martedì 5 dicembre 2017

Il tradimento delle élite occidentali. Una nuova edizione dell'ultimo libro di Cristopher Lasch




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di C. Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia (Neri Pozza, Vicenza, 2017), è apparsa su "Avvenire" del 17 novembre 2017,

«Una volta era la ‘ribellione delle masse’ che minacciava l’ordine sociale e le tradizioni di civiltà della cultura occidentale. Ai nostri tempi, invece, la minaccia principale sembra venire da chi si trova al vertice della gerarchia sociale, non dalle masse». L’intuizione che stava alla base dell’ultimo libro di Cristopher Lasch, pubblicato postumo nel 1995 (pochi mesi dopo la scomparsa dell’autore), coglieva con straordinaria lungimiranza i primi segnali della rivolta ‘populista’ contro l’establishment che vent’anni dopo avrebbe investito pressoché tutti i sistemi politici occidentali. Anche per questo La rivolta delle élite. Il tradimento delle élite (Neri Pozza, pp. 255, euro 17.00) appare oggi un testo ricco di stimoli. Non certo perché la lettura che Lasch proponeva allora debba essere accolta senza esitazioni. Ma perché la sua prospettiva ci aiuta a decifrare almeno alcune ragioni che stanno alla base del terremoto politico contemporaneo.
Civettando con Ortega y Gasset e la sua celebre Ribellione delle masse, Lasch ne rovesciava l’impianto. Per l’intellettuale spagnolo – che aveva scritto all’indomani della rivoluzione bolscevica e nel pieno della «mobilitazione totale» degli anni Venti e Trenta – erano le «masse» a minacciare la civiltà occidentale. L’«uomo-massa», insofferente verso qualsiasi disciplina e ossessionato dall’odio per tutto ciò che è diverso, era infatti incapace di assumersi qualsiasi responsabilità. Ed era dunque un «figlio viziato della storia umana». Per Lasch la minaccia proveniva invece proprio dalle élite, dai gruppi che controllano i flussi comunicativi e finanziari, che guidano le logiche della produzione culturale e fissano i termini del dibattito pubblico. Nella sua lettura erano queste élite ad aver perso la fede nei valori dell’Occidente e a mostrare molti dei vizi che Ortega aveva ravvisato nella sagoma sinistra dell’«uomo-massa». Dopo la tempesta degli anni Sessanta e Settanta, le «masse» si erano infatti allontanate da qualsiasi interesse per la rivoluzione, spostandosi su posizioni per molti versi ‘conservatrici’. Ma, al contrario di quanto aveva sostenuto Ortega, avevano mostrato di avere «un senso del limite» molto più sviluppato rispetto alle élite. In questo modo Lasch difendeva la cosiddetta middle America, spesso raffigurata come il simbolo di una rozza opposizione al ‘progresso’. Ma attaccava soprattutto la «nuova classe dirigente» degli analisti simbolici, il suo stile di vita, la sua autocelebrazione meritocratica, le ossessioni salutiste e la fissazione per il «politicamente corretto». E il punto non era né l’aumento del divario tra ricchi e ceto medio (via via più impoverito), né la riduzione della mobilità sociale. Il problema era piuttosto che la nuova «aristocrazia del talento» tendeva a mettere in atto una sorta di ‘secessione’ dal resto della società. Le nuove élite, scriveva infatti Lasch, «si sono estraniate totalmente dalla vita comune». E molti dei suoi componenti, ormai integrati in un mondo globalizzato, «non si sentono coinvolti, per il bene o per il male, nel destino dell’America».
Contro queste tendenze Lasch tornava a riscoprire la vecchia tradizione del populismo americano di fine Ottocento. 
Quel movimento era nato negli Stati dell’Ovest dopo la fine della Guerra di secessione e aveva condotto alla fondazione del People’s Party negli anni Novanta dell’Ottocento. Dal punto di vista politico, il movimento aveva difeso la piccola proprietà contadina, il mondo artigiano e il commercio al dettaglio contro lo strapotere delle ferrovie, del sistema creditizio e delle grandi corporation. Ma non si trattava di una forma di socialismo, bensì di un movimento per cui il diritto di proprietà e l’indipendenza personale erano le basi per l’esercizio dei doveri del cittadino e della stessa democrazia. La centralizzazione politica e la produzione su larga scala erano infatti intesi come processi che indebolivano la fiducia in se stessi. E così scoraggiavano i cittadini dall’assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Un secolo dopo Lasch riprendeva proprio quella vecchia lezione. La ‘secessione’ delle nuove élite non andava d’altronde a minare proprio il senso della responsabilità individuale, ossia quel sentimento che spinge i cittadini a partecipare in prima persona alla vita democratica. «Ai nostri giorni», scriveva infatti, «il pericolo più grave per la democrazia viene dall’indifferenza, non dall’intolleranza o dalla superstizione». Spesso siamo persino «così occupati a difendere i nostri diritti (conferitici, nella maggior parte dei casi, per decreto giudiziario) che ci diamo ben poco pensiero delle nostre responsabilità». E per quanto non sia forse interamente condivisibile, questa diagnosi coglie ancora oggi, nell’epoca della «passioni tristi», un aspetto davvero centrale del disagio delle democrazie mature.


Damiano Palano