giovedì 6 ottobre 2011

Viaggio al termine della notte. Gli ottant'anni di Mario Tronti "dall'estremo possibile"

di Damiano Palano


In una scena memorabile di C’era una volta in America, Robert De  Niro, nei panni di Adam Aaronson detto ‘Noodles’, riappare dopo decenni di esilio volontario a Brooklyn, nel quartiere in cui è cresciuto, e torna nel bar in cui ha lasciato gli amici e gli amori della sua giovinezza. Nel locale deserto, ‘Noodles’ riconosce nella sagoma imbolsita del gestore il vecchio ‘Fat Moe’, un amico dei tempi lontani, e avvia una lunga discussione su tutto quello che è avvenuto in quei lunghi anni di assenza. Quando ormai più nulla è rimasto da dire, e mentre l’amico sta per lasciarlo, ‘Fat Moe’ gli chiede cosa abbia fatto in tutti quegli anni. E allora De Niro – con un velo di malinconia per tutto ciò che poteva essere – risponde al vecchio barista: «Sono andato a letto presto».
Nel 2001, al termine della prolusione con cui chiudeva la carriera accademica, Mario Tronti richiamava proprio quella sequenza. E, dinanzi agli amici, non senza ironia, si rivedeva nei panni di De Niro, mentre preannunciava  la volontà di incamminarsi verso un quieto esilio. «Ecco la scena. Voi che mi richiamate al dunque: Mario, che farai nei prossimi anni? Io che mi volto e: …andrò a letto presto» (Politica e Destino, Sossella, Roma, 2006, p. 28). In realtà, dopo aver lasciato l’insegnamento, Mario Tronti – disattendendo la promessa di ‘andare a letto presto’ – non si è affatto ritirato dalla scena pubblica. Si è anzi gettato, con una nuova, insospettabile energia, nel dibattito sulla crisi che stiamo attraversando. Invece che incamminarsi verso una tranquilla uscita di scena, sembra piuttosto aver posto fine a un periodo di volontario isolamento, a una sorta di esilio dal dibattito pubblico, cui si era costretto – più o meno deliberatamente – a partire dalla metà degli anni Ottanta. In questi anni, è così tornato riafferrare il filo di un discorso interrotto, o apparentemente accantonato. E un po’ come il De Niro del film di Sergio Leone – non per chiudere un conto in sospeso, ma per giocare un’ultima partita – anche Mario Tronti è tornato a Brooklyn.
Assumendo la guida del Centro per la Riforma dello Stato, Tronti si è impegnato in un lavoro che non è semplicemente ‘culturale’, ma ‘politico’ nel significato più nobile, e ormai desueto, del termine: un significato per cui la ‘politica’ è conflitto, potere, ma anche costruzione di identità collettive, apertura di prospettive, costruzione di progetti, conquista di un futuro che non sia solo la perpetuazione del presente. Non è allora casuale che Tronti si sia rivolto soprattutto alle nuove generazioni, a quelle generazioni di giovani e giovanissimi che sperimentano sulla loro pelle la catastrofe della crisi, oltre che tutte le conseguenze del tramonto di un modello sociale. E non è neppure sorprendente, che abbia trovato proprio in queste generazioni interlocutori attenti e talvolta persino entusiasti.
Alcuni dei recenti scritti di Tronti sono stati raccolti due anni fa in Non si può accettare (Ediesse, Roma, 2009), un denso testo curato da Pasquale Serra. Altri interventi – alcuni dei quali recentissimi, altri risalenti agli anni Novanta – sono ora proposti in Dall’estremo possibile (Ediesse, Roma, pp. 242, euro 12.00), un nuovo volume curato sempre da Serra. Fra i due libri c’è più di qualche elemento di continuità. Dall’estremo possibile può essere in effetti considerato come una prosecuzione del testo precedente, perché la conversazione introduttiva fra Tronti e Serra riprende proprio dove si era interrotta la discussione di due anni prima, e perché tocca tutti i nodi su cui la riflessione dell’autore di Operai e capitale si è soffermata recentemente. Nella conversazione con Serra anteposta a Non si può accettare, Tronti aveva sintetizzato il senso della propria riflessione in un costante equilibrio fra «un pensare estremo» e «un agire accorto». «Il pensare estremo», aveva affermato allora, «l’ho imparato da Marx», ma anche «da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall’opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, alternative al buon senso comune di massa». «L’agire accorto», osservava invece, «l’ho imparato da Machiavelli, l’ho inseguito nei teorici della ragion di Stato, poi alla scuola dei Gesuiti, specialmente spagnoli, quindi nella forma politica del cattolicesimo romano, l’ho ritrovato in Max Weber e in Carl Schmitt, l’ho studiato e ristudiato e dunque approfondito in Lenin, non nei suoi libri di scarso spessore teorico, ma nelle sue geniali e magistrali mosse tattiche» (Non si può accettare, cit., p. 16). Ma non è stato tanto questo l’aspetto che ha attirato di più l’attenzione delle nuove generazioni di lettori di Tronti, quanto l’enfasi posta sulla centralità del lavoro, come chiave per comprendere il presente e per articolare un progetto teorico radicale. In una simile enfasi, è forse facile ritrovare alcuni degli accenti del giovane Tronti, ossia del teorico «operaista» dei «Quaderni rossi», mentre sembra accantonata – o neutralizzata – la malinconica rassegnazione che aveva ispirato, alla fine degli anni Novanta, le pagine di La politica al tramonto (Einaudi, Torino, 1998). Se in quel libro aveva mestamente sostenuto che, insieme al Novecento, si chiudeva anche la stagione della Politica, o quantomeno della «Grande Politica», capace di rompere la continuità della Storia, più di dieci anni dopo, in Non si può accettare, pur senza indulgere a un immotivato ottimismo, Tronti intravedeva i segnali, o forse solo le tracce, di un nuovo progetto. Un progetto fondato, ancora una volta, sulla «centralità» del lavoro: una centralità da ripensare rispetto alla stagione dei «trenta gloriosi», ma da concepire – oggi come allora – in termini politici. «Anche quella del lavoro odierno» - affermava infatti Tronti nella conversazione con Pasquale Serra - «deve essere una centralità politica», perché la «centralità del lavoro non è un fatto sociologico da rilevare empiricamente», «è un’opzione soggettiva che legge, e fa leggere, la diffusione e la frammentazione, la dispersione, la precarizzazione, la stessa disoccupazione, come un interesse unico». Un’opzione che, dunque, «legge e fa leggere il multiverso dei ‘lavori’ come universo del ‘lavoro’», e che, per questo, richiede «l’esistenza di una forza organizzata che si prende in carico questo compito politico» (Non si può accettare, cit. p. 29; cfr. Un pensare estremo e un agire accorto).
