giovedì 11 ottobre 2018

La Russia di Putin e il «collasso» della democrazia. "La paura e la ragione" di Timothy Snyder




di Damiano Palano


Questa recensione al libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), è apparsa su "Avvenire" del 10 ottobre 2018.


Secondo Freedom House, un’organizzazione non governativa che da quarant’anni registra puntualmente (seppur con criteri spesso criticati) lo stato delle libertà nel mondo, siamo dinanzi a un vero e proprio «declino» democratico. La diffusione della democrazia liberale, che dopo il 1989 aveva conosciuto una marcia costante, si sarebbe infatti arrestata nel 2006. Da allora in poi il numero globale delle democrazie sarebbe progressivamente diminuito. E segnali di deterioramento – relativi al minor rispetto di diritti politici e libertà civili – emergerebbero anche nei paesi occidentali. Negli ultimi anni molti politologi si sono persuasi in effetti che il rischio di una «recessione democratica» debba essere preso sul serio, e ha dunque cominciato a prendere corpo un’intesa discussione su come misurare il «deconsolidamento» dei regimi democratici e sulle cause più profonde del malessere. Una posizione specifica in questa riflessione è occupata dal libro di Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, pp. 393, euro 26.00), che inquadra la questione puntando pressoché interamente lo sguardo sul ‘putinismo’ e sulle conseguenze che avrebbe prodotto sui paesi occidentali. Autore di alcuni importanti lavori sull’Europa del Novecento, Snyder, storico all’Università di Yale, dipinge infatti un grande affresco, senza dubbio ricco di suggestioni, secondo cui si confrontano e si scontrano, negli ultimi tre decenni, due opposte visioni del mondo e della storia. Da una parte, la politica dell’inevitabilità, e cioè la convinzione che il futuro sia solo la prosecuzione del presente, che la strada del progresso sia tracciata e che non siano possibili alternative. Dall’altra, la politica dell’eternità, che colloca una specifica nazione al centro del racconto di una ciclica vittimizzazione. Dopo il 1989, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sposarono senza esitazioni la politica dell’inevitabilità, persuadendosi che la Storia fosse davvero finita e che democrazia e libero mercato fossero destinati a estendersi al mondo intero. Ma gradualmente la realtà ha mostrato come non si trattasse di processi inevitabili. E la politica dell’eternità ha cominciato a guadagnare spazio, trovando nella Russia di Putin il centro della propria espansione.

Snyder ricostruisce le vicende russe a partire dalla fine dell’Unione Sovietica e fissa in particolare una cesura nel 2010: proprio quell’anno, secondo lo storico, la Russia sarebbe infatti diventata una «cleptocrazia» e avrebbe cominciato ad agire per «demolire la fattualità», diffondendo disinformazione e fake news, con l’obiettivo di destabilizzare Ue e Usa. Articolando la propria narrazione a cerchi concentrici, Snyder si focalizza dunque sul recupero della filosofia nazionalista di Ivan Il’in, sul ricorso alla manipolazione delle elezioni da parte di Putin, sul ritorno di un progetto imperiale, sull’intervento in Ucraina, sulla proliferazione di disinformazione, sull’influenza di Mosca nelle elezioni americane del 2016. Con la campagna di Donald Trump, la politica dell’eternità avrebbe infatti rimpiazzato anche negli Usa la vecchia politica dell’inevitabilità. Portando con sé il corollario di un acceso nazionalismo, di uno spregiudicato utilizzo di propaganda e fake news, oltre che tentazioni di autoritarie.

Benché sia dedicato alla Russia dell’ultimo quarto di secolo, il volume di Snyder è in effetti rivolto tutto verso gli Stati Uniti, ed è per molti versi un nuovo capitolo di quella riflessione, innescata dalla conquista della Casa Bianca da parte di Trump, sul possibile «collasso» della democrazia americana. Ciò spiega la foga polemica che alimenta il volume. Ma è anche la ragione per cui le suggestioni risultano affiancate da semplificazioni e forzature polemiche. La sagoma della politica dell’eternità – certo efficace sotto il profilo retorico – finisce così col fornire una spiegazione quantomeno riduttiva (e talvolta persino caricaturale) del fallimento della democratizzazione in Russa. E l’attenzione rivolta al Cremlino e alla sua influenza sulla politica occidentale suggerisce anche una spiegazione davvero piuttosto insoddisfacente dell’instabilità che ha investito i sistemi politici occidentali. Molto probabilmente, come sostiene lo storico, Mosca utilizza davvero gli strumenti di cui dispone per incidere sulla politica occidentale. E Snyder non dimentica neppure le tensioni sociali emerse in Occidente dopo l’esplosione della crisi economica. Ma ritenere che i rischi per le democrazie occidentali giungano solo dall’insidiosa penetrazione di un nemico esterno appare piuttosto semplicistico. Anche perché, in questo modo, si finisce col replicare il medesimo limite della visione ‘vittimista’ della storia che Snyder attribuisce alla Russia di oggi.

Damiano Palano

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