giovedì 18 aprile 2013

Ritorno a Metropolis? "Il trionfo della città" di Ed Glaeser



di Damiano Palano

Questa recensione del volume di Ed Glaeser, Il Trionfo della città. Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi e felici, è uscita su "Avvenire" di sabato 7 aprile 2013.

Nel corso del Novecento il futuro della città è stato immaginato in modi molto diversi. Negli anni Venti Fritz Lang rappresentò Metropolis come una sorta di New York fantascientifica. Una città ‘verticale’, in cui mastodontici grattacieli svettavano verso l’alto, e in cui le strade risultavano perennemente oscurate dall’ombra dei palazzi. Qualche decennio dopo il fascino delle ‘città verticali’ iniziò però a offuscarsi. Negli anni Cinquanta e Sessanta buona parte dei ceti più abbienti se ne andò dal centro intasato e sovraffollato delle grandi metropoli americane per rifugiarsi nei sobborghi residenziali. E il simbolo della città del futuro divenne Los Angeles: uno sterminato agglomerato urbano distribuito su una superficie immensa e contrassegnato da una bassissima densità abitativa. Proprio in quel periodo, la grande urbanista americana Jane Jacobs scrisse il suo famoso Vita e morte delle grande città (Einaudi). Un libro che celebrava la città come straordinario laboratorio di creatività. Ma che, al tempo stesso, condannava la ‘città verticale’, perché – ai suoi occhi – i grattacieli erano destinati a produrre degrado, criminalità e povertà. Nel suo Il Trionfo della città. Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi e felici (Bompiani, pp. 587, euro 23.00), Edward Glaeser riprende ora molte delle intuizioni di Jacobs. Ma ne contesta proprio la tesi principale. E si impegna così in una difesa a spada tratta della ‘città verticale’ prefigurata da Metropolis.
Innanzitutto il libro di Glaeser, economista all’Università di Harvard, celebra la città come una formidabile officina di innovazione, di produttività, di competizione intellettuale. La prossimità fisica, l’elevata densità e la vicinanza tra le persone sono infatti elementi che da sempre consentono alle idee di circolare rapidamente. E, naturalmente, i grandi centri urbani rappresentano un polo di attrazione per tutti coloro che – dalle più lontane periferie – vanno in cerca di successo, o anche solo di un lavoro migliore. Se tutto questo era vero per la Firenze di Brunelleschi, non è meno vero oggi per Bangalore e Mumbay. E, soprattutto, secondo Glaeser, non risulta sostanzialmente modificato neppure dalle nuove tecnologie. Perché le interazioni “faccia a faccia” continueranno a giocare un ruolo fondamentale.
Se la città è destinata a rimanere centrale dal punto di vista economico e culturale, ciò non significa però che non sarà investita nel prossimo futuro da una sfida epocale, su cui Glaeser non manca di attirare l’attenzione. Una sfida che riguarda lo stile di vita centrato sull’automobile, e che dunque è destinata a coinvolgere anche il modo di concepire le nostre città. La convinzione ‘ecologista’ di costruire quartieri suburbani verdi, vivibili e con bassa densità di abitanti, secondo Glaeser, ha prodotto infatti conseguenze assai poco rispettose degli equilibri ambientali. La fuga verso i sobborghi e la struttura urbanistica di Los Angeles (o della celebre Silicon Valley) si basano d’altronde sul presupposto che l’automobile sia una componente insostituibile nella vita di ogni famiglia e di ogni individuo. E, dunque, che non sia possibile muoversi – per andare a scuola, in ufficio, o al cinema – altro che in automobile. Ma proprio per questo si tratta di un modello ben poco sostenibile dal punto di vista ambientale. Se grandi giganti economici in ascesa come Cina e India dovessero sposare l’idea di uno sviluppo urbano basato sul sobborgo residenziale, le conseguenze, prevede Glaeser, sarebbero disastrose. E la soluzione, per l’economista, consiste allora in una sorta di ritorno a Metropolis. E cioè nello sviluppo ‘verticale’ delle città. 
Naturalmente, si tratta di una proposta destinata a incontrare molte obiezioni, e ben più di qualche perplessità, soprattutto nella ‘vecchia Europa’. Perché è evidente che il fascino delle nostre città risiede nella capacità di conservare le radici storiche. E perché l’invito di Glaeser può suonare anche come una sorta di ambigua legittimazione di una speculazione senza scrupoli. Ciò nonostante, sia pur con tutte le cautele del caso, si tratta di uno scenario che non può essere accantonato senza qualche riflessione. 

Damiano Palano

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