Proprio questa proposta ha trovato orecchie attente nei giovani ricercatori del Crs che hanno ricostruito le dinamiche di trasformazione della Fiat di Pomigliano d’Arco (Nuova Panda schiavi in mano. La strategia Fiat di distruzione della forza operaia, DeriveApprodi, Roma, 2011), ricercatori che proprio Tronti – in opposizione al post-operaismo che teorizza il «comune» - ha definito come «neo-operaisti» (Per una critica dell’immaterialismo storico, in «alfalibri», maggio 2011, p. 11; su questa indagine, cfr. La società dentro la fabbrica. A proposito di alcune inchieste recenti). La centralità del lavoro – come punto di partenza per costruire un nuovo progetto – torna d’altronde anche nelle pagine di Dall’estremo possibile. In particolare, nel volume viene accolto l’intervento con cui Tronti salutava la vertenza tra la Fiat e gli operai dello stabilimento di Pomigliano d’Arco come un segnale, come l’espressione di un malessere che cercava – senza esito – una rappresentazione politica. Nel giugno 2010, Tronti vedeva infatti, dietro il risultato del referendum voluto dall’azienda, le tracce di «un’energia positiva, nascosta nel fondo del paese, che bisogna far emergere, e farla parlare e parlare ad essa con le parole della politica, sottraendole le parole dell’antipolitica, con cui troppo spesso è costretta ad esprimersi» (Il «Che fare» di Pomigliano, in Dall’estremo possibile, cit., p. 114). Il nodo con cui fare davvero i conti non era allora lo spettro del ‘Cavaliere’, ma ciò che Tronti definiva come «il problema del Cavallo», ossia «questo modo d’essere che occupa le nostre vite e che osa sempre di più per avere un comando assoluto, modo d’essere di privilegi intoccabili, di poteri arroganti, di ingiustizie palesi, di sistema di leggi eterne, oggettive, dicono, nei cui confronti non c’è niente da fare se non piegarsi e obbedire» (ibidem). E proprio da questo groviglio di questioni prende le mosse la nuova conversazione che apre Dall’estremo possibile.
Nel colloquio con Serra, Tronti riconosce infatti che c’è un motivo ben preciso per cui sono stati proprio i giovani a raccogliere l’invito. Tronti non cade però in quel deteriore ‘giovanilismo’ che costituisce solo una variante dello spirito antipolitico contemporaneo. Piuttosto, coglie nelle nuove generazioni un tratto tragico, che spinge alla ricerca di un punto di vista radicale. «Io vedo questa situazione: tra vecchi e giovani si è creato oggi un grande vuoto. La generazione di mezzo ha fallito. È la generazione che ha subìto tutti interi gli anni Ottanta, fino al loro esito disastroso, senza la capacità di una reazione, senza la forza di un contrasto. Ha visto l’apparire della modernizzazione e non ha colto l’essere della restaurazione» (Dall’estremo possibile, cit., p. 21). Al contrario, nuove leve di giovani intellettuali – che ovviamente non possono che essere una componente minoritaria del vasto universo giovanile – cercano un incontro con i vecchi maestri anche per la loro stessa condizione esistenziale, per il fatto cioè di essere un «precariato intellettuale» che gode del ‘privilegio’ di «non essere ancora incluso». «Ci vuole forte intelligenza e nobiltà d’animo per riuscire a sfruttare questo passaggio di esistenza, per costruirsi, lì dentro, una condizione di personale libertà politico-culturale». E – osserva Tronti – «non c’è altro modo per sfuggire alla condizione giovanile di massa esattamente opposta, di servitù volontaria nei confronti dei modelli di vita dominanti» (ibidem).
Come ricorda Pasquale Serra nelle pagine introduttive, evocativamente intitolate La linea di condotta, in omaggio a un celebre scritto trontiano degli anni Sessanta - «l’avvento della tragedia è un’occasione – un brusco salto che spezza il filo della continuità -, non una soluzione, che richiede una linea di condotta complessa e radicale» (p. 9). Il tema al centro del libro di Tronti – scrive ancora Serra – è così «la necessità di costruire una nuova linea di condotta per meglio inserirsi in una situazione, come quella presente, che torna ad essere esplosiva, una situazione, soprattutto, giovanile e intellettuale, che è tornata, appunto, ad essere tragica» (ibidem). Il livello del discorso sviluppato nel libro non è però quello dell’analisi della politica contemporanea, bensì un livello in cui si cerca una distanza dal mondo, in cui si guarda al mondo «dall’estremo possibile». «Per mantenersi all’altezza della tragedia», nelle parole di Serra, «per fare di essa un’occasione storica, occorre trovare una qualche relazione con la politica, con la manovra politica, e, dunque, con la paura, non solo per restituire ad essa identità e dignità, ma anche per evitare che sulla paura si edifichi un nuovo potere, e, alla fine, ci si accodi ad esso» (pp. 12-13).
