domenica 17 settembre 2017

Quel terrorista di un ingegnere. Un libro di Gambetta ed Hertog sui legami tra terrorismo e istruzione tecnica




di Damiano Palano

Questa recensione a D. Gambetta e S. Hertog, Ingegneri della jihad. I sorprendenti legami tra istruzione ed estremismo (Università Bocconi Editore, Milano, 2017), è uscita su «Avvenire», con il titolo Il Jihad degli ingegneri, il 21 luglio 2017.

In seguito agli attentati anarchici che sconvolsero l’Europa sul finire dell’Ottocento, medici, psicologi e scienziati sociali iniziarono a indagare la «mente del terrorista», alla ricerca di anomalie psichiche capaci di portare alla luce le radici della violenza. Attraversando più di un secolo di storia, quella ricerca giunge sino a noi. Ma i risultati non sono a tutt’oggi particolarmente significativi. Molti studiosi ritengono anzi che i terroristi siano «persone normali» e che le spiegazioni non vadano ricercate a livello piscologico ma nel contesto sociale o nelle dinamiche economiche. In una direzione opposta si muove invece la ricerca di Diego Gambetta e Steffen Hertog, Ingegneri della jihad. I sorprendenti legami tra istruzione ed estremismo (Università Bocconi Editore, pp. 231, euro 21.90), che sviluppa una spiegazione quantomeno suggestiva. Il punto di partenza dell’indagine è la consistente presenza di laureati in ingegneria tra i membri dei gruppi islamici radicali attivi nei paesi musulmani a partire dagli anni Settanta. Se in questi paesi i laureati in ingegneria rappresentano l’11,6% degli studenti di sesso maschile, nel campione di membri di organizzazioni radicali islamiste considerato da Gambetta ed Hertog essi rappresentano invece il 44,9% di chi ha compiuto studi superiori, mentre risultano quasi assenti i laureati in materie umanistiche e scienze sociali. Naturalmente una simile predisposizione degli ingegneri alla violenza politica potrebbe dipendere dalla «deprivazione relativa» e dalle ambizioni frustrate di questo gruppo professionale, che in effetti a partire dagli anni Settanta è stato una delle principali vittime del fallimento delle politiche di industrializzazione. Ma questa spiegazione non soddisfa i due studiosi per diversi motivi. E uno di questi è che gli ingegneri sono sovra-rappresentati anche tra gli jihadisti occidentali (tra cui il livello di istruzione è peraltro mediamente più basso).
Gambetta e Hertog naturalmente non intendono sostenere che il tipo di disciplina studiata favorisca o meno l’ingresso in un’organizzazione estremista, né, com’è ovvio, che in ogni ingegnere si annidi un potenziale terrorista. La tesi è invece che le caratteristiche psicologiche che inducono a scegliere studi di ingegneria (o comunque materie scientifiche) siano le medesime che possono spingere ad aderire a organizzazioni estremiste. Ma Gambetta ed Hertog non si fermano qui. Ritengono infatti che «tipi» diversi di persone – ossia con tratti psicologici differenti – siano attratti da tipi diversi di estremismo. In sostanza, alcuni tratti emotivi e cognitivi – come la propensione al disgusto, il «bisogno di chiusura cognitiva», l’impulso a stabilire rigide demarcazione tra i membri del proprio gruppo e gli altri, la tendenza al «semplicismo» - spingerebbero sia verso l’estremismo di destra, sia verso l’islamismo radicale. Proprio questi tratti sono presenti, in misura particolarmente rilevante, tra gli studenti di ingegneria e di materie scientifiche. E questo spiegherebbe dunque perché gli ingegneri sono più presenti tra gli estremisti islamici e di destra, mentre i laureati e gli studenti di materie umanistiche e di scienze sociali sono sovra-rappresentati tra le formazioni estremiste di sinistra.
I risultati di Gambetta ed Hertog non possono essere certo liquidati sbrigativamente. E la stessa ipotesi secondo cui alcuni tratti cognitivi ed emotivi spingerebbero verso l’estremismo va considerata molto seriamente, se non altro perché molte ricerche stanno portando alla luce le radici psicologiche degli orientamenti politici. Ma è anche ovvio che si tratta di un terreno accidentato, nel quale è facile inciampare in distorsioni e semplificazioni. Uno dei problemi della ricerca di Gambetta ed Hertog riguarda per esempio l’affinità tra estremismo di destra e jihadismo, argomentata in modo piuttosto aneddotico e impressionistico. I casi di organizzazioni che Gambetta ed Hertog utilizzano per controllare le loro ipotesi sono inoltre davvero poco omogenei. Ma il punto maggiormente critico riguarda il ruolo delle ideologie. I due studiosi sembrano infatti ritenere che le ideologie siano costrutti monolitici, coerenti e costanti nel corso del tempo. Ma le cose sono in realtà molto diverse. La stessa distinzione tra «destra» e «sinistra» non ha un ‘contenuto’ ideologico davvero immutabile, perché si tratta in gran parte di una distinzione ‘relazionale’, che acquista cioè significati diversi a seconda delle varie stagioni storiche e dei contendenti in campo. E quando sostengono che determinati tratti di personalità spingono verso l’estremismo di «destra» o di «sinistra», Gambetta ed Hertog rischiano allora di cadere in un determinismo psicologico che finisce col dimenticare la complessità della politica e della cultura.

Damiano Palano



giovedì 14 settembre 2017

Il rischio della democrazia senza popolo. Una nota di Francesco Marchianò





di Francesco Marchianò

Questa nota dedicata a "Populismo" di Damiano Palano è apparsa su "Huffington Post" l'8 agosto 2017

