giovedì 11 febbraio 2016

Fenomenologia del populismo italiano 2. Il «renzismo» secondo Marco Revelli




di Damiano Palano

Se Biorcio intende l’ascesa politica di Matteo Renzi come il culmine di una trasformazione piuttosto lunga, segnata dall’egemonia della retorica populista, un’operazione simile viene sviluppata anche da Marco Revelli nel suo recente Dentro e contro. Quando il populismo è di governo (Laterza, Roma – Bari, 2015, pp. 143, euro 14.00). Il libro di Revelli costituisce in una certa misura un ‘diario’ del primo anno di governo dell’ex sindaco di Firenze, ma, più in generale, sviluppa molti dei temi enunciati nel precedente Finale di partito (Einaudi, Torino, 2013). In quel volumetto Revelli ritrovava in effetti nei risultati delle elezioni politiche del 2013 il segnale inequivocabile della fine della lunga stagione centrata sul ruolo dei partiti di massa e sulla loro capacità di ‘colonizzare’ la società con organizzazioni gigantesche, speculari alle grandi strutture burocratiche che avevano dominato l’economia occidentale per buona parte del Novecento, fino alla svolta degli anni Ottanta. Mostrando una pervicace resistenza, i partiti di massa – tramutatisi peraltro in «partiti pigliatutto» – erano sopravvissuti per due decenni alla ‘rivoluzione post-fordista’, ma le elezioni del 2013 ne avevano sancito l’ ormai inequivocabile tramonto.
Ora questa chiave di lettura torna anche in Dentro e contro, dove Revelli in effetti scrive: «Le elezioni politiche italiane non potevano certo vantare un valore programmatico. Ma un valore diagnostico sì. Ci dicevano, quei risultati, che era finita una forma della politica. Ridiciamolo nel modo più sgradevole: che era finita la politica del Novecento. Quella in cui una società sostanzialmente aggregata in gruppi e classi si strutturava e riconosceva stabilmente nella forma del partito politico e attraverso di essa provava a esprimersi e a contare dentro le istituzioni. Ci dicevano anche che il suo tentativo di prolungarsi, e sopravvivere a se stessa, nell’ultimo periodo era diventato insopportabile» (p. 12). 
Revelli nel nuovo libro aggiorna però il quadro, prendendo atto di quanto è avvenuto da allora. Innanzitutto rileva come dopo le elezioni del febbraio del 2013 si siano registrati tre mutamenti: una svolta in senso presidenzialista, con il ruolo giocato da Giorgio Napolitano, il «collasso dei partiti» (p. 43), la «fuga dal voto da parte di masse sempre maggiori di elettori» (p. 47). E proprio questi tre processi sono stati tramutati da Matteo Renzi nelle risorse per un’ascesa politica travolgente, che Revelli naturalmente considera – più che come una soluzione – come il segnale di un probabile tracollo imminente: «il renzismo  rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa. Rischiando di lasciare tutti – dopo aver fagocitato tutto – ‘nudi alla meta’. O meglio, nudi di fronte al potere, dopo la distruzione – realizzata con sistematicità, bisogna dargliene atto –, dei diversi corpi intermedi che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, delle strutture di rappresentanza politica e sociale, delle culture politiche capaci di aggregare individui e frammenti sociali, del suo stesso partito. In una parola di quella complessità organizzata che da sempre ha garantito un livello, sia pur minimo e insufficiente, di pluralismo e di articolazione in una società complessa, preservandola dal rischio e dalla tentazione – mortale nell’iper-modernità che viene – dell’‘uomo solo al comando’ di fronte a una società di atomi competitivi» (p. 63).