Proprio nel rispondere a una domanda di Serra sul rapporto fra il politico e il tragico, Tronti chiarisce in cosa consista pensare – o ripensare – la politica «dall’estremo possibile»: «Liberare la politica dalla gabbia dell’immanenza è un compito del pensiero, che bisogna prendere assolutamente su di sé. Perché è questa riduzione allo spirito del tempo che ha ridotto la politica al fantasma di se stessa e ha fatto crescere di fronte a sé la potenza distruttiva dell’antipolitica. Sì, va denunciato il nichilismo dell’antipolitica, una pulsione di massa soppressiva, azzerante, distruggente, che coerentemente finisce per essere cavalcata da personalità non carismatiche ma mediatiche, incapaci proprio per questo di assumere il livello della decisione, costrette come sono a dare rappresentazione di un immediato negativo risentimento» (ibi, p. 29). Ma è estremamente significativo che Tronti indichi il passaggio indispensabile, per procedere su un simile terreno, nel teologico-politico. In altre parole, come scrive, «il teologico-politico è il modo per passare dalla coscienza tragica della condizione umana contemporanea alla ricerca di una soluzione dell’eterno problema di come sia possibile un’altra forma sociale di convivenza e di conflitto» (ibi, p. 29). E, in effetti, la teologia politica è al centro di diversi interventi accolti nel volume, come Per la critica della secolarizzazione (pp. 79-82), Perché Teologia politica (pp. 83-87), La teologia di Paolo può interessare il politico? (pp. 89-95). Proprio in quest’ultimo intervento, Tronti scrive, per esempio: «Dall’interno della politica non riusciamo a uscire dalla sua crisi. E se non usciamo dalla sua crisi, nessuno sarà più in grado di sovvertire le cose, in senso alto, in senso così altamente umano da avvicinarsi a quanto di oltre umano ci si presenta, non solo come prospettiva escatologica ma come realistica via all’assoluto. Perché, non nella politica in generale, e certamente non nella politica conservatrice, o innovatrice, che sono più o meno la stessa cosa, ma nella politica della trasformazione dei rapporti e della trasvalutazione dei valori, in questa politica l’assoluto c’è, ed è sempre qualcosa che è trascendente rispetto al tuo agire qui e ora» (ibi, p. 92).
Quando Tronti indica la necessità di percorrere la via del teologico-politico, viene in fondo a esplicitare i presupposti di una linea di ricerca che ha iniziato a seguire almeno a partire dagli anni Ottanta. Si tratta, infatti, della scoperta di una nuova autonomia del politico: una scoperta che certo si intreccia con quella compiuta negli anni Settanta, ma che in qualche modo scaturisce anche dal fallimento di quell’operazione. Da questo punto di vista, è interessante rileggere un’intervista rilasciata vent’anni fa, nel 1991, a Ida Domijanni, in cui Tronti enunciava già la necessità di «rilanciare il primato della cultura politica sulla politica pratica» (Il primato del pensiero, in Dall’estremo possibile, cit., p. 99). In quell’occasione, Tronti accennava anche una lettura autocritica sugli anni Sessanta, che avrebbe avuto modo di sviluppare ulteriormente nella Politica al tramonto, ma soprattutto non si nascondeva quale fosse la portata della trasformazione in atto. «Ora siamo a questa che non è una porta stretta, e nemmeno un sentiero interrotto: il vero nome è quello banale di vicolo cieco» (ibi, p. 100). L’unica possibilità di uscire dal vicolo cieco, l’unico modo per «incidere questa crosta del senso comune intellettuale di massa» era allora, per Tronti, «il ferro di un nuovo pensiero altro da tutto» (ibi, p. 102). E, in effetti, era proprio a questo «pensiero altro da tutto» che erano indirizzati i saggi raccolti in Con le spalle al futuro. Per un altro dizionario politico (Editori Riuniti, Roma, 1992). Il titolo di quel volume forse tradiva il fatto che, nella riflessione di Tronti, il passato pesasse molto più del futuro, o, meglio, dell’urgenza di costruire una visione politica proiettata ‘contro’ la Storia, ma verso il futuro. In quella stessa intervista dei primi anni Novanta, se da un lato riconosceva che «c’è un problema di riconquista del futuro, per quelli che stanno in basso, che stanno fuori, che stanno contro» (Il primato del pensiero, cit., p. 104), dall’altro affermava infatti di sentire «il peso del passato» (seppur non come un’inutile zavorra), di attestarsi «su una posizione di trincea» e di apprestarsi così «a pensare come i soldati nelle memorie della grande guerra, che stavano giorni e settimane nel fondo delle trincee senza vedere il paesaggio intorno, e leggendo il tempo nelle albe e nei tramonti su in cielo» (ibi, p. 104). In questa scelta, non c’è una contraddizione rispetto all’odierna posizione di Tronti. Si può anzi dire che, forse, le parole di Tronti appaiono oggi meno profetiche, e più realistiche, perché quella sorta di lungo ‘viaggio al termine della notte’ sta per concludersi, e perché le ‘illusioni del progresso’ dell’ultima sequenza del Novecento sembrano aver perso tutto, o gran parte, del loro potere seduttivo. Ma l’autore di Operai e capitale non risparmia qualche annotazione autocritica anche sul percorso intrapreso fra gli anni Ottanta e Novanta, un percorso in cui la ricerca teorica è rimasta forse a un livello eccessivamente astratto, senza perdere il contatto con la realtà, ma smarrendo la capacità di incidere sulla trasformazione della società e degli immaginari. «Forse abbiamo peccato, negli anni e nei decenni trascorsi» - dice nella conversazione con Serra - «di una eccessiva raffinatezza del discorso. Siamo stati degli intellettuali fin troppo sofisticati. I riferimenti teorici, la forma della metafora letteraria, lo stile del ragionamento, il fare intuire al posto del far capire, l’ombra che si coltivava dietro la luce della parola, sono tutte cose entrate in contrasto con il tempo della comunicazione volgarizzata, dove precipitava velocemente verso il basso la capacità individuale di intendere e di volere. Forse dovevamo di più sporcarci le mani, cioè per noi le idee, con la vigente pratica dei fatti e delle azioni. Scendere qualche gradino per avvicinarsi al sottosuolo delle cose come stanno. […] Io vivo con sofferenza la mia parte di responsabilità collettiva nel non aver saputo e potuto evitare il disastro del mio mondo di appartenenza, la sua presente debolezza, l’emarginazione e la sottomissione, che subisce il mondo del lavoro» (ibi, p. 45).
