domenica 7 febbraio 2016

Fenomenologia del populismo italiano 1/ Un libro di Roberto Biorcio




di Damiano Palano

Come tutti gli anni, anche alla fine del 2015 il sondaggio Gli italiani e lo Stato curato da Demos & Pi per «la Repubblica» ha fotografato il clima di fiducia e soprattutto la condizione del rapporto fra cittadini e istituzioni. I dati della rilevazione non registrano mutamenti sostanziali rispetto agli ultimi anni, anche se, come sottolinea Ilvo Diamanti, il sondaggio, oltre a un moderato ottimismo sulla fine della crisi economica, fa rilevare «una risalita – per quanto lieve – degli indici di fiducia nelle istituzioni pubbliche» e del «livello di soddisfazione nei confronti dei servizi» (I. Diamanti, 2016. Lo Stato degli italiani, in «la Repubblica», 31 dicembre 2015, p. 36). Per quanto concerne la fiducia dichiarata dagli intervistati, risultano sempre in testa, oltre a Papa Francesco, le Forze dell’Ordine, la Scuola e il Presidente della Repubblica, mentre sempre sul fondo della graduatoria risultano Parlamento e Partiti. Coloro che dichiarano di avere “molta o moltissima” fiducia nel Parlamento sono infatti solo il 10% del campione, anche se si registra a questo proposito un lieve incremento del 3% rispetto al 2014. Mentre per quanto riguarda i partiti la fetta di coloro che nutrono una significativa fiducia sono soltanto il 5% (anche in questo caso, però, con un leggero miglioramento, pari al 2%, rispetto all’anno precedente). E d’altronde rimane anche piuttosto elevata (48%) la percentuale del campione che dichiara di condividere l’affermazione – peraltro dal significato tutt’altro che univoco – secondo cui «la democrazia può funzionare senza partiti politici». Nel 2014 gli intervistati che si dichiaravano d’accordo con questa affermazione erano leggermente di più (il 50%), ma certo non può sfuggire il fatto che sette anni fa, nel sondaggio del 2008, e dunque poco prima che iniziasse a sbriciolarsi il sistema partitico della ‘Seconda Repubblica’ (nata peraltro sul rifiuto della funzione dei partiti), il dato fosse pari al 38%, ossia inferiore di dieci punti percentuali a quello odierno. Ma se l’insofferenza nei confronti dei partiti coinvolge più o meno tutte le democrazie occidentali, ciò che forse caratterizza di più la situazione italiana di oggi è che anche quelle istituzioni che, per buona parte dell’ultimo ventennio, hanno giocato un ruolo di ‘alternativa’ ai partiti, sembrano soffrire di un analogo deficit di credibilità. «La sfiducia nella politica e nello Stato non è compensata dalla vicinanza ad altre istituzioni», ha scritto infatti Fabio Bordignon commentando il sondaggio, perché «tutti i riferimenti che, nel passato, hanno funzionato da ‘supplenti’ sembrano essere venuti meno» (F. Bordignon, Il più amato è il Papa. Bene la scuola, in «la Repubblica», 31 dicembre 2015, p. 37), come in particolare la magistratura, l’Unione Europea, il Comune e la Regione.
Come tutti i sondaggi, anche i dati del rapporto di Demos risentono di dinamiche congiunturali e acquistano un significato più denso solo se considerati all’interno di un quadro più generale, in cui naturalmente l’Italia ha una propria specificità, ma in cui giocano un ruolo tutt’altro che residuale anche fattori come il «vincolo esterno» europeo, l’instabilità internazionale e la crisi economica (con le sue radici profonde nell’ultimo quarantennio). Anche per effetto di queste dinamiche incrociate, il 2015 è stato davvero – come l’ha definito di recente Nadia Urbinati - «l’anno d’oro dell’era populista» (L’anno del populismo, in «la Repubblica», 29 dicembre 2015, p. 30), iniziato con la vittoria di Syriza, l’affermazione del Front National in Francia e, infine, il risultato significativo riportato da due formazioni come Podemos e Ciudadanos in Spagna. Le differenze che separano queste formazioni sono però tanto evidenti da mettere in discussione la stessa legittimità dell’espressione «populismo», una formula che rischia, proprio per il suo carattere indeterminato, di oscurare le specificità di ciascun movimento. «Alla fine di quest’anno d’oro dell’era populista» - ha scritto dunque Urbinati - «ci troviamo di fronte a una questione: il populismo è un’uscita dai fondamenti liberali della democrazia costituzionale o è il nome di un partito nuovo che deve imporsi nell’agone politico e ha l’ambizione di creare una nuova maggioranza per proporre politiche sociali di sinistra. I movimenti populisti sono certamente il sintomo di un malessere sociale ed economico, ma non è chiaro quale politica originale abbiano da proporre. Se non la vecchia politica autoritaria come in Ungheria. Certo, ci possono essere populismi ‘buoni’ come Podemos e Syriza. Ma questi, o si fanno promotori di politiche di sinistra e propongono un’alternativa di governo, non di sistema, oppure restano un ‘grido di dolore’ che lascia il popolo sofferente come lo avevano trovato. Se di alternativa si tratta, dunque, questa è fra destra e sinistra, non fra populismo e non populismo» (ibidem).
