lunedì 23 giugno 2014

Usa. Il declino può attendere. Un volume di Josef Joffe



di Damiano Palano

Questa recensione è apparsa su "Avvenire" di venerdì 20 giugno 2014.

Il 4 ottobre 1957 l’Unione Sovietica lanciò nello spazio lo Sputnik. Il viaggio del piccolo satellite durò meno di due mesi, ma ebbe effetti dirompenti sull’opinione pubblica americana. A partire da quel momento gli Stati Uniti si percepirono infatti come molto più vulnerabili. Nonostante l’Urss non disponesse di un arsenale così insidioso per la sicurezza americana, la necessità di colmare il ‘gap missilistico’ con Mosca divenne una sorta di ossessione. E, soprattutto, molti osservatori iniziarono a ritenere che fosse incominciato il declino dell’America. Un declino che peraltro non nasceva tanto dalla competizione col rivale sovietico, quanto da fattori interni, come la crisi dell’economia, le lacerazioni sociali e l’esplosione di un nuovo disagio giovanile, per indicare il quale proprio in quei mesi – in assonanza con il nome del satellite sovietico – fu coniata la formula beatnik.
A distanza di più di mezzo secolo è piuttosto semplice liquidare come eccessivi quegli allarmi. Ed è in fondo proprio questa l’operazione che compie Josef Joffe nel suo recente Perché l’America non fallirà. Politica, economia e mezzo secolo di false profezie (Utet, pp. 273, euro 16.00).
In effetti Joffe riconosce come la retorica del declino sia una costante della recente storia americana, tanto che ne individua addirittura cinque stagioni. Dopo gli allarmi innescati dal lancio dello Sputnik, l’incubo del declino tornò infatti ad aleggiare altre quattro volte: alla fine degli anni Sessanta, sull’onda della guerra del Vietnam e della contestazione giovanile; alla fine del decennio seguente, nella fase terminale della presidenza Carter; alla metà degli anni Ottanta, quando l’economia americana sembrava destinata a soccombere dinanzi all’ascesa giapponese; e infine, naturalmente, dopo la grande crisi finanziaria del 2008. Joffe non si limita però a mostrare gli errori delle vecchie previsioni. Piuttosto, considera il “declinismo” come una sorta di “profezia che si autosmentisce” e che ha fin dall’inizio un obiettivo politico. In altre parole, il “declinismo” è una risorsa retorica utilizzata da quegli attori politici che puntano a presentarsi come capaci di invertire la rotta, come per esempio John F. Kennedy, Ronald Reagan e Barack Obama.
Naturalmente la critica al “declinismo” non riguarda solo il passato. Perché, secondo Joffe, anche le analisi che sostengono che il sistema internazionale è già oggi diventato “apolare” o “multipolare” enfatizzano tendenze i cui esiti futuri sono tutt’altro che scontati. Considerare per esempio solo i tassi di crescita economica della Cina o dei nuovi paesi emergenti non è infatti sufficiente per affermare che gli Stati Uniti non sono più – o non saranno nei prossimi anni – il centro della politica mondiale. Insieme al potere effettivo (economico, militare e tecnologico), per trasformare uno Stato in una superpotenza globale contano infatti anche le risorse immateriali. Sono così proprio queste risorse che inducono Joffe a sostenere che il sistema ha oggi una struttura “uni-multipolare” e che gli Stati Uniti sono ancora percepiti da buona parte del mondo come la nazione ‘indispensabile’, l’unica superpotenza capace di garantire il funzionamento dell’ordine internazionale liberale.
Benché il “declinismo” sia davvero, come sostiene Joffe, una formidabile risorsa teorica, ciò non significa però che gli Stati Uniti non siano esposti oggi alla tendenza di un declino relativo. O che, quantomeno, non debbano prendere sul serio questo scenario. Anche se, naturalmente, sarebbe quantomeno semplicistico attendersi che il declino americano debba replicare le sequenze che condussero al tramonto le grandi potenze del passato.

Damiano Palano

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