venerdì 27 febbraio 2015

Frammenti di stasiologia. Su un volume di Giorgio Agamben

di Damiano Palano

Leggere un libro di Giorgio Agamben dà spesso l’impressione di percorrere i corridoi di una sorta di biblioteca di Babele guidati da un bibliotecario compiaciuto, che si diverte a mostrare palchetti polverosi e a condurre i propri ospiti attraverso passaggi segreti che conducono a sezioni di cui si ignorava l’esistenza. Quasi invariabilmente, dentro questo labirinto, si perdono tutti i punti di riferimento e si fatica a ritrovare la strada che conduce verso l’uscita. Appena chiuso il volume, e recuperato l’orientamento, la sensazione è però quella di ritrovarsi esattamente al punto di partenza. E che dunque tutte le domande iniziali siano rimaste senza risposta.
È questa anche l’impressione che dà il più recente volume di Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico (Bollati Boringhieri, Torino, 2015). Un primo motivo di disorientamento è dato dalla collocazione di questo volume all’interno del progetto Homo sacer, inaugurato da Agamben nel 1995 e di fatto giunto all’ultimo capitolo con la pubblicazione di L’Uso dei corpi (Neri Pozza, 2014). In effetti, benché venga pubblicato solo oggi, Stasis – come dichiara l’autore nelle pagine introduttive – riprende i testi di due seminari tenuti all’Università di Princeton nel 2001, all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre. Ma a disorientare non è tanto il lungo lasso temporale che separa la redazione dalla pubblicazione, quanto il fatto che il sottotitolo qualifica il volumetto come Homo sacer, II, 2, esattamente come il precedente volume Il regno e la gloria (Neri Pozza, 2007, poi ripubblicato da Bollati Borginghieri, 2009). Una simile sovrapposizione può suggerire il sospetto che il corpus di Homo sacer sia destinato ad accrescersi ulteriormente, o comunque che l’ordine dei diversi capitoli debba essere modificato, o infine che la geometria dell’opera non debba essere intesa in termini così rigorosi (e, d’altronde, non potrebbe essere diversamente per un piano che è cresciuto, nel corso di vent’anni, per accumulazioni e stratificazioni).

Il primo dei due testi si confonta con il concetto di stasis e con la concezione che il mondo greco ha della guerra civile. Per la verità il primo capitolo si concentra in modo prevalente con una tesi di Nicole Loraux, secondo cui esisterebbe nell’esperienza greca una relazione stretta tra la famiglia e la guerra civile: in altre parole, la guerra civile sarebbe una guerra tra fratelli, e in quanto tale risulterebbe parte integrante della vita politica dei Greci. Naturalmente non è difficile per Agamben mettere in questione l’ipotesi di Loreaux, se non altro perché oikos e polis – e dunque i legami di fratellanza e i legami che uniscono i cittadini – non sembrano affatto riducibili a unità. Ma Agamben, sulla base di questa critica, riesce a collocare anche la stasis all’interno dello schema al cuore di Homo sacer, secondo cui la prestazione originaria del potere sovrano è «la produzione di un corpo biopolitico», e dunque di una sfera di indistinzione tra zoé e bios: «La stasis […] non ha luogo né nell’oikos né nella polis, né nella famiglia né nella città: essa costituisce una zona di indifferenza tra lo spazio impolitico della famiglia e quello politico della città. Trasgredendo questa soglia, l’oikos si politicizza e, inversamente, la polis si ‘economizza’, cioè si riduce a oikos. Ciò significa che, nel sistema della politica greca, la guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città e la città si depoliticizza in famiglia» (p. 24).
Il secondo saggio raccolto nel volume invece lambisce solo in parte il tema della guerra civile, perché si concentra piuttosto sul Leviatano di Hobbes e su una critica dell’interpretazione di Schmitt, secondo la quale la simbologia del mostro biblico avrebbe perso nell’opera del pensatore inglese il proprio contenuto esoterico ed escatologico. Al contrario, Agamben suggerisce – in particolare indagando il celebre frontespizio, e tentando di sollevare il sipario che sembra occultare in parte il corpo del sovrano – che queste implicazioni debbano essere riconosciute, e così conclude: «È forse un’ironia della sorte che il Leviathan   questo testo così densamente e, forse, ironicamente escatologico – sia diventato uno dei paradigmi della teoria moderna dello Stato. Ma è certo che la filosofia politica della modernità non potrà uscire dalle sue contraddizioni se non prenderà coscienza delle sue radici teologiche» (p. 77).

