mercoledì 14 ottobre 2020

La democrazia non è semplificazione. Le lezione della Costituzione italiana secondo Filippo Pizzolato


di Damiano Palano

«Il primo avversario della democrazia», ha scritto Tzvetan Todorov, «è la semplificazione, che riduce il plurale all’unico, aprendo così la via alla dismisura». E non è certo casuale che Filippo Pizzolato richiami le parole dell’intellettuale bulgaro aprendo il suo volume I sentieri costituzionali della democrazia (Carocci, pp. 113, euro 12.00), che suggerisce di tornare alla Carta del 1948 per superare il malessere odierno delle istituzioni. 
Agli occhi dello studioso, per affrontare la «crisi» che oggi vive la democrazia, le soluzioni più frequentemente indicate sono destinate a rivelarsi inefficaci. 
Quando ci si concentra solo sui meccanismi istituzionali, si finisce infatti col confinare la dinamica democratica all’interno della sfera strettamente istituzionale, dimenticando tutto ciò che sta fuori, e in particolare le forme di partecipazione più continuativa in cui si articola la vita politica di una società. Percorrendo questo binario, non si può che giungere all’immagine di una «democrazia d’investitura», a una democrazia cioè circoscritta al momento in cui gli elettori scelgono i loro governanti, se non addirittura a una democrazia ‘presidenzializzata’ sempre più prossima al plebiscitarismo. Pizzolato guarda invece a un modo ben differente di concepire la democrazia, delineato nella stagione costituente dalle riflessioni di Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Aldo Moro: una concezione che ritrova il fondamento nella pluralità di formazioni sociali in cui si esprime la personalità dei singoli. Ridurre la democrazia al semplice principio maggioritario è dunque un’operazione semplicistica, non solo perché la maggioranza potrebbe violare i diritti delle minoranze, ma anche perché la democrazia intrattiene un rapporto fondativo con i diritti (politici, civili, sociali). E senza il rispetto di tali diritti nessuna decisione può essere davvero democratica. Ma il contributo più prezioso della Costituzione italiana consiste secondo Pizzolato nel modo in cui l’esercizio dei diritti individuali viene concepito, e più in particolare nelle modalità con cui si realizza il principio – sancito nell’articolo 1 – secondo cui la sovranità appartiene al «popolo». 
Benché non si trovi nella Carta una definizione del popolo, la sua fisionomia è infatti pluralistica, perché si tratta di «una realtà strutturata e organizzata, intessuta con un filo di relazioni sociali e di legami istituzionali». Nessuna forza politica, e ovviamente nessun leader, può dunque pretendere di indentificarsi interamente con il popolo. Mentre la partecipazione – in tutte le sue diverse forme – rimane centrale, proprio nella misura in cui dà concreta manifestazione alla struttura plurale del popolo. Sulla scorta di una simile visione, Pizzolato invita anche a diffidare dell’eccessivo pessimismo di molte indagini che lamentano una crisi della partecipazione. Ma se davvero la partecipazione non cessa di arricchire la vita delle nostre società, anche le modalità intermittenti in cui si realizza rischiano comunque di rimanere spesso inafferrabili. Rendendo fragili le basi su cui si reggono le istituzioni democratiche.

Damiano Palano




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