martedì 17 settembre 2013

Il triangolo si è rotto? Annotazioni a margine del dialogo tra Fabrizio Barca e Piero Ignazi sul rapporto tra partiti, società e Stato.



di Damiano Palano

Nell’aprile del 2013, mentre il governo Monti – dopo una lunga agonia – tramontava definitivamente, uno dei ministri dell’esecutivo, Fabrizio Barca, diffondeva una sorta di manifesto dall’ambizioso titolo Un partito nuovo per un nuovo governo. Con quel documento Barca abbandonava i panni del ‘tecnico’ per indossare quelli del politico, o, meglio, dell’intellettuale-militante che cerca di mettere le proprie competenze e la propria esperienza al servizio di una parte politica. Come esplicitava il suo sottotitolo, Memoria politica dopo 16 mesi di governo, la riflessione di Barca nasceva dall’esperienza proprio dell’esecutivo Monti, ma, a differenza di quanto avviene di solito nelle analisi degli osservatori, il focus non era tanto sulle riforme da fare e sulle scadenze da rispettare per ‘salvare il Paese’, quanto sul ‘metodo’ con cui perseguire ogni progetto di riforma. E il ‘metodo’ finiva col coinvolgere proprio i partiti, sovente raffigurati come l’origine di molti mali, e invece rappresentati da Barca come l’anello debole da rafforzare e ripensare. In questo senso, la Memoria costituisce un’autentica eccezione nel dibattito pubblico italiano, perché era probabilmente dagli anni Settanta che la forma-partito non veniva collocata al centro della discussione delle élite dirigenti (o quantomeno al centro di una discussione non coincidente con la liquidazione del modello novecentesco del partito di massa e con la generica e semplicistica esaltazione di un partito ‘leggero’ e aperto alle istanze della società civile).
La riflessione di Barca non era dedicata genericamente ai partiti, ma si concentrava piuttosto sulla forma di un nuovo partito di sinistra, inevitabilmente identificato con il Partito Democratico (o con ciò che il Pd dovrebbe diventare in un prossimo futuro). Ciònonostante, la Memoria sviluppava temi e argomentazioni molto lontani dalla più classica tradizione della sinistra italiana, che pure – da Gramsci a Togliatti, fino a Berlinguer – ha dedicato una parte consistente della propria riflessione alla forma del «Partito». In effetti il discorso di Barca – che, vale la pena ricordarlo, era il discorso di un ‘tecnico’, impegnato per anni ai vertici della macchina amministrativa dello Stato – si proponeva come un tentativo di mettere a frutto la lezione dell’esperienza di governo e di superare alcuni degli ostacoli contro cui l’azione dell’esecutivo Monti si era scontrata. In altre parole, il manifesto di Barca coinvolgeva i partiti, ma proprio in quanto i partiti si erano rivelati uno strumento inefficace dal punto di vista dell’azione di governo. E la causa principale era così individuata in un rapporto viziato tra i partiti «Stato-centrici» e la macchina arcaica dello Stato. «In Italia», scriveva per esempio, «partiti Stato-centrici, macchina dello Stato arcaica ed élites che li governano vanno d’accordo, sostenendosi reciprocamente e producendo un equilibrio perverso, di sottosviluppo: una ‘fratellanza siamese… che porta al catoblepismo» (F. Barca, Un partito nuovo per un buon governo. Memoria politica dopo 16 mesi di governo, p. 13). Una delle conseguenze della «fratellanza siamese» erano sia la diffidenza dei cittadini nei confronti dei partiti sia l’«insensato conflitto generazionale» (p. 14), ma l’aspetto per molti versi più significativo che scaturiva da quell’intreccio – come sottolineava Barca in uno dei passaggi chiave – era l’inefficienza dell’azione pubblica: «Il combinato di Partiti Stato-centrici e macchina dello Stato arcaica tende a impedire politiche pubbliche efficaci e dunque buon governo, bloccando tutte le fasi del processo ricorsivo di costruzione dell’azione pubblica. La carenza di partiti con carattere e missione propri rende inadeguata e assolutamente opaca la fase iniziale di determinazione