Questa affermazione poteva apparire forse enigmatica nel 2001, ma nelle sue ultime opere Agamben ha chiarito in che senso debba essere inteso quel riferimento alle radici teologiche delle contraddizioni  della filosofia politica della modernità. Anche in questo caso, però, la sensazione è sempre quella che il viaggio attraverso il labirinto in cui Agamben conduce i propri lettori si concluda in modo deludente. E l’impressione è in particolare che la promessa di svelare gli arcani della politica occidentale finisca in fondo con l’offrire solo una serie di luoghi comuni, in alcuni casi persino triviali, che ben poco aggiungono alla nostra conoscenza dei problemi della politica contemporanea. Ma ciò non significa certo che il pensiero di questo autore non debba essere considerato con attenzione, e che le sue ipotesi non vadano accuratamente osservate, magari per smontarle e per mostrarne le implicazioni politiche. Anche perché, a ben guardare, si potrebbe ritrovare nella riflessione di questo esponente della “Italian Theory” (se quest’etichetta ha un senso, e non è solo una trovata) non tanto una rivisitazione della biopolitica foucaultiana, quanto la più seducente celebrazione di una sorta di sinistra tanatopolitica postmoderna.

Damiano Palano 

sabato 21 febbraio 2015

La «missione» di Karl Polanyi. Una recensione a "Una società umana, un’umanità sociale. Scritti 1918-1963" (Jaca Book)

Questa recensione a K. Polanyi, Una società umana, un’umanità sociale. Scritti 1918-1963 (Jaca Book, 2015), è apparsa su "Avvenire" del 15 febbraio 2015, con il titolo Karl Polanyi e le domande inevase dei giovani della Grande Guerra. 

di Damiano Palano


Come molti suoi coetanei, allo scoppio della Grande guerra Karl Polanyi (1886-1964) fu chiamato alle armi per difendere le insegne degli Asburgo. Alla fine del conflitto, dopo il crollo dell’Impero e il fallimento della rivoluzione ungherese, il giovane intellettuale lasciò Budapest, dove aveva vissuto e studiato, per trasferirsi a Vienna. E proprio nella capitale austriaca – come raccontò qualche anno dopo – avvenne una svolta destinata a influire su tutta la sua riflessione. Nel giugno 1919, mentre era ricoverato in ospedale a causa di una seria malattia, gli si profilò infatti una domanda cruciale. «Come possiamo essere liberi, nonostante che la società sia un fatto?», iniziò a chiedersi. E proprio quell’interrogativo l’avrebbe indotto a scrivere La grande trasformazione, pubblicata nel 1944, quando ormai Polanyi, ebreo di nazionalità ungherese, si era trasferito negli Stati Uniti. Per ripercorrere il sentiero intellettuale che condusse Polanyi alla sua opera più famosa sono ora davvero utili i testi ora raccolti in Una società umana, un’umanità sociale. Scritti 1918-1963 (Jaca Book, pp. 378, euro 24.00). Tra i molti materiali interessanti, in larga parte risalenti al ventennio compreso fra le due guerre, spicca senza dubbio uno dei primi saggi, La missione della nostra generazione, apparso nel giugno 1918. In quelle pagine il giovane intellettuale prevedeva infatti che i posteri non sarebbero mai stati in grado di comprendere lo stato d’animo degli anni della guerra. Si trattava di “una condizione malata, accompagnata da un senso comune tormentoso”: una condizione che nasceva dal dolore causato dalla “perdita del senso dell’esistenza”, e cioè dal fatto che gli individui avevano assistito alla catastrofe senza capirne i motivi. Ma proprio per questo la missione della generazione che aveva vissuto la guerra consisteva nel rifiuto dell’oblio. Perché solo conservando il ricordo si potevano comprendere le vere cause che avevano spinto il Vecchio continente verso la tragedia.
Negli anni seguenti l’intellettuale di origine ungherese cercò effettivamente di svolgere quella missione, attingendo a una molteplicità di tradizioni teoriche. Una prima sequenza del ripensamento sviluppato da Polanyi è senza dubbio rappresentata dalla critica al determinismo marxista, inteso come espressione di una “politica amorale”, e cioè di una politica che “spera di raggiungere i propri scopi senza cambiare la gente”. Ma un secondo snodo è anche costituito dal tentativo di dare una lettura cristiana del socialismo, un tentativo compiuto soprattutto negli anni Trenta, quando Polanyi in Inghilterra divenne attivista di un gruppo della Christian Left. Proprio quella visione – secondo cui la libertà garantita dal mercato era solo una libertà illusoria – consentì d’altronde all’intellettuale ungherese di dare una risposta alla domanda che si era posto fin dal 1919. L’idea al cuore della Grande trasformazione era infatti che le cause dei disastri che avevano colpito l’Europa a partire dal 1914 andassero ricercate molto più indietro nel tempo, nella rivoluzione industriale inglese della fine del Settecento. L’ordine economico liberale crollato nel 1914 doveva essere studiato proprio nel luogo in cui erano nati il libero scambio, l’economia di mercato e il gold standard. Secondo il grande affresco di Polanyi – tutt’altro che superato, almeno nella ricostruzione storica della nascita della società industriale – proprio l’‘invenzione’ dell’homo economicus aveva sancito infatti la conquista di una piena autonomia da parte della logica del guadagno. Il ruolo giocato in precedenza dalla reciprocità e dalla redistribuzione era stato così completamente cancellato. E proprio in quel momento, mentre lo scambio cominciava a essere celebrato come l’unica forma possibile di relazione economica, l’avidità umana poteva diventare l’unica base legittima dell’ordine sociale.

