lunedì 13 marzo 2017

Muri e frontiere, monumenti della crisi. Un libro di Manlio Graziano






di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Manlio Graziano, Frontiere (il Mulino, pp. 166, euro 13.00), è apparsa su "Avvenire" di sabato 11 marzo 2017.

Del vecchio muro che per tre decenni divise in due la città, nella Berlino di oggi rimangono ben poche tracce. Ma i turisti che visitano la capitale tedesca alla ricerca delle memorie della Guerra fredda non mancano quasi mai di percorrere, sulle sponde della Sprea, la cosiddetta East Side Gallery, un breve tratto sopravvissuto alle rapide trasformazioni urbanistiche seguite alla riunificazione. In quella sorta di galleria d’arte a cielo aperto, sotto il graffito Dancing to Freedom, si può leggere ancora uno slogan celebre: «No more wars. No more walls. A united worlds». Uno slogan che non possiamo non ricordare oggi senza qualche amarezza. Nei quasi trent’anni trascorsi dal 1989, la speranza di un mondo unito, senza più guerre né muri, si è scontrata infatti con una realtà molto diversa. La globalizzazione certo ha reso il genere umano molto più unito, ma ha anche riattivato vecchie linee di frattura e originato nuovi conflitti. E quasi in ogni angolo del pianeta vengono eretti muri, che, nell’intento di chi li costruisce, dovrebbero respingere ogni genere di minaccia. Nel suo volume Frontiere (Il Mulino, pp. 166, euro 13.00), Manlio Graziano – un politologo italiano che insegna da molti anni a Parigi – cerca di dare un’interpretazione dell’odierno revival di muri e linee di confine. E la tesi che propone è molto netta. Le campagne che dopo la crisi del 2008 hanno iniziato a richiedere il ristabilimento della sovranità nazionale, il ritorno delle frontiere e la sorveglianza delle linee di confine sembrano all’apparenza testimoniare la rinascita dello Stato-nazione. Ma in realtà sono solo la manifestazione più acuta della sua crisi. Una crisi che è apparsa in tutta la sua gravità nel momento in cui tutte le soluzioni alternative allo Stato nazionale – il mercato liberalizzato, le aree di libero-scambio, le unioni doganali e ovviamente le unioni politiche monetarie – si sono rivelate molto meno efficaci nel garantire la sicurezza interna, i diritti sociali e la prosperità economica. E proprio per questo in molti sono tornati a guardare alle frontiere, nella convinzione che un loro pieno ripristino possa riconsegnare il benessere perduto. Ma le cose sono ovviamente più complesse. Perché, come sottolinea con forza Graziano, la sicurezza e la prosperità economica degli Stati occidentali non dipendevano tanto (o soltanto) dall’esistenza di solide linee di frontiera, quanto dal controllo monopolistico dei mercati mondiali. Una condizione che evidentemente è venuta meno nel corso dell’ultimo trentennio, e che è del tutto illusorio pensare di riconquistare nel futuro che ci attende. 
Se il revival delle frontiere è destinato dunque a scontrarsi con l’irreversibile crisi dello Stato nazionale, ciò non significa che possiamo tornare a brandire il vessillo ottimistico del «mondo piatto», che solo dieci anni fa innalzava Thomas Friedman. Perché negli anni a venire secondo Graziano siamo destinati ad assistere agli effetti di un paradosso dalle implicazioni drammatiche. Per un verso, il mercato trascende le frontiere nazionali, mentre per l’altro il contatto tra aree diverse – e diversamente sviluppate – finisce con l’alimentare nuove collisioni e col suggerire di ricorrere ai vecchi strumenti del protezionismo, dell’isolazionalismo o persino dell’anarchia.
La storia del Novecento ci ricorda come la chiusura protezionista sia stata spesso l’anticamera della guerra, ma naturalmente ciò non significa che non ci siano margini per regolare in modo più efficace le transazioni economiche e finanziarie. All’interno di un quadro segnato da una progressiva transizione geo-politica e geo-economica, molti dei rimedi che promettono di restaurare la sovranità dello Stato rischiano però di rivelarsi effettivamente inadeguati. E sta forse proprio in questa inadeguatezza la vera spiegazione del revival delle frontiere. Incapaci di regolare davvero i flussi economici globali e di invertire la rotta della transizione geo-politica, gli Stati troveranno infatti nelle frontiere uno strumento ‘simbolicamente’ formidabile – benché concretamente inefficace –  per fronteggiare le paure della società globale. E per questo, se i resti del muro che divideva Berlino forniscono una tangibile testimonianza del fallimento del socialismo reale, un giorno i muri di oggi saranno probabilmente considerati solo come un tragico monumento all’impotenza degli Stati.

Damiano Palano

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