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giovedì 31 gennaio 2013

Le promesse non mantenute dell'ingegneria elettorale. Il fallimento della Seconda Repubblica in un articolo su "Vita e Pensiero"

 
 di Damiano Palano
 
Questo articolo è apparso sul numero 6/2012 di "Vita e Pensiero". Il testo è disponibile - gratuitamente - anche sul sito della rivista "Vita e Pensiero".

A vent’anni dalla fine della Prima Repubblica e dall’avvio della“transizione”, risaltano tutti gli abbagli dei riformatori degli anni Novanta. La frammentazione partitica non è eliminata, il quadro politico non è semplificato.
  
Nel 1882 Pasquale Turiello raccolse nel suo Governo e governati in Italia gli elementi di una spietata requisitoria contro le inefficienze del giovane Stato unitario. I problemi che segnalava erano numerosi, ma era soprattutto su uno squilibrio istituzionale che Turiello richiamava lo sguardo dei suoi lettori. «Il governo s’incentra sempre più su una Camera sola», scriveva, con la conseguenza che «la mossa d’ogni cosa sfugge poi al governo, e si lascia a una sola assemblea, che però divien nervosa e capricciosa». In sostanza, una questione cruciale consisteva nella completa soggezione dell’esecutivo al legislativo: una soggezione che, per un verso, privava il governo della necessaria autonomia e continuità d’azione, mentre, per l’altro, produceva l’infiltrazione degli interessi di “parte” nella conduzione dell’attività amministrativa. L’interpretazione suggerita da Turiello non era comunque eccezionale, perché quasi tutti i cultori della scienza politica del tempo – tra cui osservatori tutt’altro che ottusi, come Ruggero Bonghi, Marco Minghetti e il giovane Gaetano Mosca – si trovarono sostanzialmente d’accordo nel formulare una diagnosi che individuava l’origine di molte inefficienze proprio nello strapotere conquistato dalla Camera dei deputati. Contro le disposizioni dello Statuto, la designazione del presidente del Consiglio era diventata subito una prerogativa del Parlamento, con il risultato che ogni esecutivo risultava sempre debole ed esposto al ricatto di minuscole consorterie.
L’interpretazione formulata a fine Ottocento aveva certo qualche fondamento, ma era anche il riflesso di una prospettiva per molti versi incapace di comprendere la realtà della politica di massa. Quella lettura si fondava per esempio su una consolidata ostilità nei confronti dei partiti, mentre il pregiudizio anti-assembleare conduceva anche a sopravvalutare l’effettivo peso della Camera e della “dittatura”dell’assemblea. Ciò nondimeno, quelle letture risultavano estremamente convincenti. Il segreto della loro efficacia non stava però nella capacità di dar conto della trama di corruzione e clientele, bensì, probabilmente, nella semplicità della ricetta proposta. In fondo, la soluzione non andava cercata troppo in profondità, nelle modalità di costruzione dello Stato unitario, o nel ruolo delle reti clientelari, o nella definizione di strutture capaci di integrare le masse nella vita nazionale. Come invocava per esempio un celebre articolo di Sidney Sonnino, si trattava semplicemente di «tornare allo Statuto», perché solo in questo modo si sarebbe restituito al Paese un governo forte e autorevole. E perché soltanto attraverso questa strada si sarebbe prosciugato il bacino di coltura in cui allignavano il trasformismo, il clientelismo, la corruzione e il vero e proprio malaffare.
La storia successiva avrebbe mostrato come le cose fossero ben più complesse, ma la necessità di un esecutivo “forte”, capace di resistere alle ondivaghe e volubili maggioranze parlamentari, sarebbe rimasta uno degli inossidabili motivi retorici dell’opinione pubblica liberale, che d’altronde poté riconoscere nell’avvento di Mussolini al governo la tanto invocata conclusione dell’incontrastata “dittatura assembleare”. Ma anche dopo il ventennio fascista quel modo di leggere le distorsioni della storia italiana avrebbe continuato a fornire un formidabile brogliaccio. Verso la fine degli anni Settanta del Novecento, l’ossessione di Sonnino torna infatti a occupare un posto centrale nel dibattito politico, sotto la nuova etichetta della “governabilità”.Anche se il nome è nuovo, il problema è lo stesso che aveva tormentato i critici fin de siècle, e cioè il costante potere di ricatto e di intimidazione esercitato dal Parlamento sul governo, che finisce con il rendere malfermo ogni esecutivo. La soluzione non può essere ovviamente il ritorno alle disposizioni statutarie, e il rafforzamento dell’esecutivo deve passare da altre strade. Ed è proprio in questo quadro che si inizia a rinvenire nell’ingegneria elettorale lo strumento capace di porre fine a un sistema “anomalo”.
Tra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, l’Italia non è certo l’unico sistema politico a sperimentare i rischi di una crescente ingovernabilità, e in molti Paesi occidentali cresce un intenso dibattito sulle sfide che essa pone alle democrazie mature. In questo contesto, l’ingovernabilità viene intesa però come il riflesso delle difficoltà mostrate dal sistema politico nel rispondere a una società sempre più esigente, a fronte di risorse sempre più scarse. Al principio degli anni Ottanta, la sfida dell’ingovernabilità e del “sovraccarico” suscita anche in Italia alcuni grandi progetti di riforma istituzionale, il cui obiettivo è ripensare l’assetto dei pubblici poteri in relazione ai mutamenti in atto, ma il dibattito tende rapidamente a imboccare una strada ben precisa. Ben presto, i progetti di radicale revisione della Costituzione vengono infatti accantonati, mentre il vero obiettivo diventa la riduzione della dipendenza dell’esecutivo dal Parlamento. In altre parole, il problema della governabilità si riduce al problema dell’instabilità di governo, e il dibattito – con l’obiettivo di limitare il potere di “ricatto”che il Parlamento esercita sull’esecutivo – tende a indirizzarsi sempre più verso soluzioni di ingegneria elettorale. Soluzioni per molti versi“semplici”, e persino teoricamente facili da realizzare, proprio come il ritorno allo Statuto invocato da Sonnino. Eppure capaci di porre fine alle tante storture che vengono imputate alla classe politica.
L’ingegneria elettorale è ovviamente uno strumento prezioso, che può risultare cruciale nel dar forma alla dinamica politica. La progettazione dei sistemi elettorali non si limita a definire quali sono le regole con cui i voti espressi dagli elettori vengono trasformati in seggi. Una volta che è stato costruito, un sistema elettorale influisce anche sulla strutturazione del sistema partitico, sia perché può mettere fuori gioco alcuni attori (con soglie di sbarramento esplicite o implicite), sia perché può incentivare o disincentivare i partiti a fondersi o a raggrupparsi in coalizioni. E, in questo modo, può allora contribuire davvero a rendere un sistema partitico più o meno frammentato. L’ingegneria elettorale tende però a tramutarsi in Italia, a partire dall’inizio degli anni Novanta, in una vera e propria ossessione, perché viene interpretata come lo strumento che può finalmente trasformare l’Italia in un“Paese normale”.
Anche se le letture che vanno ad alimentare il nuovo mito sono sensibilmente differenti, tutte sono però accomunate da una sorta di visione “idraulica” dei problemi italiani: in sostanza, tutte riconoscono all’origine delle anomalie italiane un “blocco” che determina una“stagnazione” politica, e che soprattutto impedisce alle energie della società civile di poter fluire liberamente. A seconda delle varie prospettive, la causa dell’“intasamento” è individuata nell’immobilismo della classe politica, nella voracità della “partitocrazia”, in ideologie retrive, nel “bipartitismo imperfetto”. Ma, a dispetto della diversità di queste interpretazioni, sembra che il blocco italiano possa essere risolto grazie alla costruzione di un nuovo sistema elettorale. Piuttosto agevolmente – e senza neppure dover mettere mano alla Carta costituzionale– pare possibile eliminare i piccoli partiti, ma anche sbarazzarsi di un’inamovibile classe politica e dare finalmente voce alla società civile. E, soprattutto, attraverso questa strada si ritiene di poter rendere l’Italia un Paese in cui vi sia un’effettiva alternanza di governo, in cui la tendenza centripeta moderi i richiami ideologici e in cui i governi siano responsabilizzati dalla minaccia di una bocciatura da parte degli elettori.