La leadership di Renzi è considerata da Revelli come una forma inedita di populismo, e così la vecchia formula trontiana «dentro e contro», che dà il titolo al volume, viene a indicare un populismo che diventa forza di governo: «un populismo istituzionale, fondato sul transfert leader-massa, sulla magia del linguaggio e sul mito dell’energia. Che rappresentava plasticamente il modo con cui la crisi del partito politico (dell’unico partito politico formalmente rimasto sulla piazza, il Partito democratico) andava penetrando nel cuore dello Stato attraverso il veicolo del suo segretario» (p. 65). Quello di Renzi è dunque, per Revelli, un «populismo istituzionale»: «Forse l’unica forma politica in grado di permettere al programma antipopolare che costituisce il pensiero unico al vertice dell’Europa di imporsi in un paese come l’Italia nella crisi generale e conclamata delle forme tradizionali della politica (in particolare della forma-partito), e nel deficit verticale di confidence nei confronti di tutte le istituzioni rappresentative novecentesche. È stato lui il primo imprenditore politico, che ha scelto di quotare alla propria borsa quella crisi: di trasformare da problema in risorsa il male che consuma alla radice il nostro sistema democratico. Con un’operazione spregiudicata e spericolata, che gli ha garantito finora di galleggiare, giorno per giorno, sulle sabbie mobili di un sistema istituzionale lesionato e di una situazione economica sempre vicina al collasso, senza risolvere neppure uno dei problemi più gravi, alcuni incancrenendoli, altri rinviandoli sempre oltre il successivo ostacolo. E comunque gestendo il declino col piglio del broker spregiudicato […], pronto a uscire dall’investimento un attimo prima del crollo in Borsa» (p. 106).
La novità del ‘renzismo’ è peraltro relativa, perché – Revelli non fatica a riconoscerlo – l’ex sindaco di Firenze è solo l’ultimo esemplare di una serie di «eroi della commedia mediatica capaci di ‘simulare’, attraverso il camuffamento, una sovranità ormai evaporata: «Tutti uniformati dalla comune funzione di camouflage: trompe l’oeil per occultare il trono vuoto, sostituendo al governo l’annuncio. Alla decisione politica il segnale mediatico […], come si addice a una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano […]. Sono la forma che la politica assume nell’epoca della crisi della politica. O, se si preferisce, sono l’incarnazione antropomorfa della post-politica, in un mondo nel quale l’esercizio effettivo del potere si è ritirato dietro le quinte, lasciando sulla scena solo l’effetto magico – il prodige, appunto – della vuota parola» (pp. 74-75). Per questo, il futuro dell’avventura renziana è per Revelli tutt’altro che roseo, e così non è affatto da escludere che l’«utilizzatore finale» della revisione istituzionale e costituzionale Pd possa non essere il segretario del Pd. Anche se naturalmente la sostanziale assenza di alternative credibili – e soprattutto di un’alternativa proveniente da sinistra, di cui Revelli si augura l’avvento – contribuisce a stabilizzare non poco la posizione di Renzi. Come scrive Revelli nelle pagine introduttive del suo volume, il percorso futuro di Renzi rimane ancora molto difficile da prevedere, anche se i diversi scenari non appaiono particolarmente incoraggianti: «Certo, la marcia si è fatta, col tempo, meno trionfale. Le fragilità culturali e i difetti di carattere hanno scavato in quel piedistallo di consenso che le elezioni europee gli avevano regalato. Lo stesso partito che aveva scalato per scalare il paese si va facendo ogni giorno più volatile ed evanescente, man mano che la leadership carismatica si attenua e stenta a funzionare come a polarità aggregante dall’alto, mentre i potentati locali vanno assomigliando a premoderne marche di confine. È comunque ipotizzabile, visti i cattivi venti che spirano dall’alto d’Europa, che il suo cammino – sia pure più tortuoso e impervio – continui, sostenuto da un’oligarchia sovrana ancora potente e, a livello continentale, ancora scarsamente contrastata. Oppure è possibile, come temono (o sperano) in molti, che Matteo Renzi non riesca a portare in fondo il proprio progetto per sedersi infine sul trono che si è costruito. Che, come il cattivo giocatore di poker costretto a rilanciare continuamente la posta a ogni mano perduta, alla resa dei conti […] finisca per inciampare. E faccia default, consegnando i paese – e noi stessi – a un altro, persino più aggressivo e demagogo di lui. In ogni caso, ci troveremmo comunque in una post-democrazia dal profilo inedito. E – questo è certo – assai meno desiderabile» (p. XI).