Negli ultimi anni, Tronti non si è d’altronde sottratto al compito di un ripensamento autobiografico non rituale, e tutt’altro che clemente nei confronti degli errori del passato. Da questo punto di vista, ha contribuito con un saggio importante a una riflessione retrospettiva sull’esperienza dell’operaismo italiano degli anni Sessanta (Noi operaisti, Derive Approdi, Roma, 2010, originariamente pubblicato nel monumentale volume L’operaismo degli anni Sessanta da «Quaderni rossi» a «classe operaia», a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, Derive Approdi, Roma, 2008). Ma anche in Dall’estremo possibile sono ospitati alcuni testi estremamente utili e sempre ricchi di spunti, come il ricordo di Raniero Panzieri (L’eredità di quello che è stato, in Dall’estremo possibile, cit., pp. 115-124), un testo su Cesare Luporini (Libertà e destino, ibi, pp. 63-78), un commento a due testi autobiografici intorno al Pci come Il sarto di Ulm di Lucio Magri (ibi, pp. 153-166) e Il midollo del leone di Alfredo Reichlin (ibi, 167-173), e, soprattutto, come una Autobiografia filosofica (ibi, pp. 231-242), in cui lo stesso Tronti ripercorre la propria intera avventura intellettuale. E, al termine di questo piccolo, prezioso autoritratto, l’intellettuale romano chiarisce – con lo stile asciutto di un resoconto in terza persona – il significato di quell’ultima stagione di ricerca, che è apparsa talvolta enigmatica, ermetica, quasi esoterica. «La tonalità di questo discorso» - scrive a proposito del progetto di un Atlante della memoria del movimento operaio - «sembrano acquisire le caratteristiche della tradizione antimoderna. In realtà non è così. Qui vengono portate alle ultime conseguenze le istanze innovative di una critica del moderno, dal suo interno, e da parte di forze, e di potenze, che il moderno stesso ha prodotto nella sua età classica. Il progetto della modernità, di liberazione umana, non in opposizione ma in divergente accordo con l’afflato divino che insiste nell’umano, aspetta ancora di essere strappato al privilegio di pochi e di essere esteso alle possibilità dei molti e potenzialmente di tutti» (ibi, pp. 241-242).
Nell’invito a percorrere la via della teologia politica, si trovano certo gli sviluppi del sentiero che Tronti ha imboccato a partire almeno dagli anni Ottanta. Ciò nondimeno, non possono passare inosservati alcuni nuovi accenti, che vengono a marcare una diversione almeno parziale rispetto alla ricerca degli ultimi due decenni. Anche perché attengono al ruolo – o addirittura al ‘primato’ – da riconoscere alla ‘politica’, e cioè a un aspetto che porta alla luce i motivi per cui Tronti si allontana forse – almeno implicitamente – dai suoi lettori più giovani. Attorno a questo nodo, ruota d’altronde anche Berlinguer a Pomigliano, il denso  intervento di Tronti posto in appendice all’inchiesta su Pomigliano (Nuova Panda schiavi in mano, cit., pp. 151-164). Con quell’espressione – che ovviamente richiama vecchie formule operaiste come «Lenin in Inghilterra» e «Marx a Detroit» - Tronti intende indicare la necessità della costruzione simbolica di una nuova identità politica, e soprattutto la necessità di una forza politica capace di buttare «sul tavolo da gioco la carta di un atto di potenza, capace di egemonia» (p. 164). Che si tratti di un nodo gordiano, che non è davvero possibile tagliare con scorciatoie ‘immanentistiche’, è piuttosto evidente. Ma se, ai suoi occhi, è una questione che può essere affrontata solo al livello della teologia politica, Tronti è anche ben consapevole delle difficoltà (non solo teoriche), perché l’idea che a rendere possibile un salto qualitativo sia proprio la politica – una politica intesa in senso moderno, come organizzazione e volontà, come combinazione di partito e grande teoria – è evidentemente piuttosto lontana dalla sensibilità di un ‘postmoderno’ che si è fatto senso comune fra le giovani generazioni.