Benché le proposte di introdurre i collegi uninominali e il sistema elettorale maggioritario a turno unico attingano alle famose “leggi di Duverger”, questa visione mitizzata dell’ingegneria elettorale non è un prodotto della comunità politologica. Ciò nondimeno, anche la riflessione politologica si è rapidamente uniformata al nuovo clima, finendo con l’adottare e spesso con il sostenere l’idea che il passaggio a un modello di democrazia maggioritaria sia un cammino necessario per modernizzare il sistema italiano, e che dunque debba essere sostenuta la causa di una transizione, intesa e rappresentata quasi invariabilmente come una lotta del “nuovo che avanza” contro il“vecchio”, contro le scorie della decrepita democrazia consociativa e della partitocrazia. Accettando in modo per molti versi acritico la retorica del cambiamento, il dibattito sul sistema politico italiano si è così trovato a recepire l’idea che con la crisi di Tangentopoli si sia verificata davvero una cesura nella storia italiana. Tanto che, come scrive Luca Lanzalaco, «si è pensato, o comunque si è dato per scontato, che modelli, interpretazioni e chiavi di lettura elaborati per comprendere e spiegare la Prima Repubblica non fossero più utili, fossero datati, obsoleti, sostanzialmente inadeguati ad interpretare la Seconda». Ma, se si sono abbandonati gli schemi interpretativi del passato, non sono emerse nuove chiavi di lettura capaci di inscrivere la brusca modificazione intervenuta fra il 1993 e il 1995 nelle traiettorie di lungo periodo della storia politica unitaria. Più che essere colmata da nuovi sforzi interpretativi, questa lacuna è stata invece aggirata, se non oscurata, dai marcati accenti prescrittivi assunti dalla discussione sulla transizione maggioritaria.
Ma il problema non consiste semplicemente nel rilievo che assumono gli intenti prescrittivi, o nell’enfasi posta sull’ingegneria elettorale. Il problema risiede piuttosto nella stessa prospettiva da cui si osserva il sistema politico italiano. Una prospettiva che viene a concentrarsi sulla composizione del Parlamento, sul mutato rapporto fra esecutivo e legislativo, sulla tendenza alla “presidenzializzazione”. Ma alla quale – non diversamente da quanto avveniva ai critici fin de siècle – finiscono con lo sfuggire il contesto in cui tali mutamenti si collocano e il quadro sistemico in cui si innestano i meccanismi della trasformazione. A distanza di vent’anni dall’avvio della transizione, non abbiamo oggi molte difficoltà a riconoscere tutti gli abbagli dei riformatori degli anni Novanta e tutte le “promesse non mantenute” dell’ingegneria elettorale. La frammentazione partitica non è affatto stata eliminata, il quadro politico non appare affatto semplificato rispetto a quello della Prima Repubblica, l’instabilità degli esecutivi non è stata per nulla ridotta, la durata dei governi ha registrato un incremento piuttosto esiguo. Inoltre, se i governi degli ultimi vent’anni non sono apparsi molto più responsabili nella gestione della spesa delle vecchie maggioranze del “pentapartito”, anche la distanza ideologica fra le due coalizioni – in un’Italia spaccata in due fronti contrapposti – non è risultata sostanzialmente attenuata. Tanto che, come ha sottolineato spesso Ilvo Diamanti, le stesse tradizioni sub-culturali, pur modificate nei loro contorni, non hanno affatto cessato di orientare il comportamento di elettori molto meno mobili di quanto si potesse pensare. Dinanzi a tutti questi fallimenti, l’opzione più scontata – e largamente sfruttata dal dibattito pubblico – consiste nell’evocare la nuova anomalia della “discesa in campo” di un magnate della comunicazione. In questo modo, si può rinvenire in un’anomala concentrazione di potere economico, politico e informativo la giustificazione delle tante“promesse non mantenute” dell’ingegneria elettorale. E, soprattutto, si può replicare uno schema interpretativo largamente consolidato, che in fondo si limita a sostituire il “fattore B” al vecchio “fattore K”, che nel quadro della Guerra fredda determinava l’anomalia del sistema italiano e il blocco della fisiologica alternanza al governo. Ma, per quanto non si tratti certo di fenomeni irrilevanti, il rischio è di ricorrere soltanto a una suggestiva scorciatoia interpretativa. Una scorciatoia che, più che spiegare davvero il caso italiano, tende ad allestire un disorientante gioco di specchi in cui le anomalie si riproducono all’infinito. Una scorciatoia che impedisce di riconoscere come l’anomalia sia in fondo inscritta nel codice genetico del sistema politico italiano (come, d’altronde, si potrebbe sostenere anche per gli Stati Uniti, per la Germania, per il Regno Unito, tutti a loro modo “anomali”). E che, per questo, finisce con il dimenticare la storia e le radici del sistema politico italiano: radici che non riguardano solo la Prima Repubblica e la sua crisi, ma che affondano nelle modalità di costruzione dello Stato nazionale, e – ancora più in profondità – nelle eredità dell’età feudale. La discussione sul sistema elettorale finalmente capace di rendere l’Italia un “Paese normale” ci accompagnerà ancora a lungo, e il sostegno di volta in volta accordato ai diversi progetti elaborati dai cultori (più o meno improvvisati) dell’ingegneria elettorale continuerà a registrare l’andamento delle mutevoli convenienze dei legislatori. Ma – al di là della maggiore o minore ragionevolezza delle diverse soluzioni – è molto probabile che la ricerca di un sistema elettorale efficiente, in grado di assicurare la tanto sospirata governabilità, sia destinata ad apparire molto simile alla ricerca della pietra filosofale. Non perché l’ingegneria elettorale sia inutile, ma perché in questo modo si tende ad attribuire al sistema di voto un compito che non può garantire. Al fondo dell’ossessiva insistenza sulla governabilità, che un buon sistema elettorale dovrebbe garantire, si nasconde d’altronde un equivoco tutt’altro che marginale.
Ogni ragionamento sulla capacità del sistema elettorale di garantire la governabilità, ossia la stabilità degli esecutivi, ha senso soltanto se i partiti esistono, e soprattutto se esistono dei partiti coerenti, stabili nel tempo, con una base territoriale relativamente omogenea sul territorio, e con una forte disciplina interna. È invece proprio l’assenza di questi elementi che, paradossalmente, pare contrassegnare il sistema politico italiano della Seconda Repubblica. E, d’altronde, come si potrebbe spiegare con lo schema della governabilità il disfacimento della maggioranza uscita dalle elezioni del 2008? La cosiddetta “legge Calderoli” ha prodotto la maggioranza più ampia e all’apparenza coesa dell’intera storia repubblicana. Ma ciò non ha impedito che, ben prima della conclusione della legislatura, quella maggioranza monolitica iniziasse a decomporsi e a frammentarsi, fino quasi a svanire. Senza dubbio nelle sorti della maggioranza indicata dalle elezioni del 2008 hanno pesato le dinamiche interne di un “partito personale” legato alle fortune del suo fondatore, alle convenienze degli aspiranti leader, ai calcoli più o meno nobili dei tanti “trasformisti”.Ma si tratta realmente di elementi che possono essere considerati anomali? O non si tratta invece di anomalie che si inscrivono con piena coerenza nelle logiche strutturali del sistema politico italiano? A ben vedere, non è difficile riconoscere proprio nelle tante anomalie della Seconda Repubblica tratti tutt’altro che eccezionali della storia nazionale. Nella sua vicenda unitaria, l’Italia ha d’altronde adottato più o meno tutti i principali sistemi elettorali: il maggioritario a doppio turno, il proporzionale, un maggioritario a turno unico (con correzione proporzionale) e persino un proporzionale corretto da un notevole premio di maggioranza assegnato alla coalizione vincente. Ma, osservati da una prospettiva di lungo periodo, i tratti di continuità sono impressionanti. E, in particolare, risultano quasi sconcertanti – per la loro capacità di resistere a ogni mutamento istituzionale– fenomeni come il trasformismo, l’esistenza di robustissime trame clientelari radicate a livello territoriale, le marcate divisioni subculturali. Tanto che, dopo molta retorica sulla discontinuità, dovremmo probabilmente riconoscere che la Seconda Repubblica non configura affatto un’anomalia, ma si inscrive piuttosto coerentemente in una storia lunga centocinquat’anni. E che, forse, l’anomalia è stata la stagione dei partiti di massa, radicati sul territorio, relativamente disciplinati e almeno parzialmente capaci di convogliare e incapsulare (se non certo di controllare pienamente) le reti clientelari.
Un simile quadro non lascia molti spiragli all’ottimismo, e d’altronde è ancora difficile capire se, dal crepuscolo della Seconda Repubblica, uscirà davvero un nuovo quadro politico. Ciò nondimeno, è quasi certo che le discussioni sull’eterna riforma elettorale continueranno a risuonare ancora a lungo. Se però cercassimo di trarre qualche insegnamento dall’ultimo ventennio, dovremmo forse ribaltare molti di quei luoghi comuni che hanno accompagnato la lunga transizione. Paradossalmente, dovremmo riconoscere che il problema dell’ingovernabilità non nasce dall’eccessivo potere dei partiti, bensì dalla loro debolezza. Ma, soprattutto, dovremmo abbandonare quelle attese eccessive che abbiamo inutilmente riposto nelle operazioni di ingegneria elettorale. Non perché i sistemi elettorali non siano uno strumento importante per far funzionare una democrazia, quanto perché non possiamo più confidare che ci siano davvero soluzioni semplici a problemi complessi. Perché non possiamo più attenderci che davvero l’ingegneria elettorale possa trasformare l’Italia in un “Paese normale” (sempre che i “Paesi normali” esistano davvero), e fornirci una classe politica competente, responsabile e onesta.

