domenica 26 maggio 2019

Il ritorno della nazione e il futuro della globalizzazione. "Identità perdute" di Colin Crouch




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Colin Crouch, Identità perdute (Laterza), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Poco più di quindici anni fa, nel 2003, Colin Crouch propose di chiamare «postdemocrazia» l’assetto verso cui parevano diretti i sistemi politici occidentali. In sostanza, benché rimanessero in vigore le forme della vita democratica, si stava a suo avviso delineando una nuova configurazione, che non era un regime autoritario, ma neppure un’autentica democrazia. La «postdemocrazia» risultava contrassegnata innanzitutto da una diffusa apatia politica, dalla crescente sfiducia nei confronti della classe politica, dal declino delle forme tradizionali di partecipazione dei cittadini. E contemporaneamente, si andavano stringendo le relazioni tra i vertici dei grandi partiti e i più potenti gruppi di interesse, l’area decisionale si spostava al di fuori delle istituzioni, la cittadinanza veniva ‘commercializzata’ a seguito dell’esternalizzazione dei servizi pubblici. Crouch non era il primo a utilizzare la formula «postdemocrazia». Ma la sagoma di un regime democratico ‘disseccato’ dalla disaffezione e dalla logica della comunicazione ebbe successo. Tanto che la formula «postdemocrazia» è entrata da allora nel lessico delle scienze sociali (pur senza essere accolta in modo unanime).
Nel corso del tempo le cose sono cambiate. I livelli di fiducia verso i partiti non sono certo risaliti sensibilmente. Ma l’apatia si è trasformata in un risentimento aggressivo, in una protesta elettorale che ha premiato sfidanti dai toni radicali (e spesso tutt’altro che urbani). A differenza di quanto probabilmente auspicava Crouch, non sono stati né i sindacati né le forze di sinistra a farsi interpreti di quel disagio, bensì quei leader e quei partiti che spesso chiamiamo «populisti» e «sovranisti». Il nuovo libro di Crouch, Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo (Laterza, pp. 130, euro 15.00) cerca proprio di capire quali siano le radici della nostalgia per la Heimat, per la nazione e per la sovranità che sembra investire il mondo occidentale. Nella sua argomentazione, in realtà Crouch contesta soprattutto le tesi dei ‘sovranisti’, ossia di coloro che auspicano un rafforzamento del potere degli Stati, con l’obiettivo di tornare a governare i flussi di merci, di capitali, di persone. Senza la globalizzazione, ricorda il sociologo, la maggior parte del mondo sarebbe più povera, nonostante le diseguaglianze siano spesso aumentate. Ma in ogni caso, sottolinea, le misure invocate dai nuovi ‘nazionalisti’ sarebbero inefficaci, perché renderebbero il mondo più povero e innescherebbero conflitti all’interno dei singoli paesi. Inoltre, il ritorno a una piena sovranità nazionale a suo avviso non renderebbe più stringente il controllo esercitato sui flussi globali. L’unica soluzione sarebbe invece il rafforzamento dell’Ue in una chiave democratica, mentre i cittadini dovrebbero imparare a sentirsi a loro agio con identità multiple. In un’Europa segnata dalla strutturale debolezza delle grandi famiglie partitiche, la strada indicata da Crouch non appare però certo agevole. E il ‘contraccolpo della globalizzazione’ potrebbe così continuare a rafforzare il richiamo delle sirene nazionaliste.