Proprio per contrastare questo senso comune, Tronti insiste allora con particolare enfasi sulla necessità della politica, avviandosi anche verso una critica piuttosto netta di quel pensiero della differenza con cui pure ha intrattenuto a lungo un proficuo confronto. In molte occasioni, Tronti ha infatti reso un omaggio non episodico al pensiero femminile che – a partire dalle intuizioni di Carla Lonzi, arriva alla riflessione della Libreria delle Donne di Milano, della Comunità filosofica Diotima e di molte autrici contemporanee – ha posto la differenza al cuore di un progetto di decostruzione non solo teorico. In Con le spalle al futuro, affermava per esempio che solo sviluppando le indicazioni del pensiero femminile, solo affermando l’inconciliabilità della differenza, sarebbe stato possibile articolare, dopo il Novecento, un pensiero realmente critico. «La rivendicazione della differenza», scriveva per esempio, «diventa a questo punto la nuova frontiera per la rivolta del soggetto», perché «la politica come organizzazione delle differenze è l’unica, che conservi oggi un senso eticamente sovversivo» (Con le spalle al futuro, cit., p. 14). In seguito, ha continuato a confrontarsi con il principio femminile del «partire da sé» (si veda per esempio «Partire da sé». Fa problema (1997), in Id., Cenni di castella, Cadmo, Fiesole, 2001, pp. 127-131). E, sempre attingendo alla decostruzione del pensiero della differenza, in un importante testo del 2005, in cui enuncia i cardini del progetto di una critica della democrazia politica, ha scritto: «La critica determinata della democrazia che io avanzo ha un padre, l’operaismo, e una madre, l’autonomia del politico. Ed è una figlia femmina, perché il pensiero e la pratica della differenza hanno anticipato questa critica con la messa in questione dell’universalismo del demos, che è l’altra faccia del carattere neutro dell’individuo, e con quel “non credere di avere dei diritti” che non va più rivolto al singolo, ma al popolo» (Per la critica della democrazia politica, in M. Tarì (a cura di), Guerra e democrazia, Manifestolibri, Roma, 2005, p. 16). In uno scritto compreso in Dall’estremo possibile (e risalente al maggio 2010), Tronti sembra invece marcare uno scarto proprio rispetto alla proposta del pensiero femminile sulla politica. Uno scarto enunciato in forma addirittura estremamente secca, quando Tronti scrive, per esempio, che «quella della differenza femminile è una emergenza postpolitica» (La Politica al femminile, il Politico al maschile, in Dall’estremo possibile, cit., p. 201), che «la politica al femminile ha fatto male a contrapporsi al politico maschile», e che «la politica al femminile ha subìto l’urto di quella reazione antinovecentesca, emersa già dentro il Novecento, che si è espressa come narrazione antipolitica» (ibi, p. 205). Nel criticare il ‘politico maschile’, la politica al femminile – questa è, in sintesi, la posizione di Tronti – ha rimosso dal proprio quadro analitico il conflitto e la contrapposizione fra amico e nemico: «Ha fatto male» - scrive - «il femminismo della differenza, a declinare la relazione contro il conflitto. Era situata nella postazione migliore per introdurre la civiltà della relazione nella storia necessariamente conflittuale evocata dall’idea e dalla pratica della differenza» (ibi, p. 206). Dato che la società continua a essere lacerata da relazioni antagonistiche, la soppressione della centralità della contrapposizione fra amicus e hostis non può che implicare la stessa rinuncia a cogliere una dimensione costitutiva della realtà. «Che cosa volete che sia la politica se non il pensiero e la pratica di questo conflitto? Chi vi dice che non ci deve essere più il nemico, vi sta dicendo che è amico delle cose come stanno, che devono restare così. Qual è il novum da introdurre in quel Kriterium? È il superamento della separazione novecentesca tra Zivilisation e Kultur. Il criterio dell’amico/nemico non va soppresso, va civilizzato. Mettere la relazione nel conflitto vuol dire esattamente questo: vuol dire il conflitto senza la guerra, vuol dire la forza senza la violenza» (ibi, p. 206).
La posizione di Tronti si trova a convergere (almeno per alcuni aspetti) con alcune riflessioni che mettono in discussione la capacità del pensiero della differenza di cogliere le trasformazioni dell’economia contemporanea (un esempio, in questa direzione, è offerto dal testo di Cristina Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre corte - UniNomade, Verona, 2010; su questo aspetto della rilettura di Tronti, si è soffermata anche Ida Dominijanni, La libertà di un moderno, dall’estremo possibile, in «il Manifesto», 21 luglio 2011). Ma non è difficile ritrovare, nella polemica dell’intellettuale romano, un obiettivo ulteriore: quell’idea di «un altro modo di fare politica», che risale al Sessantotto, che ha avuto una certa fortuna negli anni Settanta e di cui il pensiero della differenza riprende alcuni dei motivi di fondo (una ricostruzione di questa linea viene proposta, nel quadro di una approfondita storia dell’operaismo, da Steve Wright, Storming Heaven, Pluto Press, London, 2002). Tronti non è affatto tenero nei confronti di questo atteggiamento, da cui scaturisce d’altronde anche la sua severa lettura del Sessantotto come momento di avvio del declino della politica e del trionfo dell’«impolitico contemporaneo». Riferendosi all’idea di un «altro modo di fare politica», Tronti infatti afferma: «questa massima è all’origine dell’attuale crisi della politica, e del fatto che risultano praticamente bloccate le possibili vie d’uscita. Non esiste ‘un altro modo di fare politica’. Lo voglio dire a questo punto con chiarezza. Questa è un’idea contestatrice, a suo modo e nelle sue varie forme, antirivoluzionaria. La politica con cui abbiamo a che fare è la politica moderna. Un universo conchiuso, compatto, in sé logico, con regole e leggi, non scientificamente esatte, questo è il bello, ma mutabili e interpretabili nella contingenza, con un fondo, dentro, di irrazionalità, il caso, l’occasione, l’eccezione» (Dall’estremo possibile, cit., p. 32).
