lunedì 19 settembre 2011

Gianfranco Miglio. Una nuova classicità

di Damiano Palano


In occasione dei dieci anni trascorsi dalla scomparsa di Gianfranco Miglio, avvenuta il 10 agosto 2001, viene qui riproposto un breve profilo dello studioso comasco apparso, con il titolo "Gianfranco Miglio. Un nuovo classico", sulla rivista «Formiche», III (2006), n. 11, pp. 17-19.



«Dai tempi di Machiavelli – anzi: da quelli di Tucidide», ha scritto una volta Gianfranco Miglio, «è sempre toccato a coloro che scrutano per mestiere la natura della politica – anche ai più umili e modesti artigiani di questa professione – il duro privilegio di chiamare le cose con il loro nome e di aiutare gli uomini a non confondere la realtà effettuale con i proprî sogni». E, in effetti, l’elemento che accomuna i tanti sentieri di un itinerario complesso, e non privo di diversioni, come quello di Miglio, sta, per molti versi, proprio nel costante, rigoroso e spesso spietato esercizio di questo privilegio. Un «duro privilegio» che contraddistinse un sessantennio di interrogativi, ipotesi e ricerche, e cui Miglio non rinunciò neppure nel breve periodo della sua militanza federalista.
Miglio aveva iniziato gli studi all’Università Cattolica nel 1936, iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza, preferita a Scienze politiche – secondo quanto scrisse molto più tardi – per il timore che il corso «fosse influenzato dalle esigenze del regime vigente». Qui il giovane studente aveva trovato nelle lezioni di Giorgio Balladore Pallieri, allora docente di Diritto internazionale, «un’attrattiva eccezionale», e proprio sotto la guida di Balladore, preparò la tesi di laurea, discussa nell’anno accademico 1939-1940. Nell’Ateneo milanese retto da Agostino Gemelli, Miglio si incontrò però anche con l’affascinante personalità intellettuale di Alessandro Passerin d’Entrèves, studioso cattolico di formazione liberale allora incaricato nella Facoltà di Scienze politiche, che esercitò su di lui «una influenza decisiva». Furono proprio le sollecitazioni di Passerin d’Entrèves a indirizzare Miglio, non soltanto verso il dibattito inglese intorno all’«obbligo politico», ma anche verso la scoperta di autori come Otto von Gierke, Lorenz von Stein, Ernst Troeltsch, Friedrich Meinecke, Max Weber e Carl Schmitt. Guardando soprattutto a quegli autori, e alla riflessione della sociologia ’classica’ tedesca dei primi decenni del Novecento, Miglio si trovò a imboccare il sentiero che lo avrebbe condotto alla scoperta delle «regolarità della politica», ossia delle tendenze costanti che caratterizzano il comportamento politico.
In particolare, a segnare in modo indelebile la ricerca intellettuale di Miglio, e a indirizzarne la traiettoria successiva, furono Weber e Schmitt, due studiosi che nell’Italia del Dopoguerra, erano pressoché totalmente ignorati, se non proprio del tutto sconosciuti: il primo a causa del sospetto con cui la scuola crociana guardava al metodo sociologico, il secondo per il suo coinvolgimento con il regime nazista. La classificazione weberiana dei differenti tipi di legittimazione del potere era infatti collocata da Miglio alla base sia dell’importante studio sulla monarchia greca arcaica (nella cui impostazione era peraltro evidente anche l’influenza dei dimenticati Arcana imperii di Pietro de Francisci), sia delle suggestive ipotesi sull’Unità di svolgimento dell’esperienza politica occidentale, formulate in una celebre prolusione del 1957. Ma una posizione certo altrettanto significativa andò a occupare la tesi schmittiana sul «concetto del politico», interpretata da Miglio come la «scoperta veramente copernicana» in grado di aprire una nuova strada allo studio scientifico dei fenomeni politici. Le schmittiane «categorie del politico» - che Miglio reintrodusse in Italia al principio degli anni Settanta, grazie a una silloge di scritti curata insieme all’allievo Pierangelo Schiera - andavano infatti a costituire un tassello di quell’ambizioso sistema teorico, il cui obiettivo primario consisteva nel ricostruire la struttura originaria dell’«obbligazione politica», considerata come un vincolo del tutto specifico e irriducibile a ogni altro tipo di relazione sociale.
