lunedì 17 settembre 2018

L'arte della "contro-narrazione" nel movimento pacifista. Una ricerca di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia




di Damiano Palano

Probabilmente la bandiera della pace con i colori dell’arcobaleno comparve per la prima volta in Italia in occasione della prima marcia Perugia-Assisi, nel 1961. Nei successivi due decenni il movimento pacifista rimase comunque un soggetto del tutto marginale nel quadro della politica italiana, e quel vessillo rimase a lungo pressoché assente dalle piazze. Una cesura si registrò invece a partire dal 1981, quando, dopo la definitiva conclusione del «lungo Sessantotto», il tema della pace divenne improvvisamente centrale. La campagna di protesta contro l’installazione di missili cruise, culminata nel 1983, coagulò infatti un fronte trasversale, che non coinvolgeva più solo gruppi religiosi e militanti radicali. Ovviamente ognuna delle componenti forniva della «pace» declinazioni specifiche, che risentivano delle rispettive impostazioni ideologiche e culturali. Ma per molti versi quella mobilitazione palesava la comune richiesta di oltrepassare la logica della Guerra fredda e della divisione in blocchi. Negli ultimi vent’anni, il movimento pacifista italiano è invece stato una presenza ben più costante rispetto al passato. Ma lo scenario con cui si è dovuto confrontare è stato molto diverso da quello che, al principio degli anni Ottanta, vide esplodere la mobilitazione contro le installazioni missilistiche. E il libro di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), cerca di ricostruire le traiettorie (soprattutto comunicative) del mutamento.

Anche se spesso ai movimenti pacifisti viene rimproverata la scarsa capacità di incidere sulle logiche della Realpolitik, i due studiosi mostrano innanzitutto che le cose sono più complesse. E, soprattutto, che oggi l’efficacia dell’azione pacifista non si misura solo sulla capacità di organizzare grandi manifestazioni di piazza. Nel contesto post-bipolare, la risorsa della ‘narrazione strategica’ è diventata infatti uno strumento cruciale per gli Stati occidentali. In sostanza, gli attori politici hanno la necessità di elaborare strategie comunicative per convincere i propri cittadini a sostenere l’invio di truppe all’estero o l’acquisto di programmi d’armamento. Spiegare le esigenze strategiche al pubblico non è sempre semplice. E per questo la narrazione strategica – una storia che ‘racconta’ le tensioni della politica internazionale in modo persuasivo (oltre che in modo semplificato) – diventa tanto importante. Ma per gli stessi motivi è cruciale per i movimenti pacifisti sviluppare una ‘contro-narrazione’, potenzialmente in grado di convincere il pubblico raccontando una ‘storia alternativa’. E il libro mostra come, proprio sotto questo profilo, i pacifisti siano tutt’altro che assenti, anche se negli ultimi anni le manifestazioni oceaniche sono diventate un ricordo. La loro strategia si è invece in parte modificata. La trasformazione emerge soprattutto osservando le principali ‘contro-narrazioni’ adottate dal movimento pacifista italiano dopo l’11 settembre 2001. Il frame più utilizzato – e cioè il principale schema interpretativo della realtà, in grado di ‘incorniciare’ una notizia e dunque di consentire al pubblico di interpretarla (anche senza disporre di un bagaglio conoscitivo particolarmente elaborato) – rimane quello che si richiama direttamente al valore della pace. Altri chiamano in causa invece l’importanza dell’unilateralismo, i costi e la limitata efficacia dei programmi di sicurezza o le contraddizioni nella narrazione dominante. E nel corso del tempo le strategie sono state ben diverse. La dimensione simbolica del pacifismo ebbe per esempio un ruolo centrale nella mobilitazione contro la guerra in Iraq del 2003. Ma il tema della pace è diventato sempre più importante anche nelle narrazioni utilizzate per legittimare le operazioni militari, e inoltre la complessità delle questioni – come nel caso dell’intervento in Libia del 2011 – ha reso spesso difficile conservare l’unità del movimento. Nella campagna contro l’acquisizione dei caccia F-35 la contro-narrazione non ha dunque puntato principalmente sul frame simbolico. Ha piuttosto messo in evidenza i costi elevati del programma, ne ha contestato l’efficacia e ha sottolineato la mancanza di una reale visione strategica. Proprio alla luce di questa campagna, Catanzaro e Coticchia ritengono che il movimento pacifista stia modificando le proprie strategie comunicative. Alla tradizionale mobilitazione centrata sulla dimensione simbolica (che comunque non può essere abbandonata), tenderebbero cioè ad affiancarsi una nuova capacità di analisi e il tentativo di esercitare una diretta azione di lobbying sui decisori politici. E proprio per questo, sostengono i due ricercatori, l’arcipelago pacifista sembra procedere «al di là dell’arcobaleno».


Damiano Palano

Questa recensione al volume di Andrea Catanzaro e Fabrizio Coticchia, Al di là del’Arcobaleno. I movimenti pacifisti italiani tra ideologie e contro-narrazioni strategiche (Vita e Pensiero, pp. 191, euro 22.00), è apparsa su "Avvenire" del 15 settembre 2018. 


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