domenica 8 luglio 2012

Democrazia e governabilità. Un futuro incerto



Da alcune settimane è stato pubblicato il volume degli atti del Convegno "Democrazie a confronto", svoltosi nel settembre 2011 a Recoaro Terme. Nel volume appare anche un saggio di Damiano Palano, dedicato al tema Democrazia e governabilità. 


Democrazia e governabilità
di Damiano Palano


Abstract
Alla metà del V secolo a.C., un anonimo critico della costituzione democratica scriveva, a proposito dei governanti ateniesi: «la causa per cui essi non sono in grado di soddisfare tutti è l’enorme massa di affari da sbrigare». In effetti, la tendenza alla ingovernabilità è inscritta nel codice genetico della democrazia ed emerge piuttosto chiaramente anche nei sistemi rappresentativi-elettivi contemporanei. A differenza degli altri regimi politici, la democrazia non si limita a coltivare la fiducia nelle proprie istituzioni, a celebrare lo status quo e a controllare o reprimere i motivi di dissenso. Al contrario, la democrazia, in virtù della sua dinamica competitiva, alimenta le aspettative dei cittadini e promette benefici che non sempre riesce effettivamente a garantire, e, in questo modo, esaspera anche i motivi di dissenso, generando spesso disillusione e scontento. In altri termini, se da un lato la democrazia si mostra molto più flessibile rispetto ad altri regimi, perché riesce a registrare piuttosto fedelmente i mutamenti nelle richieste e nelle aspettative sociali, dall’altro proprio questa flessibilità espone sempre a un rischio di fragilità, perché le pressioni sociali possono sommergere le istituzioni.
Dal punto di vista politologico, la questione della capacità della democrazia di governare può essere ricondotta al rapporto fra società e istituzioni, ossia all’instabile equilibrio fra ciò che il sistema politico riceve dalla società (in termini di fedeltà, richieste, risorse) e ciò che il sistema politico distribuisce alla società. In termini sintetici, ogni sistema politico si regge sul consenso (latente o manifesto) dei cittadini, riceve domande dalla società e dagli individui, estrae risorse dall’ambiente in cui è inserito e formula politiche per rispondere alle sollecitazioni.
Il tema dell’ingovernabilità» entrò nel dibattito teorico e politico nel corso degli anni Settanta, quando elevati livelli di partecipazione e di conflitto sociale si combinarono con un significativo rallentamento della crescita economica. In quella fase, le democrazie vennero a trovarsi in una condizione di ‘sovraccarico’, ossia di squilibrio fra le domande provenienti dalla società e le risorse a disposizione dei governi per rispondere a queste attese. Nel corso della discussione, vennero allora formulate differenti interpretazioni: alcune si concentravano sui fattori ‘strutturali’, ossia sulla ‘crisi fiscale’ dello Stato e sulle difficoltà della crescita economica; altre puntarono invece l’attenzione sugli elementi più specificamente ‘politici’, tra cui l’eccesso di partecipazione, l’elevata frammentazione dei partiti, l’assenza di autorità, la lentezza di decisione e azione degli esecutivi, imbrigliati dalle regole parlamentari.
A vari decenni di distanza, si può oggi riconoscere come entrambe quelle letture cogliessero nodi importanti, e come, d’altronde, la soluzione di quella crisi di ‘sovraccarico’ e di ‘ingovernabilità’ sia passata da una ridefinizione complessiva tanto delle componenti ‘strutturali’ delle economie occidentali, quanto delle componenti ‘politiche’. Mentre le economie occidentali si internazionalizzavano e si globalizzavano, i sistemi politici democratici erano attraversati da trasformazioni profonde, tra cui il declino e la ‘metamorfosi’ dei partiti politici, la centralità dei media come strumento di comunicazione politica, la ‘presidenzializzazione’ anche dei sistemi parlamentari, la graduale disgregazione delle stesse basi degli assetti (più o meno istituzionalizzati) della rappresentanza degli interessi, la creazione di autorità indipendenti, il trasferimento di poteri verso autorità sovranazionali. Anche grazie a queste modificazioni, la crisi di ‘sovraccarico’ degli anni Settanta è stata superata e le società occidentali hanno conosciuto una nuova stagione di crescita economica (seppur a ritmi ridotti rispetto al passato) e una nuova prosperità. Ma la crisi globale apertasi nel 2008, e ancora oggi lontana da qualsiasi scenario di risoluzione, viene a mostrare come i rischi di ‘ingovernabilità’ non siano affatto tramontati. Da un lato, le democrazie occidentali appaiono incapaci di estrarre risorse da attori economici e flussi finanziari sempre più sfuggenti e sempre più rilevanti nell’influire sulle grandi dinamiche mondiali. Dall’altro, si trovano sempre meno in grado di istituire solide intermediazioni con gli attori di una società fluida e magmatica, in cui la partecipazione non è più (almeno in modo prevalente) strutturata e incanalata da strutture organizzative radicate. E proprio per questo, i margini di rischio e di ingovernabilità cui sono esposte le nostre democrazie sembrano addirittura destinati ad accrescersi nei prossimi anni.

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