degli indirizzi delle politiche pubbliche, che dovrebbe fondarsi su una visione e su esperienze condivise attraverso un profondo, aperto e acceso confronto pubblico, sia la fase successiva del loro continuo adeguamento innovativo, che richiede la pressione e la voce robusta e ben indirizzata dei cittadini. La carenza della macchina statale ne sabota le altre tre fasi: la definizione delle azioni con cui attuare gli indirizzi; la loro attuazione concreta nei diversi luoghi del territorio; l’esame dei risultati ottenuti, propedeutico all’adeguamento delle azioni e alla eventuale maturazione di nuovi indirizzi. Partiti Stato-centrici e macchina dello Stato arcaica sabotano la circolazione di idee e l’interferenza cognitiva fra centro nazionale livelli locali. Da un lato, infatti, creano una barriera alla circolazione e al confronto pubblico delle soluzioni prospettate e sperimentate nei territori, impedendo a queste di concorrere a formare le preferenze e le scelte nazionali. Dall’altro, tolgono al centro la cultura, gli strumenti e l’autorevolezza per intervenire nelle situazioni dove lo sviluppo e le possibilità di partecipazione effettiva sono ora bloccati, esercitando una funzione decisiva di riparazione, promozione e indirizzo nazionale. Piuttosto, partiti e Stato tendono ad agire nei territori spesso semplicemente per conservare gli assetti dati, vuoi con decisioni autoritarie, disattente alle specificità delle persone e dei contesti, vuoi con complice lassismo» (pp. 14-15).
Per rompere il legame perverso fra partiti e Stato, e per scongiurare la prosecuzione della pratica di ‘cattivo governo’, Barca non si limitava a evocare una riforma dei partiti, ma riprendeva l’idea di uno «sperimentalismo democratico», proposta da Charles Sabel. In sostanza, si trattava di evitare le due distorsioni speculari della visione ‘socialdemocratica’, che riconosce le competenze per realizzare le politiche di riforma solo al personale tecnico dell’amministrazione pubblica, e del ‘minimalismo’ liberista, che ritiene invece che le competenze siano detenute esclusivamente dai grandi soggetti privati. Al contrario, per Barca «la conoscenza necessaria per assumere decisioni pubbliche che siano davvero di interesse generale non è concentrata nelle mani di pochi», ma «è dispersa fra una moltitudine di soggetti, privati e pubblici, ognuno dei quali possiede frammenti di ciò che è necessario sapere» (p. 20). Così, per prendere decisioni efficaci, la macchina pubblica «deve costruire un percorso, che, convincendo i molteplici detentori di conoscenza e esperienza a partecipare, promuova il confronto fra le loro parziali conoscenze, consenta innovazione, e lo traduca in decisioni assunte secondo le regole di responsabilità costituzionalmente previste» (p. 21). Ma, per raggiungere un simile obiettivo, il mutamento della macchina amministrativa dello Stato non è sufficiente. Ciò che serve sono proprio i partiti, capaci di articolare conoscenze ma anche di aggregarle in grandi visioni: «Per poter dare un buon governo al paese, ossia per migliorare la qualità, la giustizia e l’efficacia delle sue decisioni, servono, in conclusione, corpi sociali intermedi che non siano specializzati nella tutela di uno solo degli interessi o valori in gioco, che abbiano una visione, che permettano un confronto pubblico acceso e aperto, che consentano flussi di idee (nelle due direzioni) tra centro e periferia, che alla fine portino queste idee all’attenzione delle persone che il metodo democratico fa eleggere o nominare negli organi costituzionali. Insomma, servono i partiti. Al plurale, perché molteplici ed escludenti sono i convincimenti generali – soprattutto lungo un’asse sinistra-destra – di cui i partiti hanno bisogno per esercitare una carica simbolica che incentivi la partecipazione, per disporre di un linguaggio con cui realizzare il confronto, per avere un metro con cui dire i ‘si’ e i ‘no’ alle diverse ipotesi di azione pubblica» (p. 29).