Le domande sul futuro del populismo, e anche sulle differenze tra populismi di sinistra e populismi di destra, sono probabilmente destinate a rimanere sul tappeto anche per molto tempo, anche perché probabilmente dipendono anche dai modi con cui si definisce un termine – dai significati particolarmente sfuggenti – come «populismo». Ma non è certo sorprendente che, anche per la sua ambiguità, la formula «populismo» sia utilizzata sempre più spesso anche da quanti osservano i mutamenti del sistema politico italiano, e in particolare per indicare tutti quei fenomeni, quasi sempre magmatici, che vanno a ‘riempire’ il vuoto che scaturisce dalla progressiva polverizzazione dei partiti protagonisti della ‘Seconda Repubblica’. In questa direzione si muove per esempio il recente volume di Roberto Biorcio, Il populismo nella politica italiana. Da Bossi a Berlusconi, da Grillo a Renzi (Mimesis, Milano, 2015, pp. 160, euro 15.00), che ricostruisce la lenta avanzata del fenomeno partendo dalla crisi dell’inizio degli anni Novanta e arrivando fino alla situazione odierna. Biorcio ha dedicato in passato la propria attenzione alla Lega Nord (La Padania promessa. La storia, le idee e la logica d’azione della Lega Nord, Il Saggiatore, Milano, 1997, e La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo, Laterza, Roma – Bari, 2010) e si è di recente rivolto anche al Movimento 5 Stelle (Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategia del movimento di Grillo, Feltrinelli, Milano, 2013, con P. Natale; Gli attivisti del Movimento 5 Stelle. Dal web al territorio, Franco Angeli, Milano, 2015, a cura di). In questo nuovo testo allarga invece lo sguardo anche alle esperienze legate alle due leadership di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi, per mettere in luce come tutti questi fenomeni siano accomunati da alcuni elementi, e dunque possano essere intesi come varianti della medesima sindrome populista. «In tutte queste esperienze» – e cioè la Lega Nord prima di Umberto Bossi e poi di Matteo Salvini, Forza Italia, il M5S e il Pd di Matteo Renzi – «le formazioni politiche, i loro attivisti e i loro leader hanno cercato di ritrovare un contatto, di ascoltare e di parlare direttamente ai cittadini, proponendosi come portavoce non solo delle proteste contro la ‘partitocrazia’, ma anche delle loro richieste e dei loro problemi. Mostrando spesso la tipica tendenza populista all'“overpromising”, con una grande quantità di promesse che spesso non sono riusciti a realizzare una volta eletti nelle istituzioni rappresentative o al governo. […] le strategie seguite sono state molto diverse, ma tutte hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dallo crisi delle forme di mediazioni politiche che avevano caratterizzato la Prima repubblica. Le nuove forme di mobilitazione hanno spesso rappresentato un’esperienza in controtendenza rispetto ai partiti esistenti perché sono riuscite a coinvolgere nella vita politica attiva molte persone prima disimpegnate, o solo impegnate in movimenti e comitati locali. Nelle nuove formazioni politiche sono confluiti spesso cittadini che avevano vissuto un senso di abbandono da parte della politica tradizionale, causato da passate esperienze politiche deludenti, unitamente a persone, tendenzialmente più giovani, alla loro prima partecipazione attiva in un gruppo politico» (p. 10).
Naturalmente Biorcio non evita di confrontarsi con la polisemia del termine «populismo», e, così, identifica alcuni elementi propri del populismo di destra nella delegittimazione dei partiti, nella mobilitazione dell’ostilità contro gli immigrati, nella resistenza delle comunità locali contro il processo di unificazione europea e contro gli effetti della globalizzazione (p. 26). La famiglia dei populismi di sinistra – in cui Biorcio colloca Podemos e Syriza, ma anche il Movimento 5 Stelle – è invece contrassegnata da movimenti che, «pur recuperando diversi aspetti della protesta populista, sono molto lontani dalle idee della destra e si impegnano a difendere gli interessi dei cittadini comuni contro quelli delle élite economiche e finanziarie» (p. 27). Probabilmente, la linea di distinzione tra populismi di destra e di sinistra fissata da Biorcio può sollevare alcune perplessità, che sono d’altronde alcune delle perplessità che tendono a mettere in discussione l’utilità della formula «populismo». A ben guardare, infatti, a distinguere il populismo di destra da quello di sinistra (tralasciando anche il caso ambiguo del M5S) non è l’atteggiamento contro le «élite economiche e finanziarie», che anzi vengono invariabilmente a rappresentare una parte da protagonista anche nelle retoriche (non di rado ‘complottiste’) di forze come il FN o la Lega Nord, né tantomeno la linea adottata contro l’Ue, anche se il grado di «euroscettiscismo» (soprattutto a proposito della moneta unica) varia a seconda