giovedì 2 agosto 2012

Il sovrano senza qualità. Un libro di Alessio Musio sull'etica fra Hans Kelsen e Carl Schmitt

di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Alessio Musio "Etica della sovranità. Questioni antropologiche in Kelsen e Schmitt" (Vita e Pensiero 2012) è apparsa, con alcune lievi modifiche, su "Avvenire" del 14 luglio 2012.

Collocate su versanti diametralmente opposti sotto il profilo teorico e politico, le figure di Hans Kelsen e Carl Schmitt rappresentano due pilastri fondamentali – forse i più importanti – della cultura giuridica del Novecento. Attraversando buona parte del secolo e gli orrori della ‘guerra civile mondiale’, entrambi si trovano infatti alle prese con gli enormi problemi dell’epoca della ‘mobilitazione totale’, dinanzi alla quale l’eredità della dottrina dello Stato ottocentesca appare andare in frantumi. Insieme alla realtà dello Stato, vanno infatti in crisi le stesse immagini dottrinarie dello Stato e della sovranità. E le proposte teoriche di Kelsen e Schmitt offrono due soluzioni opposte a questo stesso insieme di questioni. Per un verso, Kelsen procede all’edificazione di una teoria ‘pura’ del diritto, una teoria da cui è espunto ogni elemento non giuridico. Per l’altro, Schmitt sostiene invece che ogni ordinamento può reggersi solo su una base politica, su un ‘sovrano’ che abbia la capacità di fissare il confine fra l’amicus e l’hostis, e dunque di decidere sullo stato di eccezione.
La letteratura sul pensiero dei due giuristi è praticamente sterminata, ma il recente saggio di Alessio Musio, Etica della sovranità. Questioni antropologiche in Kelsen e Schmitt (Vita e Pensiero, pp. 245, euro 19.00), ha l’indubbio merito di rileggerne i contributi da una prospettiva originale. La questione della ‘sovranità’ – attorno alla quale ruotano, in modo differente, entrambe le proposte – è infatti indagata nei suoi presupposti antropologici. E, in particolare, viene riesaminata a partire dalle pagine di quel grande capolavoro della letteratura novecentesca che è L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Come mostra Musio, entrambi i giuristi conobbero personalmente il romanziere e si interrogarono sulla sua riflessione. Nel periodo viennese, Kelsen ebbe con Musil una frequentazione non episodica. E a Schmitt – che invece incontrò solo una volta lo scrittore – Musil concesse addirittura l’onore di leggere ancora in bozze alcune parti dell’Uomo senza qualità. D’altronde, la problematica della ‘dissoluzione della soggettività’, che il romanzo di Musil (profondamente influenzato dal pensiero di Ernst Mach) fissa in modo paradigmatico, può essere davvero considerata – come sostiene Musio – il punto di partenza delle speculari riflessioni di Kelsen e Schmitt. Il nodo della sovranità non riguarda cioè solo la dimensione dello Stato e il suo potere, ma, più in profondità, la dimensione individuale. In fondo, anche Kelsen e Schmitt riconoscono infatti che l’essere umano, più che «un uomo senza qualità», appare ormai – con le parole di Musil – come un insieme di «qualità senza uomo». La tragedia della sovranità, con cui si trovano alle prese i due giuristi, non scaturisce dunque solo dalle trasformazioni politiche del XX secolo: si tratta anche di una tragedia antropologica, che nasce dalla scoperta dell’incompatibilità della condizione umana con le categorie di una radicale indipendenza. L’idea di una piena sovranità individuale può reggersi infatti solo sul presupposto di una concezione solipsista, ma un simile solipsismo gnoseologico è destinato a rivelarsi del tutto illusorio dinanzi al dato della relazionalità umana, di fronte all’imprevedibilità delle conseguenze delle nostre azioni. A questa scoperta, Kelsen e Schmitt rispondono in modo radicalmente diverso. Il primo espelle la stessa questione della sovranità dalla teoria pura del diritto, mentre il secondo ritrova nella decisione l’elemento distintivo del potere sovrano. In un quadro simile, al di là dei meriti specifici delle due proposte, tende però a dissolversi qualsiasi spazio per l’etica. Ed è invece in questa direzione che guarda Musio.



Una soluzione diventa possibile solo oltrepassando i diversi punti di approdo cui giungono Kelsen e Schmitt. O meglio, diventa possibile solo considerando la «morte del soggetto» come la morte della mitologia cartesiana del soggetto. In altre parole, nel ragionamento di Musio, l’etica non può essere in sé sovrana perché il soggetto non è mai interamente padrone delle proprie azioni (e delle loro conseguenze). Al tempo stesso, è però indispensabile riconoscere che la vita morale presuppone una forma di sovranità: una sovranità che non si esaurisce nella decisione, ma che consiste piuttosto nella libertà delle scelte compiute da ognuno di noi nella progettazione della propria esistenza. Per questo, la sovranità diventa per Musio qualcosa di simile all’«estate invincibile» che Camus scopre dentro ognuno di noi. Un’estate che l’«uomo senza qualità» non può mai possedere come un oggetto. Ma che non può cessare di cercare, come condizione di una vita morale.

Damiano Palano

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