Era da questa specifica prospettiva – top-down più che bottom-up, si potrebbe dire – che Barca giungeva a delineare il proprio Che fare?, ossia a descrivere la forma del «partito nuovo». Un partito di cui certo non era descritta in modo puntiglioso la struttura, ma che, in ogni caso, mostrava due carattere salienti. In primo luogo, il partito auspicato da Barca nella Memoria era infatti «un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio che, essendo animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi ha altrove il proprio lavoro e traendo da ciò la propria legittimazione e dagli iscritti parte rilevante del proprio finanziamento, torni, come nei partiti di massa del passato, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali dello Stato, ma anche ‘sfidante dello Stato stesso’ attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica» (p. 30). In secondo luogo, il partito che emergeva dal documento era un «partito palestra», capace di svolgere una funzione di «mobilitazione cognitiva», consistente prima di tutto nel «raccogliere, confrontare, selezionare, aggregare e talora produrre conoscenza sul ‘che fare’ dell’azione di governo attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole, nei luoghi del territorio, fra iscritti, simpatizzanti e ‘altri’ singoli o membri di associazioni, genuinamente indipendenti» e, inoltre, nel «trasferire questa conoscenza attraverso tutti i possibili strumenti della ‘voce’» (p. 32) agli amministratori locali e alla classe dirigente eletta agli incarichi di governo. Così, il partito evocato da Barca assumeva una conformazione piuttosto chiara, caratterizzata da quatto elementi: a) «Partito che mobilita, produce e pratica conoscenze sulle azioni pubbliche necessarie per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei cittadini»; b) «Partito del confronto pubblico informato, acceso e ragionevole»; c) Partito aperto, «sia a individui sia ad associazioni» (p. 37); d) «Partito separato dallo Stato», «sia in termini finanziari, sia in termini di relazione fra i funzionari del partito, locali, regionali e nazionali, da un lato, e le persone che il partito stesso concorre a fare eleggere o nominare negli organi di governo – locali, regionali e nazionali – o che vengono selezionate con criteri di merito (e non su proposta o pressione dei partiti) nell’amministrazione, nelle agenzie e autorità, negli enti di pubblica proprietà, dall’altro» (p. 38).
Apparso in un momento in cui il Partito Democratico, dopo la delusione delle elezioni di febbraio, pareva a un passo dalla dissoluzione, il manifesto di Barca sollecitò una serie di critiche e commenti, oltre che il sospetto di una sorta di ‘scalata’ dei vertici del partito da parte di un ‘ex-tecnico’. Ora quei sospetti sono ormai piuttosto lontani, e la partita per la successione di Epifani al vertice del Pd non sembra coinvolgere – se non indirettamente – Fabrizio Barca. Ciò nondimeno, la Memoria rimane ancora oggi un documento interessante per discutere del futuro della forma-partito evitando le più facili scorciatoie dell’anti-politica, o, meglio, di quella retorica ‘anti-partito’ di cui Salvatore Lupo ha descritto recentemente le mille declinazioni, oltre che l’inesauribile forza, lungo il corso di tutta la storia repubblicana (cfr. S. Lupo, Anti-partiti. Il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seconda e terza), Donzelli, Roma, 2013). Ed è anche per questo che è molto utile la lettura del volumetto Il triangolo rotto. Partiti, società e Stato, pubblicato proprio in questi giorni da Laterza (pp. 105, euro 10.00), in cui vengono riprodotte le relazioni tenute da Piero Ignazi e dallo stesso Barca nel corso di un seminario organizzato dall’editore nel maggio scorso, insieme agli interventi dei partecipanti al fitto dibattito (Nando Pagnoncelli, Walter Tocci, Laura Pennacchi, Carlo Borgomeo, Concita De Gregorio, Luca Telese, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Goffredo Bettini, Salvatore Biasco, Marco d’Eramo, Piero Bevilacqua, Andrea Ranieri, Claudia Mancina, Erica Jozsef).