La difesa della politica di Tronti è consapevolmente una difesa ‘inattuale’, fortemente in antitesi con quella percezione che della politica (e del potere) ha consolidato il post-moderno. Tronti d’altronde propone una visione ‘altra’, quasi elitaria, della politica, quando osserva, per esempio: «L’idea che la politica è di tutti, e alla portata di tutti, è una menzogna che hanno messo in giro i potenti per ingannare i deboli» (ibi, p. 33). Oppure, quando inverte una delle più celebri massime della contestazione giovanile: «Il privato non è politico. Mai. Per diventare il pubblico deve trasvalutarsi, trascendersi, uscire dall’individuo per farsi collettività, riconoscere la propria condizione come la stessa dei molti insieme a lui. La società reale è la Lebenswelt, il mondo della vita, agita, esperita, come esistenza quotidiana, l’ambito che la Fenomenologia dello spirito hegeliano, letta da Kojève, indica come il lavoro e la lotta. In mezzo, tra il lavoratore e il padrone, c’è la politica. Sempre. Perché il rapporto di classe è un rapporto di forza» (ibi, p. 34). Ma, a ben vedere, non si tratta affatto di una forzatura, perché la consapevolezza che sia indispensabile il confronto proprio con le dimensioni, le ‘regolarità’, i cicli della politica moderna contrassegna – con sostanziale coerenza – non solo gli ultimi decenni della riflessione di Tronti, ma anche tutta la ricerca sull’«autonomia del politico», condotta negli anni Settanta, e forse persino – almeno in nuce – quel modo di intendere il livello dell’organizzazione che affiorava già in Lenin in Inghilterra o in altri scritti degli anni Sessanta. La politica è momento centrale per Tronti perché, senza politica, la società – ai suoi occhi – non può che essere trascinata dalla ‘naturalità’ dei flussi economici. «La crisi della politica», osserva allora in un breve scritto sull’eredità di Machiavelli, «deriva dal fatto che la politica somiglia alla società civile» (Machiavelli, nostro maestro, ibi, p. 178). «Se dire Machiavelli vuol dire autonomia della politica, la crisi attuale non è per troppa autonomia, ma per troppo poca, non è perché c’è stato primato della politica, ma perché non c’è più. Se la politica è fondazione del moderno, non è che si può dare sviluppo della modernità, e cioè governo della società moderna, senza la politica» (ibidem). E, allora, è del tutto comprensibile che la contemporanea ‘personalizzazione’ della politica non descriva altro che l’ennesimo volto della scomparsa della politica, nella misura in cui trasforma la ‘persona’ in ‘personaggio’. «L’attuale personalizzazione della politica» – scrive per esempio in un intervento dedicato alla riflessione teorica di Gianfranco Miglio – «non è altro che l’ultima deriva, volgare come tutte le derive contemporanee, la cui origine affonda nel percorso, con tratti pur nobili, dell’individualismo moderno» (La personalità nella grande politica, ibi, 199).
Per quanto la visione di Tronti debba scontrarsi con l’immaginario anti-politico e post-politico contemporaneo, quello stesso immaginario che anche le nuove generazioni hanno più o meno consapevolmente recepito come inevitabile, è molto probabile che un nuovo incontro con la politica – e con le sue ‘regolarità’ – sia ormai inevitabile. «Sembra che solo quando davanti all’esistenza dei singoli, e dei popoli, si apre la finestra della grande storia» - ha scritto d’altronde in Persona e politica, celebrando i novantacinque anni di Pietro Ingrao - «solo allora la persona è portata a implicarsi con il mondo secondo un principio di responsabilità, è costretta a uscire da sé, a superarsi, in qualche modo a trascendersi» (Persona e politica, ibi, p. 183). Ed è per questo che, ai suoi occhi, l’irruzione del tragico nella condizione contemporanea è forse destinata a imporre un nuovo incontro con politica.
Interrogato da Serra sul contenuto di un «testamento politico per i giovani», Tronti – che, nato il 24 luglio 1931, ha compiuto da poco ottant’anni – non cade certo nel sentimentalismo. Ma coglie un dato che incide sulla percezione del presente e del futuro. «Le generazioni più giovani sono state gettate in un’esistenza incerta, insicura, impossibile a vivere. Ecco perché sono più sensibili ai discorsi spiazzanti, disordinanti, di rottura, di salto» (Dall’estremo possibile, cit., p. 58). Così – guardando verso la conclusione di un’apparentemente interminabile viaggio nella notte – evoca l’immagine della partenza del giovane Giuseppe con il progenitore Abramo, una partenza che, dice Tronti citando Thomas Mann, aveva «un palese significato di opposizione e di rivolta». «Così partimmo tanti anni fa, per un’avventura, intellettuale sì, ma politica, e questa è rimasta la sua non conclusa identità specifica. Un inquieto peregrinare interiore dentro la storia presente, da una parte di mondo, contro un’altra parte» (ibidem). Ma quello che indica alla ‘generazione globale’ non è, o non è soltanto, un viaggio attraverso i confini, o attraverso la rete. È soprattutto – come quello compiuto da Emily Dickinson - un viaggio interiore. «È questo infinito dentro, che bisogna coltivare. E che ti porterà il più possibile lontano da qui. Alla fine, alla resa dei conti, è l’arma totale per combattere senza essere mai sconfitto» (ibidem).