Anche se non possiamo pretendere che dal nostro passato possano giungere lezioni per il futuro, non possiamo neppure illuderci che espedienti“tecnici” possano recidere di netto il legame con la storia. E, soprattutto, non possiamo più confidare che marchingegni ben costruiti siano veramente in grado di liberarci dalla responsabilità intellettuale di considerare il peso che il passato continua a esercitare sul nostro presente e sulle nostre istituzioni. Un proverbio russo dice: «Chi si affida al passato perde un occhio. Chi lo dimentica li perde entrambi». E forse dovrebbero ricordarsene anche i politologi.
Damiano Palano
 

sabato 26 gennaio 2013

A volte ritornano. La politica sconfitta dalle élites nell'analisi di Rita Di Leo

di Damiano Palano


Questa recensione è apparsa sul sito dell'Istituto di Politica

Alla metà degli anni Cinquanta, Charles Wright Mills fissò nelle pagine di The Power Elite un allarmato ritratto di quella che stava diventando la democrazia americana. Agli occhi del grande sociologo, lo sforzo condotto durante il secondo conflitto mondiale, il nuovo ruolo di superpotenza globale e la tensione della Guerra fredda avevano infatti rapidamente modificato la struttura sociale americana e, in particolare, l’equilibrio fra istituzioni politiche e poteri sociali. Ciò che appariva più rilevante per Mills era soprattutto il fatto che le diverse élites – politica, economica e militare – apparivano fra loro in fondo piuttosto coerenti, tanto da configurare un’unica classe dirigente, coesa dal punto di vista sociale e sotto il profilo culturale. E così l’immagine di una democrazia tenuta in equilibrio da una pluralità di gruppi sociali – quella stessa immagine che Robert Dahl avrebbe definito, di lì a poco, come una «poliarchia» - tendeva ad essere sempre più offuscata da una concentrazione del potere reale che confinava la politica (e le stesse élites politiche) in una posizione sempre più subordinata.
Sull’onda del libro di Mills, nella political science si accese l’infuocato dibattito fra ‘pluralisti’ ed ‘elitisti’ (o ‘neo-elitisti’): un dibattito che implicava una contrapposizione metodologica su come studiare il potere, ma i cui risvolti erano soprattutto politici, perché, in fondo, in gioco era proprio l’immagine del sistema democratico americano. Anche per questo, quel dibattito non si è mai veramente esaurito, ed ha anzi conosciuto una nuova riviviscenza nell’ultimo decennio, sia in Europa, sia al di là dell’Atlantico. Seguendo le orme di Mills, un gruppo piuttosto affollato di osservatori delle società occidentali ha infatti incominciato a intravedere il ritorno – più o meno marcato – a un condizione di predominio forte delle élites, e in special modo delle élites economiche, capaci di stringere in un abbraccio fatale le istituzioni democratiche. Massimo L. Salvadori ha per esempio definito i sistemi politici contemporanei come «governi a legittimazione popolare passiva, perché le masse giocano un ruolo del tutto secondario, mentre gli attori politici non sono che «‘amministratori’ locali del potere della oligarchia della finanza e dell’industria». Sheldon Wolin, riferendosi al ruolo assunto dalle élites economiche negli Stati Uniti, ha invece dipinto l’inquietante immagine di un «totalitarismo rovesciato», e Colin Crouch ha fissato la tendenza in atto nella sagoma della «postdemocrazia»: una forma di regime – diversa dalla democrazia che abbiamo conosciuto, così come dalle oligarchie del passato – che non comporta l’abbandono delle istituzioni formali della democrazia liberale, ma in cui la partecipazione dei cittadini risulta circoscritta esclusivamente al momento della scelta elettorale e in cui le decisioni più rilevanti sono prerogativa di gruppi ristretti.
In questo stesso filone si colloca anche la lettura proposta da Rita Di Leo nel suo Il ritorno delle elites (Manifestolibri, Roma, 2012, euro 15.00). In questo volume, Di Leo traccia infatti un disegno storico delle tappe che hanno condotto le élites – o, meglio, le élites strettamente economiche – a riconquistare un ruolo dominante, non più contrastato dagli attori ‘politici’, e anzi capace di subordinare la politica ai propri interessi. In questo senso, Di Leo – nota soprattutto per i suoi studi sull’Unione Sovietica, oltre che per la sua attiva partecipazione all’avventura teorica e politica dell’«operaismo» italiano degli anni Sessanta – non nasconde certo le implicazioni della sua tesi, esplicitate fin dalle prime righe del libro: «Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élites economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello Stato sociale» (p. 9). Naturalmente, il primato delle élites non costituisce una novità, ma per Di Leo l’elemento inedito è rappresentato dal fatto che le élites conquistano oggi direttamente quel potere politico su cui nel passato si erano limitate a esercitare una pressione, rispettando una sorta di informale ‘divisione del lavoro’. In altri termini, il ritorno delle élites corrisponde a un trionfo dell’economia, la quale ottiene «il posto di comando» e cancella ogni autonomia della sfera politica. La forma che vede «l’economia al posto di comando» estende peraltro al Vecchio continente un assetto proprio degli Stati Uniti, e rompe con le due forme storiche principali assunte dall’autonomia della politica nella tradizione europea, ossia la politica di potenza e quella che di Di Leo definisce come la «politica progetto». Se la «politica di potenza» - che implica una certa subordinazione delle élites economiche agli obiettivi di potenza dello Stato – è dominante per buona parte della modernità europea, la «politica progetto» nasce invece nel Novecento, e ne contrassegna la vicenda almeno dal 1917: proprio a partire da quel momento ogni progetto politico deve essere esteso alla massa, e non può più rimanere circoscritto alle élites.
Naturalmente Di Leo non concepisce il modello europeo come l’esito della vittoria delle masse sulle élites, perché riconosce come anche la «politica progetto» novecentesca abbia alla base l’azione di minoranze, le quali risultano però nettamente distinte tanto dalle élites economiche quanto élites aristocratiche. Si tratta, in altre parole, di un ceto politico che esprime – nella propria composizione, così come nel proprio profilo ideologico – una (almeno relativa) autonomia della politica, e che si riassume nella figura europea del «politico professionale», nella declinazione weberiana o in quella leniniana. È proprio questo modello che va in crisi negli anni Ottanta, i primi segnali del mutamento vengono ritrovati da Di Leo nella crisi dell’Urss, una crisi che incomincia a palesarsi con l’arresto della crescita economica alla fine degli anni Settanta e che risulta ulteriormente aggravata dalla guerra in Afghanistan. Non appena questi segnali di crisi esplodono, la contrapposizione fra le due Europe si esaurisce, e l’autonomia della politica comincia a dissolversi. Secondo Di Leo le élites economiche gettano le basi del loro successo ancora prima del 1989, e cioè nel momento in cui accettano il terreno di uno scontro culturale e politico. «A vincere il confronto», scrive Di Leo, «è stata l’élite economica, con la scelta di adattarsi allo Stato sociale penetrando nel gioco della politica democratica». In altri termini, «le élites economiche degli anni Sessanta e Settanta accettarono la sfida e si fecero avanti non solo con propri programmi ma soprattutto con le loro ben maggiori risorse economiche e culturali, per cui vinsero e poterono consumare i frutti della vittoria» (p. 35). E il risultato è allora quasi paradossale: «Nelle condizioni create dall’autonomia della politica, l’egemonia è andata agli strati sociali protagonisti dell’agire economico. Il primato delle élites economiche è stato l’esito naturale della competizione democratica con le élites politiche dello Stato sociale. Sono proprio le regole della democrazia vincente che hanno dato il primato al mondo dell’economia» (p. 36). La riscossa delle élites – secondo l’analisi di Di Leo – si compie d’altronde tanto sul lato culturale, quanto su quello strettamente materiale, con un indebolimento delle strutture del welfare State. Più in generale, «la democrazia maggioritaria e la logica del primato dell’economia esprimono una cultura ostile a comportamenti politici collettivi e sono orientati al rapporto diretto, quello tra il singolo e il deputato che ha contribuito ad eleggerlo o quello tra il lavoratore e il capo con cui lavora (p. 43). Ma, soprattutto, le élites europee prendono atto che lo spazio della politica e i margini stessi dell’autonomia della politica si sono ormai assottigliati, fino a svanire.
Quando ricostruisce la vittoria delle élites economiche, Di Leo ricerca naturalmente le cause che hanno sancito l’esito della sconfitta della politica progetto e che hanno determinato la conclusione della vicenda dall’autonomia della politica. Ma, a questo proposito, si tiene piuttosto distante dalla tentazione di ritrovare meccanismi causali rigidi, preferendo percorrere la strada dell’interpretazione del mutamento. Per esempio osserva: «Qual è il rapporto di causa-effetto? Sono le élites politico-professionali ad avere perso, consentendo di conseguenza alle élites economiche di prendere nelle loro mani il potere politico, per la prima volta nella storia? Oppure nell’andamento ciclico della società dell’uomo è davvero maturato il ciclo dell’economia al posto di comando, e dunque non avrebbe senso cercare di capire chi ha vinto e chi ha perso tra l’una e l’altra élite. Semmai serve fare un confronto tra l’uso del potere dei politici professionali degli Stati nazione e quello delle élites economiche sovranazionali» (p. 95). Proprio un simile confronto conduce Di Leo a ritrovare un netto scarto fra la prospettiva nazionale, che contrassegna sempre le singole classi politiche, dall’orizzonte tendenzialmente universale delle élites economiche. In altre parole, si tratta di confini dall’estensione ben diversa, ed è la stessa vocazione universale a consentire la vittoria alle classi dirigenti economiche. Anche per questo, infatti, «le élites economiche sono diventate un modello di riferimento universale quando hanno sciolto i legami dal proprio luogo di origine» e «quando hanno realizzato strategie sovranazionali la cui natura è universalmente chiara» (p. 96).