Sulle orme dei grandi fondatori della tradizione europea di studi politici, Miglio legava il proprio ‘veteropositivismo’ a un disincantato (e talvolta provocatoriamente cinico) realismo da ‘entomologo’, che gli consentiva di guardare ai processi politici a lui contemporanei senza concedere alcun ossequio, neppure formale, alle ideologie o alle mode culturali del momento. Un realismo per alcuni aspetti ‘ottocentesco’, radicalmente e consapevolmente inattuale, che aveva perciò ben poco da spartire con il metodo della political science e che ricordava piuttosto la lezione di Hippolyte Taine, il quale, al principio delle sue celebri Origines de la France contemporaine, aveva potuto dichiarare di porsi rispetto al proprio oggetto di studio come «dinanzi alla metamorfosi d’un insetto». E proprio un simile sguardo – al tempo stesso distaccato e impietoso – era alla base delle tante formidabili diagnosi formulate da Miglio, fra gli anni Sessanta e Ottanta, sulle «trasformazioni» che andavano investendo il sistema politico ed economico italiano.
Questa impostazione metodologica non deve in ogni caso far dimenticare come la sua scienza politica si configurasse sostanzialmente – in piena coerenza con la lezione di Gaetano Mosca – come una disciplina storica. In questo senso, devono così essere ricordati i contributi offerti da Miglio allo sviluppo degli studi di storia dell’amministrazione – con la fondazione dell’Isap e della Fisa – e all’avvio, anche in Italia, degli studi sulla storia concettuale. Ma non possono essere neppure dimenticati i contributi offerti da Miglio nel campo della storia delle istituzioni e, soprattutto, i grandi progetti di riforma istituzionale, cui lo studioso comasco iniziò a lavorare già principio degli anni Ottanta, con la ricerca Verso una nuova Costituzione, condotta insieme al «Gruppo di Milano».
Miglio coltivò per anni il progetto di redigere delle Lezioni di politica pura in cui fossero condotte a sintesi le tante ipotesi che aveva formulato intorno a temi come la struttura dell’obbligazione politica, il ruolo della proiezione temporale in politica, il nodo della rendita politica. Le linee di fondo di quel progetto erano d’altronde già state tracciate da Miglio nei corsi tenuti alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica, di cui fu preside per un trentennio. Ma, probabilmente, non fu soltanto l’impegno politico a impedirgli di compiere il progetto. Nell’itinerario intellettuale di Miglio c’è infatti anche qualcosa che ricorda l’inesausta passione per la riflessione scientifica del Batlhazar Claës de La recherche de l’absolu. Una passione in effetti così forte da non arrestarsi neppure dinanzi ai risultati più convincenti e capace di tornare a mettere in discussione le proprie ipotesi di partenza proprio nel momento in cui sembrano maggiormente consolidate da anni di ricerche. Così, le sue intuizioni, consegnate talvolta a interventi occasionali e a scritti frammentari, si trovano ancora per gran parte riunite nei due volumi delle Regolarità della politica, oltre che nella straordinaria collana Arcana imperii.
Ci si può chiedere oggi in quali direzioni si sarebbe mossa la sua riflessione, quali ipotesi avrebbe articolato e quali diagnosi avrebbe formulato. Certo, Miglio non avrebbe rinunciato al «duro privilegio di chiamare le cose con il loro nome e di aiutare gli uomini a non confondere la realtà effettuale con i proprî sogni». Così, sarebbe probabilmente tornato a ribadire una delle sue ipotesi di fondo, invitando a scorgere negli apparenti fallimenti del processo di modernizzazione non tanto il segnale di un ‘ritardo’, quanto l’annuncio del nuovo ordine che ci attende. Ed è anche per questo che Gianfranco Miglio – come ha scritto Lorenzo Ornaghi - «entra nel novero non già degli ultimi classici della modernità, cantori nostalgici o inflessibili custodi di una teoria della politica che da tempo non esiste più, bensì in quello di coloro che, scrutandoli, forse già annunciano i segni di una nuova, diversa ‘classicità’».

Damiano Palano

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