Damiano Palano

lunedì 16 febbraio 2015

Ma l’Europa nasce a Mezzogiorno. Una raccolta di scritti del meridionalista Manlio Rossi-Doria


Questa recensione a M. Rossi-Doria, Mezzogiorno d’Europa. Lettere, appunti, discorsi 1945-1987 (Donzelli, Roma, 2014), è apparso su "Avvenire" del 13 febbraio 2015.

di Damiano Palano


Negli ultimi anni la discussione sul futuro dell’Unione europea ha spesso assunto i contorni di una netta contrapposizione tra Nord e Sud. Il racconto giornalistico tende infatti a ricondurre lo stallo al contrasto fra i paesi settentrionali, sostenitori del ‘rigore’ e dell’austerità, e i paesi meridionali, favorevoli invece a una maggiore flessibilità nella tenuta dei conti pubblici. Per quanto una simile rappresentazione colga senz’altro alcuni elementi reali, è però indispensabile riconoscere che le difficoltà che vive oggi la costruzione europea nascono da cause molto più complesse. Anche perché si tratta di difficoltà che affondano le radici nelle stesse modalità con cui l’integrazione europea è stata realizzata nel corso di più di mezzo secolo, oltre che negli strumenti utilizzati per colmare il divario tra le diverse zone.
Una prospettiva interessante per accostarsi ai problemi odierni – ma anche per cogliere la complessità di un’impresa senza precedenti – è senz’altro offerta dalle pagine di Manlio Rossi Doria raccolte in Mezzogiorno d’Europa. Lettere, appunti, discorsi 1945-1987 (Donzelli, pp. 292, euro 20.00). Nel suo itinerario, Rossi Doria (1905-1988) riprese infatti tutti i grandi temi al centro del classico dibattito meridionalista, ma li declinò fin dall’immediato dopoguerra in una prospettiva europea. E, soprattutto, fece del rapporto con l’Europa una delle chiavi per ripensare – non solo da intellettuale, ma anche da tecnico e politico – lo sviluppo del Mezzogiorno, a partire naturalmente dai problemi dell’agricoltura, cui dedicò gran parte della propria attività. Il volume, curato da Emanuele Bernardi, restituisce il quadro dei rapporti che Rossi Doria intrattenne fin dagli anni Quaranta con alcuni dei grandi esponenti dell’europeismo. Ma consente anche di chiarire come l’economista percepisse cosa stesse accadendo nel Vecchio continente. Alla metà degli anni Sessanta, in una lettera indirizzata allo storico Franco Venturi, Rossi Doria notava per esempio come, in quella fase, si andasse chiudendo “il processo di sviluppo dell’agricoltura cominciato a mezzo del ‘700 in tutt’Italia”. Al tempo stesso, gli erano ben chiare anche le conseguenze della politica agricola comunitaria. Negli interventi pubblici, così come nella fitta trama di corrispondenze, Rossi Doria infatti non perdeva occasione per sottolineare gli errori compiuti nella costruzione del mercato comune agricolo (consistenti in particolare nella fissazione di un prezzo elevato per i cereali). Gli errori erano il frutto della necessità di dare rapida attuazione al Trattato di Roma, anche al prezzo di qualche compromesso. Ma il punto era che i compromessi rischiavano di aumentare il divario tra regioni ricche e regioni povere.
La consapevolezza dei problemi della politica comunitaria non indebolì comunque la fiducia riposta nell’Europa. Nel suo impegno di tecnico, a fianco dei governi a guida democristiana, e poi come parlamentare nelle fila del Partito Socialista, fra gli anni Sessanta e Settanta, Rossi Doria infatti intese sempre il quadro europeo come la dimensione indispensabile per ripensare lo sviluppo del Mezzogiorno. E piuttosto – come nota Umberto Gentiloni Silveri nell’introduzione – cercò di coniugare le esigenze della programmazione con l’attenzione alle realtà locali, proponendo dunque non interventi uniformi, bensì misure differenziate, adeguate alle caratteristiche dei vari «Mezzogiorni d’Italia».

