politica di un magnate dell’industria televisiva abbia rappresentato un’anomalia nell’ambito delle democrazie occidentali e sul fatto che la concentrazione di potere economico e politico abbia prodotto ben pochi effetti benefici sulla vitalità delle istituzioni. Ciò nondimeno è davvero molto probabile che le analisi che hanno considerato il «berlusconismo» come la causa della ‘crisi’ democratica – e tra queste analisi importanti e talvolta anche preziose – abbiano quantomeno peccato di ‘provincialismo’, nella misura in cui hanno evitato di confrontarsi col quadro internazionale: e cioè non solo sottovalutando la transizione geopolitica, ma anche trascurando quelle trasformazioni interne che diventano comprensibili (come suggeriva Hintze) solo tenendo conto delle pressioni esterne. Ed è invece proprio perché si concentra su questo nesso fra ‘interno’ ed ‘esterno’ che l’analisi di Diodato viene a fornire indicazioni (anche metodologicamente) importanti, meritevoli di un esame ponderato e di ulteriori verifiche. 
Oltre a offrire delle sollecitazioni fondamentali per individuare la corretta prospettiva da cui indagare il processo di «de-democratizzazione» del sistema politico italiano,  il quadro delineato da Diodato consente anche di sottolineare due elementi rilevanti ai fini di un ripensamento della «Seconda Repubblica» e della crisi – politica, economica e sociale – che l’Italia sta vivendo oggi (e che probabilmente continuerà a vivere nel prossimo futuro). In primo luogo, l’esame compiuto dal politologo consente di smantellare alle radici l’idea che il vincolo europeo sia imputabile ad attori esterni, siano essi la «tecnocrazia» di Bruxelles o la Germania di Angela Merkel. Benché infatti l’evocazione di questi ‘nemici’ torni spesso nella retorica di vecchi e nuovi critici dell’Europa e dell’euro, deve essere ben chiaro che l’assetto odierno dell’Unione – un assetto che certo ha prodotto vantaggi in termini relativi per l’economia tedesca, e che inoltre assegna realmente un ruolo significativo alla burocrazia di Bruxelles – è l’effetto di decisioni prese dai singoli governi nazionali, tra cui ovviamente si trovavano gli stessi esecutivi italiani (i quali anzi furono a lungo i più europeisti del Vecchio continente). In secondo luogo, la ricostruzione compiuta da Diodato suggerisce di considerare Maastricht in una nuova luce: se forse gli effetti che avrebbe prodotto il Trattato furono sottovalutati da una classe politica ‘distratta’, spiazzata dal mutamento epocale del 1989 e ormai prossima al proprio capolinea storico, essi furono invece ben chiari fin dal principio a personaggi come Carli, cui non casualmente Diodato assegna in qualche modo il ruolo, se forse non proprio di ‘artefice’, comunque di ideologo del nuovo «vincolo esterno» europeo. In qualche misura, infatti, il Trattato di Maastricht e i famigerati parametri che oggi vengono da più parti liquidati come insensati e perniciosi furono consapevolmente perseguiti e appoggiati da una componente (forse minoritaria ma non irrilevante) della classe dirigente italiana, rappresentata proprio da Carli, che vide in quella cornice il «vincolo esterno» capace di ‘disciplinare’ tanto la società italiana quanto una classe politica ‘culturalmente’ ostile ai principi dell’economia di mercato. In sostanza – e da questo punto di vista è sufficiente rileggere le memorie di Carli – Maastricht fu percepito come quello strumento con cui ‘sterilizzare’ la democrazia italiana, sottraendo alla classe politica nazionale (e dunque, indirettamente, agli stessi elettori), una serie di decisioni cruciali in campo economico. Ma, soprattutto, fu concepito come lo strumento con cui poter finalmente risolvere quella grande contraddizione che si era aperta nel 1957, e di cui Carli aveva esposto la gravità già nella sua vecchia intervista a Scalfari sul finire degli anni Settanta. Se allora l’Italia aveva aderito alla Cee conservando però la propria diffidenza per le regole della competizione economica, Maastricht offriva finalmente lo strumento con cui ‘educare’ gli italiani e la classe politica del Belpaese alla ‘cultura’ del capitalismo. E, dunque, l’unificazione monetaria rappresentava agli occhi di Carli quella strada che avrebbe definitivamente ‘costretto’ l’Italia a essere ‘virtuosa’, uscendo così dalle secche in cui – secondo la lettura dell’ex governatore della Banca d’Italia – si era arenata a partire dal 1969.