Si fa presto a dire populismo. Il termine riempie da anni il dibattito pubblico anche se, spesso, viene adoperato con molta disinvoltura, forse perché soffre di una sorta di maledizione ogni qual volta si prova a definirlo. Ciò è dovuto al fatto che col tempo si è ampliato a dismisura l'insieme di fenomeni, contesti e attori ai quali ci si è riferiti con questo termine. Nonostante i molti e apprezzabili tentativi compiuti dagli studiosi per sciogliere l'enigma, il populismo pare soffrire ancora di quello che mezzo secolo fa, Isaiah Berlin definì "complesso di cenerentola", ossia l'esistenza di un principe azzurro (lo studioso) che ha in mano una scarpa (il concetto di populismo) ed è alla ricerca del piede al quale questa scarpa calzi a pennello (il populismo vero e proprio).
Per avere un quadro generale, si pensi che dentro al populismo ci sono finiti leader e partiti di estrema destra e di estrema sinistra; conservatori quanto laburisti (sia la Thatcher che Blair, per esempio); regimi autoritari sudamericani e paesi postcomunisti che transitavano alla democrazia; liberisti e antiliberisti; nazionalisti e secessionisti. A ciò si aggiunga la tendenza a utilizzare il populismo non in termini descrittivi ma polemici, mirati a criticare attori e fenomeni politici.
Un volume fresco di stampa, Populismo (Editrice Bibliografica) di Damiano Palano, ordinario di filosofia politica alla Cattolica di Milano, ci aiuta a capire meglio l'evoluzione di questo concetto. Il testo offre una mappatura storico-concettuale precisa ed esaustiva che, per l'impostazione seguita, si offre come uno strumento molto utile per addetti ai lavori e non. A cominciare dalla scelta di Palano di dedicare molto spazio alle esperienze storiche nelle quali risiede l'origine del populismo; un'operazione non scontata poiché, talvolta, la fretta di stare sul pezzo ha indotto alcuni a non dare sufficiente spazio a questo aspetto.
L'autore, invece, ci riporta molto bene alle origini del populismo che nacque sul finire dell'Ottocento, quasi simultaneamente, nella Russia zarista e negli Stati Uniti, i due paesi che da lì a qualche decennio avrebbero dominato lo scacchiere globale. In questi due contesti, come ben spiegato nel volume, si svilupparono, pur con tutte le differenze del caso, due movimenti che si dicevano populisti. In Russia, il movimento chiamato narodnicestvo (da narod, cioè popolo), si oppose al potere degli zar in nome di una visione romantica con forti venature slavofile che puntava all'emancipazione dei contadini, ritenuti un soggetto rivoluzionario. Negli Stati Uniti, dopo la Guerra di secessione, prese avvio un movimento di protesta di larghe fasce rurali, specialmente negli Stati meridionali e centrali, che si ritenevano molto danneggiati dal riassetto economico del grande capitale economico e finanziario. Washington e la classe politica divennero il bersaglio della polemica poiché ritenuti un'élite corrotta al servizio dei poteri forti. Entrambe queste esperienze erano accomunate da una visione romantica e, in parte, antimoderna, da un forte connotazione rurale e dall'assenza di leader personali.
Il capo populista comparirà qualche decennio dopo, in America Latina, in alcuni regimi autoritari. Tra i casi più importanti ci sono quello di Vargas in Brasile, di Lázaro Cárdenas in Messico e, in modo particolare, quello di Juan Domingo Perón in Argentina, probabilmente quello che per anni è stato il populismo per antonomasia, sebbene l'etichetta populista sia stata utilizzata a posteriori dagli studiosi. Questi populismi erano caratterizzati oltre che da una forte personalizzazione, dalla capacità di essere riusciti a integrare le masse povere ed escluse dentro le istituzioni, come intuito tra i primi dal sociologo argentino di origini italiane Gino Germani.
In seguito, il volume si concentra sul nuovo populismo, quello più recente, che inizialmente ha avuto una spinta dal Nord Europa con il successo di partiti e movimenti caratterizzati da una critica al fisco, alla burocrazia, al professionismo politico, alla politica organizzata, con una connotazione xenofoba e con valori tipici dell'estrema destra. Talvolta presentatisi come partiti nazionali, come il Front National in Francia o il Partito liberale in Austria, talvolta in chiave secessionista, come i partiti fiamminghi in Belgio e la prima Lega Nord in Italia, i populisti europei hanno in comune la critica agli Stati nazionali, alle banche e all'Europa, ma non propongono soluzioni rivoluzionarie. Vorrebbero meno Stato, ma non meno mercato, tant'è che nella maggior parte dei casi sono fautori del neoliberismo.
Completata la ricognizione storica, Palano passa in rassegna i tentativi compiuti per definire il populismo. I più ambiziosi in questa direzione hanno cercato di definire il populismo come una vera e propria ideologia, caratterizzata da una visione dicotomica della società dove al popolo puro, depositario delle virtù, si oppongono le élite corrotte, che minano gli interessi e l'unità del popolo. Il popolo viene visto come non diviso da conflitti, non attraversato da interessi opposti, ma come un mito di purezza incontaminata.
Molti altri studiosi hanno abbandonato questa strada, rinunciando a vedere il populismo come ideologia, preferendo solo stilare una tipologia delle sue manifestazioni. Tra questi, i contributi più importanti sono l'imprescindibile Populism, di Margaret Canovan, purtroppo mai tradotto, e più di recente i saggi del francese Taguieff. Per loro il populismo è uno stile accomunato dal richiamo costante al popolo cui si fa appello come fonte di legittimazione del proprio agire.
In mezzo a questi studiosi, si inseriscono quanti hanno definito il populismo come una mentalità, una forma mentis, cioè "una predisposizione psicologica verso una determinata interpretazione della realtà politica". La mentalità è un concetto nato per distinguere la visione politica degli autoritarismi da quella dei totalitarismi ed è un gradino sotto l'ideologia rispetto alla quale si presenta come meno sistemica.
Un caso a parte è la concezione del populismo come discorso, coniato da Ernesto Laclau e negli ultimi anni assunto come paradigma da alcune nuove formazioni di sinistra. Ragionando in chiave post-marxista, Laclau ha concepito i conflitti sociali più come identitari che non economici. Per questo, il populismo vorrebbe dire costruire popolo, ossia riuscire a politicizzare un tema, quale che sia, a renderlo conflittuale, a mobilitare le persone su esso e a creare consenso. In questo senso, lungi dall'essere un problema, il populismo è un obiettivo, una delle chiavi del successo, specialmente per la sinistra.
Al di là delle posizioni, come ricorda in chiusura Palano, il grande mutamento delle culture politiche che sta attraversando l'Europa è amplificato dalla sfida lanciata dei populisti. Il popolo, infatti, è uno dei concetti base della democrazia e le sue fiammate populiste devono essere lette come un segnale di malfunzionamento democratico al quale porre rimedio. Alcuni anni fa il filosofo Mario Tronti aveva sostenuto che il populismo compare quando non c'è il popolo; a conclusione del volume, Palano teme il rischio che gli eccessi di una sfida al populismo potrebbero portare al paradosso di una democrazia senza popolo. In una parola: la sfida al populismo, fatta "contro il popolo", potrebbe produrre ancora più populismo.

Francesco Marchianò

martedì 12 settembre 2017

"Zombie-Politik". Un dossier sui morti viventi nell'immaginario contemporaneo sull'ultimo numero della "Rivista di Politica". Con articoli di Luca Barra, Dom Holdaway, Andrea Locatelli, Damiano Palano, Massimo Scaglioni




Sul numero 2/2017 della "Rivista di Politica", in uscita in questi giorni, è ospitato un dossier sulla "Zombie-Politik", con articoli di  Luca Barra, Dom Holdaway, Andrea Locatelli, Damiano Palano, Massimo Scaglioni. 
Il dossier nasce da un seminario svolto all'Università Cattolica alcuni mesi fa. Mettendo a confronto mediologi e studiosi di politica, questa riflessione cerca di ricostruire il  ruolo che i "morti viventi" - filiazione di una lunga storia, ma per molti versi "reinventati" dai film di George A. Romero sul finire degli anni Sessanta - hanno nell'immaginario "post-politico" contemporaneo.



Puoi acquistare il fascicolo qui

Per sottoscrivere l'abbonamento annuale 2017 alla "Rivista di Politica" (30 euro per quattro numeri)




Rassegna Stampa


lunedì 11 settembre 2017

Il mondo in disordine. Dieci incontri per leggere la politica globale all'Università Cattolica di Brescia - ottobre 2017-aprile 2018







 Primo incontro
   Mercoledì 11 ottobre 2017 - ore 15.00
  Da Guernica alla guerra civile globale
  
  Introduce Damiano Palano
  Partecipano: Luigi Bonanate (Università di Torino), Antonello Calore (Università degli Studi di Brescia), Francesco Tedeschi (Università Cattolica).

  
   A partire dal volume di L. Bonanate, La vittoria di Gernika, Aragno, Torino, 2017
  
  
   Secondo incontro
   Martedì 24 ottobre 2017 – ore 15.00
  Qual è il posto dell’Italia?
  L’enigma della politica estera italiana (ieri, oggi, domani)

  
  Introduce Damiano Palano
  Partecipano: Emidio Diodato (Università per Stranieri – Perugia), Mario Taccolini (Università Cattolica), Carlo Muzzi («Giornale di Brescia»)

  
   A partire dal volume di E. Diodato – F. Niglia, Italy in International Relations: The Foreign Policy Conundrum, Springer, 2017.
  
  
   Terzo incontro
   Martedì 31 ottobre 2017 – ore 15.00
  Effetto Trump?
   Gli Stati Uniti un anno dopo

  
   Introduce: Damiano Palano
   Partecipano: Gianluca Pastori (Università Cattolica) – Mireno Berrettini (Università Cattolica)

  
   A partire dal volume di Massimo de Leonardis (a cura di), Effetto Trump? Gli Stati Uniti nel sistema internazionale fra continuità e mutamento, «Quaderni di Scienze Politiche», n. 12, 2017.
  