 Per orientarsi nel viaggio dentro questo «infinito dentro», Mario Tronti forse non lascia una mappa nelle mani delle nuove generazioni, ma sicuramente consegna una serie di strumenti formidabili, che si riveleranno in futuro probabilmente molto più preziosi di quanto oggi molti possano soltanto sospettare. «Quando tacerà (se tacerà) la chiacchiera ‘globale’ che ci affligge e torneremo a fare i conti (non solo per ‘sedentaria filologia’) con i classici del Moderno, e tra questi con Karl Marx (come tutti i veri filosofi hanno sempre invitato a fare, Heidegger in primis)» - ha scritto Massimo Cacciari - «allora si comprenderà il ruolo svolto dal pensiero di Mario Tronti e il luogo che esso occupa nella filosofia politica contemporanea. Quando le filosofie alla moda […] avranno bruciato le ultime cartucce, allora si vedrà come Mario appartenga a una ‘tradizione’ della filosofia italiana ed europea non defunta né decrepita, ma, davvero, postuma. In qualche modo, sempre in-audita. O, se preferite, maledetta» (M. Cacciari, Dall’estremo possibile, in M. Tronti et al., Politica e destino, cit., p. 41). È d’altronde davvero difficile sopravvalutare il ruolo che Mario Tronti ha ricoperto nel panorama intellettuale italiano, l’influenza che ha esercitato – magari in modo sotterraneo – su tante generazioni. Le tappe della sua ricerca non scandiscono solo l’evoluzione della riflessione di un singolo autore. Perché Tronti ha rappresentato – per una porzione non irrilevante della storia intellettuale italiana degli ultimi cinquant’anni – uno dei capisaldi della teoria radicale, nelle sue diverse declinazioni e nelle sue varie stagioni. I nomi delle riviste cui diede vita sembrano segnare, ognuno a proprio modo, una specifica fase politico-culturale. A partire dai «Quaderni rossi» - il cui primo numero vide la luce proprio mezzo secolo fa, nel settembre del 1961 - a «Classe operaia»,  da «Contropiano» a «Laboratorio politico», ognuna di queste imprese teoriche segnò, ben più che la tappa di un’esperienza di ricerca personale, un momento di snodo centrale nel percorso di diverse generazioni intellettuali. Le anticipazioni e le ‘svolte’ – sempre ‘eretiche’ e sempre bersaglio di feroci polemiche – hanno accompagnato in modo contraddittorio ma decisivo la formazione di quella generazione di studiosi che, provenendo dal neomarxismo degli anni Sessanta e Settanta, maturò alle soglie degli anni Ottanta una nuova consapevolezza ed una nuova sensibilità verso il ‘politico’. L’uscita di Operai e capitale nel 1966 lo consacrò, poco più che trentenne, tra i più innovativi teorici marxisti italiani, ma sancì anche – come ha sostenuto Roberto Esposito (Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino, 2010, pp. 206-212)la rinascita della filosofia italiana, oltre che la genesi di quella «differenza italiana» cui oggi all’estero viene riconosciuta la straordinaria originalità (si veda, a questo proposito, il volume curato da Alberto Toscano e Lorenzo Chiesa, The Italian Difference. Between Nihilism and Biopolitics, Re.Press, Victoria – Australia, 2009). Ma soprattutto – l’ha scritto Sergio Bologna alcuni anni fa – Tronti dimostrò allora che «era possibile costruire un pensiero», recuperare «il senso di una reinterpretazione che diventava sistema»: «un sistema chiuso, coerente, costrittivo, assertorio, esposto con un pizzico di enfasi messianica, che rompeva il tran tran del dibattito quotidiano, del chiacchiericcio, spezzava gli indugi dell’empiria» (S. Bologna, Quarant’anni dalla pubblicazione di «Operai e capitale» di Mario Tronti, in Id., Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro, Derive Approdi, Roma, 2007, p. 259). E la scoperta della cosiddetta ‘autonomia del politico’, che Tronti compì già all’inizio degli anni Settanta, sancì l’ingresso in un nuovo territorio, che appariva allora straordinariamente fertile e gravido di clamorosi sviluppi. Se infatti con la lettura soggettivista di Marx, aveva operato rispetto alle categorie del marxismo ortodosso una vera e propria ‘rivoluzione copernicana’, Tronti si proponeva la medesima operazione anche per le categorie della filosofia politica. La critica della politica progettata da Marx e mai neppure iniziata avrebbe potuto finalmente essere intrapresa, cercando, studiando e formulando ipotesi attorno a ciò che costituiva il tratto specifico dei fenomeni ‘politici’. Quella ricerca non è ancora giunta al termine. Tronti non ha scritto l’opera progettata sulla critica della politica (e sulla critica della democrazia politica), ma il viaggio teorico prosegue. Come ha scritto Franco Milanesi, a proposito della più recente riflessione dell'intellettuale romano: «Tronti guarda curioso dentro alcune specifiche forme della diversità che increspano questo piano liscio: il popolo, come società reale contrapposta alla società "civile", intesa come articolazione postmoderna del bon bourgeois; la persona, non monadica individualità borghese né massa socializzata dallo spettacolo e dal consumo, ma zona affrancata dell'umano. Si deve quindi fare memoria, riprendere in mano le bandiere sconfitte o lasciate cadere: quella operaia, cioè del lavoro, quella dell'organizzazione partitica (oggi bersaglio delle infinite espressioni dell'antipolitica). Oppure il pensiero di genere nella sua radicalità e non nella richiesta di uniformante parificazione. La domanda percorre infine la dorsale dell'impolitico. La religio, la trascendenza possono essere uno dei terreni che scampano al vortice mortale dell'immanenza, del così è, dell'economia come destino deòl'umano? Forse sì. Purché si riporti ogni nuova forza nell'orizzonte sociale che ci è consustanziale. Se oggi non possiamo abbattere il destino, dobbiamo essere in grado di sfuggire alla sua presa, di scartare da esso, di praticare alterità» (F. Milanesi, Mario Tronti. Ottant'anni di cultura operaia, in «Liberazione», 24 luglio 2011). Forse, una nuova tappa della ricerca di Tronti sarà scandita dal libro di cui – nella conversazione con Serra – annuncia la lenta «composizione». Un libro il cui obiettivo dovrebbe essere far comprendere – come dice – che «quando parlo degli operai di Pomigliano, o della amata politique politiciènne, di sacro e secolarizzazione, di Warburg o di San Paolo, di Lenin o di Silesius, della classe o della persona, sto dicendo la stessa cosa» (Dall’estremo possibile, cit., p. 41).