Il lavoro di Diodato consente oggi di comprendere come quella scelta, che certo fu anche il prodotto di una serie di circostanze contingenti, scaturisse da una visione complessiva, che ovviamente trovava nella garanzia offerta dal «vincolo esterno» il tassello cruciale. Sarebbe interessante ridisegnare le geometrie politiche dell’intera vicenda della «Seconda Repubblica» ponendo in primo piano proprio la difesa del «vincolo esterno» (o la sua contestazione), perché alla luce di una simile indagine probabilmente tutte le più consuete linee di divisione dovrebbero essere abbandonate in favore di una nuova mappa di alleanze. Forse però oggi le condizioni sono ormai mature anche per valutare gli esiti di quel grande progetto ‘ortopedico’ e ‘pedagogico’ che Carli si proponeva con l’idea di un nuovo «vincolo esterno». A questo proposito, non si può negare che Carli non avesse colto nel segno, individuando nel Trattato di Maastricht un dispositivo che avrebbe cancellato gran parte dell’autonomia di cui la classe politica aveva potuto disporre in precedenza. E, inoltre, Carli aveva anche compreso nitidamente che proprio il «vincolo esterno» avrebbe favorito la progressiva eliminazione di quei due fattori cui nell’Intervista sul capitalismo degli anni Settanta aveva attribuito il «deterioramento» della situazione italiana e la distruzione dello «spirito imprenditoriale»: lo Statuto dei lavoratori e «la rigidità della forza-lavoro». Ma, se per quanto concerne il livello ‘interno’, la strategia di Carli sembra aver pienamente raggiunto gli obiettivi principali, per quanto attiene invece la dimensionale ‘esterna’ le cose sono molto diverse. Perché Maastricht e la moneta unica hanno inferto – e sarebbe impossibile negarlo – un colpo davvero duro alla competitività economica italiana, oltre che alla stessa società italiana e, ovviamente, alla stessa vitalità delle istituzioni democratiche. Quello «spirito imprenditoriale» di cui Carli auspicava la rinascita non ha d’altronde mai ripreso il vigore sperato, e una parte della ‘nuova classe dirigente’ italiana ha semmai mostrato una marcata vocazione predatoria e una predilezione per la rendita (ed è sufficiente pensare alla tragica vicenda delle ‘privatizzazioni’ degli anni Novanta per averne una conferma).
Al termine del suo lavoro, Diodato concede ancora qualche margine alla possibilità che l’Italia riesca a rovesciare a proprio favore il vincolo esterno, nonostante una notevole mole di indicatori (relativi alla competitività e allo sviluppo umano) sembri fornire un quadro piuttosto cupo, e nonostante la perdita di gran parte del residuo prestigio internazionale sia ormai innegabile. «L’Italia deve fare i conti con i suoi ritardi rispetto alla modernità, e fino a quando non riuscirà a immaginare se stessa come una nazione europea, quindi ad assumere una linea di politica estera che, senza cancellare il vincolo monetario, riesca a gestirlo e governarlo, difficilmente riuscirà a frenare l’inerziale indebolimento e la perdita di prestigio» (p. 156). E in vista di un simile obiettivo, suggerisce Diodato, potrebbe forse aprirsi una finestra di opportunità quando in sede europea saranno finalmente considerati i problemi della periferia. Ma naturalmente – e su questo punto è legittimo essere più pessimisti di Diodato – è proprio tale condizione che rimane per molti versi improbabile, rendendo la ‘chiusura del cerchio’ un’operazione pressoché impraticabile. Non certo perché non siano chiari gli squilibri economici e perché non esistano ipotesi d’azione concreta. Ma perché non sembra affacciarsi all’orizzonte nessuna di quelle condizioni che potrebbero sbloccare lo stallo dell’Unione Europea, modificando così la netta contrapposizione fra Nord e Sud. E proprio per questo motivo, diventa molto più plausibile il rischio che il «vincolo esterno» – quel vincolo in cui Carli prefigurava la salvezza dell’Italia – si tramuti per molti nel simbolo stesso di una democrazia morente e di una società in decomposizione.

Damiano Palano