mercoledì 22 maggio 2019

Il populismo? Una parola che divide. Un libro di Federico Finchelstein sul legame tra fascismo e populismo



Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale (Donzelli, pp. 278, euro 28.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

«Dove i concetti mancano, ecco che al punto giusto compare una parola», diceva Mefistofele nel Faust. E qualcosa del genere è accaduto probabilmente per la parola «populismo»: un vocabolo nato sul finire dell’Ottocento negli Stati Uniti, ma a lungo rimasto circoscritto a un ambito piuttosto limitato, prima di conoscere una straordinaria fortuna nell’ultimo quarto di secolo. A dispetto di un utilizzo quantomeno inflazionato, al termine non è però legato un concetto chiaramente definito. E anche per questo il dibattito condotto dagli studiosi su cosa sia davvero il «populismo» - se si tratti cioè di un’ideologia, di una mentalità, di uno stile retorico, di una modalità organizzativa, o altro – è ben lontano dall’aver raggiunto una conclusione. E ovviamente la discussione è diventata ancora più accesa dopo la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, da molti considerato il portabandiera del nuovo «populismo globale». Il libro di Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale (Donzelli, pp. 278, euro 28.00), si inserisce proprio in questo dibattito. In particolare, il lavoro dello storico argentino – da quasi un ventennio trasferitosi negli Stati Uniti – nasce dall’insoddisfazione nei confronti della gran parte della riflessone recente, accusata di due limiti: per un verso dalla convinzione che il populismo sia un fenomeno nuovo, innescato soprattutto dalla vittoria di Trump; per l’altro, dall’assenza di riferimenti ai precedenti storici del populismo, e in particolare al regime di Juan Domingo Perón in Argentina. Al contrario, sostiene Finchelstein, è indispensabile riconoscere gli elementi comuni tra le esperienze populiste del passato e quelle più recenti. E soprattutto è necessario comprendere il fenomeno con la prospettiva di una «storia globale». A dispetto di queste premesse, senz’altro condivisibili, il quadro che lo studioso dipinge finisce però col ricorrere a categorie interpretative piuttosto evanescenti.
La tesi di fondo è che esista una stretta parentela tra fascismo e populismo: quest’ultimo sarebbe in sostanza una «democrazia autoritaria», oltre che un movimento – né di destra né di sinistra - «portatore di una concezione intollerante della democrazia, in cui il dissenso è ammesso ma viene dipinto come privo di qualsiasi legittimazione». Dopo il 1945, il populismo avrebbe riformulato gli obiettivi del fascismo adattandoli a un contesto democratico, senza però perdere il carattere autoritario. Pur riconoscendo la variabilità delle forme in cui il fenomeno si è presentato, Finchelstein propone un’articolata griglia definitoria, che considera il populismo, fra l’altro, come «una democrazia autoritaria», «una forma estrema di religione politica», «una visione apocalittica della politica», «una teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», «una concezione omogenea del popolo». Ma già da questa definizione emerge il limite di un notevole lassismo concettuale.
Desta senz’altro qualche perplessità il fatto che Finchelstein definisca l’ideologia fascista come «parte di una più vasta reazione intellettuale all’Illuminismo» e come una «reazione alle rivoluzioni progressiste del lungo XIX secolo». In questo modo si fornisce una visione monolitica del fascismo, trascurandone l’infatuazione per il progresso, le ambizioni di radicale modernizzazione della società, gli elementi di affinità con il socialismo. Qualche ulteriore perplessità è sollevata dalla stessa categoria di «fascismo globale», che riconduce a un’unica matrice ideologica regimi e movimenti in realtà piuttosto eterogenei. Ma problemi ancora più evidenti emergono quando lo storico passa a considerare il populismo. Contestando i tentativi di ridurre i fenomeni a ideal-tipi costruiti astrattamente, Finchelstein ritiene si debba cominciare dalla storia, e cioè dai caratteri delle esperienze populiste, a partire dal primo caso di regime populista, individuato nel peronismo argentino. In altre parole, a suo avviso non si deve tentare di definire teoricamente il concetto di populismo. Si devono invece registrare gli elementi principali dei regimi e dei movimenti populisti emersi nella storia. E proprio dall’osservazione di tali casi risulterebbe una straordinaria affinità – che non è però un’identità – tra populismo e fascismo. Ma, se il peronismo rappresentò davvero una riformulazione di alcune componenti del fascismo, simili legami risultano quantomeno più deboli per molti di quei leader che Finchelstein annovera nella famiglia populista, come – per fare solo alcuni nomi – Carlos Menem, Alberto Fujimori e Silvio Berlusconi. Le difficoltà non sono comunque solo queste. Il populismo viene dipinto infatti in modo impressionistico, al tempo stesso, come un’ideologia, un tipo di regime politico, uno stile, una visione del mondo e molto altro. I confini del populismo diventano così davvero molto evanescenti. Fra l’altro, Finchelstein sembra inconsapevole del fatto che il peronismo venne definito «populismo» solo a posteriori, che quella categoria è il risultato di una rielaborazione compiuta dalle scienze sociali, e che, più in generale, non esistono testi fondativi della visione del mondo populista: e proprio queste circostanze rendono quantomeno problematico definire il populismo come un’ideologia, al pari di quella fascista e socialista. Ma altrettanto critica è la definizione del populismo come «democrazia autoritaria», soprattutto perché non viene chiarito quali sarebbero gli elementi ‘empiricamente osservabili’ tali da rendere «autoritaria» una democrazia (senza al tempo stesso trasformarla in un regime non competitivo e dunque non democratico). Il rompicapo diventa così davvero insolubile. E la parola «populismo» rischia di diventare una sorta di passe-partout che promette di spalancare tutte le porte, ma che non ne apre davvero nessuna.

Damiano Palano