Non è certo fortuito che a introdurre la discussione sia Ignazi. In effetti, gran parte del ragionamento sviluppato da Barca nella memoria procedeva dall’immagine dei partiti «Stato-centrici», un’immagine proposta proprio da Ignazi nel suo recente Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza, Roma - Bari, 2013), un saggio in cui i partiti vengono descritti impietosamente come «creature gigantesche che si muovono impacciate e ingorde come dei Leviatani sgraziati». Nel saggio che introduce Il triangolo rotto, Ignazi torna naturalmente proprio su quella immagine, ma tiene anche a chiarire come il deterioramento del lato del triangolo che unisce i partiti alla società non caratterizzi esclusivamente l’Italia. In linea generale, scrive comunque Ignazi, le ragioni del deterioramento possono essere ricondotte a una principale: «la discrasia tra l’idea, l’immagine ricevuta che ancora alligna nell’immaginario collettivo di ciò che ‘deve’ essere un partito, e le trasformazioni socioeconomiche e culturali della società negli ultimi decenni» (p. 3). In altre parole, a dare sostanza effettiva alla crisi del rapporto fra società e partiti è il tramonto del partito di massa novecentesco, un partito che per molti versi – a dispetto della sua crisi – continua a costituire una sorta di «mito fondatore». «Le difficoltà per la tenuta di quel tipo di partito», scrive Ignazi, «sono sorte quando alla società industriale è subentrata la società dei servizi, della comunicazione e dei consumi in cui non c’erano più divisioni di classe o di appartenenza confessionale rigide e ben definite, dove gli elettorati erano tendenzialmente più mobili e le appartenenze plurime e cangianti», «un mondo completamente diverso rispetto a quello che aveva dato origine ai partiti di massa» (p. 5). Dinanzi all’irrompere del nuovo mondo post-industriale, i partiti hanno cercato strade differenti: per un verso, hanno imboccato il sentiero della Basisdemokratie, ossia di una struttura in cui il peso della leadership è bilanciato dal ruolo della base di iscritti e militanti; per un altro, molti dei partiti tradizionali hanno invece scelto una strada differente e hanno così rinforzato il loro legame con lo Stato, ritrovando cioè nello Stato (mediante il finanziamento pubblico, il patronage e le rendite connesse all’occupazione delle istituzioni) quelle risorse che non erano più in grado di estrarre dalla società. Ed è proprio questa la via che conduce i partiti a diventare «Stato-centrici» e a rafforzare i vertici rispetto alla base: «Dato questo rapporto simbiotico, quasi saprofitico, con lo Stato, e l’espletamento ormai di una sola funzione, quella elettorale, il partito radicato nel territorio, stile vecchio partito di massa, serve a poco: è molto più funzionale una struttura centralizzata che sovrintenda e provveda, dal centro, a tutte le necessità» (p. 9). Ma, se si rafforza fino all’esasperazione il rapporto con lo Stato, il legame dei partiti con la società diventa tanto sottile da risultare quasi evanescente: «I partiti, e in particolare gli iscritti ai partiti, sono stati giustamente definiti gli ambasciatori della società. Essi dovrebbero rappresentare l’anello di congiunzione con la cittadinanza, quello che mette in collegamento i cittadini con i decisori. Ebbene, questo rapporto si è deteriorato, è andato sfilacciandosi nel tempo, e in molti casi è proprio saltato. Il problema attuale dei partiti – e possiamo dire anche dei partiti del nostro Paese – è la loro autoreferenzialità, l’incapacità e la difficoltà di rispondere a quanto viene richiesto dalla società» (p. 10). Per garantire che la relazione con la società torni a irrobustirsi, è necessario che i partiti ricomincino a essere «rispondenti al loro interno e all’esterno», e cioè che siano «aperti e democratici» (p. 10). Ma, nonostante ogni sforzo di democratizzarsi e di dare più spazio agli iscritti e ai simpatizzanti (come nel caso delle primarie), è evidente come l’immagine dei partiti rimanga piuttosto logora: «Lo stigma di organizzazioni chiuse e lontane rimane. Per il semplice fatto che, nonostante tali aperture, i partiti hanno perso appeal: non incarnano più quegli antichi ideali di passione e dedizione, di impegno e convinzioni. Hanno perso quell’alone eroico di difensori disinteressati delle volontà collettive, evidenziando invece il diffondersi di piccoli interessi materiali e personali. Si dimostrano tuttora incapaci di suscitare adesioni entusiastiche e disinteressate nel processo di raccolta e aggregazione delle domande; e altrettanto carenti nel connettere tali domande con le decisioni dei governanti. Il lato società-Stato non è più efficientemente collegato dai partiti. Perché i partiti hanno ‘mollato’ la società per rifugiarsi nello Stato» (p. 11).
