venerdì 18 dicembre 2015

La democrazia travolta dalla democrazia. Una provocazione di Raffale Simone




di Damiano Palano

Verso gli ultimi decenni del V secolo a.C., un anonimo autore greco fissò nelle scarne battute di un dialogo fra due cittadini ateniesi una delle prime – e più radicali – critiche alla democrazia. «A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico, che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene», chiariva fin dall’inizio il principale dei due interlocutori. E poco dopo affermava: «C’è chi si meraviglia che gli Ateniesi diano, in tutti i campi, più spazio alla canaglia, ai poveri, alla gente del popolo, anziché alla gente per bene: ma è proprio così che tutelano – come vedremo – la democrazia. Giacché appunto, se stanno bene e si accrescono i poveri, la gente del popolo, i peggiori, allora si rafforza la democrazia. Quando invece il popolo consente che prosperino i ricchi e la gente per bene, non fa che rafforzare i propri nemici. Dovunque sulla faccia della terra i migliori sono i nemici della democrazia: giacché nei migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo di inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo di ignoranza, di disordine, di cattiveria » (Anonimo ateniese, La democrazia come violenza, Sellerio, Palermo, 1982, pp. 15-16).
Le parole dell’anonimo oligarca ateniese furono in realtà solo le prime di una lunga sequela, che più o meno da quel momento avrebbe iniziato a dipingere la democrazia come la peggior forma di governo, destinata a sancire il brutale dominio di maggioranze soggiogate da abili demagoghi e a condurre ogni comunità politica verso il disfacimento. Quella duratura dannazione della democrazia è invece molto distante dalla sensibilità contemporanea, che – almeno in Occidente – tende a considerare la democrazia come l’unica forma ‘legittima’ di organizzazione del potere. Nei duemilacinquecento anni trascorsi da quando l’anonimo scrittore consegnò ai posteri il proprio feroce ritratto della democrazia ateniese, il significato usualmente attribuito al termine «democrazia» è naturalmente quasi del tutto mutato. E, a ben guardare, solo un labile legame unisce la democrazia di cui Pericle aveva pronunciato il celebre elogio a ciò che noi contemporanei intendiamo con questo termine millenario. Ciò che consideriamo oggi con «democrazia» è infatti, per molti versi, il sistema rappresentativo-elettivo che prende forma dalle ceneri della vecchia rappresentanza medievale, che viene a modificare le proprie logiche di funzionamento contestualmente all’allargamento del suffragio e che viene ridefinito – soprattutto a livello dottrinario – dopo la Rivoluzione francese, con l’irruzione sulla scena di un «popolo-nazione» dal volto sfuggente e inafferrabile. È infatti proprio questo sistema che, nella stagione della ‘guerra civile mondiale’ del Novecento, viene rivestito di abiti ‘neo-classici’, ed è soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale che il regime politico fondato sulla rappresentanza elettiva viene etichettato, nel ‘mondo libero’, con quella parola, «democrazia», che nel corso del secolo precedente era stato patrimonio quasi esclusivo di minoranze radicali e sette rivoluzionarie. 
Proprio il fatto che la democrazia sia oggi intesa come l’unico regime politico ‘legittimo’ comporta ben più di qualche fraintendimento quando si parla della ‘crisi’ della democrazia: perché con questa formula alcuni – in modo del tutto comprensibile – intendono indicare, per esempio, le lentezze del processo decisionale, che rischiano di provocare conseguenze negative per l’intera società, mentre altri – altrettanto legittimamente – alludono all’abbandono dei grandi obiettivi dell’uguaglianza e della partecipazione che contrassegnano l’ideale democratico; o anche perché, con quella medesima formula, alcuni si riferiscono al declino relativo del mondo occidentale dinanzi all’ascesa di aree del pianeta in cui prevalgono regimi autocratici, mentre altri intendono invece sottolineare le difficoltà che gli Stati occidentali hanno nel controllare i flussi transnazionali di merci, capitali e persone, e altri ancora biasimano il ruolo preponderante che hanno, nell’assunzione delle principali decisioni politiche, alcune istituzioni sovranazionali, le élite economico-finanziarie, o persino la «casta» dei professionisti della politica.