Benché si tenga lontana da spiegazioni deterministiche, c’è però un processo che assume un ruolo di primo piano nel discorso di Di Leo, ed è rappresentato dalla presenza dell’Unione Sovietica: non certo perché Di Leo consideri l’Urss come un modello positivo, o come un esperimento socialista riuscito, ma perché la sfida costituita dall’alternativa sovietica è all’origine di una competizione che coinvolge non tanto (o prevalentemente) il piano della contrapposizione internazionale fra due Superpotenze, quanto il piano del modello di sviluppo e di protezione sociale. Per molti versi, è dunque la costante pressione del nemico sovietico a ‘costringere’ l’Occidente – e in special modo l’Europa – ad accettare il terreno di una competizione in cui la variabile determinante diventa la capacità di integrare effettivamente le masse nello Stato e di garantire elevati livelli di benessere. «Nella seconda metà del Novecento» - scrive infatti Di Leo in un passaggio importante - «il successo della politica-progetto degli Stati-nazione europei è dipeso dalla loro volontà-necessità di competere con l’esperimento sovietico. La concorrenza si è basata su un obiettivo apparentemente limitato: il cambiamento materiale delle condizioni di vita della massa, con il conseguente consenso di massa al governo delle élites. L’obiettivo appariva limitato al confronto della politica progetto sovietica, che prospettava la realizzazione di una società alternativa al capitalismo, alle sue élites, alla loro cultura, arte e persino religione. L’esperimento sovietico si fondava sul principio cardine del primato della politica. La politica al posto di comando era il mezzo per cambiare la società, per cui era inteso che si trattasse di una grande politica, con una strategia all’altezza della politica di potenza messa in atto nei secoli in cui l’Europa era padrona del mondo. […] L’esperimento sovietico ha avuto una forte attrazione per le masse (e per molti intellettuali), ed è stato con esso che le élites si sono confrontate per due volte. […] Nel 1945-1989, quando la minaccia si era concretizzata e una gran parte dell’Europa orientale e metà della Germania stavano ormai sperimentando il modello sovietico (con ciò stesso scoprendo e patendo le contraddizioni tra progetto teorico e programma politico), proprio allora le élites politiche europee si misero con successo in concorrenza con la politica progetto sovietica. Il risultato fu il compromesso con gli uomini dell’economia, che portò al welfare state, caposaldo dell’epoca d’oro per la società europea: l’epoca in cui lavoro e capitale si legittimarono reciprocamente nelle specifiche funzioni, e allo stesso si corresponsabilizzarono nei confronti delle aspettative di massa» (pp. 87-88).
Il compromesso, o, meglio, l’«armistizio» - come l’ha definito Alfio Mastropaolo, alludendo alle basi sociali ed economiche della democrazia postbellica – è destinato a essere messo in discussione dal progressivo venir meno della minaccia sovietica: una minaccia che inizia a dissolversi già alla fine degli anni Settanta, perché l’Urss appare sempre meno in grado di mantenere quegli elevati tassi di sviluppo economico e di modernizzazione sociale (che pure aveva mostrato nei due decenni successivi al Secondo conflitto mondiale), e perché il blocco del socialismo reale si disgrega alla fine degli anni Ottanta. Ed è così proprio l’Ottantanove a far scemare – insieme all’Urss – quella tensione che stava alla base del «compromesso»: «con la scomparsa dell’Urss si allentarono i fili che avevano tenuto insieme le politiche dei governi europei, e le relazioni sindacali e politiche tra élite e massa. La triangolazione del welfare state fu messa in questione da proposte culturali orientate a restituire per intero alle élites il loro ruolo di comando. E questa volta erano le élites economiche a chiederlo, come protagoniste dell’opportunità che si era aperta con la sconfitta dell’esperimento sovietico e, con esso, del primato della politica. Le élites economiche europee troncarono i legami con tutto ciò che avevano accettato sino ad allora e, nella nuova fase storica apertasi con il 1989, si orientarono versoi il capitalismo finanziario sovranazionale, con le sue attraenti modalità di successo immediato. L’orientamento non riguardò soltanto la finanziarizzazione dell’economia ma anche il contesto politico-culturale» (pp. 87-88).
I risultati del mutamento innescato dal 1989 si riflettono oggi nella distanza fra élites e masse, una distanza sempre più profonda, che – sia negli Usa, sia in Europa – non sembra presentare margini cambiamento sostanziale, e che tende a dissolvere la stessa idea che possa esistere un interesse ‘pubblico’. «Non c’è più una cultura politica che legittima l’esistenza di un pubblico interesse, di relazioni equilibrate tra gli strati sociali, tra chi lavora, chi possiede e chi comanda» (p. 102)», e inoltre, osserva Di Leo, «la dimensione del potere economico non ha i limiti del passato perché le élites non hanno avversari, non hanno nulla da temere dalle élites politiche, da governi, parlamenti, partiti, sindacati, movimenti d’opinione» (p. 102). Tanto che l’unica reale traccia di una breccia sembra venire, per Di Leo, soltanto dalle critiche di Occupy Wall Street, perché questo movimento – al di là della sua effettiva consistenza politica – infligge un primo rilevante colpo alla indiscussa legittimazione del potere delle élites economiche e finanziarie.
Il discorso di Di Leo può essere considerato come una sorta di introduzione allo studio delle élites e delle loro trasformazioni, tra XX e XXI secolo. In questo senso, sono due le intuizioni che risultano particolarmente preziose: in primo luogo, l’idea di considerare in modo affiancato – seppur non sovrapposto – la dimensione interna e la dimensione internazionale, perché probabilmente solo in questo modo si può evitare il rischio di collocare la storia delle democrazie novecentesche in una sorta di vuoto pneumatico, e dunque di interpretare le pressioni esterne – e in particolare la pressione costituita dall’Unione Sovietica – solo come elementi marginali; in secondo luogo, l’attenzione riservata alla dimensione ‘materiale’ e ‘culturale’ del ritorno delle élites, perché proprio quest’ultima dimensione è in grado di cogliere un salto effettivo nella storia delle ‘classi dirigenti globali’. L’interesse per la dimensione ‘culturale’ diventa in effetti cruciale per un’analisi che voglia tenersi lontano dalla tentazione deterministica di leggere nei mutamenti nel livello politico soltanto i riflessi di ciò che avviene sul piano dell’economia globale. Ma diventa importante anche perché si può intravedere davvero, a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, un significativo mutamento nel profilo culturale delle élites e nella logica della loro azione, tanto che non sarebbe improprio scomodare a questo proposito la formula gramsciana dell’«egemonia».
Il rischio di ogni indagine dedicata alle élites è d’altronde quello di disegnare una sorta di ‘mappa genealogica’ destinata a condurre all’ombra di qualche ‘grande vecchio’, e di interpretare così la politica come il risultato di un’azione pianificata da qualche esclusivo gruppo che agisce in modo occulto. E anche le indagini sul ritorno delle élites tendono spesso a replicare questo schema. Ciò non significa naturalmente che non esistano gruppi, più o meno occulti, più o meno esclusivi, che mirano a influire sulle decisioni pubbliche, ma il punto è piuttosto che riescano effettivamente a esercitare un potere significativo. Da questo punto di vista, gli ultimi trent’anni hanno scandito davvero le tappe di un progressivo ‘smantellamento’ dell’autonomia della politica, ed è proprio grazie a questo ‘vuoto di potere’ che, in qualche misura, le élites di cui parla Di Leo sono riuscite a penetrare senza incontrare rilevanti resistenze. I lineamenti di interpretazione proposti da Di Leo sono d’altronde interessanti perché hanno il merito di attirare l’attenzione su una serie di interrogativi che una ricostruzione della storia degli ultimi quattro decenni – in un’ottica che non sia provinciale – non può in alcun modo eludere. Tra questi interrogativi, un posto di rilievo è occupato da un meditato ripensamento del ruolo che l’Urss ha giocato nel passaggio fra gli anni Settanta e Ottanta, ossia nel periodo in cui Reagan lancia la propria sfida all’«Impero del Male», in cui le economie occidentali riescono a riconquistare una certa vitalità, e in cui, viceversa, i paesi del blocco socialista si rivelano incapaci di superare la stagione ‘fordista’.
Un interrogativo ancora più significativo è però probabilmente rappresentato dal tipo di potere su cui si regge davvero la ‘super-élite’ globale. Il mutamento nel rapporto fra economia e politica, e fra mercato e democrazia, non può infatti essere compreso senza considerare quel processo di ‘finanziarizzazione’ che si determina a partire dagli anni Ottanta e che prosegue nei due decenni seguenti. Questa dinamica è certo anche un risultato dell’azione che le élites svolgono, sia sotto il profilo materiale, sia dal punto di vista culturale. Per esempio, quella che si identifica con il termine ‘globalizzazione’ è – oltre che una dinamica innescata dall’evoluzione tecnologica – soprattutto l’esito di scelte politiche con cui gli Stati nazionali decidono di ridurre le barriere alle transazioni finanziarie. Senza dubbio, si tratta di decisioni assunte su pressione dei grandi investitori, ma sono anche scelte suggerite, sostenute e ampiamente legittimate da élites intellettuali, che solo semplicisticamente possono essere considerate come un’emanazione delle élites economiche. Dal punto di vista di una storia culturale, ci si potrebbe chiedere per quale motivo simili posizioni non abbiano incontrato resistenze rilevanti, se non in ambienti marginali, e siano diventate maggioritarie nell’arco di alcuni decenni anche nelle comunità scientifiche occidentali. Ma avrebbe poco senso chiedersi se gli intellettuali abbiano svolto una funzione di pura ‘cinghia di trasmissione’ degli interessi dei gruppi finanziari, o se invece abbiano conservato una loro autonomia (più o meno relativa) anche in questa fase. Come sempre, quelle connessioni che è facile districare a livello teorico, risultano molto più ‘ingarbugliate’ nella pratica, tanto che tentare di sbrogliare la matassa degli interessi economici, delle tensioni ideologiche, delle posizioni intellettuali, per cercare di capire dove stia il bandolo, diventa un’operazione persino inutile, oltre che probabilmente impraticabile. Più semplicemente, si può forse ipotizzare che le misure che procedevano nel senso della ‘finanziarizzazione’, e le proposte teoriche che le legittimavano sotto il profilo teorico e politico, abbiano avuto la meglio solo perché, in quel momento specifico, ‘funzionavano’. In altre parole, quelle proposte risultavano molto più affascinanti di altre anche perché offrivano una via d’uscita alla crisi degli anni Settanta, e perché consentivano occasioni redditizie per quella massa di capitali che non trovavano più uno sbocco appetibile in investimenti produttivi. Così, non si può dimenticare come proprio la finanziarizzazione sia stata alla base della ‘ripresa’ (certo più apparente che reale) delle economie occidentali, oltre che della fine della Guerra fredda. Oggi i limiti di quel modello di crescita risultano piuttosto evidenti, e quasi nessuno è più disposto a esaltare in modo incondizionato i pregi di un capitalismo finanziario. Ma è ripercorrendo la genesi di quel processo, che diventa possibile capire anche il potere dell’élite contemporanea. Forse, proprio osservando il processo di finanziarizzazione dell’ultimo trentennio, il profilo delle nuove classi dirigenti globali diventa infatti addirittura più inquietante. E non tanto perché riveli il volto di un’oligarchia inattaccabile. Quanto perché – a dispetto di quanto possiamo sospettare – rischia piuttosto di mostrare come le élites contemporanee siano molto più simili a un gigante dai piedi d’argilla.