  
  
   Quarto incontro
   Mercoledì 8 novembre 2017 – ore 15.00
  L’impero fragile
  Le trasformazioni della geopolitica americana

  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Andrea Locatelli (Università Cattolica), Corrado Stefanachi (Università degli Studi di Milano).

  
   A partire dal volume di C. Stefanachi, America invulnerabile e insicura, Vita e Pensiero, Milano, 2017.
  
  
   Quinto incontro
   Martedì 14 novembre 2017 – ore 15.00
  Quale economia per la pace?
  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Raul Caruso (Università Cattolica) 

   A partire dal volume di R. Caruso, Economia della pace, Il Mulino, Bologna, 2016.
  
  
   Sesto incontro
   Mercoledì 22 novembre 2017 – ore 14.30
  Nazionalismo e religione nell’epoca contemporanea
  
  Introduce: Andrea Plebani
  Partecipano: Paolo Maggiolini (Università Cattolica),
Alessia Melcangi (Università degli Studi di Firenze), Alessandro Quarenghi (Università Cattolica)
  
   A partire dal volume di Paolo Maggiolini - Marco Demichelis (a cura di), The Struggle to Define a Nation. Rethinking Nationalism in the Contemporary Islamic World, Gorgias, 2017
  
  
   Settimo incontro
   Mercoledì 29 novembre 2017 – ore 14.30
  L’ultimo califfato?
  
  Introduce: Andrea Plebani
  Partecipano: Massimiliano Trentin (Università di Bologna), Michele Brunelli (Università Cattolica)

  
   A partire dal volume di Massimiliano Trentin (a cura di), L' ultimo califfato. L'organizzazione dello Stato islamico in Medio Oriente, Il Mulino, 2017
  
  
   Ottavo incontro
   Martedì 27 febbraio 2018 – ore 15.00
  La guerra dell’informazione e il potere della manipolazione
  
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Massimiliano Panarari (Luiss – Roma), Gabriele Colleoni («Giornale di Brescia»)

  
   A partire dal volume di M. Panarari, Poteri e Informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930), Le Monnier.
  
  
   Nono incontro
   Martedì 20 marzo 2018 - ore 15.00
  L’Europa e il mondo
  L’Unione europea alla ricerca di una politica di vicinato

 
  Introduce: Damiano Palano
  Partecipano: Enrico Fassi (Università Cattolica), Andrea Plebani (Università Cattolica)

  
  
   Decimo incontro
   Venerdì 20 aprile 2017 – ore 15.00
  La fine dell’ordine internazionale
  
  
Introduce: Damiano Palano
Partecipano: Vittorio Emanuele Parsi (Università Cattolica - Aseri), Nicola Pasini (Università degli Studi di Milano)

Tutti gli incontri si svolgeranno presso
Università Cattolica del Sacro Cuore
Via Trieste 17
Brescia

Per informazioni sugli incontri scrivere a:

democrazieintensione@gmail.com

Ulteriori informazioni sono disponibili qui



sabato 9 settembre 2017

Le manipolazioni politiche del ‘900 e il dito dello Zio Sam. Un libro di Massimiliano Panarari





di Damiano Palano


Questa recensione al volume di M. Panarari, Poteri e informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930), Le Monnier, Firenze, 2017,  apparsa su «Avvenire» del 11 agosto 2017.

Quando nel 1917 gli Stati Uniti fecero il loro ingresso nella Grande guerra, le città americane furono tappezzate da manifesti che invitavano all’arruolamento. Il più famoso – che davvero tutti ricordano – ritraeva il volto arcigno dello Zio Sam, con il dito puntato verso l’osservatore, sopra una didascalia che recitava: «I want you for U.S. Army». Oggetto in seguito di miriadi di imitazioni, in realtà anche l’affiche dello Zio Sam riprendeva (con una grafica certo più accattivante) un precedente manifesto britannico, commissionato nel 1914 ad Alfred Leete dal Comitato parlamentare per il reclutamento. Nella versione originale a invitare i concittadini a unirsi all’esercito del loro Paese non era ovviamente lo Zio Sam, ma il feldmaresciallo Horatio Herbert Kitchener, allora ministro della guerra e in passato governatore imperiale dell’Egitto, oltre che vincitore della guerra anglo-boera. Ad ogni modo, entrambi quei manifesti erano il frutto di uno sforzo propagandistico senza precedenti. Perché proprio nell’officina della Grande guerra divenne chiaro che la comunicazione era ormai un’arma indispensabile, da gestire con tecniche e logiche molto simili a quelle dell’industria moderna.

Una ricostruzione delle linee principali di questa trasformazione è offerta dal volume di Massimiliano Panarari, Poteri e informazione. Teorie della comunicazione e storia della manipolazione politica in Italia (1850-1930) (Le Monnier, pp. 157, euro 14.00), che segue in parallelo la riflessione degli studiosi sugli effetti dei flussi informativi e le innovazioni adottate nel mondo politico. Panarari mostra in particolare che anche in Italia la Grande guerra rappresentò un momento di svolta. All’indomani dell’entrata in guerra, Salvatore Barzilai, presidente dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana, si pose subito al servizio del governo e fu in effetti nominato ministro da Salandra nel luglio 1915. Ma una svolta organizzativa si ebbe soprattutto dopo la tragedia di Caporetto, che portò alla costituzione del «Servizio P», la Commissione centrale per la propaganda verso il nemico (che vide coinvolti per esempio Giuseppe Prezzolini, Alfredo Rocco, Gaetano Salvemini e Pietro Calamandrei). Grazie al supporto di una legislazione restrittiva, i giornali furono inoltre sottoposti a severi controlli, miranti a garantire la sicurezza dello Stato. Particolare attenzione venne rivolta alle illustrazioni e alle fotografie di argomento militare, che potevano essere pubblicate solo a seguito di autorizzazione. In generale la stampa bellicista pubblicò però soprattutto fotografie fornite dalla stampa estera, che ritraevano le devastazioni e gli scenari di guerra. La morte dei soldati italiani non ebbe invece alcuna rappresentazione fotografia, per evitare la destabilizzazione che quelle immagini avrebbero provocato sulle famiglie. La rappresentazione del fronte fu piuttosto affidata alle tavole di Achille Beltrame, che ritraevano la guerra come un romantico scontro tra eroismi. E la gran parte degli italiani continuò così a pensare che il conflitto assomigliasse a una «tenzone cavalleresca», che nulla aveva a che fare con la «guerra totale» che si combatteva nelle trincee. Al tempo stesso, furono introdotti strumenti di propaganda tra i soldati, con la produzione di «giornali di trincea», come «Il Grappa» o «La Ghirba» (ideata da Ardengo Soffici). E furono diffusi veri e propri breviari per una propaganda efficace tra gli ufficiali addetti alla «sponsorizzazione» dello sforzo bellico presso i reparti impegnati al fronte.

La fabbrica della propaganda muoveva allora solo i primi passi. Ma si comprese subito che l’esperienza della guerra non sarebbe stata solo una parentesi. La prova che diede nel conflitto lo straordinario apparato propagandistico statunitense contribuì anzi a innescare la marcia verso l’«americanizzazione» della comunicazione anche in Europa. E così, se il 1914, come voleva Hobsbawm, segnò l’ingresso nel «secolo breve» delle ideologie, sancì anche la nascita di quella propaganda moderna a cui avrebbero attinto anche i regimi autoritari e totalitari del Novecento. E forse non fu allora un caso se George Orwell, quando modellò la sagoma del dittatore di Oceania, il Grande fratello di 1984, tornò proprio a quel vecchio manifesto per il reclutamento del 1914. E al dito puntato con cui il feldmaresciallo Kitchener invitava i cittadini britannici a entrare nell’esercito di Sua Maestà.