Anche in un quadro generale in cui persino i critici della democrazia tendono a brandire le insegne della democrazia, non mancano però autori che sfidano il conformismo e che, in qualche misura, raccolgono il testimone dell’ignoto oligarca ateniese. È questo il caso, per esempio, del pamphlet di Raffaele Simone, Come la democrazia fallisce (Garzanti, pp. 219, euro 17.00), un pamphlet che – pur senza adottare un profilo anti-democratico – sostiene che i grandi pilastri che hanno sostenuto la democrazia siano anche gli stessi che ne decreteranno la probabile fine. Naturalmente il testo di Simone – che è un linguista affermato e noto a livello internazionale – non si dilunga in un esame delle complicate, e talvolta persino bizantine, ricostruzioni dedicate al tema da scienziati politici, storici delle istituzioni e del pensiero politico. E proprio per questo il suo testo ha la freschezza che hanno talvolta i libri dei ‘dilettanti di talento’, che – superando con un balzo tutti i nodi irrisolti di discussioni specialistiche – riescono a cogliere alcuni aspetti cruciali. In sintesi, Simone sostiene che la democrazia, oltre che da un insieme di istituzioni, sia costituita da una «mentalità» e da una mitologia democratiche. «Questi pilastri, in parte immateriali in parte materiali», scrive Simone, «sorreggono ancor oggi l’architettura dei regimi democratici e hanno dinamiche coordinate, anche se non coincidenti» (p. 22). Ma si tratta di pilastri che rischiano di rendere sempre più fragile l’intera architettura.
Benché riconosca l’importanza delle istituzioni, in realtà Simone si concentra soprattutto sulla «mentalità democratica», perché è proprio qui che si trovano i problemi principali. Più in particolare, però, per Simone sono importanti alcune «finzioni costitutive», che garantiscono sia la vitalità delle istituzioni, sia la conservazione della mentalità democratica. Secondo Simone queste «finzioni» operano come idee regolative, nonostante siano irrealizzabili (perché in sostanza si propongono di realizzare l’irrealizzabile). Si tratta, cioè, di «massime di somma generalità che indicano traguardi verso cui tendere illimitatamente, senza alcuna speranza di raggiungerli» (p. 57), di proposizioni «logicamente false», eppure «ideologicamente vere», perché «guidano le convinzioni e il comportamento politico, anche se a volte sono molto ostiche ad accettarsi» (p. 58). Tra queste finzioni Simone colloca la libertà, l’uguaglianza, la sovranità popolare, la rappresentanza, il potere della legge, la competenza dell’elettore, l’inesistenza dei capi, o l’inclusione illimitata di chiunque entri nei propri confini. Tutti questi «principi-finzione», dice Simone, «si sono radicati in profondità nella coscienza occidentale dando corpo alla mentalità democratica, un ramificato sistema di credenze, opinioni, aspettative e perfino pretese, quale poteva svilupparsi solo in un ambiente speciale» (p. 103). E così, «con l’aiuto di un sistema scolastico particolarmente generoso e di una cultura diffusa orientata all’edonismo e al divertimento, si è impiantata l’idea che alla democrazia si possa chiedere tutto» (p. 103). Ciò significa, in sostanza, che la mentalità democratica non solo è diventata egemone, ma si è addirittura estesa anche ad aree estranee a quelle originarie, con conseguenze che per Simone sono ovviamente estremamente negative: «la democrazia è percepita come una Fata protettiva, munita di un’ampia cappa capace di coprire ogni aspetto e fase della vita e sotto cui chiunque, da qualunque parte provenga, può trovare rifugio nel momento del bisogno. La Fata ha tutte le doti immaginabili: è buona, comprensiva, generosa, tollerante, accogliente, affettuosa e non bada a spese. Questa percezione ha prodotto un generale riassestamento delle massime ingenue che guidano i comportamenti collettivi: al posto della millenaria regola ‘càvatela da solo’ ce n’è ora un’altra che dice: ‘qualcuno dovrà pur tirarti fuori da qui’, dando per scontato che a farlo debba essere proprio lei, la Fata Democratica, in una delle sue mille vesti (come Stato, come governo ecc.)» (pp. 104-105). I riflessi dell’estensione della mentalità democratica, tanto per esemplificare rapidamente, sono le aspettative crescenti su «un welfare erogato quasi gratuitamente», le richieste di assistenza da parte dei migranti, le diverse richieste di diritti culturali, le rivendicazioni sulla parità di genere, le ossessioni per il ‘politicamente corretto’. Ma naturalmente Simone non manca di evocare i danni che derivano dall’«abusare dell’uguaglianza», e cioè quei danni che derivano dal «prendere impropriamente sul serio la finzione in cui quella si esprime», trattandola «come una cosa salda», tanto da «trarne l’illusione di una libertà assoluta» (p. 112). 