dei momenti e delle circostanze. A distinguere la destra e la sinistra del campo populista – se lo si vuole chiamare così – è piuttosto l’atteggiamento nei confronti degli stranieri, dei flussi migratori e dell’estensione della protezione del welfare anche a coloro che non siano «cittadini». E non è affatto casuale che formazioni ‘anfibie’ come il M5S evitino di assumere a questo proposito una posizione netta, in grado di fissare in modo definitivo la propria collocazione nell’area della sinistra (o persino della sinistra radicale). D’altronde, ciò che per Biorcio appare più significativo, per la fenomenologia del populismo italiano, ben più che il contenuto specifico della retorica populista, è il tentativo di superare «le mediazioni politiche tradizionali» e di «farsi portavoce delle […] proteste contro la ‘partitocrazia’ e il ceto politico», oltre che «di dare rappresentanza alle domande di cambiamento radicale della politica tradizionale, proponendosi di conquistare i voti necessari per garantire, anche alleandosi, una diversa forma di governabilità al paese» (p. 145).
È d’altronde questa prospettiva che consente a Biorcio di considerare come esempi di populismo – oltre alla Lega Nord e al M5S – la leadership di Berlusconi e, per giungere ai giorni nostri, di Matteo Renzi. L’ascesa di Renzi alla conquista del Partito democratico viene anzi considerata da Biorcio come un esempio di «telepopulismo» molto simile a quello sperimentato da Berlusconi alla metà degli anni Novanta: «Come aveva fatto nel 1994 il Cavaliere» - scrive Biorcio - «Renzi ha rivolto il suo appello a tutti gli italiani, al di là delle sue tradizionali linee di divisione fra destra e sinistra. Nonostante la sua lunga carriera politica che ne fa un politico di professione, è riuscito a costruire l’immagine di un leader estraneo e alternativo alle vecchie élite del suo stesso partito – sfruttando anche l’evidente esigenza di un ricambio generazionale. Renzi ha avuto la capacità di parlare alla gente riprendendo il linguaggio e gli schemi del senso comune dei cittadini, rifiutando il ‘politichese’ e le ritualità utilizzate dalla classe politica in passato. L’ex sindaco di Firenze ha cercato di stabilire un rapporto diretto con il ‘popolo’, per riportare le sue idee e le sue esigenze al centro della politica nazionale, rifiutando i meccanismi tradizionali della intermediazione politica e sindacale. Per Renzi la democrazia dei cittadini si può esprimere soprattutto con l’affidamento diretto e ‘plebiscitario’ a un leader. […] L’ex sindaco di Firenze Matteo Renzi ha tentato di sintonizzarsi con lo spirito del tempo, recuperando a volte la retorica di Grillo e (alcune) delle sue proposte per moralizzare la vita politica italiana. Ma ha cercato di trasformare il malessere in consenso elettorale: dopo la denuncia dei mali della politica, ha proposto una sempre grande quantità di promesse, fino a riproporre un grandioso progetto di riduzione della pressione fiscale nei prossimi cinque anni. La leadership di Renzi – post-ideologica ed estranea allo stile di direzione che esisteva nel suo partito – si è mostrata pronta ad utilizzare il populismo e al tempo stesso a gestire la paura che l’Italia posa essere governata da formazioni ‘populiste’ come il Movimento 5 Stelle» (p. 143).
Il «telepopulismo» di Renzi secondo Biorcio trova però sulla propria strada molti ostacoli, che non nascono solo dalle difficoltà che l’ex sindaco di Firenze incontrerà nel mantenere le proprie promesse. Perché, secondo Biorcio, le sfide alla democrazia rappresentativa hanno radici profonde. «Le trasformazioni sociali recenti, specie nell’ultimo decennio, rendono sempre più diffusa la volontà di molti cittadini, soprattutto dei più giovani, a impegnarsi per contare direttamente, attraverso la rete o altri canali. Si sono moltiplicate d’altra parte le esperienze di democrazia partecipativa e deliberativa, ed è cresciuta l’importanza della democrazia diretta, sia per le decisioni che riguardano tutti i cittadini […] sia all’interno delle stesse formazioni politiche, per limitare i poteri della leadership e fare pesare maggiormente la volontà degli iscritti» (p. 154). Ma tutti questi processi non vanno soltanto a ‘sfidare’ la leadership renziana. Piuttosto, sono destinati ad attraversare – e forse persino a lacerare – tutte le democrazie europee, perché in qualche modo rimettono problematicamente al centro il cuore della democrazia moderna, ossia il significato reale della «sovranità popolare». «La difesa della sovranità popolare», e la sua capacità di misurarsi e contenere i centri di potere economico-finanziario che controllano le risorse e le stesse possibilità di sopravvivenza per intere nazioni», scrive d’altronde Biorcio proprio nelle righe conclusive del suo lavoro, «diventa una questione ormai sempre più attuale della politica nazionale e internazionale» (p. 154).

Continua...

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