domenica 17 maggio 2020

La «grande illusione» dell’egemonia liberale rende il mondo più insicuro? Il nuovo libro di John J. Mearsheimer




di Damiano Palano



Questa recensione al libro di J.J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo (Luiss University Press, pp. 328, euro 25.00) è apparsa sul quotidiano "Avvenire" il 4 febbraio 2020.

Pochi anni prima che la guerra travolgesse il Vecchio continente, il giornalista britannico Norman Angell pubblicò il suo libro più fortunato, La grande illusione, destinato a diventare ben presto un manifesto pacifista tradotto in tutto il mondo. La sua tesi era estremamente semplice. Lo sviluppo dell’interdipendenza economica a suo avviso rendeva la guerra uno strumento ormai obsoleto. Uno Stato avrebbe infatti subito da una guerra danni superiori ai benefici che avrebbe potuto ottenere in caso di vittoria. La devastazione dell’economia dei paesi nemici avrebbe comportato effetti negativi sulla stabilità finanziaria, e dunque la stessa potenza conquistatrice sarebbe stata penalizzata. L’idea stessa di poter trarre benefici da un conflitto militare andava dunque considerata come un retaggio del passato, una «grande illusione» da abbandonare definitivamente, insieme con la diffidenza nei confronti degli Stati vicini. Ma gli eventi di qualche anno dopo smentirono in modo piuttosto clamoroso le previsioni di Angell. E il suo «idealismo» divenne anche per questo uno dei bersagli della spietata critica ‘realista’ di Edward H. Carr.



A più di un secolo di distanza, è oggi invece John J. Mearsheimer a scagliarsi contro le conseguenze di un’altra «grande illusione», ben diversa da quella contro cui metteva in guardia Angell. Il politologo americano – docente alla University of Chicago – è infatti alfiere di un «realismo offensivo» i cui cardini sono fissati nel volume La tragedia delle grandi potenze, di recente riproposto in traduzione italiana (Luiss University Press, pp. 528, euro 29.00). Ma il bersaglio polemico del nuovo libro di Mearsheimer – La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo (Luiss University Press, pp. 328, euro 25.00) – è soprattutto la politica estera condotta dagli Stati Uniti nel trentennio seguito alla caduta del Muro di Berlino. Dopo la fine della Guerra fredda, argomenta il politologo, Washington ha coltivato l’ambizione di costruire un’egemonia liberale e di esportare la democrazia nel mondo. Ma queste scelte hanno innescato conseguenze diametralmente opposte a quelle che si auspicavano.

La critica di Mearsheimer non si indirizza comunque contro le singole scelte compiute dalle amministrazioni di Clinton, Bush e Obama. Il discorso si colloca piuttosto su un piano teorico. L’obiettivo polemico è infatti il «sogno impossibile» dell’egemonia liberale, e cioè la strategia con cui uno «Stato mira a trasformare il maggior numero possibile di paesi in democrazie liberali ricalcate sul proprio modello, promuovendo nel contempo un’economia internazionale aperta e costruendo istituzioni internazionali». Di solito, secondo il ragionamento del politologo, le grandi potenze non si trovano mai in condizioni di perseguire una politica estera davvero liberale. In un sistema internazionale bipolare o multipolare gli Stati devono infatti innanzitutto preoccuparsi di garantire la loro sopravvivenza. Dunque, benché possano ricorrere spesso alle parole chiave della retorica dei diritti e della libertà, anche le potenze liberali adottano un pragmatico atteggiamento ‘realista’, che consiste innanzitutto nel garantire la propria sicurezza, evitando impegni che possano metterla a repentaglio. Ma se si trova dinanzi a una situazione particolarmente favorevole, e cioè a un assetto ‘unipolare’ che lo rende molto superiore a ogni potenziale avversario, uno Stato liberale tenderà ad abbandonare il realismo e si impegnerà per diffondere nel mondo i propri valori. Impiegherà cioè le proprie risorse per promuovere cambiamenti di regime e diffondere la democrazia, nella convinzione che ciò consenta di garantire il rispetto dei diritti individuali e che possa favorire anche la pacificazione del sistema internazionale. In realtà, sostiene Mearsheimer, l’egemonia liberale non può mai conseguire i propri obiettivi. E il suo fallimento implica anzi costi enormi. Probabilmente lo Stato che persegue una simile strategia si troverà infatti coinvolto in una serie di conflitti destinati a rendere sempre più lontana la meta di un ordine più pacifico. Il costante sforzo militare indebolirà inoltre la garanzia dei valori liberali persino in patria. E saranno rafforzati tanto il nazionalismo quanto il realismo, che secondo il politologo di Chicago sono destinati sempre a prevalere sul liberalismo.

Le argomentazioni di Mearsheimer sono talvolta piuttosto rozze (anche se risultano nel complesso più raffinate che nella Tragedia delle grandi potenze). Inoltre, non c’è dubbio che alcuni ingredienti del suo realismo offensivo debbano risultare a molti lettori piuttosto indigesti. Ma la critica indirizzata al liberalismo internazionalistico è tutt’altro che ingenua, specialmente quando coglie il limite originario nella sua distorsione individualista, ossia nell’assunto erroneo che gli esseri umani siano individui solitari, mentre in realtà sono esseri sociali. Certo il realismo di Mearsheimer non si sottrae alla classica obiezione di alimentare una politica di potenza. In sostanza, rappresentando il mondo come insicuro e gli Stati come spinti da inesauribili ambizioni di potenza, il realismo offensivo rischierebbe di pronunciare una profezia destinata prima o poi ad avversarsi. Ma per la verità la strada che La grande illusione indica è quella della moderazione. Per il politologo Washington dovrebbe cioè adottare una linea di moderazione realista. Dovrebbe dunque rinunciare all’impegno per la diffusione della democrazia nel mondo, ritirandosi da molti dei teatri che hanno visto impegnate le truppe a stelle e strisce negli ultimi due decenni. Ma un simile cambiamento – lo riconosce in fondo anche Mearsheimer – è davvero improbabile. Richiederebbe d’altronde anche una radicale metamorfosi della cultura politica americana. E la rinuncia all’ambizione di rendere il mondo «un posto sicuro per la democrazia» che, più di cento anni fa, segnò l’ingresso degli Stati Uniti sulla scena della politica globale.


Damiano Palano

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