A fronte del successo della mentalità democratica, la democrazia incontra però una serie di difficoltà non congiunturali (il declino dello Stato sovrano, i flussi migratori che investono i paesi occidentali, la trasformazione economica), che inducono Simone a prefigurare quantomeno il rischio di un crollo democratico. In realtà gli scenari che individua sono due: una «democrazia a bassa intensità», in cui l’astensione e la partecipazione continueranno a calare, o una «democrazia volatile», in cui la volatilità delle alleanze impedirebbe qualsiasi misura di cambiamento. La prognosi rimane comunque infausta: «In entrambi i casi la democrazia andrebbe in bancarotta, un disastro con esiti fatali anche sulla vita quotidiana, perché comporterebbe – esattamente come nella previsione di Montesquieu – una crisi delle poche residue virtù sopravvissute nei cittadini» (p. 176).
Nella discussione di Simone ci sono evidentemente molti nodi sospetti. Per esempio, appare piuttosto singolare che, circoscrivendo le proprie considerazioni all’Occidente, il linguista precisi che si riferisce solo «all’Europa occidentale» (p. 103), e che escluda così dal novero gli Stati Uniti, ossia la potenza globale che nel corso del Novecento ha inalberato la bandiera della democrazia e che nel corso degli ultimi settant’anni ha per molti versi riplasmato gli ideali democratici rompendo anche in modo netto con la vecchia tradizione democratica. E può anche lasciare piuttosto perplessi l’accento così marcato posto sulla «mentalità», senza che venga chiarito non solo – come direbbe qualche studioso ossessionato dall’«operazionalizzazione» dei concetti – ‘come si misuri’ questa mentalità, ma anche quali siano i suoi elementi ‘riconoscibili’, in quali tradizioni politiche essa possa essere ravvisata, quando storicamente prenda forma, e se in Italia se ne facessero alfieri, per esempio, il Pci di Palmiro Togliatti, la Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti, o il Partito Socialista di Bettino Craxi. Infine, la scelta piuttosto infelice di definire «finzioni» quelle credenze su cui si fonderebbe la mentalità democratica non può che destare più di qualche perplessità, dettata più che altro dalla considerazione che – per molti versi – tutta la politica non è altro che un regno popolato di «finzioni», perché, a ben guardare, sono «finzioni», lo Stato, la nazione, la razza, il popolo, la classe e l’«Occidente». Tutte queste finzioni, che pure si riferiscono a qualcosa che non esiste materialmente, ci dicono però quale significato gli esseri umani danno alla loro vita comune, perché nel ‘politico’ si nasconde anche una dimensione simbolica irriducibile, nella quale si esplica la natura di «animale simbolico» dell’essere umano. E sebbene la fragilità mostrata dalle «finzioni» sia un problema reale dei nostri sistemi politici, su cui varrebbe la pena riflettere, Simone, quando – con una scelta terminologica forse fuorviante, ma comunque del tutto legittima – parla di «finzioni», tende invece a rivolgersi a qualcosa di diverso, che non sono le ‘persone collettive’ che popolano l’orizzonte simbolico della politica, bensì le ‘pretese’ eccessive nutrite dall’homo democraticus. In questo senso, a essere coinvolti sono, a ben guardare, quegli stessi ideali che nutrono più o meno tutte le ideologie moderne (e che dunque non sono certo esclusivi della ideologia democratica, sempre che una simile ideologia davvero esista).
Ma simili obiezioni naturalmente lasciano il tempo che trovano. Il pamphlet di Simone va preso infatti come un pamphlet, come una provocazione rivolta all’opinione pubblica, agli intellettuali e forse al mondo politico. Al di là delle argomentazioni, al cuore del libro di Simone – come al cuore di ogni pamphlet che si rispetti – c’è d’altronde la difesa energica di alcuni valori. Valori che si possono condividere oppure no. Valori che possono accendere gli entusiasmi di alcuni, specie nel momento in cui Simone si diffonde sugli effetti distruttivi che hanno sulla convivenza democratica i flussi migratori, o persino risultare irritanti per altri, magari quando il discorso tocca la critica dell’autorità. Il piano comunque non è più, in questo caso, quello di una discussione sulla «crisi», sul «disagio» e sul «malessere» della democrazia, ma quello di una discussione politica sui valori che una società deve perseguire, preservare e difendere. Ed è cioè anche il piano di una discussione sul significato che dobbiamo attribuire alla vecchia parola «democrazia».

Damiano Palano

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