lunedì 21 gennaio 2013

E se Grillo fosse il nuovo d’Annunzio? Le incognite di un partito in franchising

di Damiano Palano











Questo articolo è apparso sul sito dell'Istituto di Politica

Ritardato solo di poche ore, l’avvio dello “tsunami tour” di Beppe Grillo è destinato a riaprire il dibattito sulle effettive possibilità del Movimento 5 Stelle di incidere sul sistema politico italiano e sui contorni di un fenomeno che sfugge a tutte le più consolidate classificazioni politologiche. Da quando Grillo ha cominciato ad affacciarsi sulla scena, la sua proposta è stata etichettata infatti come l’ennesima testimonianza di “antipolitica”, di “populismo”, di “qualunquismo”. E le immagini dell’evento fondativo del Movimento 5 Stelle, il “V-day” bolognese dell’estate 2007, dovevano lasciare davvero l’impressione di una sguaiata protesta, a metà fra la goliardia, il cattivo gusto e una sorta di ‘squadrismo’ postmoderno. Il linguaggio di Grillo è d’altronde la lingua di un comico che si è scoperto tribuno, e non è sempre così facile capire se l’uso del turpiloquio e di formule ai limiti del vilipendio siano farina del sacco dell’uomo di spettacolo oppure efficaci trovate comunicative del leader politico. Ciò nonostante è almeno in parte improprio liquidare il sostegno accordato al M5S soltanto come un’espressione di ‘antipolitica’. Certo il grande successo ottenuto da questa formazione nelle elezioni amministrative della primavera del 2012 e nelle successive consultazioni siciliane è dovuto proprio a classici motivi ‘antipolitici’, come la protesta contro la “casta”, l’obiettivo sbandierato di mandare ‘a casa’ l’intera classe politica, o addirittura l’intento di sottoporla a processi politici. Ma se l’accusa di coltivare l’“antipolitica” – come critica sistematica alla politica, alle sue regole, ai suoi protagonisti – è quantomeno meritata per lo stile di Grillo, la questione è quantomeno più complessa per quanto riguarda il movimento che attorno alla sua figura si è coagulato, e che – nonostante tutte le polemiche degli ultimi mesi – sembra essersi solo parzialmente indebolito. Innanzitutto, le radici del movimento non sono affatto superficiali, e non possono essere ridotte alla semplice dimensione della protesta antipolitica. Non si può infatti dimenticare come negli ultimi cinque anni il M5S si sia radicato, nelle regioni del Centro-Nord, coagulandosi attorno a proposte specifiche, relative in particolare allo smaltimento dei rifiuti e alle energie alternative. In altre parole, dunque, il ceto politico locale del M5S non è semplicemente una creazione di Grillo, ma, piuttosto, ha trovato nel comico un megafono capace di dare forza e coerenza a energie frammentate. Inoltre, le proposte di Grillo sul versante della politica nazionale, per quanto si possano considerare ‘populiste’, ‘demagogiche’ o ‘fallimentari’, possono contare in Europa su un certo sostegno anche presso altre formazioni radicali.
Il punto non sta allora, probabilmente, nel carattere più o meno ‘antipolitico’ del M5S, o nel profilo più o meno ‘populista’ delle sue parole d’ordine, anche perché il movimento guidato da Grillo difficilmente sarà chiamato a responsabilità di governo. Il vero nodo, per comprendere la consistenza del Movimento 5 Stelle, sta piuttosto nelle sue effettive possibilità di durare nel tempo. E, da questo punto di vista, i problemi riguardano la capacità di ottenere davvero quei risultati elettorali che i sondaggi prevedono (o prevedevano fino a qualche settimana fa), dalla resistenza del M5S alla routine della campagna permanente (che, come si è visto negli ultimi tre mesi, può essere tutt’altro che indolore), e dall’abilità che mostrerà Grillo nel padroneggiare – per di più dall’esterno – la pattuglia che sbarcherà in Parlamento, grande o piccola che essa sia.

Dal punto di vista dei risultati elettorali, dopo il 2012 non è più possibile sottovalutare le potenzialità del M5S. Se le regionali del 2010 avevano mostrato una notevole vivacità del movimento (per esempio in Piemonte e in Emilia-Romagna), le amministrative del maggio scorso – con il clamoroso risultato di Parma – hanno confermato la consistenza del fenomeno, mentre le regionali siciliane, in cui il Movimento è diventato il primo partito dell’isola, hanno ribadito in modo inequivocabile il fatto che non si tratta di un fenomeno effimero. Sull’esito delle prossime elezioni politiche pesa però un’incognita rilevante, che rischia di rendere poco attendibili i sondaggi di questi ultimi mesi. Sebbene sia del tutto plausibile un incremento dell’astensione anche alle politiche del 2013, è però improbabile che il valore cali molto al di sotto dell’80%, la soglia sotto cui fino ad ora non si è mai scesi nella storia repubblicana. E questo significa che le stime dei sondaggi dell’ultimo anno devono essere considerate quantomeno con una certa cautela. Non vanno infatti trascurati il peso del sistema elettorale e, in particolare, la logica del ‘voto utile’ (‘utile’ soprattutto in chiave difensiva, ossia per evitare la vittoria di una coalizione radicalmente avversata): una logica che tende a diventare pressante, anche per l’elettore ‘distratto’, ‘alienato’ e ‘ostile’ al sistema dei partiti, soprattutto nel caso delle elezioni politiche nazionali. È infatti opportuno ricordare che già in altre occasioni gli italiani hanno premiato le forze ‘anti-casta’ in elezioni percepite meno rilevanti, per poi orientarsi in modo molto diverso in occasione delle consultazioni politiche (basti pensare, da questo punto di vista, al successo della Lista Bonino alle europee del 1999). Non è detto che questo effetto non si faccia sentire anche nelle elezioni di febbraio, anche se certo il M5S parte con una dote molto consistente, che può consentire di far fronte persino a una più o meno lieve emorragia di voti determinata dal ritorno di alcuni ‘ex-delusi’ alle rispettive case di appartenenza. In altre parole, nonostante i sondaggi continuino ad assegnare alla formazione guidata dal Grillo un risultato superiore al 12%, non è affatto da escludere che gli elettori italiani siano almeno in parte richiamati all’ordine dalle rispettive fedeltà partitiche (certo attenuate rispetto al passato, ma non dissolte), come di solito avviene in occasione delle consultazioni politiche nazionali. E certo il ritorno in scena di Silvio Berlusconi è destinato a rafforzare la logica del ‘voto utile’, a destra e a sinistra, insidiando dunque il M5S.
Un secondo rischio che il futuro riserva a Grillo non riguarda invece il risultato delle elezioni, ma il quadro post-elettorale. Comunque vadano le cose a fine febbraio, una pattuglia più o meno consistente di parlamentari del M5S approderà infatti in Parlamento, e allora sarà davvero difficile per Grillo mantenere un controllo sul loro operato, perché il modello organizzativo costruito negli ultimi anni sarà messo a dura prova dalla presenza di un gruppo parlamentare. Ovviamente, in gioco in questo caso non sarà tanto la democrazia interna, quanto il monopolio sul ruolo di portavoce del movimento. I partiti di massa non erano molto democratici, ma i partiti personali non lo sono molto di più, e – come abbiamo scoperto in questi mesi – anche il M5S, partito personale sui generis, non sfugge alla regola. Il fatto che il Movimento 5 Stelle sia un ‘partito’ (o, meglio, un ‘non partito’) fondato da un comico di grande impatto, che il simbolo sia di sua proprietà, che a lui (e alla società di Casaleggio) siano riservate decisioni rilevanti riguardo all’ammissione e alla gestione della comunicazione, alimenta più di qualche sospetto. Ma proprio questa struttura è probabilmente all’origine del successo ottenuto negli ultimi anni dal movimento. La formula del ‘partito in franchising’ ha consentito infatti a Grillo di conservare il monopolio sul ‘marchio’, ossia sulla comunicazione nazionale, sulla definizione del profilo pubblico del nuovo soggetto. Ma, al tempo stesso, la concessione dell’utilizzo del marchio a livello locale – con un significativo margine di autonomia anche sulle scelte adottate – ha garantito al movimento la possibilità di dotarsi di un certo radicamento territoriale. Questo meccanismo è però destinato a entrare in crisi con l’ingresso in Parlamento di una rappresentanza che, in quel momento, otterrà una visibilità nazionale del tutto incontrollabile da parte di Grillo (e del tutto incontrollabile anche da parte degli stessi deputati e senatori del M5S). Così, gli stessi presupposti del partito in franchising verranno meno, perché Grillo non sarà più ‘tecnicamente’ in grado di controllare l’utilizzo del ‘marchio’ e di definire i contenuti della comunicazione.
Nei mesi scorsi abbiamo assistito alle prime espulsioni dal M5S e a episodi che hanno notevolmente appannato l’idea di “democrazia liquida” che Grillo e Casaleggio hanno costruito attorno loro movimento. Ma questi episodi non sono destinati a rimanere isolati, perché sono in qualche misura una conseguenza della struttura stessa del ‘partito in franchising’. E per questo problema – che è ‘strutturale’, e dunque non legato alle personalità di Grillo e Casaleggio – sono possibili solo due soluzioni.
In primo luogo, Grillo può decidere di trasformare il M5S in un partito fortemente strutturato e disciplinato, oltre che di assumere direttamente il ruolo di leader del partito. Ma anche in questo caso i risultati non sono assicurati, perché ovviamente il divieto di mandato imperativo consente anche ai deputati e ai senatori del M5S di fondare un nuovo gruppo, del tutto indipendente da Grillo e libero dai suoi condizionamenti. La seconda soluzione è forse ancora più probabile e semplice da realizzare, ma non prevede un ruolo da protagonista di Grillo. In questa seconda ipotesi, i parlamentari del M5S possono per esempio decidere di creare – da soli o con altre forze, espresse per esempio dalle liste arancioni di Ingroia – un “quarto polo” di opposizione. Grillo e Casaleggio sono ben consapevoli di questo rischio, ed è molto probabile che nella costruzione delle liste elettorali ne abbiano tenuto conto e abbiano anche cercato di costruire argini a questa potenziale – ma tutt’altro che improbabile – fuoriuscita degli eletti dal recinto del movimento. D’altronde, alcuni mesi fa, rispondendo a Gian Antonio Stella che gli chiedeva fino a che punto si spingesse la democrazia interna del movimento, e se gli attivisti del M5S fossero liberi anche di scegliersi un nuovo leader, Grillo rispondeva: «Liberi di fondare un altro movimento». E i prossimi mesi ci diranno se il comico genovese diventerà a tutti gli effetti un nuovo protagonista della politica italiana, o se, improvvisamente, verrà degradato al ruolo di ‘cavallo di Troia’, uscendo così dall’arena politica.
Ciò non significa però che non debbano essere tenute nel debito conto le istanze di cui il comico genovese si è fatto collettore, o che il successo di Grillo non debba essere preso sul serio, e liquidato solo come una provocazione destinata a non lasciare traccia. Molti osservatori si sono interrogati sull’effettiva novità del fenomeno, e qualcuno ha ritrovato un’anticipazione del ‘grillismo’ nella provocazione lanciata in Francia nel 1981 dal comico Coluche, presentatosi alle elezioni presidenziali poi vinte da Mitterand, in Guglielmo Giannini, il «commediografo» che fondò «L’Uomo Qualunque» e che nel 1946 riuscì a portare alla Costituente trenta deputati, o nella prima Lega Nord di Umberto Bossi. Tutti questi paragoni colgono alcuni tratti del ‘fenomeno Grillo’, ma – com’è inevitabile –rischiano di smarrire qualcosa. Nel caso di Coluche si trattava per esempio solo di una provocazione, quasi di uno scherzo diventato inaspettatamente serio, perché il comico – al di là dell’intento di una energica critica alla classe politica transalpina – non fondò mai un partito e, di fatto, non entrò neppure nell’arena politica, perché uscì dalla campagna appena i sondaggi iniziarono ad accreditargli percentuali significative. Inoltre, anche se l’Uomo Qualunque anticipava molti di quegli elementi che avrebbero contrassegnato la successiva «antipolitica», il sorprendente successo di Giannini andava soprattutto interpretato come un riflesso della transizione di regime, come la testimonianza di una società ancora diffidente nei confronti dei nuovi partiti, oltre che, probabilmente, della stessa democrazia. Per quanto riguarda infine gli esordi della Lega Nord, al di là di alcuni vicinanze ‘retoriche’ e della condivisione della critica al sistema partitocratico, la distanza, oltre che sotto il profilo dei referenti sociali, appare notevole sul terreno dei riferimenti ‘ideologici’. Se la Lega degli inizi riportava alla ribalta un’Italia in qualche misura ‘arcaica’, l’Italia dei dialetti, dei campanili, delle ‘piccole patrie’, il linguaggio di Grillo – e l’estetica con cui ha costruito l’immagine del M5S – è basata invece sull’aspirazione di interpretare la battaglia del ‘nuovo’ contro il ‘vecchio’: una politica nuova negli obiettivi ma soprattutto nelle forme organizzative. E non è dunque affatto incidentale che il M5S abbia rivendicato esplicitamente la volontà di dar forma un’organizzazione ‘liquida’, orizzontale, abissalmente distante da tutti i vecchi partiti.

