mercoledì 11 novembre 2015

Una democrazia senza partiti? Sull’ultimo libro di Damiano Palano



 
di Alberto Gasparetto

 
 

Qual è lo stato di salute dei partiti nei regimi democratici? Che grado di legittimità riscuotono all’interno della società? Che parabola hanno seguito e quale bilancio è possibile tracciarne? Sono questi i quesiti di fondo a cui il nuovo libro di Damiano Palano (Democrazia senza partiti, Edizioni Vita e Pensiero, 2015) tenta di rispondere. Come ricorda Norberto Bobbio, fin dalla loro nascita – databile fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso – i partiti sono concepiti come strutture fondamentali per l’aggregazione delle domande provenienti dalla società, quei corpi intermedi la cui funzione viene talmente magnificata al punto che per lungo tempo vengono considerati indispensabili per la sopravvivenza stessa della democrazia. Fotografati inizialmente come strutture oligarchiche – secondo la celebre definizione di Robert Michels – i partiti si celano in realtà dietro ad una facciata di apparente democrazia. Secondo Max Weber, che per primo osserva il tramonto del «partito di notabili» e l’avvento del «partito di massa», grazie alla loro progressiva «burocratizzazione», i partiti finiscono per esprimere un ceto di veri e propri «professionisti della politica» e di leader carismatici in grado di controllare sempre più il consenso grazie al cosiddetto «potere della cricca», un preludio all’avvento della democrazia plebiscitaria.
In base alla rigorosa ricostruzione di Palano, osserviamo che durante il Novecento i partiti subiscono una vera e propria «metamorfosi». Negli anni Sessanta il politologo tedesco Otto Kirchheimer è il primo a notare che a partire dal Secondo dopoguerra i grandi partiti di massa, confessionali e di classe, sono investiti dalla tendenza a trasformarsi in organizzazioni che puntano sul più vasto consenso possibile, allo scopo di ingigantirsi all’interno della società. Le principali caratteristiche del moderno catch-all party (il partito «pigliatutto» o, come ama insistere Gianfranco Pasquino, «pigliatutti», a sottolinearne la vocazione ad acciuffare il sostegno da parte di qualsiasi cittadino-elettore) consistono nella drastica riduzione del bagaglio ideologico, nella svalutazione del ruolo degli iscritti, nel rafforzamento degli elementi di vertice. Queste trasformazioni producono una costante disaffezione dei cittadini nei confronti dei partiti che finiscono per perdere iscritti. Se negli anni Sessanta un cittadino su dieci è membro di un partito, negli anni Novanta la cifra si dimezza per assestarsi al 3% della popolazione nello scorso decennio. La progressiva perdita di identità dei vecchi partiti di massa, dovuta anche ai perfezionamenti nel campo della tecnologia e alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione (in primis, la televisione) porta altri due studiosi, Richard Katz e Peter Mair, a mettere in luce una nuova evoluzione. Si tratta dei partiti-cartello (cartel-party), soggetti che, come le imprese in economia, si mettono d’accordo per la spartizione delle risorse. Queste ultime, non potendo più essere reperite in maniera copiosa nella società, vengono ricercate all’interno delle istituzioni. I partiti, la cui attenzione prima veniva rivolta agli iscritti mentre ora si sposta sempre più verso gli elettori, si allontanano progressivamente dalla società avvicinandosi sempre più allo Stato e divenendone parte integrante.
A questa crescente divaricazione dei partiti dalla società corrisponde la definitiva trasformazione dei partiti in agenzie clientelari che hanno ormai perso quella funzione originaria di «ponte» fra società e Stato destinato, di fatto, a dare rappresentanza ai diversi segmenti in cui è strutturata la società stessa. Il cittadino-elettore, in sostanza, diviene un attore passivo che, come il pubblico che assiste ad uno spettacolo teatrale, si limita a reagire offrendo la propria approvazione o il proprio dissenso: è la «democrazia del pubblico» ben descritta da Bernard Manin, ovvero la nuova forma della «democrazia plebiscitaria» che costituisce uno di quegli aspetti di quella che Colin Crouch ha battezzato «postdemocrazia». Quel rapporto di fiducia che un tempo legava le grandi masse ai capi non esiste più, lasciando spazio ad una crisi della leadership senza precedenti. Ma, avverte Palano, tutto ciò non deve far pensare al tramonto definitivo dei partiti. Al contrario, i partiti sono vivi e vegeti, dispongono di risorse sempre maggiori con le quali sono ormai riusciti ad incastonarsi nelle strutture statali; non è per i partiti, bensì per la loro democrazia interna che viene intonato il «requiem».

Ad esacerbare in maniera irreversibile la crisi di legittimazione dei partiti vi sono due fenomeni fra loro strettamente connessi, le cui radici risalgono almeno alle difficoltà economico-sociali degli anni Settanta: la crisi fiscale e la crisi di governabilità. In particolare, quanto alla prima, nota Palano, va osservato che la crescita della pressione tributaria ed il conseguente mancato contenimento della spesa pubblica, unito al generale rallentamento della crescita economica non ha fatto altro che contribuire all’aumento della sfiducia nei confronti della politica. La perdita di centralità della sezione – riflesso del consenso degli iscritti ed emblema della reale forza del vecchio partito di massa – e la progressiva affermazione di forme di democrazia diretta che entrano in concorrenza con quelle della democrazia rappresentativa costituiscono a tutti gli effetti la cifra della crisi che le democrazie occidentali (e quindi non soltanto quella italiana) da lungo tempo sperimentano.
La ricostruzione della parabola dei partiti offerta da Palano potrebbe apparire piuttosto sconfortante. Occorre, è vero, prendere atto che la stagione dei grandi partiti di massa si è chiusa da tempo per effetto del trionfo del «partito liquido», un soggetto che rispetto ai partiti tradizionali presenta un carattere fluido della propria identità, tanto forte a guisa di una merce ricercata dai consumatori quanto effimera nella sua capacità di durare nel tempo. I partiti, urge constatarlo, risultano vittime di un vero e proprio «deficit simbolico», incapaci anche solo lontanamente di rappresentare politicamente la società, di plasmarla, di veicolare le immagini collettive, di alimentare le passioni, di strutturare i conflitti. Ma benché ne tracci un bilancio sostanzialmente negativo, Palano sembra lasciare adito a qualche timido spiraglio. La speranza dell’autore è riposta nel «superamento del deficit culturale e simbolico dei partiti contemporanei» tale per cui possa emergere «una sorta di “Principe postmoderno” in grado di riconquistare una cultura politica capace di incarnare la vocazione incisa nella stessa parola “partito”: la vocazione di dare voce alla “parte”, di dare forma alla società, di costruire identificazioni in grado di durare nel tempo, di alimentare l’immaginario democratico modificando i confini del “tutto”».
Alberto Gasparetto

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