Naturalmente lo sguardo di Revelli – è quasi superfluo rilevarlo – non è solo quello di uno studioso dei fenomeni politici, ma anche quello di un attore politico in senso proprio (e non soltanto come possono esserlo talvolta gli intellettuali), dal momento che si è assunto in diverse occasioni, negli ultimi anni, il compito di raccogliere la bandiera di un’opposizione di sinistra alle derive tecnocratiche. Anche per questo, il giudizio critico nei confronti di Renzi e del «renzismo» è per molti versi scontato e largamente prevedibile. La sua analisi del populismo istituzionale costituisce d’altronde il nuovo capitolo di un percorso di indagine critica sulla trasformazione della sinistra imboccato ormai più di vent’anni fa, con l’analisi sulle Due destre (Bollati Boringhieri, Torino, 1996), un testo che – nella misura in cui mostrava come la coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi e il Pds costituissero solo due varianti differenti della destra neo-liberista – individuava una tendenza di cui il «renzismo» non è altro che il punto terminale e il logico sviluppo. Ma se per questo la sua prospettiva può apparire sin troppo polemicamente orientata, c’è comunque un aspetto importante nel discorso svolto da Revelli. Un aspetto che consiste nel prendere atto della paradossale combinazione tra il successo del «populismo istituzionale» di Renzi e la sua estrema debolezza politica. In altre parole, ciò che Revelli ha il merito di registrare sono le debolezze del «populismo istituzionale», la sua assenza di basi politiche (ideologiche e organizzative) e anche la fragilità di quelle basi clientelari che – in assenza di una sostanziale autonomia di spesa da parte dello Stato – rischiano di rivelarsi solo aggregazioni temporanee, destinate a dissolversi. E riconoscere questo dato non significa sostenere che la leadership di Renzi sia destinata a dissolversi nell’arco di alcuni mesi, perché è indiscutibile che – come pochi leader nel corso del Novecento – l’ex sindaco di Firenze faccia davvero presa su una certa società italiana, che rappresenti come pochi gli umori e i difetti dell’«italiano medio», che rifletta – in forme persino grottesche – alcuni stili comunicativi che sono già ‘senso comune’, che incarni – come neppure Silvio Berlusconi seppe mai fare – i più pervicaci istinti antipolitici, che sollevi quell’ammirazione che gli italiani hanno spesso riservato all’ostentazione del potere, alla esibizione persino volgare del ‘decisionismo’, al disprezzo per «parrucconi» e «professorini», al compiaciuto disprezzo delle forme. Ma tutti questi elementi – che in altri tempi avrebbero potuto garantire un lunghissimo futuro politico a Matteo Renzi – si scontrano oggi con una realtà assai meno rassicurante. Alla luce della quale diventa chiaro che le basi su cui poggia il potere di Renzi sono tutt’altro che granitiche. Non tanto perché alle sue spalle non esista un partito o una classe dirigente adeguata, quanto perché le risorse che ha utilizzato per conquistare il proprio (peraltro limitato) consenso sono le risorse di uno Stato (non da oggi) a ‘sovranità limitata’ soprattutto sul versante delle politiche economiche. E perché dunque il «partito della Nazione» - e cioè il partito a vocazione centrista che il Partito democratico è già ‘oggettivamente’ diventato, dopo le elezioni del 2013 – non può utilizzare se non in misura del tutto congiunturale e limitata la leva della spesa pubblica per consolidare quell’effimero sostegno che nessuna ideologia e nessuna minaccia esterna può altrimenti stabilizzare.

Continua…

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