mercoledì 9 gennaio 2019

La politica di Narciso. "La democrazia del narcisismo" di Giovanni Orsina



di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica (Marsilio, pp. 183, euro 17.00), è apparsa su "Avvenire"il 30 giugno 2018.


Più o meno quarant’anni fa, alla fine degli anni Settanta, Christopher Lasch intravide l’emergere nella società statunitense di una nuova «cultura del narcisismo». Dopo le grandi mobilitazioni degli anni Sessanta, gli americani avevano spostato i loro interessi su questioni personali. Smarrite le speranze riposte nelle palingenesi politiche, gli individui si erano convinti che ciò che veramente contava fosse una buona condizione psichica. E che perciò fosse cruciale nutrirsi con cibo genuino, prendere lezioni di ballo o fare jogging. Non si trattava però solo di quel ritorno al privato in cui Tom Wolfe aveva già riconosciuto i contorni nel Decennio dell’io. E neppure solo della decadenza dell’«uomo pubblico» che aveva messo in luce Richard Sennett. Per Lasch l’individualismo degli anni Settanta annunciava la nascita di un nuovo «uomo psicologico». Come per gli studiosi della Scuola di Francoforte, anche secondo Lasch la struttura sociale influiva infatti sulla personalità. Ma il pericolo non era più quello della «personalità autoritaria», prodotta da una struttura familiare patriarcale. Il rischio giungeva semmai da un individualismo esasperato e da una ricerca della felicità condotta fino al limite estremo di una preoccupazione narcisistica per il sé.

Anche Giovanni Orsina evoca la figura del narcisista per spiegare le trasformazioni che stanno investendo i sistemi politici occidentali. Nel suo La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica (Marsilio, pp. 183, euro 17.00) procede però molto più a ritroso di Lasch. Ritiene infatti che l’odierna ascesa dei populismi affondi le radici nelle stesse promesse della democrazia. Il senso di ‘tradimento’ che alimenta oggi la fortuna dell’antipolitica per lo storico è cioè innescato dal progetto democratico, che non è solo un insieme di istituzioni, ma anche un modello di società, che prospetta a ognuno la possibilità di raggiungere la felicità e di conquistare un pieno controllo sulla propria esistenza.  È una simile promessa-pretesa di autodeterminazione soggettiva che produce il narcisista. Come aveva sostenuto Tocqueville, l’egualitarismo non consente davvero il raggiungimento della felicità, ma rende gli individui costantemente insoddisfatti e irrequieti. Se negli Stati Uniti questa tendenza era però tenuta a freno da altri contrappesi, dopo la Prima guerra mondiale nel Vecchio continente la spinta egualitaria non ebbe più argini. E l’homo democraticus assunse allora i tratti dell’«uomo massa» descritto da José Ortega y Gasset e da Johan Huizinga. Orsina colloca inoltre un vero momento di svolta in corrispondenza del Sessantotto. Seguendo la vecchia lettura di Augusto Del Noce, il «suicidio della rivoluzione» è infatti interpretato come il preludio al «culto dell’io» e al trionfo del narcisista. Un trionfo che coincide con l’esasperazione dell’individualismo e che conduce anche al deperimento della politica, perché delegittima il potere, schiaccia ogni prospettiva sul presente, interpreta la realtà sulla base di considerazioni soggettive, favorisce la chiusura in comunità autoreferenziali.

L’interpretazione di Orsina ha sicuramente il merito di sottolineare l’importanza della dimensione antropologica nella trasformazione politica contemporanea. Non c’è dubbio infatti che la «crisi» che stiamo vivendo sia anche la conseguenza della ‘secolarizzazione politica’ e dell’insofferenza nutrita dal «cittadino critico» verso tutti i grandi progetti otto e novecenteschi. La «tarda democrazia» sperimenta cioè il paradosso evidenziato da Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui lo Stato liberale secolarizzato «vive di presupposti che non è in grado di garantire». Probabilmente, a innescare una simile tendenza, più che la «democrazia» in sé, come progetto di vita, è però quella specifica configurazione che le istituzioni democratiche hanno assunto nelle società occidentali negli ultimi settant’anni. Non c’è dubbio infatti che il modello liberaldemocratico occidentale abbia vinto la battaglia (anche ideologica) contro i suoi rivali, e una conferma è data dal fatto che oggi non concepiamo neppure la possibilità che esista una democrazia che non sia la democrazia liberale. Ma le fortune della liberaldemocrazia sono intrecciate alla crescita economica dell’Occidente, alla vittoria dei principi dell’economia di mercato, all’espansione di modelli di consumo e alla promozione di stili di vita individualisti. E proprio tali trasformazioni, altrettanto o persino più delle stesse promesse democratiche, hanno contribuito in misura notevole a dare linfa al nuovo narcisismo di massa.

Anche per questo meriterebbero forse di essere riprese le vecchie intuizioni di Lasch sulla «cultura del narcisismo». È infatti davvero possibile che il narcisismo di massa sia il tentativo di rispondere all’insicurezza generata dall’apparente libertà garantita da una società in cui la famiglia viene privata delle funzioni produttive (e talvolta riproduttive), in cui ogni competenza viene trasferita all’azienda e alla burocrazia, e in cui dunque l’individuo si trova in una condizione di completa dipendenza dallo Stato e dalle altre grandi organizzazioni. Il narcisista non può vivere allora senza un pubblico di ammiratori perché, perché, per tenere sotto controllo l’ansia dell’insicurezza, è alla costante ricerca di conferme alla propria autostima. Anche se, proprio come per Narciso, il mondo diventa solo lo specchio che riflette il suo «io grandioso».


Damiano Palano

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