Damiano Palano


venerdì 1 settembre 2017

“Gli Incontri di Monteripido” - III Edizione - Perugia, 6-8 settembre 2017  




Il 6-7-8 settembre 2017 si svolgerà a Perugia, presso il Convento francescano di Monteripido la III edizione degli Incontri di Monteripido, organizzati da "Rivista di Politica", "Storia del pensiero politico" e Istituto di Politica.



                                               

MERCOLEDÌ 6 SETTEMBRE

SEZIONE DI SCIENZA POLITICA

Coordinatore: Alessandro Campi





Ore 9.00

PER FARLA FINITA COL POPULISMO

I nuovi radicalismi in Europa



Introduzione:

Alessandro Campi (Università di Perugia)



Relazioni:

Maurizio Serio (Università “Guglielmo Marconi”, Roma), Serve ancora il populismo?

Manuel Anselmi (Università di Perugia), Democrazia e populismi in Sud America

Lorenzo Viviani (Università di Pisa), Democrazia e populismi in Europa

Marco Damiani (Università di Perugia), I populismi della sinistra europea

Mattia Diletti (Università di Roma “La Sapienza”), Il governo populista di Roma



Discussant:

Giovanni Barbieri (Università di Perugia)




***


MERCOLEDÌ 6 SETTEMBRE

SEZIONE DI TEORIA POLITICA

Coordinatori: Damiano Palano, Giulio De Ligio



Ore 15.00

DEMOCRAZIA E RI-DEFINIZIONI

Nuovi concetti, nuove sfide



Relazioni:

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano), Mondi democratici. Appunti per un esistenzialismo politico

Francesco Tuccari (Università di Torino, Contro la democrazia diretta

Giulio De Ligio (Science Po, Parigi), Le questioni assenti nelle tipologie democratiche

Dario Caroniti (Università di Messina): La teoria di Voegelin della rappresentanza esistenziale e la crisi della democrazia contemporanea.





Ore 18.00

COME PENSARE (E STUDIARE) OGGI LA POLITICA?

Cosa è scientifico secondo l’Anvur, cosa è scientifico secondo il buon senso,

cos’è scientifico secondo la storia



Tavola rotonda con interventi di:

Alessandro Campi (Università di Perugia)

Daniela Coli (Università di Firenze)

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano)

Francesco Tuccari (Università di Torino)





GIOVEDÌ 7 SETTEMBRE

SEZIONE DI POLITICA INTERNAZIONALE

Coordinatori: Valter Coralluzzo, Emidio Diodato



Ore 9.00

GEOPOLITICA DEL MEDITERRANEO



Introduzione:

Valter Coralluzzo (Università di Torino)



Interventi:

Rosita Di Peri (Università di Torino), La narrativa del settarismo nell'analisi delle relazioni medio-orientali

Loretta Dell’Aguzzo (Università di Firenze), Le relazioni Stato-Società e i processi di democratizzazione in Egitto e Tunisia

Anna Baldinetti (Università di Perugia), Il dibattito costituzionale e le fratture della società civile in Libia

Federico Donelli (Università di Genova), Turchia: le complesse interazioni tra politica estera e politica interna

Corrado Corradi (Esercito Italiano), L’Islam e la geopolitica del Mediterraneo



Ore 11.30

L’AMERICA DI TRUMP



Introduzione:

Emidio Diodato (Università per Stranieri, Perugia)



Interventi:

Giovanni Borgognone (Università di Torino), La presidenza Trump tra conservatorismo e populismo

Patricia Chiantera (Università di Bari), Paura dell’alt-right e spettri del populismo: ipotesi sulla geopolitica della presidenza Trump

Valter Coralluzzo (Università di Torino), La visione di politica estera di Trump: un ritorno al realismo?

Corrado Stefanachi (Università di Milano), Trump: crisi o trasformazione dell'internazionalismo americano?





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GIOVEDÌ 7 SETTEMBRE

WORK IN PROGRESS.

Progetti di ricerca, proposte teoriche, percorsi di approfondimento



Ore 15.00



Leonardo Allodi (Università di Bologna): Una rilettura di Werner Sombart

Federico Trocini (Università di Torino), ‘Il Borghese’ di Werner Sombart: un classico dimenticato?

Lorenzo Zambernardi (Università di Bologna): Lo strano paradosso del potere militare

Corrado Ocone (Fondazione Luigi Einaudi di Roma), Il rapporto fra teoria e prassi nel pensiero di Michael Oakeshott

Silvio Berardi (Università Niccolò Cusano, Roma), Cultura positivista e fascismo: un dialogo possibile?

Christian Savés (ENA, Parigi), Raymond Aron e la scienza del politico

Andrea Frangioni (Camera dei Deputati., Roma), I “presupposti taciti" del liberalismo: spunti da una ricerca su Francesco Ruffini

Daniele Stasi (Università di Rzeszow, Polonia): La concezione "dell'egoismo nazionale" di Zygmunt Balicki (1858-1916)







VENERDÌ 8 SETTEMBRE

SEZIONE DI STORIA E SCIENZE UMANE

Coordinatore: Chiara Moroni



Ore 9.00

SULLA PUBLIC HISTORY.

Fonti, metodo, obiettivi



Introduzione:

Chiara Moroni (Università della Tuscia, Viterbo)



Relazioni:

Giovanni Fiorentino (Università della Tuscia, Viterbo), La complessità di una sfida. Immagini (fotografiche) e Public History

Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia, Viterbo), "Non solo uso pubblico della storia": verso una Public History italiana



Discussant:

Giovanni Belardelli (Università di Perugia)

Michele Marchi (Università di Bologna)



Ore 11.30

WORK IN PROGRESS /2

Progetti di ricerca, proposte teoriche, percorsi di approfondimento



Alessandro Campi (Università di Perugia): Cinquecento anni di iconografia machiavelliana

Giuseppe Sciara (Università di Genova): Machiavelli in Francia dalla Rivoluzione al Quarantotto

Luigi Cimmino (Università di Perugia): Miti fondativi, politica, azione. Un percorso argomentativo

Francesco Ingravalle (Università del Piemonte Orientale): Il governo del mondo prima della globalizzazione

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli): Alfieri politico. La political culture italiana allo specchio tra Otto e Novecento

Chiara Moroni (Università della Tuscia, Viterbo), Comunicazione politica tra narrazioni e contro-narrazioni: analisi dei casi italiani

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VENERDÌ 8 SETTEMBRE

SEZIONE DI STORIA POLITICA E STORIA DEL PENSIERO POLITICO-GIURIDICO

Coordinatori: Stefano De Luca e Francesco Tuccari



Ore 15.00

RAPPRESENTARE E GOVERNARE



Introduzione:

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli), Sistemi elettorali e sistemi-paese: una prospettiva storica



Relazioni di:

● Claudio Martinelli (Università di Milano-Bicocca), Dai referendum Segni alle sentenze della Corte Costituzionale. Un bilancio storico-giuridico.

● Eugenio Capozzi (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli), Il decennio maggioritario nell’Italia repubblicana (1994-2005). Un bilancio storico-politico

● Luigi Di Gregorio (Università della Tuscia), Social trends, democrazia istantanea e prospettive di riforma elettorale.

● Francesco Clementi (Università Perugia), Oltre un ventennio di legislazione elettorale: fra il già e il non ancora



Discussant:

Giuseppe Sciara (Università di Torino)

Maurizio Griffo (Università di Napoli “Federico II”)

Stefano Quirico (Università del Piemonte Orientale)






COME RAGGIUNGERE MONTERIPIDO



In auto

Da Firenze o Roma uscita Perugia-Prepo dalla E45, seguire la strada (obbligo di svolta a Dx al bivio); al secondo bivio a Sx su via Campo di Marte, poi diritti (seguire via Angeloni e via D’Andreotto), al bivio seguire le indicazioni per Monteripido (direzione Porta Sant’Angelo, fuori le mura).

