mercoledì 4 dicembre 2019

Ombre cinesi, meritocrazia e democrazia. "Il modello Cina" di Daniel A. Bell






di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Daniel A. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia (Luiss University Press, pp. 350, euro 25.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 3 dicembre 2019.


La parola «meritocrazia» ha poco più di sessant’anni. Probabilmente a inventarla fu infatti l’intellettuale britannico Micheal Young, che nel 1958 pubblicò un romanzo fantascientifico, dal chiaro intento satirico, intitolato L’avvento della meritocrazia. Ma il fascino che esercita la promessa meritocratica non è d’altronde nuovo, perché il ‘governo dei migliori’ – almeno fino alla soglia della modernità – è stato a lungo un ideale coltivato dalla filosofia politica occidentale. Un rilancio di questa proposta giunge ora dal libro di Daniel A. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia (Luiss, pp. 350, euro 25.00), che rappresenta un nuovo capitolo della critica «epistocratica» alla democrazia. Il sociologo canadese – che è quasi omonimo dello studioso che sessant’anni fa profetizzò la «fine delle ideologie», e che dirige la School of Political Science and Public Administration della Shandong University – non si limita infatti a enumerare una serie di obiezioni all’efficienza della democrazia. Ma individua un’alternativa valida nella meritocrazia politica che è alla base del sistema politico della Repubblica Popolare Cinese.

L’operazione di Bell prende avvio da un esame dei difetti principali che gravano sulle democrazie occidentali: la «tirannide della maggioranza», la «tirannide della minoranza» (e cioè dei gruppi economici), la «tirannide della comunità degli elettori» (ossia di coloro che votano, a scapito di coloro che non lo fanno o non lo possono fare), la «tirannide di individui competitivi», che – più che alleviare – finisce con l’esacerbare le tensioni e i conflitti. Ben più originale, è però la difesa del modello meritocratico cinese. Secondo Bell, per una comunità politica è infatti un bene essere governati da leader di grande qualità, e il sistema cinese consentirebbe di selezionare leader competenti, responsabili, dotati di ampie abilità sociali. Nonostante l’apprezzamento verso il sistema cinese, Bell non nasconde l’esistenza di problemi significativi connessi agli stessi principi costitutivi di un assetto meritocratico. Innanzitutto, governanti scelti per le loro capacità quasi certamente possono essere tentati di abusare del loro ruolo. Inoltre, la meritocrazia politica tende a dare origine a gerarchie cristallizzate che impediscono la mobilità sociale. Infine – e non si tratta certo di un punto di scarsa importanza – è molto difficile legittimare un simile sistema presso coloro che sono esclusi dalla struttura del potere. Alle prime due difficoltà, sottolinea Bell, si potrebbe porre rimedio con strumenti istituzionali: per esempio con strutture di sorveglianza indipendenti, salari più alti, una migliore formazione morale e l’apertura del partito ai gruppi sociali. Probabilmente, simili soluzioni non potrebbero davvero ridimensionare la presenza della corruzione o la tendenza a selezionare i nuovi leader con criteri di nepotismo o per la loro fedeltà ai capi. Ma difficoltà ben più rilevanti ci sono per la legittimazione, che potrebbe essere garantita solo con l’aumento della partecipazione popolare, nella direzione dunque di una convergenza tra i principi della meritocrazia politica e alcuni strumenti della democrazia. E la proposta di Bell – che individua in questa strada la possibilità per riformare il sistema monopartitico cinese – consiste in sostanza nel combinare la meritocrazia politica al livello del governo centrale con la democrazia a livello locale. Un assetto che in qualche modo verrebbe già prefigurato dalle elezioni di villaggio, ma che dovrebbe essere rafforzato. Secondo il sociologo, infatti, il «modello Cina» dal punto di vista politico non è affatto un regime autoritario e oppressivo. Si tratterebbe piuttosto di un assetto capace di combinare una democrazia a livello locale, la sperimentazione tra il livello locale e quello centrale (con riforme che vengono valutate in singole regioni prima di essere diffuse al resto del paese), la meritocrazia ai vertici.

Il libro di Bell ha sollevato negli Stati Uniti un fuoco di fila di critiche, che hanno messo in luce lacune e semplificazioni. L’importanza assegnata all’efficienza delle leadership, come sottolinea opportunamente Sebastiano Maffettone nell’introduzione italiana, sembra d’altronde presupporre che in politica l’efficienza non sia diversa da quella che si può misurare in altri campi e soprattutto in economia, e che dunque si tratti solo di individuare i mezzi migliori per raggiungere fini condivisi (relativi per Bell solo al benessere economico). Ma le scelte politiche coinvolgono anche i fini che una società punta a perseguire. E il confronto tra visioni differenti di quali siano gli obiettivi prioritari da raggiungere – l’uguaglianza, la libertà, l’autonomia della persona – non può essere certo ricondotto a un problema di efficienza della leadership.  Alle molte obiezioni che gli sono state mosse, Bell ha replicato che la meritocrazia politica non è un modello adeguato all’Occidente, mentre è del tutto appropriato per le società confuciane, impregnate di una visione che pone al centro l’«armonia» (e che invece esclude il conflitto). A questa argomentazione ‘orientalista’ è però fin troppo facile obiettare che l’immagine di una «società armoniosa» è un tassello importante della legittimazione ideologica costruita negli ultimi trent’anni dal Partito comunista cinese, o che l’eredità del confucianesimo non esclude certo l’emergere di elementi di conflittualità. Ma se per questo l’edificio del Modello Cina rimane teoricamente piuttosto debole, ciò non significa che le argomentazioni di Bell non siano destinate ad attrarre proseliti, anche in Occidente. Perché è molto probabile che nei prossimi anni la «meritocrazia politica» – con tutte le sue ombre – diventerà una carta su cui Pechino punterà per costruire il suo soft power e per indicare una strada alternativa alla liberaldemocrazia occidentale.



 Damiano Palano