Il ‘fenomeno Grillo’ presenta caratteristiche in parte differenti rispetto a tutti questi precedenti. Ed è forse per questo che un paragone va fatto anche con Gabriele d’Annunzio. Non certo, beninteso, col poliedrico artista, col prosatore raffinato, o – a quanto è dato sapere – con l’instancabile esploratore dell’immaginario erotico. Ma, piuttosto, con il d’Annunzio politico, che per qualche anno – soprattutto nel clima infuocato dell’immediato primo dopoguerra – riuscì a mettere insieme forze fra loro estremamente eterogenee, che trovarono un punto di coagulo nella spedizione fiumana. È scontato che fra i legionari fiumani e il M5S vi siano enormi differenze, ed è inoltre fin troppo chiaro che il profilo dei due leader non appare minimamente paragonabile (neppure per quanti trovino in d’Annunzio solo un esteta sopravvalutato e un formidabile propagandista di se stesso). Il punto è però che questi due politici anomali hanno in comune tre caratteristiche cruciali. In primo luogo, si tratta di leader che – anche per la loro provenienza ‘professionale’ – riescono effettivamente a cogliere le potenzialità offerte dalle trasformazioni comunicative per lanciare l’attacco con il ‘vecchio’ sistema politico. In secondo luogo, si tratta di capi per molti versi ‘improvvisati’, che, da un certo punto di vista, non credono neppure alla possibilità di trasformare se stessi in politici di professione, nei dirigenti di partiti strutturati. Infine – ed è questo il punto forse più rilevante – tanto d’Annunzio quanto Grillo, al di là della reale consistenza della loro proposta politica, riescono davvero a ‘rappresentare’ le istanze, spesso contraddittorie, di quelle nuove generazioni, che si sentono schiacciate, escluse, sfruttate dal sistema politico e dalla sua casta. A prescindere dal giudizio politico che se ne può dare, è infatti evidente che d’Annunzio – con la sua gonfia retorica nazionalista, con l’esaltazione di un ‘superomismo’ un po’ caricaturale, con l’esibizione dell’estetica guerresca – riusciva a riflettere le inquietudini di una generazione che, oltre a essersi abbeverata alle pagine del Vate, aveva sopportato i costi umani della guerra e sperimentato il trauma – sociale, culturale, economico – di una prorompente ‘massificazione’. D’Annunzio diventò così il simbolo di una generazione (ma anche di un gruppo sociale) che cercava una rivalsa e quel riconoscimento che probabilmente si attendeva e che nessuno le aveva tributato. Forse il poeta abruzzese non riuscì neppure a comprendere ciò che stava fermentando, e cosa muovesse le energie che confluirono nella ‘festa’ fiumana. Probabilmente, se riuscì ad accendere la miccia, non fu però mai realmente in grado di esercitare un controllo sull’incendio che si sarebbe sviluppato di lì a poco, tanto che altri avrebbero raccolto i frutti dell’effimera Repubblica fiumana.
Per quanto il paragone sia forse eccessivo, leggendo in questi i giorni i dieci punti dell’«agenda Grillo», stilata dal comico in contrapposizione con l’«agenda Monti», sembra davvero di trovarsi dinanzi a qualcosa di simile alla Carta del Carnaro. Perché, impastati fra loro, si trovano tutti gli ingredienti di una protesta radicale: dalla critica giustizialista alla partitocrazia, con l’impegno ad abolire il finanziamento pubblico dei partiti e a introdurre il «politometro» (relativo ai guadagni conseguiti dai politici negli ultimi vent’anni), alla battaglia contro la moneta unica e contro l’austerità richiesta dall’Ue; dalla rivendicazione della democrazia diretta (per esempio, con l’introduzione del referendum propositivo) alla promessa di introdurre un reddito di cittadinanza. È ovvio che quasi tutti questi punti sono semplicemente delle indicazioni programmatiche, destinate – come tutti i programmi elettorali di ogni forza politica – a essere cestinate il giorno successivo allo svolgimento delle consultazioni (e d’altronde è del tutto improbabile che il M5S riesca a diventare una forza di governo). Ma la cosa importante è che questi punti, con la loro semplicità, e anche con la loro brutalità, riescono effettivamente a cogliere lo stato d’animo delle nuove generazioni, oltre che di quella generazione, né giovane né vecchia, nata negli anni Settanta, che costituisce la componente più consistente degli attivisti del Movimento 5 Stelle. Una generazione che si sente sconfitta, un po’ come si sentivano sconfitti i giovani cui si rivolgeva d’Annunzio. Non perché abbia combattuto una guerra da cui non ha ottenuto alcun beneficio. Ma perché ha dovuto sperimentare tutti gli svantaggi della ‘precarizzazione’ del mondo del lavoro. Perché, a dispetto di un tasso di scolarizzazione molto superiore rispetto a quello dei loro padri, si trova ad avere retribuzioni molto inferiori e prospettive di miglioramento quasi inesistenti. Perché si trova – e si troverà a pagare nei prossimi decenni – gli errori compiuti da altri. Perché si sente oppressa da un ceto politico che reputa inferiore, incapace, rapace, e perché ritiene moralmente e politicamente inaccettabile il fatto che a decidere delle loro pensioni e dei loro contratti di lavoro siano politici ultrasessantenni (o addirittura tecnici ultrasettantenni) con laute pensioni e solidissime posizioni.
Sarebbe ingenuo pensare che tutti i fallimenti della ‘Seconda Repubblica’ possano essere attribuiti a una questione anagrafica, e ancora più semplicistico che la lotta fra generazioni rappresenti un sostituto credibile del conflitto tra le classi sociali. D’altronde, le cronache ci hanno mostrato come la voracità, l’incapacità, il dileggio di ogni criterio morale, non siano certo monopolio della gerontocrazia, e abbiano trovato invece entusiasti cultori fra gli esponenti più giovani della classe politica italiana. Ma tutte queste considerazioni valgono a poco quando ci si trova dinanzi a un sentimento di rancore e ostilità così radicato come quello che una parte consistente della società nutre verso il sistema politico e verso i partiti, qualsiasi coloritura essi assumano. D’altronde, tutti possiamo oggi riconoscere che Fiume era per l’Italia del primo dopoguerra soprattutto un simbolo. Ma, si sa, i simboli in politica contano. E Grillo ha avuto la capacità di coagulare forze fino ad allora del tutto disperse e di diventare un simbolo. Un simbolo che – con tutte le sue incognite – molto probabilmente non sopravviverà politicamente alla sua fortuna. Ma che prima di quanto si pensi – e in particolare dinanzi a un parlamento ingovernabile, costretto a ricorrere ancora una volta una grande coalizione, ‘commissariata’ dalle istituzioni europee – potrebbe aprire la strada a nuovi leader, magari meno divertenti e meno abili nel maneggiare la comunicazione, ma capaci di mutare l’eredità di un esperimento riuscito in un prezioso capitale politico.

Damiano Palano

sabato 19 gennaio 2013

La tragedia rimossa. L’immaginario della rivoluzione italiana in «Vogliamo tutto!» di Angelo Ventrone




