mercoledì 6 maggio 2015

Una recensione di Lorenzo Mesini a «Filosofia politica» 1/2015, Partito

 
 
Questa recensione al numero monografico di "Filosofia politica" dedicata al lemma "partito" appare su "Pandora. Rivista di Teoria e politica", rivista online la cui anteprima può essere scaricata gratuitamente qui.
 
di Lorenzo Mesini
 
Da diversi decenni si parla di crisi dei partiti. Secondo modalità e prospettive diverse, tutti i livelli del dibattito pubblico e scientifico si sono confrontati con lo scenario politico e culturale in cui matura e sembra consumarsi definitivamente la storia della forma partito, così come la Modernità europea l’aveva concepita. La sua crisi si è imposta insieme a quella del principio di rappresentanza e continua ad imporsi come un dato innegabile all’occhio di studiosi, politici e di tutta l’opinione pubblica. Nessuno ritiene che i partiti attuali siano in grado si svolgere quelle che Norberto Bobbio, finita la guerra, aveva indicato essere le principali funzioni dei partiti: organi motori dello Stato democratico e agenti di educazione politica. È opinione diffusa che quei compiti siano stati disattesi e insieme ad essi tradite le speranze che li accompagnavano.
Non solo. Alla percezione del fallimento e dell’incapacità di condurre con efficacia la loro importante funzione di mediazione tra cittadini e istituzioni, si aggiunge la diffusa convinzione che le dinamiche di potere interne ai partiti siano anche uno dei principali ostacoli allo svolgimento di un’onesta ed efficace politica democratica. La crisi della forma partito e del sistema partitico è diventata così parte integrante della retorica antipolitica, alimentando in diversi casi una vera e propria avversione verso la stessa forma partito. Sempre più distanti dai problemi dei cittadini, i partiti appaiono (e vengono raccontati) sempre più come luoghi in cui dominano corruzione e logiche di potere non democratiche, in cui si fa uso non trasparente di grandi somme di denaro pubblico, al servizio di ambizioni e interessi personali di una casta composta da professionisti della politica e loschi faccendieri.
Dagli anni Settanta ad oggi l’opinione pubblica italiana è stata attraversata, insieme a quella delle maggiori democrazie occidentali, da continue ondate di sfiducia, più o meno profonda, verso i partiti e il loro contributo alla politica dei rispettivi paesi. Secondo modalità spesso inadeguate, l’opinione pubblica coglie e registra mutamenti effettivamente in corso, come dei sintomi. Sarebbe miope non riconoscere questa dinamica. Se da un lato questo stato di crisi che attanaglia i parti ha guadagnato sempre maggiore attenzione e spazio all’interno del dibattito pubblico, attirando l’interesse in merito alle sue cause e ai suoi possibili sviluppi, dall’altro il partito è uscito gradualmente dalle riflessioni teoriche proprie della ricerca storico-filosofica. Come è stato osservato da Nancy Rosenblum i partiti sono diventati gli «orfani» della filosofia politica. All’oggettiva difficoltà di interpretare adeguatamente tale fenomeno di crisi, situandosi alla sua altezza, si aggiunge il crescente disinteresse teorico e critico nei suoi confronti.
L’ultimo numero di «Filosofia politica» intende contribuire a colmare la lacuna presente nella ricerca e nel dibattito sulla forma partito. Proseguendo l’ormai consolidato programma di indagine sul lessico politico europeo, la rivista diretta da Carlo Galli offre sei importanti articoli su un problema tanto complesso quanto attuale, come quello del partito. Chi si aspetta di trovarvi svelati gli arcani dell’attuale crisi e della corruzione dei partiti resterà deluso. Essenzialmente per due ragioni. In primo luogo per la natura storico-politica dei problemi e dei processi in questione, impossibili da risolvere a un livello strettamente teorico. In secondo luogo per via dell’intenzione che muove questo fascicolo di «Filosofia politica» che è quella di fornire dei contributi che possano colmare, per quanto possibile, la lacuna presente attualmente in sede filosofico-politica in merito alla «forma partito» a i problemi ad essa connessi.
Gli autori tracciano un approfondito quadro storico e concettuale che si snoda dall’antichità classica fino alle vicende del Novecento, nel quale il concetto di partito viene indagato e problematizzato in una prospettiva storico-critica, prestando attenzione a non confondere l’evoluzione del «concetto» con le travagliate vicende di quelle organizzazioni che oggi identifichiamo come «partiti politici». Particolarmente rilevante risulta la genesi moderna del concetto di «partito», inconcepibile al di fuori del paradigma della sovranità e dello stato moderno. I contributi da un lato delineano in maniera precisa lo scarto profondo che separa le concezioni pre-moderne dei partiti politici (antica e medievale) dal concetto di «partito» caratteristico dell’orizzonte teorico della politica moderna. Dall’altro viene approfondita l’evoluzione del concetto moderno di «partito» a partire dal dibattito inglese del XVIII secolo fino alla crisi attuale, problematizzandone la logica interna e le aporie in relazione alla democrazia rappresentativa e al moderno stato dei partiti.
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