Damiano Palano

domenica 15 febbraio 2015

Schermo delle mie brame, chi mi vota nel reame?




di Laura Molinari

Ricordate il messaggio della discesa in campo di Silvio Berlusconi?  Autoprodotto e registrato su videocassetta venne consegnato a tutte le televisioni e trasmesso il 26  gennaio del 1994? Quanta acqua sotto i ponti della comunicazione politica è passata da quei  9 minuti e 28 secondi per approdare all’istantaneo «Arrivo, arrivo!», tweet di Matteo Renzi,  al Quirinale il 21 febbraio del 2014  per presentare la lista dei ministri a Giorgio Napolitano? E  allora:quanta importanza ha ancora oggi la televisione nell’orientare il voto e le opinioni degli individui?
«La videocrazia, così come l’abbiamo conosciuta in Italia, è in declino», spiegaDamiano Palano, ordinario di Filosofia politica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Era un’anomalia legata al fatto che uno dei principali esponenti politici italiani fosse anche un magnate della comunicazione televisiva. Quella stagione è probabilmente finita. Questo però non significa che la televisione non abbia più nessun ruolo nello scenario politico: siamo ancora in una fase ibrida, con vecchi e nuovi media che convivono insieme».
I numeri segnalano però che il piccolo schermo è ancora il mezzo di comunicazione che colpisce di più gli italiani. «Le ore passate davanti alla tv dall’italiano medio non sono diminuite e i telegiornali in prime time arrivano a coprire attorno ai 19 milioni di persone su una popolazione adulta di 55 milioni. Sono dati significativi» sottolinea Antonio Nizzoli dell’Osservatorio di Pavia. «Quello che sta cambiando è che ci sono nuovi comunicatori. Matteo Renzie Matteo Salvini stanno ben riuscendo, sia nei numeri che nei risultati, ad usare il mezzo televisivo insieme alla comunicazione attraverso i social media. Tv e internet non sono due strumenti paralleli, ma creano un unico circuito di informazione».
«Il processo di rottura delle identità collettive è proceduto in maniera esponenziale» analizza Michele Mezza, giornalista e  autore di Sono le news bellezza (Donzelli, 2011) «perciò l’affezione al voto si è abbassata vertiginosamente mentre emergono nuovi modelli di comunicazione politica, di cui Renzi è il principale catalizzatore: il presidente del Consiglio combina l’utilizzo di diversi linguaggi comunicativi per federare utenti e pubblici differenti».
Se dunque per un politico apparire sul piccolo schermo è indispensabile quanto interagire con i propri follower su Twitter o Facebook, come convivono l’enfasi sulla totale trasparenza nei confronti dei cittadini e, patti – pensiamo al peraltro già tramontato Nazareno – siglato  senza dirette televisive  o streaming e i cui termini sono rimasti fumosi?
«La segretezza e la riservatezza rientrano nella diplomazia politica – ricorda Palano – invocare la trasparenza, dunque lo streaming nella sua versione contemporanea, è funzionale invece per marcare una discontinuità con la vecchia classe politica». Sottolinea  però Nizzoli: «I sostenitori dello streaming, utilizzano questo strumento in modo rapsodico: il 27 marzo 2013 è stato trasmesso online l’incontro tra Bersani e il Movimento 5 Stelle, ma lo stesso non è accaduto per le riunioni dei pentastellati in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica». Tutto si gioca  sulla fiducia tra gli elettori e il loro leader politico, che deve avere la capacità accumulare consenso attorno a sé potendo contare su «l’attenzione e la curiosità dell’elettorato, figlie di valori e obiettivi condivisi che il politico rappresenta» precisa Mezza.
In alcune circostanze la comunicazione politica non passa attraverso il piccolo schermo ma  partecipare ad una trasmissione televisiva è una tappa fondamentale della campagna elettorale: il caso dei 5stelle è da questo punto di vista esemplare perché  l’operazione mediatica del leader che fa della (reale o presunta) democrazia della rete il suo punto di forza si è rivelata un clamoroso autogol. Ricordate Beppe Grillo nello studio di Porta a Porta in occasione delle scorse elezioni europee?
Secondo Palano, «partecipare a Porta a Porta serviva a Grillo per tranquillizzare l’elettorato, costituito da anziani e casalinghe, che percepiva il M5s come una minaccia alla democrazia e alla stabilità politica». Ma quella apparizione televisiva finì per generare conseguenze negative: da una parte l’ingresso nel salotto di Vespa venne visto come un compromesso eccessivo dagli elettori, che apprezzavano la natura anti-sistemica del Movimento e dall’altra emersero le difficoltà del comico genovese nel destreggiarsi con il dibattito tipico dei talk. «Grillo ha una comunicazione unidirezionale, da monologo, ma fatica quando si tratta di argomentare» sottolinea Nizzoli.


