venerdì 13 aprile 2018

Nell’abisso del terrore. Un libro di Vittorio Strada sul fascino della violenza nella cultura russa





Di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Vittorio Strada, Il dovere di uccidere. Le radici storiche del terrorismo (Marsilio, pp. 203, euro 16.00), è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Nell’estate del 1869 lo studente Sergej Nečaev lasciò la Svizzera, dove era scappato per sottrarsi all’arresto della polizia zarista, e tornò in Russia. Un mandato di Bakunin lo dichiarava rappresentante dell’«Unione rivoluzionaria mondiale», un’organizzazione in realtà del tutto inesistente. Giunto a Mosca con una simile investitura, il giovane riuscì a creare una piccola società segreta, formata per lo più da studenti dell’Accademia agraria e sottomessa alle direttive di un fantomatico «Comitato». Quando uno dei pochi affiliati, Ivàn Ivànovic Ivanov, si ribellò ai suoi metodi autoritari, Nečaev decise di ucciderlo. E coinvolse nell’omicidio, avvenuto il 21 novembre 1869, altri quattro membri della società, di cui in quel modo intendeva cementare l’affiliazione. La brutalità dell’esecuzione e le circostanze in cui era maturata conferirono un’immediata notorietà al caso, anche perché nel corso delle indagini vennero alla luce alcuni documenti teorici di Nečaev, che aprivano uno squarcio inquietante su un estremismo completamente privo di morale e votato alla causa suicida della distruzione della vecchia società. Nel primo articolo del Catechismo del rivoluzionario, probabilmente il testo più noto di Nečaev, si leggeva infatti: «Il rivoluzionario è un uomo perduto. Non ha interessi personali, né affari privati, né sentimenti, né affetti, né proprietà, neppure un nome. Tutto in lui è assorbito da un unico interesse esclusivo, da un unico pensiero, da un’unica passione: la rivoluzione».
Nel 1977, mentre l’Italia entrava nella stagione più cupa del terrorismo, Vittorio Strada, curando il volume di Aleksandr Herzen A un vecchio compagno, ricostruiva l’affaire Nečaev e soprattutto la discussione che la vicenda aveva innescato tra gli intellettuali russi. A quarant’anni di distanza, nel suo nuovo libro Il dovere di uccidere. Le radici storiche del terrorismo (Marsilio, pp. 203, euro 16.00), Strada torna ad approfondire quelle riflessioni, mostrando che il «terrore» rappresentò quasi una sorta di lacerante ossessione per la Russia tra Otto e Novecento. Destinato a diventare celebre anche per la trasposizione letteraria che ne fece Dostoevskij nei Demoni, il caso di Nečaev fu d’altronde solo uno dei primi episodi di una lunga catena di violenze. Il crescendo del terrorismo ebbe un primo momento culminante con l’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881. Ma divenne un fenomeno di massa nel primo decennio del nuovo secolo, quando le vittime di attentati (che erano state un centinaio nella seconda metà dell’Ottocento) divennero circa diciassettemila. Più che le dinamiche della violenza politica, a Strada interessa però la discussione che giunse a legittimare il ricorso all’azione terroristica. Il terrorismo diventava – come scrisse Pëtr Tkačev, il teorico del giacobinismo russo – l’«unico mezzo di rinascita morale e sociale» del paese. E la fascinazione per questo strumento non rimase patrimonio solo delle formazioni che si richiamavano alla tradizione populista, come il Partito socialista rivoluzionario, responsabile dell’escalation di attentati dell’inizio del Novecento. I bolscevichi ne ereditarono almeno alcune componenti. Dopo la rivoluzione, come ricorda Strada, Bucharin esaltò per esempio la violenza come strumento di una «costrizione extraeconomica» e come «metodo per fabbricare l’umanità comunista col materiale umano dell’epoca capitalista». Ma, come scrisse negli anni Venti Nikolaj Berdjaev, la giustificazione della violenza in nome di un bene superiore finì con l’essere ripresa anche da avversari del bolscevismo, come il filosofo Ivan Il’in. Si trattò senza dubbio, come scrive Strada, di «una tragedia all’interno della tragedia vissuta da un intero popolo e da un’intera epoca sotto il segno della violenza e del terrore». Ma non fu certo solo una storia russa. Ed è forse per questo che ancora oggi – pur dinanzi a un terrorismo dal volto molto diverso – quelle discussioni meritano di essere lette.

Damiano Palano

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