di Damiano Palano

«Ne abbiamo visti davvero tanti / di manganelli e scudi romani / però s’è visto anche tante mani / che a cercar pietre / cominciano ad andar. / Tutta Torino proletaria / alla violenza della questura / risponde ora, senza paura: / la lotta dura bisogna far. / E no ai burocrati e ai padroni! / Cosa vogliamo? Vogliamo tutto! / Lotta continua a Mirafiori / e il comunismo trionferà. / E no ai burocrati e ai padroni! / Cosa vogliamo? Vogliamo tutto! / Lotta continua in fabbrica e fuori e il comunismo trionferà». Riascoltare oggi la Ballata della Fiat, e soprattutto rileggere i versi scritti da Alfredo Bandelli, rappresenta un esercizio utile per chiunque intenda accostarsi alla storia italiana degli anni Settanta e, in particolare, per quanti – non avendo vissuto quel periodo, e avendone solo una memoria indiretta – puntino a ricostruire i frammenti dell’immaginario di cui si alimentò l’estrema sinistra per più di un decennio. La ballata della Fiat, come d’altronde molte altre delle canzoni stese in quel periodo dai ‘cantautori militanti’ vicini a Lotta continua, riesce infatti a chiarire in termini quasi paradigmatici come la fascinazione per un certo tipo di violenza abbia rappresentato un tassello importante dell’immaginario coltivato dai movimenti e dalle diverse esperienze organizzative della sinistra estrema cresciute in Italia soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e il principio del decennio seguente. Si tratta certo di un aspetto che può imbarazzare molti dei protagonisti dell’epoca, e in particolare tutti coloro che, quantomeno a partire da un certo momento, attorno alla metà degli anni Settanta, iniziarono a prendere le distanze dai miti della violenza rivoluzionaria, oltre che dalla declinazione che ne cominciavano a fornire le organizzazioni armate. Ma proprio in virtù di questo imbarazzo molte ricostruzioni – in special modo memorialistiche – del Sessantotto italiano tendono in qualche modo a distinguere tra la fase ‘verginale’ e ‘impolitica’ del movimento e le derive successive, in cui l’ideologia e i miti della politica novecentesca ebbero la meglio, sacrificando la spontaneità e l’originalità di un movimento non violento sull’altare del ‘Potere’ e delle sue spietate logiche. Che la fase aurorale della contestazione sia stata assai meno sensibile al culto della violenza è certo indiscutibile, ma il rischio di queste operazioni non è molto diverso da quello che fa correre la nostalgia, quando spinge a emendare degli aspetti meno lusinghieri il ricordo del passato meno recente. In questo modo, infatti, si finisce col perdere davvero qualcosa del passato, e col maneggiare soltanto delle oleografie, sempre più distanti dall’originale. E, nel caso della storia dell’estrema sinistra italiana degli anni Sessanta e Settanta, si finisce col perdere una componente importante di una vicenda politica, intellettuale e umana, e con l’allestire così una raffigurazione del tutto speculare a quella proposta da tutte quelle ricostruzioni che tendono invece a ritrovare in una sorta di fanatismo ideologico il robusto filo comune fra il Sessantotto e la drammatica pagina del terrorismo.
Anche per questo motivo è quantomeno meritorio il lavoro compiuto da Angelo Ventrone in «Vogliamo tutto». Perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione. 1960-1988 (Laterza, Roma – Bari, 2012). La ricerca di Ventrone non si nasconde infatti come l’immaginario coltivato dalla sinistra radicale italiana lungo questo periodo – che viene fatto iniziare con il 1960 e la cui tappa terminale viene collocata nel 1988, in sostanziale coincidenza con il crollo dei regimi socialisti dell’Europa orientale – sia stato un immaginario integralmente rivoluzionario, e abbia cioè visto nella rivoluzione, una rivoluzione inevitabilmente violenta, un momento inevitabile di snodo, non solo sotto il profilo strettamente politico, ma anche dal punto di vista esistenziale. Così, il titolo del volume, «Vogliamo tutto», non rimanda soltanto allo slogan utilizzato dagli operai di Mirafiori nel 1969, ma intende alludere proprio alla convinzione che la rivoluzione sia un processo di scontro che investe ogni relazione sociale, e da cui può discendere un mutamento radicale della condizione individuale. Mentre il sottotitolo – Perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione – esplicita proprio la domanda che alimenta l’indagine di Ventrone, una domanda per cui una risposta puramente ‘politica’ – una risposta che dunque non prenda in considerazione le motivazioni più profonde dei protagonisti di quegli anni, l’aspirazione a un mutamento tanto radicale – non può essere sufficiente. Scrive infatti Ventrone proprio al principio del volume: «Non si fa la rivoluzione per cercare la felicità. Si fa la rivoluzione per poter vivere una vita autentica. Nessuno, o solo pochi, pochissimi, si sono illusi nel corso della storia che la società del domani sarebbe stata priva di ogni conflitto, che ogni problema avrebbe trovato soluzione e il male sarebbe definitivamente scomparso, che gli uomini avrebbero vissuto in pace una volta per tutte, che la felicità avrebbe regnato incontrastata. Ma molti, e moltissimi tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’70, hanno sperato che nella società del domani ognuno avrebbe potuto realizzare se stesso insieme agli altri, a ognuno sarebbe stata data la possibilità di avvicinare ciò che fino ad allora era stato separato – desiderio e realtà –, di recuperare quell’armonia interiore che fino ad allora gli era stata negata, di conquistare quella padronanza di sé di cui fino ad allora ci si era sentiti privati» (p. VII). 
In questo senso, il volume di Ventrone tenta di contribuire a correggere la prospettiva da cui la stagione della mobilitazione collettiva è stata affrontata, e per molti versi distorta. L’attenzione si è infatti concentrata sui due «eventi» del Sessantotto e del rapimento di Aldo Moro: due eventi che senza dubbio hanno rappresentato forti cesure nella storia nazionale, ma che hanno inevitabilmente caricato di considerazioni politiche le ricostruzioni tanto dei protagonisti quanto dei testimoni, interessati più a cercare le prove della colpevolezza – o dell’innocenza – che a dipanare i fili di una storia intricata. «La politica» - con le parole di Ventrone - «l’ha fatta da padrone; i tempi brevi e la strumentalità delle polemiche hanno schiacciato la riflessione storica, che invece ha bisogno di esaminare i fatti nei tempi lunghi, che si propone uno scopo diverso, e vorrei dire più disinteressato, della semplice ricerca del colpevole. Fare storia vuol dire rendere comprensibile il complesso intreccio di azioni e reazioni, di passioni e paure, di speranze e illusioni che coinvolge i protagonisti, i compartecipanti, ma persino gli spettatori di un evento» (p. VIII). Ma un simile atteggiamento si è tradotto in una sorta di «patto di omertà», con cui i protagonisti dell’una e dell’altra parte si sono per certi versi impegnati a «far calare un velo di silenzio su tutti quegli aspetti che sono ritenuti scomodi e capaci di smentire le rassicuranti – e autorassicuranti – versioni sulla più o meno perfetta trasparenza del proprio operato che i protagonisti hanno riversato in migliaia e migliaia di pagine di interviste e memorie» (p. IX). 
Il percorso di Ventrone, attraversando quasi tre decenni della storia italiana, tende a privilegiare soprattutto alcune esperienze della sinistra extraparlametare, perché, in effetti, il ragionamento ruota per larga parte attorno all’operaismo italiano degli anni Sessanta e ai suoi sviluppi successivi, sebbene riservi un certo spazio anche al maoismo italiano, e in special modo all’Unione dei Comunisti Italiani, meglio nota con il nome del suo giornale, «Servire il popolo». In effetti, la maturazione dei fermenti destinati a palesarsi con l’esplosione del Sessantotto viene seguita da Ventrone soprattutto nelle prime riflessioni dei «Quaderni rossi» di Panzieri e Tronti e nell’esperimento di «Classe operaia», ossia in esperienze che rompevano nettamente con la tradizione del socialismo e del ‘progressismo’ italiani, e che, soprattutto, partivano dalla convinzione che l’Italia fosse ormai un paese a capitalismo avanzato: un paese in cui, dunque, il proletariato aveva finalmente la possibilità di assumere una piena centralità economica e politica. Successivamente, Ventrone si volge alla deflagrazione della fine degli anni Sessanta, da cui scaturiscono tanto la contestazione studentesca, quanto i gruppetti dell’estrema sinistra. E, infine, lo sguardo si sposta alle formazioni armate, la cui parabola raggiunge il culmine fra anni Settanta e Ottanta, prima di esaurirsi rapidamente alcuni anni dopo, con lo smantellamento dell’intera struttura superstite delle Brigate Rosse. A questo proposito, uno degli intenti di Ventrone consiste nel mostrare come, al di là delle inevitabili cesure, vi siano forti elementi di continuità fra la prima parte degli anni Settanta e la stagione identificata con l’espressione «anni di piombo»: non tanto, però, perché questi due periodi siano stati segnati dal medesimo livello di violenza, quanto perché le premesse della deriva militarista si ritrovano proprio nelle parole d’ordine e nel linguaggio adottato dai gruppi. Per quanto Potere operaio e Lotta continua adottassero alcune espressioni in termini effettivamente retorici, quel linguaggio – più o meno consapevolmente – andò a rafforzare un immaginario, un’iconografia, una mitologia dello scontro di classe, destinata a diventare per alcuni l’unico modo realistico di comprendere il mondo. Come scrive Ventrone a questo proposito, riprendendo una riflessione di Luigi Manconi: «tra tutti coloro che simpatizzavano per la contestazione, solo una parte di essi urlava minacce in un corteo o incitava alla violenza in un articolo di un giornale; e solo una piccola parte di questi intendeva quelle frasi in senso letterale, così come solo una parte di questi ultimi si riteneva in grado di metterle in pratica. Infine, solo un gruppo ancora più ristretto lo faceva effettivamente. Ciò non vuol però dire che non ci sia alcun legame tra i molti che hanno detto e i pochi che hanno fatto. Se i momenti della teorizzazione e della legittimazione della violenza non possono certamente essere sovrapposti e identificati con la pratica della violenza, è comunque impossibile sostenere che la loro distinzione sia chiarita e definita» (pp. 115-116).