Da Ravenna o Foligno uscita Ponte Felcino dalla E45, proseguire sempre dritti, per 5 km direzione Perugia, superare Ponte Rio e continuare a salire, prendere la prima strada a destra verso Porta S. Angelo-Monteripido.







In treno

Tratte regionali: Ferrovia Centrale Umbra (FCU) e Trenitalia

Dalla Stazione di Perugia-Fontivegge:

Bus linea C fino alla fermata “Piazza Università”, successivamente a piedi, proseguendo per via Faina (15 min.) p con il bus linea 23.

Bus linea B o O o TS fino a “Porta Conca”, poi a piedi per via Maribelli e via Fuori le Mura (20 min.)

Serivizio Taxi: 10-15 euro circa (opzione consigliata).







CONTATTI



Via Monteripido, 8 – 06125 Perugia (PG)

Telefono: +39 075.42210


Web: casamonteripido.it



Per contatti urgenti e informazioni logistiche: 339.5325239







COMITATO ORGANIZZATORE:



Alessandro Campi (Università di Perugia)

Stefano De Luca (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)

Damiano Palano (Università Cattolica, Milano)

Francesco Tuccari (Università di Torino)

venerdì 25 agosto 2017

Sinistra senza popolo. L’onda populista (e il fallimento delle élite) secondo Luca Ricolfi




di Damiano Palano

Nel suo recente Non è una questione politica (Italosvevo, pp. 67, euro 10.00) Alfonso Berardinelli si pone un interrogativo sulla scelta di adottare il termine «populismo» per indicare quegli attori che negli ultimi due decenni hanno sfidato i partiti tradizionali. «Mi chiedo da anni chi è che ha deciso di chiamare ‘populismo’ ogni fenomeno politico che incontra il favore crescente dei cittadini», scrive infatti il critico (affrontando un nodo che, a dispetto del titolo del volumetto, è ovviamente ‘politico’). E la risposta che suggerisce è molto semplice: «Ho detto ‘mi chiedo’. Invece c’è poco da chiedersi, perché si sa già. Da quasi un quarto di secolo una sinistra che ha perso il ‘senso della storia’ (per dirla con una sua vecchia formula), che ha perso la sintonia con quanto avviene nelle nostre società e coccola invece le minoranze snob prendendo per diritti i loro desideri, se la prende con la volgarità del ‘popolo’» (p. 16). E, in termini ancora più espliciti, ciò significa per Berardinelli che la sinistra non rappresenta più quelle classi sociali di cui era stata (o aveva preteso di essere) il principale referente. «Se la sinistra non rappresenta né le classi lavoratrici né i ceti medi proletarizzati, allora vuol dire che rappresenta i mendicanti e l’alta borghesia. Solo che i mendicanti non ce li vedo a sentirsi rappresentati dal ceto politico di sinistra. E l’alta borghesia che gode di privilegi esclusivi e inalterati non ha bisogno di sentirsi di sinistra: si sente giustamente (volevo dire: realisticamente) al di sopra di una sinistra ridotta tanto male. Se le cose stanno così, perché la sinistra sputa su quei ‘populisti e demagoghi’ che invece sono votati dalle ‘classi lavoratrici’ e dai ‘ceti medi proletarizzati’? Che cos’hanno di ripugnante e di deplorevole questi elettori che votano la Destra perché la Sinistra non li rappresenta? Mah» (pp. 17-18).
La lettura dell’insorgenza populista abbozzata da Berardinelli non è in fondo molto diversa da quella proposta – in termini molto più articolati – da Luca Ricolfi nel suo recente Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi (Longanesi, pp. 282, euro 16.90): un libro che certo potrà risultare urticante per molti lettori che si riconoscono ancora in quello che fino a poco tempo fa si chiamava «il popolo della sinistra», ma che merita senz’altro un esame attento. Se non altro perché Ricolfi cerca di fornire una spiegazione di lungo periodo – e non centrata sulle dinamiche congiunturali, o sulle abilità dei leader – di quel fenomeno che, più o meno appropriatamente, siamo ormai abituati a chiamare «populismo».


Il tramonto della sinistra (e della crescita)

