sabato 27 febbraio 2016

L’incubo di uno Stato automatizzato. "Silicon Valley" di Evgeny Morozov



Di Damiano Palano

Questa segnalazione del volume di Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del Silicio (Codice, pp. 151, euro 13.00), è apparsa con il titolo Se i gestori dei miei dati diventano i padroni dello Stato su "Avvenire" del 16 febbraio 2016.

Sul finire degli anni Sessanta il pubblicitario americano Robert MacBride mise in guardia dallo spettro di uno “Stato automatizzato”. Allora negli Usa si stava discutendo delle opportunità che avrebbe offerto l’istituzione di un centro nazionale in cui fossero aggregate tutte le informazioni statistiche relative al Paese. Naturalmente un simile centro avrebbe consentito una notevole efficienza, ma avrebbe aperto anche scenari inquietanti. Perché nello “Stato automatizzato” il cittadino, pur senza perdere i diritti politici, si sarebbe trovato disarmato dinanzi all’enorme potere che garantiva il possesso dei metadati. Lo scenario prospettato da McBride oggi è largamente superato, perché le nuove tecnologie consentono un monitoraggio molto più sistematico e pervasivo dei nostri comportamenti. Ed è proprio sui rischi di questo scenario – tutt’altro che fantascientifico – che attira l’attenzione Evgeny Morozov in Silicon Valley: i signori del Silicio (Codice, pp. 151, euro 13.00).
Divenuto negli ultimi anni uno dei più noti critici dei miti e delle utopie della Rete, Morozov sottolinea gli effetti meno visibili della rivoluzione in corso, che qualcuno ha anche definito come “capitalismo delle piattaforme”. La vera innovazione cui stiamo assistendo riguarda infatti la centralità che assumono piattaforme come Facebook, Uber e Airbnb, sulle quali i clienti interagiscono l’uno con l’altro, e nel quale sembra sparire qualsiasi ruolo di intermediazione da parte di altri soggetti. Naturalmente tutto questo ha conseguenze enormi, per esempio sulla regolamentazione del mercato del lavoro. Ma non è tanto su questi elementi che si sofferma Morozov, quanto sulle attività “secondarie” che caratterizzano la vita di una piattaforma. Una piattaforma come Uber offre per esempio infrastrutture per pagamenti online, per identificare passeggeri indesiderati e per localizzare la vettura del cliente in tempo reale. E proprio i dati di cui viene in possesso in questo modo sono per molti versi più importanti dello stesso servizio di trasporto. Perché l’enorme mole di informazioni che riguardano tutte le nostre attività quotidiane – dagli spostamenti in città ai viaggi, dalle preferenze di lettura agli orientamenti politici, dalle passioni gastronomiche al tifo calcistico – sono un patrimonio di valore inestimabile dal punto di vista del marketing. Chi ne dispone è infatti in grado di proporre un certo prodotto proprio alla persona che può essere interessata, nel momento stesso in cui è più disponibile ad acquistarlo. Quei dati, in cui si nascondono le mappe delle nostre vite, consegnano così alle piattaforme che li gestiscono un grande potere politico. Non solo perché ovviamente sono informazioni sulla nostra vita privata. Ma soprattutto perché sono in grado di suggerire ai governi soluzioni ‘intelligenti’ per indirizzare, mediante algoritmi, il comportamento dei cittadini, per indurli a stili di vita più sani, per risolvere i problemi di viabilità, per rendere “smart” le nostre città. Una simile trasformazione – ed è questo il monito principale del volume – è allora destinata a produrre un governo in cui le decisioni più rilevanti saranno affidate alle aziende tecnologiche e ai burocrati, e cioè a chi possiede i dati. Ma, come scrive Morozov, non è affatto scontato che “una politica gestita da dispositivi intelligenti” sia davvero “una politica intelligente”.

Damiano Palano

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