lunedì 29 luglio 2019

Sergio Cotta e la violenza. Ripubblicato "Perché la violenza"





di Damiano Palano



Era il 1978, quando nelle librerie italiane giunse un piccolo volume di Sergio Cotta, che fin dal titolo – Perché la violenza? Una interpretazione filosofica – si presentava come un tentativo di affrontare le inquietudini di quel delicato momento storico. Dopo un decennio, il «maggio strisciante» italiano volgeva ormai al termine, ma la violenza sembrava aumentare ogni giorno la propria intensità. E ciò che avveniva in Italia pareva essere solo l’eco di quanto si svolgeva sulla scena del mondo. A quella spirale incontrollata, Cotta cercava di fornire una risposta da filosofo del diritto. Ma la spiegazione che forniva era ben lontana dal risolversi in un’interpretazione delle tensioni del tempo. E che non si trattasse di una riflessione schiacciata sull’attualità diventa chiaro leggendo la nuova edizione del volume, curata da Gabriella Cotta e meritoriamente riproposta nella collana «Orso blu» da Scholé (pp. 204, euro 16.50), il nuovo marchio dell’editrice Morcelliana. Cotta era innanzitutto ben consapevole di come la novità della violenza contemporanea fosse in gran parte ascrivibile al modo in cui essa era percepita e valutata. Le tecnologie della comunicazione, diffondendo notizie di conflitti e guerre che hanno luogo nei più lontani territori del mondo, finiscono infatti col rendere la violenza onnipresente. Ma anche per la costante visibilità, la violenza – osservava Cotta – finisce col perdere il proprio significato, nel senso che tutto viene percepito come violenza. Il vero elemento discriminante rispetto al passato era però soprattutto l’esaltazione della violenza, un tratto che secondo il filosofo caratterizza specificamente l’esperienza novecentesca. Se l’Ottocento aveva puntato a costringere la violenza (e la guerra) nelle forme giuridiche, il XX secolo aveva imboccato la direzione opposta. Le cause ‘sociologiche’ erano per Cotta ascrivibili sia alla condizione urbana, sia all’ideologizzazione delle guerre locali. Ma dal momento che la violenza diventava – o era percepita – come onnipresente, si poneva solo un’alternativa secca: rassegnarsi a subirla, oppure proporsi di eliminarla (ma, paradossalmente, utilizzando mezzi violenti).

Gli sforzi dello studioso erano comunque soprattutto rivolti al tentativo di distinguere la violenza dalla forza. E la soluzione – una volta scartate varie proposte – veniva rinvenuta nella sregolatezza, ossia nell’assenza di misura interna dell’atto violento. A contrassegnare la violenza per Cotta sono cioè l’immediatezza, la sproporzione rispetto allo scopo, la non-durevolezza, l’imprevedibilità. Più precisamente, la violenza è al tempo stesso causa ed effetto di una ‘passione’ spersonalizzante. Sia chi compie la violenza, sia chi la subisce è cioè oggetto di un processo di ‘spersonalizzazione’. Chi subisce la violenza è reso da essa un semplice oggetto, mentre chi la esercita «si autospossessa del proprio sé». «In questo circuito», osserva Cotta, «si annulla il riconoscimento reciproco della qualità di persona». Ciò che si perde è la misura comune, e per questo risulta anche negata alle radici la dialogicità dell’esistenza.  L’elemento proprio della violenza – e ciò che la distingue dalla forza – è allora il fatto che essa scaturisce dalla «cessazione del riconoscimento reciproco» e dalla negazione della misura comune: «tutti indizi precisi che si è smarrita la coscienza di quella relazione ontologica, di coesistenza», in virtù della quale l’essere dell’«ente uomo» è un «essere-con-l’altro».

Naturalmente la proposta di Cotta – saldamente collocata in una prospettiva giusnaturalista – si pone agli antipodi rispetto alle posizioni ‘realiste’, secondo cui all’origine (e alla base) di ogni ordinamento giuridico bisognerebbe sempre riconoscere un fondamento politico. E inoltre il criterio suggerito dal filosofo rischia forse di lasciare anche in ombra l’aberrante logica della ‘de-umanizzazione’, che punta a legittimare la violenza ‘de-umanizzando’ i nemici, ma che, paradossalmente, scaturisce dalla consapevolezza della comune appartenenza al genere umano. Ciò nonostante – e forse anche per le domande che lascia senza risposta – a quarant’anni di distanza Perché la violenza? continua a fornire un contributo rilevante alla discussione teorica. E altrettanto importante rimane anche il monito che nell’Epilogo il filosofo lasciava ai suoi lettori: «La dismisura non si supera radicalmente con la misura, ma con ciò che è oltre la misura stessa: la carità».