Come nella provocazione di Berardinelli, anche per Ricolfi uno degli aspetti che aiutano a comprendere il «populismo» consiste nel ‘divorzio’ tra sinistra e popolo. Un divorzio che comincia a profilarsi, secondo il sociologo, nel momento in cui si concludono i «trenta gloriosi» della crescita post-bellica. E le cui cause sono principalmente economiche e geo-politiche. Se la fiammata liberista degli anni Ottanta viene a modificare il quadro, in realtà – e qui Ricolfi coglie un aspetto importante – essa si esaurisce piuttosto rapidamente, al principio degli anni Novanta, sotto i colpi del mutamento geo-politico. Inizia proprio allora infatti il rallentamento della crescita dei paesi occidentali: un rallentamento che risaliva già agli anni Settanta, ma che diventa progressivamente più rilevante perché si tratta, a partire da questo momento, di un rallentamento soprattutto in termini ‘relativi’, cioè rispetto ai ritmi di crescita delle economie del resto del mondo. In altre parole, si entra in una fase in cui la «convergenza» tra le economie del pianeta inizia a diventare sempre più visibile e nuovi protagonisti iniziano a insidiare il primato dei paesi industrializzati. «Il tratto distintivo degli ultimi 20-25 anni è l’uscita progressiva delle maggiori economie occidentali dal core della crescita» (p. 82). E questo processo si svolge in due tappe successive, all’inizio degli anni Novanta e al principio del XXI secolo. Ad avviare questa dinamica è, secondo Ricolfi, la combinazione del crollo dell’impero sovietico (con le sue ricadute in termini ideologici) e dell’ingresso nell’economia mondiale di nuovi attori, nel quadro delineato dalla progressiva liberalizzazione dei mercati. Proprio l’entusiasmo innescato da questo cocktail contagia anche la sinistra e induce a sottovalutare soprattutto due rischi: quello della velocità eccessiva del processo di integrazione e quello dell’assenza di limitazioni. Sotto il velo di una globalizzazione pacifica si annidano però una serie di squilibri, relativi alla modificazione delle relazioni commerciali tra paesi avanzati e paesi emergenti, alla finanziarizzazione, al surriscaldamento dei prezzi delle materie prime. E nella crisi del 2008 – che potrebbe anche segnare l’avvio di una «stagnazione secolare» - affiorano proprio tutti questi squilibri.
Dinanzi a tali mutamenti la sinistra è rimasta spiazzata due volte. Al principio degli anni Novanta «è stata spiazzata dai successi del capitalismo, e lo è stata al punto da convertirsi quasi istantaneamente alla filosofia del mercato» (p. 100). E poi «il sogno di una sinistra ‘amica del mercato’ si trasforma in un incubo nel 2008, allo scoppio della crisi, quando ci si avvede che non si tratta di una normale recessione ma della crisi di un paradigma, o di un modello di sviluppo, come si sarebbe detto un tempo» (p. 101). Ma alla base di questo spiazzamento sta per Ricolfi un’incomprensione di fondo di cosa comporti davvero la globalizzazione. «La sinistra», scrive, «continua a ragionare come se i problemi fossero rimasti quelli del mondo sostanzialmente chiuso dei primi decenni del dopoguerra» (p. 102). Invece la situazione è completamente modificata, perché oggi la crescita dipende principalmente dai paesi emergenti e perché i paesi avanzati – proprio a causa della globalizzazione – vedranno sempre più ridotto, almeno in termini relativi, il loro primato. E la sinistra si trova spiazzata per molti motivi: in primo luogo, «la sinistra riformista non può essere contro la globalizzazione, non solo perché l’ha mitizzata negli anni Novanta, ma perché – a dispetto di tutti i suoi limiti e le sue storture – essa resta il più spettacolare meccanismo egualitario che l’umanità abbia conosciuto»; in secondo luogo, la globalizzazione «entra automaticamente in sintonia con tutti i più grandi sogni della sinistra: il cosmopolitismo, l’apertura delle frontiere, la circolazione delle idee (internet), l’uscita dei paesi arretrati dalla povertà, la diffusione della democrazia, l’avanzata dei diritti umani (anche a costo di usare la forza)» (p. 103). I conflitti innescati dalla globalizzazione e la stessa possibilità che si avvii una fase di stagnazione entrano drammaticamente in collisione, dunque, con il perno dell’immaginario di sinistra. Se non altro perché l’assenza di crescita rende impraticabile la strada della redistribuzione delle risorse.  
In questa lettura Ricolfi non manca anche di sottolineare quelli che a suo avviso sono due errori di valutazione intorno alla genesi della crisi. Secondo il sociologo, innanzitutto, l’aumento delle diseguaglianze non avrebbe né preceduto né causato l’insorgere della crisi (ma per la verità in questo caso il discorso è piuttosto vago, e non è ben chiaro a quali tesi si riferisca nel momento in cui evoca polemicamente l’idea secondo cui l’aumento delle diseguaglianze avrebbe determinato la crisi). In secondo luogo, è a suo avviso scorretto ritenere che dopo la crisi ci sarà comunque una nuova fase di crescita anche per i paesi avanzati. «Il mondo di domani» - è questo lo snodo cruciale per Ricolfi - «non è nostro, ma dei paesi giovani, che hanno voglia di progredire e di produrre» (p. 105).
Piuttosto singolarmente, questo quadro – di per sé piuttosto cupo, e soprattutto determinista – viene corredato da un’appendice volontarista del tutto in linea con quello che hanno praticato le grandi forze di sinistra nel corso dell’ultimo secolo. Perché Ricolfi, dopo avere delineato queste grandi (e incontrastabili) tendenze globali e avere persino dipinto lo scenario di una «stagnazione secolare», finisce col sostenere che qualche riforma potrebbe non solo arrestare la dinamica ma persino invertirla. E, dopo avere descritto il fallimento della sinistra incapace di governare le conseguenze della globalizzazione, indica allora come modelli positivi la Germania (e implicitamente le riforme del governo di Gerhard Schröder) e il Regno Unito di Tony Blair. «Il bivio è chiaro. Se si sceglie di non fare niente», scrive infatti, «la torta non crescerà più, e forse comincerà persino a restringersi. Dall’altra c’è solo la strada tedesca, ma anche britannica: sacrifici e duro lavoro, per competere e tornare a crescere» (p. 105). Ma, al di là di questo paradosso (che si spiega col fatto che il discorso guarda al mondo ma di fatto si riferisce all’Italia e alla sinistra italiana), Ricolfi indica tre processi con cui diventa indispensabile «fare i conti»: la deindustrializzazione delle economie occidentali, l’apertura delle frontiere, la prospettiva della stagnazione economica. E sono proprio questi tre cambiamenti che «rendono terribilmente inattuali la destra e la sinistra, perlomeno quali le abbiamo conosciute nella seconda metà del Novecento» (p. 111).

Lo spettro populista

Nell’indagine sulle radici del ‘divorzio’ tra sinistra e popolo, Ricolfi non evita di fornire un’interpretazione dell’insorgenza populista. Ovviamente deve definire il fenomeno, e da questo punto di vista compie la scelta di considerare il populismo nei termini di una configurazione ideologica, debolmente definita ma dai tratti comunque chiari, seguendo una proposta che si avvicina molto a quella delineata negli ultimi anni da Loris Zanatta. Il populismo per Ricolfi è infatti, innanzitutto, un modo di concepire la società come «una comunità, dotata di tradizioni, valori, senso di identità che vanno salvaguardati», e nella quale gli eventuali nemici «sono concepiti alla stregua di germi o batteri, ovvero veicoli di infezione, più che come forze sociali portatrici di legittimi interessi» (p. 117). «Nell’immaginario populista», osserva infatti, richiamandosi alla visione coltivata da Occupy Wall Street, «banchieri, speculatori, burocrati, mafiosi, politici e relativi clientes (ma spesso anche intellettuali e super-tecnici) costituiscono una minoranza di privilegiati e profittatori di cui il popolo, per sua natura, deve assolutamente liberarsi» (p. 117). Ma da questa impostazione derivano anche il rifiuto della democrazia rappresentativa, la convinzione che per governare siano sufficienti «saggezza e onestà», l’ostilità nei confronti del «cosmopolitismo, e quindi a tutte le istituzioni e i corpi politici sovranazionali, come l’Onu o l’Unione Europea», e dunque, in generale, la preoccupazione «di difendere la comunità stessa dalle infezioni, non importa se provenienti dall’interno (corruzione dell’élite) o dall’esterno (invasione degli stranieri)» (p. 118). Ma, a differenza del fascismo, la «mentalità populista» non avrebbe secondo Ricolfi ambizioni espansioniste, perché presenterebbe semmai «la tendenza a non intervenire, a lasciare che ogni popolo viva e si organizzi a proprio modo, senza subire pressioni o brutali interventi da parte di altri popoli» (pp. 118-119). Al tempo stesso, il populismo si discosta dal liberalismo, perché non ne condivide le matrici individualiste, dal momento che considera come unità di riferimento il «popolo».
La definizione di Ricolfi – per quanto schematica – non può evitare i limiti di tutte le proposte che ricerchino nel populismo una comune radice ideologica. In termini molto sintetici, il problema di queste proposte è duplice: se si arricchisce molto l’immagine idealtipica del populismo (a partire magari da alcuni casi paradigmatici, come il populismo russo, quello statunitense o quello latino-americano), si corre il rischio di dover escludere dal novero una serie di movimenti e attori che vengono di solito oggi considerati come populisti; se, viceversa, si sfuma la caratterizzazione, si rischia di disporre alla fine di un manichino talmente stilizzato da adattarsi a qualsiasi ideologia e a qualsiasi movimento (e soprattutto a quelli che di solito non sono interpretati come populisti). Ed è per molti versi questo il duplice rischio che corre Ricolfi, il quale si trova infatti in qualche modo costretto a escludere dal novero una serie di «populismi anomali». Non è infatti certo solo frutto di disattenzione il fatto che Ricolfi – nonostante riprenda almeno in parte la caratterizzazione del populismo dall’analisi di Zanatta – escluda dalla genealogia dei populismi storici i casi latino-americani, per esempio di Vargas e di Perón: altrimenti non potrebbe infatti indicare come tratto caratterizzante del populismo quella tendenza anti-statale che invece risulta tanto importante ai fini del suo discorso, per distinguere nettamente il populismo dalla sinistra. Ma, per quanto concerne la descrizione dei populismi contemporanei, incontra difficoltà analoghe, quando esclude dal novero una serie di «populismi anomali»: sul versante di destra, i casi di Orbán in Ungheria e dei gemelli Kaczynski in Polonia, oltre che di Putin in Russia, perché a essi «non sempre si affiancano le consuete istanze iper-democratiche, né una chiara vocazione anti-statale, due aspetti costitutivi del populismo ‘puro’» (p. 135); sul versante di sinistra, i casi di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna, i quali «pretendono di far convivere questi tratti populisti con un’analisi sociale (e delle ricette di politica economica) più o meno nitidamente riconducibile alla comune matrice di sinistra, marxista, o addirittura comunista». Ma anche riducendo lo spettro in questo modo, Ricolfi non può eliminare alcune difficoltà, che sono evidenti a proposito del caso italiano, perché per esempio – ma si tratta davvero solo di un esempio – il Movimento 5 Stelle, che è certamente quasi una rappresentazione paradigmatica del populismo, adotta come proprio cavallo di battaglia la rivendicazione di una misura come il «reddito di cittadinanza», che – anche a dispetto del nome un po’ fuorviante, con cui di fatto si indica un sussidio a fasce deboli – è uno strumento di redistribuzione ‘statalista’ pienamente in linea con la tradizione di sinistra (o almeno di quella sinistra che è il bersaglio privilegiato dell’attacco di Ricolfi). Inoltre, anche se il M5S ha di recente scoperto tutti i vantaggi propagandistici della retorica securitaria, è davvero difficile negare che nel suo patrimonio genetico non alberghino molti di quei miti del cosmopolitismo che fiorirono attorno alla Rete, e che Ricolfi interpreta invece come contrassegni della sinistra non condivisi dal populismo.
In realtà il tentativo definitorio rimane comunque solo una parentesi priva di sostanziali connessioni con il resto del discorso di Ricolfi, che infatti, nel momento in cui si pone l’obiettivo di spiegare quali siano le cause dell’ondata populista, accantona del tutto la definizione proposta in precedenza, a favore di una scelta molto più semplice. Per misurare «le variazioni del populismo», Ricolfi infatti adotta «una definizione relativamente ampia del fenomeno (inclusiva dei populismi ‘anomali’ e degli euroscetticismi di sinistra)» e inoltre assume «come ambito i 27 paesi rappresentati nel Parlamento europeo nella scorsa legislatura (2009-2014)» (p. 141). Sulla scorta di una simile definizione – che in fondo, non senza qualche ragione ma certo in modo un po’ semplicistico, finisce con l’equiparare il populismo all’«euroscetticismo» - Ricolfi registra effettivamente un consistente aumento delle forze populiste in ben 15 paesi, mentre 5 mostrano un arretramento e 7 una situazione stazionaria. «Complessivamente, i seggi del Parlamento europeo attribuiti a forze populiste sono passati dal 25.2 al 34.4% e, cosa di un certo interesse, il loro aumento ha riguardato sia forze populiste considerate di destra (come la Lega o il Front National), sia forze considerate di sinistra (come Podemos o Syriza), sia forze difficilmente collocabili sull’asse destra-sinistra (come il Movimento Cinque Stelle)» (p. 142).