giovedì 12 febbraio 2015

Italien: Renzi und Tsipras profitieren vom Unmut der Wähler



Questo articolo di Katharina Kort è apparso su "Handelsblatt" del 9 febbraio 2015. 

In den vergangenen Tagen ist es zwischen Italien und Griechenland fast zu einem diplomatischen Streit gekommen, als der griechische Kassenwart Varoufakis mit den Worten zitiert wurde, Italien stehe ebenfalls kurz vor dem Bankrott. Italiens Finanzminister Pier Carlo Padoan hat das klar dementiert. Auch Varoufakis musste einen Rückzieher machen und wies auf die starke Industrie und den strukturellen Haushaltsüberschuss Italiens hin.

Sonst war Italien in diesen Tagen aber mehr mit sich selbst und mit dem neuen Staatspräsidenten Sergio Mattarella beschäftigt, doch die neue Regierung in Athen sorgte dann doch für Aufregung. Vor allem das unkonventionelle Auftreten des griechischen Finanzministers Varoufakis und auch von Premier Tsipras haben die Italiener beschäftigt.

Schließlich bricht auch italienische Premier Matteo Renzi in Italien mit vielen Tabus – vom oft legeren Kleidungsstil in Jeans bis zu seinem Anecken mit vielen alten Interessengruppen wie etwa den Gewerkschaften. Als ironische Geste schenkte er dem griechischen Premier bei dessen Besuch eine Krawatte. Renzi will vor allem als Vermittler zwischen Athen und der EU auftreten, geht er aber bei vielen Positionen auf Distanz.

Bei den Parteien versuchen vor allem die Rechts-Parteien Lega Nord, Fratelli d‘Italia und auch die Fünf-Sterne-Bewegung von Beppe Grillo daraus Kapital zu schlagen. Sie fordern mehr Flexibilität oder gar den Austritt aus dem Euro.