Nel proprio intervento, Barca non può che partire proprio da questo punto, ma – articolando il medesimo discorso già sviluppato nella Memoria – non procede tanto dalla crisi interna dei partiti, quanto dalla crisi dei due modelli di governo della cosa pubblica che hanno dominato la scena negli settant’anni, ossia il modello ‘socialdemocratico’ e il modello ‘minimalista’. In sostanza, il presupposto di tutta l’analisi è la convinzione che per un ‘buon governo’ sia oggi necessario attingere al patrimonio di conoscenze che sono diffuse nella società, e che non possono essere in alcun modo monopolizzate né dai soggetti pubblici, né da quelli privati. I partiti sono dunque considerati da Barca come i canali in grado di svolgere un nuovo ruolo, che non è tanto quello di trasmettere le domande dalla società verso lo Stato, quanto quello di mettere a disposizione dell’intervento pubblico quelle competenze e quelle informazioni di cui lo Stato non dispone e che pure sono indispensabili per produrre buone politiche. E proprio una prospettiva di questo tipo potrebbe indurre i militanti e i dirigenti di un partito specifico – il Partito Democratico – a cambiare direzione, sostenuti magari anche da ex-disillusi o da associazioni che non hanno rinunciato definitivamente a incidere sulla cosa pubblica.
Per quanto sia ricca di suggestioni, è abbastanza chiaro che – per la stessa prospettiva top-down da cui viene concepita – la riflessione di Barca tralascia di considerare un problema non da poco. In effetti, ci sono vari modi di guardare il triangolo Partiti-Stato-società, quantomeno perché non è chiaro se si tratti di un triangolo equilatero o isoscele, né – per rimanere nella metafora geometrica – quale sia la base del triangolo. Per molti versi Barca sembra infatti considerare lo Stato e la sua azione come il vertice da cui partire, mentre il partito diventa uno strumento per ‘afferrare’ qualcosa che si trova disperso nella società e che diventa cruciale per governare. Ma, se si può concordare con questa idea, e se cioè si può riconoscere che il «partito nuovo» immaginato da Barca potrebbe avere degli esiti positivi sull’azione di governo, rimane comunque da capire per quale motivo i singoli individui dovrebbero aderire e sostenere un simile partito. Ed è invece proprio questo il punto che Barca tende, se non a sottovalutare, quantomeno a dare per scontato, perché pare che si tratti soltanto di dare nuove motivazioni a iscritti e dirigenti, e cioè a qualcosa che esiste già e non a qualcosa che deve essere sostanzialmente ricostruito.
Non è dunque sorprendente che Ignazi sottolinei l’importanza degli incentivi alla partecipazione. Perché gli incentivi non possono certo essere rappresentati – per lo meno esclusivamente – dalla convinzione di fare qualcosa di ‘utile’ per il Paese. Fra gli incentivi a partecipare con una certa continuità alla vita di un partiti ci possono essere infatti tante componenti, anche utilitaristiche, ma in ogni caso non può essere sottovalutato il peso di quelle simboliche, tra cui naturalmente anche quelle legate alla personalizzazione. E se Ignazi sottolinea per questo la necessità di una leadership simbolicamente efficace, non dimentica neppure il ruolo dell’identità e del sentimento di appartenenza, soprattutto per gli elettori di sinistra: «Questo sentimento di appartenenza, pur logorato, consente ancora di attivare momenti di socialità, di tempo trascorso insieme, estranei al ‘lavoro politico’. Agire su questa sfera è fondamentale. Si tratta di riattivare e modernizzare l’intuizione novecentesca delle case del popolo: luoghi di incontro che si possono sovrapporre ai circoli – o trasformando questi ultimi – ma che esaltano la dimensione del leisure, del tempo libero. La vecchia distinzione tra la sezione, luogo serio di lavoro politico, e la casa del popolo o il circolo ricreativo, luogo frivolo e ‘irrilevante’, non ha più senso. La partecipazione dell’organizzazione di attività di leisure, tra l’altro, fornisce un ulteriore cemento identitario (come hanno fatto per decenni le feste dell’Unità)» (p. 20).