Il lascito intellettuale che Mario Tronti consegna alle nuove generazioni non consiste però soltanto nelle sue intuizioni. Anche dai suoi scritti più criptici, più profetici e raffinati, trapela sempre – per chi la sa cogliere – la profonda umanità di un pensiero che non cede alla realtà. Un pensiero che, senza rinunciare alle proprie radici, guarda costantemente in alto, oltre il muro all’apparenza invalicabile del presente. Ed è per questo che solo un lettore distratto può sorprendersi dell’entusiasmo di Tronti per l’immagine in cui il nipote Renato – ossia Renato Fiacchini, il grande Renato Zero – fissa la propria idea del 'sogno di una cosa' comunista. Nella sua riflessione teorica, nel suo percorso politico, Mario Tronti non ha d’altronde mai distinto la propria collocazione sociale, il proprio ruolo intellettuale, dal mondo da cui proviene. Una frase di Operai e capitale diceva: «La classe operaia non è popolo. Però viene dal popolo. E questo è il motivo elementare per cui chi – come noi – si mette dal punto di vista operaio non ha più bisogno di “andare verso il popolo”. Noi stessi infatti veniamo dal popolo» (M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino, 19712, p. 245; I ed. 1966). Molti anni dopo, Tronti ha spiegato che non si trattava tanto (o solo) di una metafora, quanto di un riflesso autobiografico. «La ‘rude razza pagana’», dice oggi, «sono io». Tronti viene infatti da una famiglia popolare, da una famiglia «di popolo romano» che lavorava ai Mercati generali e che viveva al Quartiere Ostiense. E queste radici affiorano sempre anche alla base di tutta la sua riflessione teorica. «Quando dico ‘radici’» – ha scritto in Politica e Destino - «quelle politico-teoriche stanno negli operai torinesi, quelle storico-umane stanno nei lavoratori romani. Il senso era questo: le lotte operaie presenti vengono dal lontano della tradizione popolare, e io con loro. Poi, c’è stata da questa un passaggio di emancipazione. Ma il segno rimane, nel mondo dell’anima. Perché quella tradizione è modernità di popolo. Non è l’arcaico pasoliniano delle periferie metropolitane. È la belliana ironia sapienziale di un popolare centro urbano. La mia vera Università: di pensiero e di vita. Ho cercato di trasmetterla, culturalmente mediandola, nell’insegnamento, o meglio, nella sua negazione. Quando i miei figli andavano alle elementari, li accompagnavo qualche volta a piedi alla Nicolò Tommaseo, poco prima della Basilica di San Paolo. Percorrevamo, al mattino, la via Ostiense, passavamo davanti ai Mercati generali, brulicanti di lavoro, grida, commerci e fatica. Qualcuno da sopra una carriola, apostrofava i bambini: ahò, salutateme a’ maestra. E io ero felice, perché mi dicevo: se entrano in questa scuola con questo viatico… non si perderanno… Non si sono persi… Dicevo loro: ecco, questi sono i ‘nostri’. Adesso che i ‘nostri’ quasi non ci sono più, la semplice memoria familiare mi conforta, e ci conferma, di essere nel giusto per il solo fatto di venire da lì» (Politica e destino, cit., p. 19). Di quel popolo romano, di quel mondo, Mario Tronti – forse l’intellettuale più innovatore, raffinato, anticonformista che l’Italia del Secondo Novecento abbia conosciuto – porta con sé l’umiltà e il rigore, l’ironia e la forza. E sono proprio l’umiltà e il rigore, l’ironia e la forza – così destabilizzanti per il quieto fatalismo contemporaneo – a dettare la più preziosa, ma anche la più severa lezione impartita alle giovani generazioni. «Si può vivere bene con pochi soldi e nessuno status. Ma si vive maledettamente male senza essere liberi, nella testa, e in lotta, a tutto campo. Guardatevi intorno e scegliete di essere – essere e non apparire – altrimenti da quasi tutto quello che c’è» (Dall’estremo possibile, cit., p. 109).
Al crepuscolo di questo lungo tramonto italiano, sono pochi i motivi per festeggiare. Ma c’è invece ben più di un motivo per celebrare gli ottant’anni di Mario Tronti. Perché, pur nella «disperazione» di una condizione tragica, ancora oggi, guardando al suo lungo viaggio, possiamo ripetere con orgoglio le parole di Massimilla Doni: «Sì, in questo paese la cui decadenza è deplorata da viaggiatori stupidi e da poeti ipocriti, il cui carattere è calunniato dai politici, in questo paese che vi appare snervato, impotente, in rovina, invecchiato ancor più che vecchio, si trovano ovunque geni possenti da cui nascono rami vigorosi, come da una vecchia vite si slanciano germogli ricchi di grappoli deliziosi» (H. de Balzac, Massimilla Doni, Sellerio, Palermo, 1990, pp. 87-88).

Damiano Palano






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