Der Politikwissenschaftler Damiano Palano von der Università Cattolica in Mailand sieht auch nur begrenzte Gemeinsamkeiten zwischen Renzi und Tsipras. „Was die beiden vereint, ist das Alter und dass sie den Unmut gegen die politische Klasse und die Parteien ausgenutzt haben“, sagt Professor Palano.

„Mir scheint die Politik von Tsipras weit entfernt von der Renzis. Gerade beim Arbeitsmarkt hat Renzi eine durchaus liberale Reform durchgesetzt“, gibt Palano jedoch zu bedenken. „Ich sehe eher Gemeinsamkeiten zwischen Podemos und Tsipras als zwischen Tsipras und Renzi.“

„Bei den griechischen Wahlen hat auch die anti-deutsche Haltung eine große Rolle gespielt. Dieses Argument hat Renzi nie benutzt und wird es auch nicht tun“, ist Politologe Palano überzeugt. Tatsächlich hat sich Renzi vor dem Tsipras-Besuch mit Merkel abgesprochen.

Katharina Kort

Continua a leggere



sabato 7 febbraio 2015

L’altro Lombroso: criticava i professori e studiava la magia. Una recensione di Gian Antonio Stella alla raccolti di articoli dello psichiatra per il "Corriere"



di Gian Antonio Stella

Questa recensione di Gian Antonio Stella al volume di Cesare Lombroso, "Scritti per il Corriere. 1884-1908", è apparsa sul "Corriere della Sera" di venerdì 6 febbraio 2015. Il volume verrà presentato a Milano, nella sede della Fondazione Corriere (Sala Buzzati, Via Balzan 3) lunedì 9 febbraio alle ore 18.00. Alla discussione, che sarà moderata da Antonio Carioti, parteciperanno Adriano Favole, Damiano Palano, Lorenzo Ornaghi e Gian Antonio Stella.