La forza della paura

Al di là di tutti i problemi di questo primo risultato, che forse risolve in modo un po’ impressionistico la questione dell’identificazione dell’explanandum, Ricolfi concentra l’attenzione soprattutto sull’explanans, e cioè sulla ricerca della variabile in grado di spiegare il fenomeno. E la risposta chiama in causa un cocktail che combina le preoccupazioni della crisi e la paura del terrorismo (misurata da vari indicatori). In altre parole – e si trova qui il nocciolo del discorso di Ricolfi – è la percezione di insicurezza a «gonfiare le vele» del populismo. E il fatto che la società diventi progressivamente «a somma zero» tende ad accrescere il bacino del populismo proprio perché la percezione che si stia aprendo una stagione di conflitto per risorse scarse, e non più in crescita, genera insicurezza e aumenta la richiesta di protezione. «Dietro l’ascesa dei partiti populisti c’è una crescita imponente della domanda di protezione, che a sua volta deriva dalla sempre più vasta diffusione di sentimenti di insicurezza, preoccupazione, paura. Ansie che i partiti populisti prendono estremamente sul serio, e cui rispondono con la loro promessa di protezione» (p. 165).
Se questo spiega il favore verso i populisti, lo sfavore nei confronti della sinistra è semplicemente legato al fatto che la sinistra nega la situazione di insicurezza che viene invece percepita dal «popolo». E la motivazione è dovuta soprattutto al fatto che la sinistra ha modificato il proprio bacino sociale di riferimento: «La ragione per cui la sinistra non vede le richieste di protezione del popolo è semplicemente che quello non è più il suo popolo. La sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa, quasi ovunque e non da ieri […], è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale, al cui centro non vi sono più né operai, né ceti deboli, né i cosiddetti ultimi» (p. 171).
Anche se tutto il libro sembra preludere alla tesi di una definitiva scomparsa della sinistra, in realtà, una volta reintrodotta la distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra, Ricolfi sembra concedere qualche speranza di vita anche a una opzione di sinistra, che però rimane molto distante da quella che ha guidato entusiasticamente la globalizzazione. «Il ritorno dei popoli» è d’altronde per il sociologo «la conseguenza logica (e forse prevedibile) di un fallimento: quello delle élite che hanno preteso di guidare il processo di integrazione fra le economie del pianeta, ma non hanno ancora trovato un modo per fronteggiarne le conseguenze più spiazzanti» (pp. 189-190). Se in questo modo non intona dunque un requiem definitivo alla distinzione tra destra e sinistra, prevede però che sarà un’altra dialettica a imporsi, quella tra «apertura» e «chiusura». «Da un lato le forze dell’apertura, che promuovono l’innovazione e gli scambi in tutti i campi: merci, capitali, persone, segni» (p. 201). «Dall’altro le forze della chiusura, il cui tratto distintivo non è di volere la chiusura in tutti gli ambiti, ma di volerla in alcuni e non in altri. Per esse lo Stato nazionale non è il fine ma il mezzo che può assicurare la protezione della comunità dai pericoli che la minacciano» (pp. 201-202). E la previsione formulata da Ricolfi, pur con qualche cautela, sul futuro del fronte della chiusura è netta: nel caso in cui, «globalizzazione, immigrazione e terrorismo dovessero lacerare in modo profondo il tessuto della vita sociale», scrive infatti, «tutto fa pensare che solo le forze populiste saranno in grado di rappresentare la marea montante della domanda di protezione, e che la loro risposta non potrà che essere qualche tipo di ristabilimento dell’autorità degli Stati nazionali nei confronti dei grandi regolatori della politica e della guerra. [...] A quel punto, più che scomparire dal nostro lessico, termini come destra e sinistra verranno degradati a meri aggettivi, a comodi qualificatori dei movimenti populisti» (p. 218).
Proprio la previsione secondo cui la divisione tra apertura e chiusura contribuirà a ridefinire (più che cancellare) la distinzione tra destra e sinistra coglie probabilmente nel segno, perché effettivamente la ‘crisi’ della globalizzazione significherà – più che una marcia indietro rispetto a ciò cui abbiamo assistito negli ultimi anni – una ridefinizione delle regole, che coinvolgerà le istituzioni internazionali e, va da sé, l’Unione europea. E proprio questo scenario – che discende d’altronde da una lettura per larga parte condivisibile delle tendenze di lungo periodo che attraversano le società occidentali – rappresenta uno degli aspetti più interessanti del volume.
Molto meno convincente – lo si è visto – è invece la lettura del populismo che Ricolfi propone. Il sociologo non può infatti portare fino in fondo la scelta di considerare il populismo come una mentalità o un’ideologia debole. E in corso d’opera si trova dunque costretto ad abbandonare la definizione proposta in precedenza, per limitarsi a raccogliere nel novero dei populismi tutti gli ‘sfidanti’ delle forze tradizionali. Una simile difficoltà – si potrebbe anche osservare – non inficia più di tanto il discorso, ma evidentemente pone qualche problema, se non altro perché in questo modo la linea di distinzione tra chi è populista e chi non lo è diventa davvero tanto labile da diventare inutilizzabile.

