lunedì 15 luglio 2013

Una democrazia oltre i partiti? Un articolo su "Cronache e Opinioni"




di Damiano Palano

Questo testo è apparso nel numero 5/2013 di "Cronache e Opinioni" .

Nel pensiero occidentale l’idea di partito è circondata da una fama sinistra. Le ‘fazioni’, le ‘parti’, le ‘partialitates’ vengono quasi invariabilmente percepite come una minaccia per la concordia della comunità e come un fattore di potenziale disgregazione dell’ordine politica. E le cose non cambiano in modo rilevante neppure con l’affermazione del sistema parlamentare. Nel contesto britannico, i partiti incominciano a conquistare  una faticosa di legittimazione già alla fine del Settecento, quando Edmund Burke li definisce come ‘connessioni onorevoli’, in qualche modo indispensabili per il funzionamento delle assemblee parlamentari. Ma ancora per gran parte dell’Ottocento sono ancora generalmente intesi soltanto come consorterie che antepongono il loro interesse alle esigenze dello Stato. Un mutamento sostanziale interviene solo a cavallo tra Otto e Novecento, quando emerge il nuovo “partito di massa”. A differenza delle vecchie formazioni parlamentari, i nuovi partiti sono caratterizzati da una robusta organizzazione capillarmente diffusa sul territorio, da apparati di mobilitazione e propaganda, da associazioni collaterali, oltre che da una marcata impronta ideologica o subculturale. Tutti i grandi partiti del Novecento si trovano così ad adottare una struttura contrassegnata dalle sezioni, dal ruolo attivo dei militanti, da un ceto di “politici di professione” e da una burocrazia (più o meno estesa) di funzionari di partito. Segnando (anche dolorosamente) la storia del XX secolo, la comparsa dei partiti di massa modifica il modo di fare politica. Soprattutto nell’Europa occidentale, la presenza di grandi organizzazioni, profondamente radicate nel tessuto sociale, trasforma infatti il confitto politico in una sorta di lenta ‘guerra di posizione’, sempre sul punto di degenerare in scontro aperto. In molti casi, l’irruzione delle masse sulla scena politica ha conseguenze drammatiche per le istituzioni rappresentative. Ma, anche per questo, a partire dalla crisi degli anni Venti e Trenta la democrazia può essere concepita solo come una democrazia fondata sui partiti, i quali – offrendo un fondamentale collegamento fra la società e le istituzioni statali – consentono di trovare un ‘compromesso’ all’interno dell’arena parlamentare. 
Se la ‘democrazia dei partiti’ vive la stagione di massimo fulgore negli anni Cinquanta e Sessanta, dal decennio seguente la situazione inizia però a modificarsi sensibilmente. Il ruolo di collegamento fra società e istituzioni che i partiti hanno faticosamente conquistato viene infatti insidiato da due processi convergenti. Da un lato, tutti i paesi europei – anche se con ritmi diversi – sono coinvolti da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti, puntualmente confermata dai sondaggi d’opinione, dal calo degli iscritti, dall’indebolimento dei sentimenti di appartenenza. Dall’altro, i partiti cominciano a cambiare la loro struttura organizzativa in vista delle esigenze poste dalla mediatizzazione. A partire dagli anni Settanta e Ottanta assumono così i contorni di partiti “professionali-elettorali”: organizzazioni il cui obiettivo principale è conquistare cariche pubbliche e che utilizzano professionisti specializzati nella comunicazione e nella rilevazione delle opinioni. Nel contesto di una competizione prevalentemente spettacolarizzata, il flusso comunicativo fra cittadini e partiti passa d’altronde attraverso i media (e in special modo dalla televisione). Il vertice dei partiti tende allora a diventare sempre più importante, mentre la base dei militanti diventa sempre meno rilevante, perché il successo dipende quasi esclusivamente dalla ‘visibilità’ del leader e dall’efficacia della sua comunicazione. E così crescono anche le esigenze economiche, soddisfatte soprattutto dal finanziamento pubblico, oltre che da sostegni illeciti. 
Nel 1942 il politologo americano Eric Elmer Schattschneider scrisse che la democrazia poteva essere concepita solo come una democrazia di partiti. Se questa affermazione continua a essere valida, la trasformazione contemporanea dei partiti e la profonda crisi di legittimazione che li investe non possono però non destare più di qualche allarme. Le democrazie occidentali stanno infatti attraversando una crisi profonda, che certo non dipende (soltanto) dai partiti, ma in cui essi risultano pienamente coinvolti. Anche per questo non è più sufficiente guardare nostalgicamente ai partiti di massa del Novecento, o pensare che i partiti possano ancora ‘monopolizzare’ la rappresentanza del pluralismo in una società articolata e frammentata come quella odierna. Il ripensamento della forma-partito non può dunque evitare di confrontarsi con le nuove modalità di organizzazione, con l’esigenza di una partecipazione più diretta, con la realtà di una società abissalmente differente da quella del ‘secolo breve’. Al tempo stesso, la ridefinizione della forma-partito non può però mancare di riconoscere che i partiti del Novecento non sono stati soltanto ‘strumenti’ per conquistare il potere, ma anche ‘educatori’, costruttori di visioni e miti politici. Ed è invece proprio su questo versante che i partiti di appaiono in larga parte disarmati, incapaci di rispondere davvero a una crisi che è soprattutto – se non esclusivamente – una crisi di fiducia nel futuro.

Damiano Palano



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