È d’altronde proprio su questo lato del triangolo che si concentrano alcune delle osservazioni, più o meno critiche, indirizzate alla proposta di Barca, come per esempio il ragionamento di Marco d’Eramo sulla necessità di una narrazione. Ma fra i molti interventi è forse quello di Walter Tocci a porre la questioni in termini più radicali, e forse per questo efficaci. L’idea della «mobilitazione cognitiva» proposta da Barca, osserva Tocci, è senza dubbio suggestiva, ma rientra nell’ambito delle «repubbliche immaginarie», e tende cioè a collocarsi su un terreno molto lontano dalla machiavelliana «realtà effettuale». In questo senso, Tocci allude esplicitamente alla disgregazione della cultura della sinistra italiana, diventata una «sinistra senza popolo»: «Come militante» – scrive Tocci – «sono cresciuto nella periferia romana e da giovane facevo un esercizio mentale per mettermi di buon umore. La sera partivo dalla sede del Partito e andavo sempre in borgata. Lungo la strada, al succedersi dei palazzi collegavo la crescita dei voti a sinistra. Adesso per avere la stessa piacevole sensazione devo fare un’inversione di marcia dalla periferia verso il centro. Da trent’anni perdiamo i voti popolari e conquistiamo consensi tra i ceti agiati. Oggi Parioli è un quartiere rosso di Roma» (p. 51). Ma questa sorta di malinconico viaggio nella memoria è soprattutto la premessa per una riabilitazione del bistrattato concetto di populismo. Seguendo (implicitamente) la proposta del filosofo argentino Ernesto Laclau, Tocci ritiene infatti che il ‘populismo’ non sia un modo per solleticare le masse e carpirne il consenso, ma un modo di ‘produrre’ il popolo in cui si nasconde il nucleo stesso del ‘politico’. Come sostiene in questo senso Tocci: «Il popolo non esiste in natura. Non è un aggregato sociale e tanto meno una classe. È prima di tutto una costruzione politica. Nasce un popolo quando il politico decide una linea di frattura sulla quale attesta la ricomposizione dell’eterogeneità sociale» (p. 52). 
Nell’ottica di Tocci, la riabilitazione concettuale del populismo costituisce la premessa per riconoscere il fallimento della sinistra italiana (e in particolare del Partito Democratico) dinanzi al compito della «costruzione politica» di un popolo. Più in generale, quelle stesse intuizioni possono essere estese anche allo stesso triangolo Stato-partiti-società. Forse dovremmo infatti chiederci se non sia già fuorviante intendere quella relazione come un triangolo, i cui vertici risultano più o meno saldamente legati gli uni agli altri. Perché dovremmo chiederci se sia davvero corretto considerare la ‘società’ come una realtà distinta dallo Stato e dai partiti. Non solo perché, nel corso del XX secolo, i partiti si sono insediati capillarmente nella società o perché lo Stato sociale ha invaso la società, ridefinendone i tratti e forse persino riducendone l’autonomia. Il punto è piuttosto che dovremmo iniziare a concepire la società, i suoi bisogni e i suoi ‘interessi’ come un prodotto politico, e cioè come il risultato di una determinata ‘rappresentazione’ della società e delle sue diverse componenti. Ciò è piuttosto evidente in quelle visioni del pensiero liberale che raffigurano l’individuo come un consumatore che agisce spinto in modo esclusivo dal proprio interesse economico, mentre tutti gli altri soggetti collettivo non sono altro che alterazioni di questa dinamica ‘naturale’. Ma questo è evidente che anche in quelle visioni che ritrovano nella società il corpo sano della nazione, da preservare e rafforzare, o la realtà della classe operaia, con i suoi interessi e la sua storica missione di emancipazione. 
Naturalmente non sono solo i partiti a produrre le rappresentazioni della società. Ma forse possiamo riconoscere che i partiti del XX secolo – proprio i vecchi partiti di massa che sono ormai tramontati – hanno avuto la capacità di assolvere, insieme alle altre, la funzione della «costruzione politica» di un popolo, di rappresentazione della società e di definizione delle fratture politiche. Se è evidente che oggi quella funzione non viene più svolta dai partiti contemporanei, non è detto che il modo migliore per pensare al partito ‘oltre il Novecento’ – e oltre la realtà dei «partiti Stato-centrici» – non passi proprio da questa strada. E dunque non è affatto escluso che la vera funzione dei partiti debba essere ricercata non nella (perduta) ‘mediazione’ fra Stato e società, ma proprio nella ‘costruzione’ politica del popolo e della società.

Damiano Palano

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