Un mondo insicuro?
Un problema che si può ravvisare tra le righe del discorso di Ricolfi non riguarda però tanto la scarsa distinzione tra populisti e non populisti, quanto l’incerta linea di demarcazione tra la ‘realtà’ (misurata da indicatori economici) e le ‘percezioni’ della realtà che i cittadini possono avere (e che orientano i loro comportamenti e soprattutto le loro scelte elettorali). Per esempio, quando Ricolfi ricostruisce le dinamiche economiche dell’ultimo mezzo secolo utilizza dati quantitativi. E anche quando considera l’impatto della crisi, prende in esame i dati relativi al reddito, all’occupazione, alla disoccupazione, ossia dati che – come sappiamo – possono prestarsi sempre a interpretazioni divergenti, ma che, nondimeno, forniscono una base relativamente certa, se forse non davvero del tutto ‘oggettiva’. Ma quando si spinge a rilevare il ruolo che hanno la «paura della immigrazione» e la «paura del terrorismo», ovviamente considera fattori del tutto ‘soggettivi’: fattori che possono essere misurati da rilevazioni del clima di opinione, ma che non possono essere confusi con la realtà. E il problema del ragionamento non risiede nel tipo di cocktail che Ricolfi ravvisa alla base della fortuna del populismo. D’altronde le percezioni in politica sono state sempre importanti, hanno anzi sempre avuto un ruolo cruciale nella definizione della realtà, e dunque non è sorprendete che la fortuna del populismo sia legata soprattutto ad alcuni percezioni, o che il terrorismo – le cui azioni si giocano sugli effetti spettacolari e sulla paura che si riesce a generare, molto più che sugli aspetti materiali della violenza – contribuisca a rafforzare l’immagine di un mondo insicuro alla base del successo populista. Il problema del discorso di Ricolfi consiste invece nella conclusione ‘politica’ che fa discendere da quella spiegazione.
Riassumendo brutalmente lo schema argomentativo di Sinistra e popolo, il populismo secondo Ricolfi è la conseguenza di una serie di dinamiche strettamente connesse: il «popolo» ha paura del terrorismo, e questa paura (talvolta alimentata da reali eventi terroristici) innesca o amplifica la paura nei confronti di tendenze criminose di cui sono portatori gli stranieri, o che sono comunque attribuite principalmente alla presenza di cittadini stranieri nel territorio del paese; una simile percezione di insicurezza – combinata con gli effetti della crisi – spinge inoltre verso la richiesta di protezione indirizzata dai ceti popolari alle forze populiste, le quali, a loro volta, issano la bandiera della ‘chiusura’ delle frontiere a ciò che proviene da ‘fuori’. E proprio sulla scorta di una simile lettura, Ricolfi sostiene dunque che la sinistra non è in grado di comprendere le richieste di protezione del popolo, semplicemente perché – per motivi culturali e per il mutamento intervenuto nella propria base elettorale – non ‘vede’ questi problemi, e, anzi, nega che esistano. Ma in questo modo, Ricolfi non sembra più ragionare sulle percezioni, perché sembra piuttosto dare per scontato che effettivamente il problema esista nella realtà. E ciò non significa che il problema non possa esistere. Ma Ricolfi, di solito così attento ai dati quantitativi, in questo caso dovrebbe quantomeno dimostrare, per esempio, che nell’ultimo quarto di secolo – ossia da quando è cominciato il tracollo politico e culturale della sinistra – il livello di criminalità nelle nostre città è cresciuto sensibilmente, che il numero di omicidi è cresciuto, che le rapine, le violenze sessuali e le aggressioni sono aumentate in misura notevole, e cioè che il livello di insicurezza ha fatto registrare un incremento reale. Ma – a dispetto della percezione di vivere in un mondo sempre più violento e insicuro, che quasi ognuno di noi ha – le cose non stanno proprio così. Dal principio degli anni Novanta a oggi, il numero di omicidi in Italia non solo è calato, ma è addirittura sceso a meno di un quarto rispetto al livello di un quarto di secolo fa. Un calo – per quanto meno marcato – si è verificato inoltre per molti tipi di reato, come le aggressioni a sfondo sessuale, i furti di auto e i sequestri di persona. Per reati come le rapine e i furti in appartamento i dati segnalano maggiori oscillazioni, e soprattutto nel centro-nord gli scippi sembrano far segnare un relativo incremento. Persino i reati compiuti da stranieri non sembrano registrare un aumento in termini percentuali, almeno nel corso dell’ultimo decennio. Ma certo – in un quadro segnato da una complessiva diminuzione della violenza – la rilevanza in termini relativi di alcuni reati, come i borseggi compiuti da stranieri e i femminicidi, può crescere. E proprio questo contribuisce probabilmente a rafforzare la percezione di un aumento dell’insicurezza individuale e sociale.
Ma se la situazione è questa, dovremmo allora chiederci se la paura ‘percepita’ – un po’ come il caldo ‘percepito’, che ci sembra più soffocante ogni volta che la tv ce lo descrive – non sia anche un prodotto ‘politico’, o comunque ‘culturale’ (al quale contribuisce la classe politica, ma nella cui costruzione gioca un ruolo cruciale ovviamente il circuito mediatico). E dunque dovremmo chiederci se il populismo non sia tanto una conseguenza dell’aumento della percezione dell’insicurezza, quanto anche una sua causa, nella misura in cui esso riesce a costruire una rappresentazione della realtà capace di diventare senso comune e di imporsi con la forza di un dato di fatto. Se le cose stessero davvero così, la spiegazione di Ricolfi non perderebbe ovviamente un grammo della propria importanza, proprio perché da sempre le percezioni della realtà in politica contano almeno quanto (e spesso di più) della realtà stessa. Ma la sua critica della sinistra invece sì. Non solo perché di fatto le forze del centro-sinistra hanno nei fatti spesso raccolto gli allarmi sull’insicurezza, a livello nazionale e a livello locale. Ma anche per un problema più sostanziale, che ha direttamente a che vedere con l’accusa mossa da Ricolfi all’indifferenza della sinistra ai problemi della sicurezza. In altre parole, forse si potrebbe imputare infatti alla sinistra di non aver saputo contrastare con vigore e con armi adeguate la retorica dell’insicurezza (e la lettura che imputa ai flussi di profughi che giungono in Italia l’origine dell’insicurezza). Ma non le si potrebbe imputare la colpa di avere negato, o sottovalutato, l’esistenza di problemi che sono almeno in parte il frutto di una rappresentazione della realtà. Perché altrimenti – in chiave retrospettiva – si dovrebbe rimproverare al partito socialdemocratico e ai partiti centristi al governo nella Germania degli anni Venti la responsabilità di non aver seguito i nazionalsocialisti nella loro campagna antisemita, e dunque di avere negato l’esistenza di un grande complotto ebraico, ossia proprio di ciò che una parte del «popolo» - nella propria percezione – riteneva fosse la causa della rovina tedesca.
Se proprio in questa distorsione si può riconoscere il riflesso della scarsa considerazione che Ricolfi nutre nei confronti del ceto politico della sinistra italiana, e se dunque l’eccesso polemico ha una chiara origine ‘politica’ (più che teorica), il libro del sociologo – che rimane comunque una lettura ricchissima di spunti di riflessione, specie per l’idea di legare l’insorgenza populista al profilarsi di quella «stagnazione secolare» destinata probabilmente a segnare i decenni a venire – può anche essere letto come un documento della fase che stiamo vivendo. Una fase in cui, davvero, iniziamo a ritenere che la divaricazione tra chiusura e apertura debba diventare molto più significativa della vecchia divisione tra destra e sinistra. Ma in cui anche i concetti si fanno più nebulosi e sfuggenti. E in cui la percezione di vivere in un mondo più insicuro – in un mondo ogni giorno più insidioso, assediato da barbari e violenza – finisce col diventare più reale della realtà.

Damiano Palano