lunedì 15 gennaio 2018

Piccolo manuale per aspiranti «fact-checkers». Un libro di Gabriela Jacomella




di Damiano Palano

L’uomo moderno del genus totalitario, scriveva il filosofo russo Alexandre Koyré nel 1945, «nuota nella menzogna, respira nella menzogna, è prigioniero della menzogna in ogni istante della sua vita». Se certo i regimi autoritari e totalitari del Novecento si fondavano sul ricorso sistematico alla manipolazione, la riflessione occidentale discute però fin dalle origini sull’utilizzo per fini politici della menzogna. E per questo si potrebbe anche cedere alla tentazione di archiviare come una bolla di sapone mediatica il grande clamore cresciuto attorno alle fake-news e alla «post-verità». In realtà le cose sono un po’ più complesse. Il punto non consiste tanto nel fatto che ci sia qualcuno che mette in circolazione notizie false, deformate e manipolate, quanto nella velocità con cui queste informazioni circolano. È per questo che strumenti ‘tradizionali’ – che prevedono per esempio organismi pubblici chiamati a controllare sulla proliferazione di fake news – risultano del tutto inadeguati. Ed è per questo che ognuno di noi dovrebbe invece diventare più consapevole degli strumenti che utilizza. Un modo per cominciare questa sorta di ‘alfabetizzazione’ è la lettura di Il falso e il vero. Fake news: che cosa sono, chi ci guadagna, come evitarle (Feltrinelli, pp. 157, euro13.00), un volume di Gabriela Jacomella, fondatrice di un’associazione che promuove la cultura del fact-checking. Jacomella cerca innanzitutto di chiarire che esistono vari tipi di cattiva informazione (non tutti vere e proprie fake news). Ma distingue anche la «disinformazione» in senso proprio, che consiste nella diffusione deliberata di notizie false, dalla «misinformazione», che identifica invece il comportamento di chi contribuisce a diffondere inconsapevolmente informazioni manipolate, magari condividendo il post di un amico su Facebook senza sapere – per superficialità o per ingenuità – che si tratta di notizie false. È ovviamente proprio questo secondo canale a diventare sempre più rilevante, anche perché i social network sono, ogni giorno di più, la principale fonte di notizie per molte persone. Sarebbe inoltre piuttosto ingenuo ritenere che dietro la proliferazione delle fake news ci siano soltanto dei calcoli politici o il tentativo di influenzare l’esito di qualche competizione elettorale. Certo è probabile che ci sia qualcuno che tenta davvero di farlo, ma la motivazione alla base della generazione e della diffusione delle fake news è principalmente economica. Molto semplicemente, i ‘fabbricanti’ di «bufale» guadagnano in base alla visualizzazione delle pubblicità ospitate su blog e siti, e non fanno altro che ‘costruire’ notizie capaci di attrarre – anche solo per qualche attimo – l’attenzione dei lettori, magari con il ricorso a qualche immagine scandalosa o a un titolo accattivante.

La rapidità degli scambi e la viralità del «contagio» rendono davvero difficile controllare questi flussi. Esistono già algoritmi che individuano le fake news, applicando un bollino per mettere in guardia i lettori. Ma non è questo il suggerimento principale di Jacomella, che invece invita ogni singolo utente a diventare fact-checker. Propone così un piccolo decalogo per difendersi dalla seduzione delle «bufale». Suggerisce per esempio di controllare l’indirizzo del sito (per capire se si tratta di un organo ‘rispettabile’ o di una sua abile imitazione), di diffidare dei titoli urlati (spesso in caratteri maiuscoli), di controllare se le immagini corrispondono effettivamente alle notizie cui sono abbinate, di verificare l’attendibilità delle fonti citate, di cercare se anche i media ‘ufficiali’ riportano la medesima notizia. Poche regole essenziali, e in fondo alla portata di tutti. Regole che probabilmente non possono impedire lo sviluppo di nuove tecniche di manipolazione, sempre più insidiose. Ma che sono comunque utili per navigare con maggiore consapevolezza nel mare di notizie del web.

Damiano Palano

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