«Non v’è solo la camorra nel golfo di Napoli e fra i cocchieri e i rivenduglioli: purtroppo ve n’è pure, e di terribile nel seno delle Facoltà e nelle regioni governative, se non proprio nel Governo, così forte, in ogni modo, da forzare a questo la mano».
Lo scrive, scandalizzato per come vanno in cattedra certi colleghi universitari, Cesare Lombroso. È il 16 maggio 1901, il padre dell’antropologia criminale è da decenni lo scienziato italiano più celebre nel mondo e il «Corriere» ospita i suoi interventi, non frequentissimi, dando loro il massimo risalto. Anche quando prende a martellate il mondo dell’accademia.
Certo, scrive lo studioso invocando il pubblico concorso anche per gli «straordinari», c’è chi dice che questi «straordinari» hanno solo un incarico provvisorio. Ma non ce n’è uno poi «che perda il suo posto». Anzi: «Quanto più è scarso di ingegno e di cultura, tanto più egli si arrabatta colle arti dell’intrigo per restare nella sua nicchia, per avere favorevole quella maggioranza della Facoltà che non manca mai agli indotti e agli intriganti, e restare per lo meno a perpetuità straordinario». Un secolo fa…
Sono pepite d’oro, a rileggerli oggi, gli interventi dello scienziato pubblicati dal nostro giornale e raccolti nel libro Cesare Lombroso. Scritti per il «Corriere» 1884-1908 , edito dalla Fondazione Corriere e curato dal docente della Cattolica Damiano Palano, con una prefazione dell’ex ministro Lorenzo Ornaghi.
Molti articoli, come è ovvio, sono dedicati alla grande passione dello scienziato. E cioè, per dirla con Giorgio Ieranò dell’Università di Trento, all’«illusione di poter offrire di ogni aspetto, anche minuto, dell’universo una spiegazione scientifica, la ferma convinzione di poter misurare quantitativamente ogni fenomeno. Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza». Con risultati tragicamente capovolti, spesso. Al punto d’esser presi a sostegno delle tesi più razziste sui neri, gli zingari, gli arabi, i meridionali o addirittura gli ebrei come lo stesso Lombroso…
Certo, lascia sbalorditi leggere oggi che il detenuto calabrese Giuseppe Villella era un «criminale» perché aveva nel cranio una «fossa occipitale mediana» che dimostrava l’appartenenza a uno stadio evolutivo precedente: «Questa particolarità manca nelle scimmie superiori (antropomorfe) e si vede solo appena accennata nei platirrini, nei macachi, nei cinocefali e ben distinta nelle più infime specie dei lemurini…».
Per non dire di certe generalizzazioni: «In genere, i ladri hanno notevole mobilità della faccia e delle mani, l’occhio piccolo, errabondo, mobilissimo, obliquo di spesso, folto e ravvicinato il sopracciglio, il naso torto o camuso (…). Negli stupratori, quasi sempre l’occhio è scintillante, fisionomia delicata, le labbra e le palpebre tumide, e per lo più sono gracili e qualche volta gibbosi (…); gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile, qualche volta sanguigno e iniettato, il naso spesso aquilino o meglio grifagno…». Ma quello, che già divideva gli scienziati dell’epoca, è il Lombroso più conosciuto.
La raccolta di articoli sul «Corriere» è preziosa perché recupera anche un «altro» Lombroso. Curioso di tutto, appassionato a tutto, deciso a dir la sua su tutto. Dalla vaccinazione contro il colera all’esaurimento del genio, dove cerca di dimostrare che i grandi genii vivono sì più a lungo perché Michelangelo e Petrarca «vissero fino a novant’anni, Hobbes a 92, Tiziano 99…», ma che il meglio lo diedero da giovani.
E accanto a piccoli e ustionanti saggi sulla criminalità della Barbagia o sui suicidi nelle carceri dove denuncia la cella d’isolamento come «il più atroce e insieme il più inutile dei supplizî (…) perché l’uomo, essendo un animale socievole, ha più bisogno della vita sociale che del pane; supplizio inutile, perché, invece di preparare il delinquente ad una nuova vita, lo inasprisce nel male», ecco apparire un lungo pezzo sui miliardari americani, dove spiega che non hanno «quasi mai caratteri del genio» ma «grande equilibrio mentale e spirito di risparmio che va fino all’avarizia». O perfino un intervento su «Le stalattiti e l’arte indiana e moresca» dove afferma che le origini «si possono cercare nell’imitazione dei blocchi stalattitici», giacché un sacco di templi buddisti sono ospitati in grandi e antiche grotte.
Le chicche, però, sono soprattutto tre pezzi. Nel primo illustra estasiato le invenzioni delle «macchine alleate del pensiero» come la macchina per scrivere, il «contometro» padre della calcolatrice, il «tachiantropometro» costruito per misurare il cranio delle persone… Nel secondo racconta l’improvvisa scoperta della magia: «Ora io che ero così avverso allo spiritismo da non accettare per molti anni, nemmeno, di assistere ad un esperimento, dovetti nel marzo 1891 presenziarne uno in pieno giorno, da solo a solo, coll’Eusapia Paladino, in un albergo di Napoli, in cui vidi alzarsi ad una grande altezza un tavolo e trasferirsi in aria oggetti pesantissimi; e d’allora accettai di occuparmene».
Restò tanto impressionato che a un certo punto chiese alla donna di incontrare sua madre, che gli parlava in dialetto veneto: «Subito dopo vidi (… ) staccarsi dalla tenda una figura alquanto bassa come era quella della mia mamma, velata, che fece il giro completo del tavolo fino a me, sussurrandomi delle parole da molti udite, non da me, sordastro; tanto che io quasi fuor di me dalla emozione la supplicai di ripeterle, ed essa ripeté: “Cesar, fio mio”», Cesare, figlio mio…
Ma come dimenticare gli ambasciatori? «La maggior parte degli uomini che giudica così alla grossa sulle cose umane, vedendo i diplomatici, sempre in cilindro e frack, carichi come un cimitero di croci, gravemente sdraiati in cocchi ricchissimi, accigliati come uomini a cui pesi il pondo di immense responsabilità, tenaci a non sbottonarvisi se non a monosillabi, a parole tronche, a gesti sobrî, non si sognano nemmeno che si tratti spessissimo, invece che di genii latenti, di uomini di una fenomenale leggerezza che dànno più importanza alla ricchezza e ai titoli di nobiltà che non alla più superficiale coltura; né immaginano mai che quei gravi pensieri da cui pare debba dipendere il fato degli umani si risolvano al più in qual cavallo sia per vincere al Derby e quale sarà l’uomo preferito della ballerina X».

Damiano Palano