domenica 10 ottobre 2021

Il problema della democrazia sono gli elettori? "In difesa della democrazia" di Roslyn Fuller


di Damiano Palano

Questa recensione al volume  di Roslyn Fuller, In difesa della democrazia (Ariele, pp. 225, euro 18.00) è apparsa su  quotidiano "Avvenire".

Da ormai alcuni anni il disincanto nei confronti della democrazia ha iniziato a coinvolgere l’Occidente. Forse, come sostengono alcune ricerche, gli elettori si sentono meno legati che in passato ai valori democratici. Ma è dalle fila dell’élite intellettuale che si stanno levando voci davvero critiche. Emblematico di questa tendenza intellettuale è il pamphlet Contro la democrazia di Jason Brennan, ma in una direzione simile si sono mossi per esempio Bryan Caplan e Ilya Somin, che in modo diverso hanno sostenuto che gli elettori non sono affatto ‘razionali’. Contro questa letteratura si muove il libro di Roslyn Fuller, In difesa della democrazia (Ariele, pp. 225, euro 18.00), che, con passione militante, mostra le incongruenze e i limiti di alcuni degli ‘anti-democratici’ contemporanei. Imputare agli elettori le difficoltà odierne della democrazia, accusarli di essere ignoranti o di farsi sedurre dalle proposte di abili demagoghi, secondo Fuller, non è soltanto semplicistico, ma è anche scorretto. Simili argomentazioni si basano cioè su una distorsione del reale comportamento degli elettori. E le stesse ricerche che sostengono che i cittadini sono mediamente ignoranti in campo politico sarebbero in realtà inaffidabili, perché basate su domande nozionistiche, che non hanno nulla a che vedere con l’effettiva capacità delle persone di decidere su questioni politicamente rilevanti. 

Fuller non ha così grosse difficoltà a mettere in luce l’inconsistenza di alcuni ragionamenti intorno all’irrazionalità dell’elettore, che nascono in realtà da una revisione delle teorie economiche della democrazia (basate su una rappresentazione piuttosto irrealistica del comportamento di voto). Ma Fuller non si limita a una critica, perché propone un modello alternativo di democrazia, che prevede l’innesto robusto di strumenti di democrazia elettronica, la retribuzione della partecipazione alle assemblee, il ricorso al sorteggio per supervisionare i compiti esecutivi. L’attuazione di un simile modello appare naturalmente molto problematico. Ma non è solo la fiducia riposta nella democrazia diretta (seppur rivisitata) a destare più di qualche perplessità. Lo stato di salute delle democrazie occidentali non è infatti solo relativo a ‘chi’ prende le decisioni, ma dipende anche dall’ambiente esterno in cui una democrazia è collocata, dalle condizioni da cui essa trae le proprie risorse. E dunque dal contesto in cui maturano le scelte degli elettori. Dire che gli elettori non sono ‘irrazionali’, non significa dunque che – specie in momenti di crisi sociali ed economiche – non possano compiere scelte disastrose. La storia europea, sotto questo profilo, ci fornisce più di qualche ammonimento. Probabilmente non dovremmo guardare al futuro con eccessivo pessimismo, e il libro di Fuller da questo punto di vista rimane un ottimo antidoto contro previsioni eccessivamente negative. Ma non dovremmo trascurare i problemi e vincoli strutturali con cui le «tarde democrazie» si troveranno alle prese nei prossimi anni.

Damiano Palano

 

 

 

 

 

 

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