Non è dunque casuale che la lettura di Ventrone, accostandosi a documenti risalenti ormai a circa mezzo secolo fa, punti soprattutto a ricostruire l’effettivo significato delle parole utilizzate allora, talvolta anche per diradare quella specie di cortina fumogena che gli stessi protagonisti avrebbero in seguito diffuso sulle loro elaborazioni, per correggerne l’estremismo e, ovviamente, per ridimensionare il peso che, nei ragionamenti di allora, aveva la violenza. E questo atteggiamento, secondo Ventrone, tende a risultare particolarmente evidente nel caso dell’operaismo, a proposito del quale, osserva, «dominano le versioni edulcorate, addomesticate» (p. 54). Certo non tutta la riflessione dedicata alla storia dell’operaismo si risolve in una acritica celebrazione, anche perché non sono mancate – da parte anche degli stessi protagonisti – ricostruzioni tutt’altro che disposte a proporre una memoria puramente oleografica. Ma i rischi segnalati da Ventrone esistono davvero, e non sono forse neppure troppo diversi da quelli che contrassegnano una certa memorialistica sulla genesi del gruppo dirigente del Pci, oppure la storia celebrativa della Resistenza coltivata nei primi decenni della Repubblica. Il punto, però, non consiste soltanto nel fatto che, in questo modo, i protagonisti tendono inevitabilmente ad ‘addolcire’ il quadro di un’esperienza tutt’altro che priva di asprezze, di ingenuità, di errori e anche di drammi umani. Più radicalmente, la conseguenza – come Ventrone segnala appropriatamente – consiste nel deformare quelle esperienze politiche e intellettuali, occultandone componenti importanti. Come sa bene chiunque legga davvero quei documenti, e chiunque segua i percorsi individuali di quegli anni, la «rivoluzione» - una rivoluzione naturalmente immaginata in termini molto differenti dalle diverse componenti della sinistra radicale – non si riduceva affatto a una metafora allusiva o una concessione poetica, perché lo scontro di classe era percepito davvero come una realtà materialmente presente nella quotidianità, una realtà che poteva richiedere anche un costo personale che alcuni erano disposti a pagare.
Oltre che dall’intento di ‘prendere sul serio’ le parole di quegli anni, il lavoro di Ventrone è caratterizzato anche dall’obiettivo di ‘comprendere’ davvero cosa spingesse i protagonisti di quei gruppi a rincorrere una sorta di chimera di cui oggi ci appare tutta l’inconsistenza. Uno degli elementi più interessanti di «Vogliamo tutto!» è infatti il tentativo di fornire una risposta – o, quantomeno, il contributo per una risposta – alla domanda esplicitata con forza dal sottotitolo del volume: «perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione». E, imboccando un sentiero per molti versi ‘weberiano’, che tenta di ‘comprendere’ quali fossero le motivazioni profonde che muovevano i militanti degli anni Sessanta e Settanta, Ventrone le ritrova nella ricerca di una «vita autentica»: una ricerca i cui esiti diventavano tanto più decisivi quanto più il futuro era percepito nei termini di una sorta di inevitabile «massificazione». In questo senso, il Sessantotto nasceva dallo stesso incubo che aveva percorso l’intero Novecento, e che molti intellettuali avevano condiviso, pur giungendo a fornire risposte diverse: «Ai loro occhi, l’uomo contemporaneo viveva in una società ossessionata dalla ricerca del comfort, impigrita dalle comodità della vita moderna, soddisfatta della dimensione esclusivamente materiale della propria esistenza. Una società che chiedeva all’essere umano di rinnegare la sua essenza più intima, ovvero la dimensione spirituale, che voleva dire volontà, abnegazione, capacità di donarsi a un’idea, a un progetto collettivo» (p. 13). Adottando la visione di una massificazione irrefrenabile, il Sessantotto si collocava così proprio all’estremità del Novecento: e la «debolezza del pensiero», l’incapacità di sviluppare una riflessione che superasse la soglia del XX secolo, appare dunque «uno dei possibili frutti, seducente e nello stesso tempo pericoloso, di una ricerca, di una speranza di rigenerazione che veniva da lontano e che le giovani generazioni di quel momento, come d’altronde quelle che le avevano precedute, ritenevano spettasse loro portare finalmente a compimento» (p. 15). Alle origini della stessa riflessione operaista, Ventrone coglie allora – non senza fondamento – il timore di un totalitario potere omologante: «il timore che il dominio della tecnica fosse in grado di rendere il mondo un inferno. Un mondo in cui il nemico del genere umano avrebbe preso il sopravvento in modo totale e definitivo, tanto da schiacciare tutti coloro che gli si opponevano, plasmando le loro menti e cancellando la possibilità stessa di pensare a un modo di vivere diverso, di immaginare una possibile alternativa. Insomma, la definitiva affermazione di quegli ‘uomini su misura’, dotati di una mentalità ‘fatta apposta per piacere al futuro padrone’, di cui aveva parlato in un libro di grande successo Vance Packard a proposito dell’ideale perseguito dai persuasori occulti che agivano dietro le quinte della società dei consumi» (p. 62).
L’interpretazione proposta da Ventrone costituisce senza dubbio uno dei principali motivi di interesse di «Vogliamo tutto!». E, a ben vedere, è davvero possibile ritrovare le tracce del terrore per la ‘disumanizzazione’ e per il dominio totalitario della ‘tecnica’ anche nella tradizione teorica dell’operaismo italiano, una tradizione che, peraltro, ha tentato quasi invariabilmente di ritrovare in ogni mutamento tecnologico, in ogni ristrutturazione capitalistica, in ogni stagione di innovazione produttiva, un ‘salto’ ulteriore verso la formazione dell’Arbeiterklasse prefigurata da Marx. Naturalmente, si potrebbe obiettare che la tesi ‘weberiana’ di Ventrone non risponde integralmente alla domanda di partenza, e che cioè non chiarisce fino in fondo per quale motivo una porzione minoritaria, ma comunque significativa, di giovani italiani abbia realmente creduto alla prospettiva di una rivoluzione possibile e imminente, sacrificando sull’altare di questa causa molto più che un impegno occasionale. Ma, come per ogni processo storico, è inevitabile che simili domande rimangano almeno in parte senza risposta. Anche perché, forse, questo interrogativo richiederebbe risposte che attengono, più ancora che alla ricerca storiografica, alla teoria politica e all’indagine sui moventi che inducono a riconoscersi in un corpo collettivo e a spingersi fino al limite estremo del rischio della vita.
Ma c’è forse anche un altro motivo per cui il libro di Ventrone merita una lettura attenta, ed è un motivo che attiene alla costruzione della memoria collettiva degli anni Settanta. Quella sorta di memoria ‘selettiva’ che spinge i protagonisti dell’estrema sinistra di quegli anni a ridimensionare alcuni aspetti – in primo luogo, la reale consistenza dell’immaginario rivoluzionario, insieme all’inevitabile corollario della ‘violenza di classe’ – è infatti la spia di un atteggiamento ben più radicato e ben più esteso. È proprio questo meccanismo di costruzione della memoria che, secondo Ventrone, palesa un’altra distorsione della prospettiva con cui si guarda ancora oggi al ciclo di mobilitazione degli anni Sessanta e Settanta: in sostanza, si tratta anche in questo caso di un effetto dell’ancora forte politicizzazione della memoria di quel periodo, una politicizzazione che – al di là di ogni tentativo di ripensamento – spinge a rappresentare entrambe le parti in modo «unidimensionale», e soprattutto in termini semplificati. «Gli anni ’60 e ’70 sono dunque imbalsamanti – nell’immagine che ne propongono spesso i protagonisti – o demonizzati da chi si sente erede di tutti coloro che si schierarono, all’epoca, sulla sponda opposta. Ad ogni modo, sono decontestualizzati dal ‘900 e quindi impossibili da comprendere nella loro complessità di momento di confine tra vecchio e nuovo» (p. X). È d’altronde proprio la ricostruzione «unidimensionale» che induce i protagonisti degli eventi – e in particolare coloro che vissero in prima linea l’esperienza del Sessantotto, dei movimenti, della sinistra extra-parlamentare – a tessere, più o meno consapevolmente, una rappresentazione in cui gli elementi meno gradevoli, tra cui la stessa infatuazione per la violenza rivoluzionaria, tendono a sfumarsi in cui quadro nostalgico. Così, anche la storiografia sugli anni Sessanta e Settanta tende a riflettere l’esigenza ‘politica’ di rappresentare una parte – la propria parte – come portatrice di valori integralmente positivi e la parte avversa come causa invece di tutte le degenerazioni, tra cui la stessa deriva violenta degli «anni di piombo». «In fondo l’immagine di una contestazione considerata nel giusto di fronte a uno Stato in ritardo nel riconoscimento dei diritti civili, nell’effettiva capacità di garantire uguali possibilità di emancipazione e di autorealizzazione a tutti, e soprattutto ai ceti popolari, si ispira a una grande tradizione culturale, quella nata insieme allo Stato unitario nella seconda metà dell’800. Una tradizione che, a partire dalla critica al fallimento del Risorgimento, all’incapacità cioè di rendere l’Italia non solo uno Stato ma anche una Nazione, ci ha abituato a pensare l’intera storia italiana come un susseguirsi di occasioni perdute, mancate: il Risorgimento incompiuto, la Vittoria mutilata, la Resistenza e la Costituzione tradite e, per finire, tra gli anni ’60 e ’70, l’affossamento del desiderio di protagonismo delle giovani generazioni attraverso la spietata spirale della repressione da parte del potere costituito e della disperata reazione violenta delle sue vittime» (p. XI). Ma, per quanto una simile lettura abbia più di qualche fondamento, e descriva realmente almeno una componente di ciò che la «contestazione» ha rappresentato nella storia italiana, è evidente come essa derivi anche dal «prevalere della polemica politica che spinge a enfatizzare le proprie ragioni e a negare quelle altrui», all’impostazione che «fa pensare a se stessi solo in quanto vittime – ingiustamente vittime – e mai anche come persecutori, oppressori» (p. XI). 
Una simile tentazione si coglie fatalmente soprattutto in quella sorta di ‘rimozione’ che viene a contrassegnare il culto della violenza cui i movimenti degli anni Sessanta e Settanta si alimentarono, ossia nella tendenza a presentare la scelta della violenza solo come una reazione alla violenza delle stragi, solo come una conseguenza di un attacco perpetuato dallo Stato come movimenti ‘innocenti’, e non anche come il riflesso di un’impostazione dottrinaria che attingeva all’immaginario rivoluzionario novecentesco, un immaginario in cui la violenza politica rappresentava una componente tutt’altro che residuale. Se si ‘rimuove’ l’enfasi posta in quegli anni sulla violenza, o se la si considera solo come un orpello retorico in fondo privo di effettivo significato, si finisce però col perdere una componente cruciale di quegli anni. Inoltre – ed è questa l’ultima, non meno significativa distorsione su cui Ventrone attira l’attenzione – la tendenza a interpretare i proclami rivoluzionari solo come un ‘gioco’, come un’allusione metaforica, «non rende giustizia a tutti coloro – e furono tanti – che sacrificarono gran parte delle loro energie non a un ‘gioco’, ma al sogno di costruire una ‘nuova umanità’» (p. XIV). Correggere queste distorsioni significa dunque anche ‘prendere sul serio’ le ragioni di quanti videro nella rivoluzione non un ‘gioco’ ma una vocazione, un sogno realizzabile, al cui raggiungimento dedicare la propria vita, talvolta persino a rischio della morte. E il libro di Ventrone si pone proprio questo obiettivo: «tentare di ricostruire come mai tanti giovani appartenenti ai gruppi della sinistra rivoluzionaria hanno creduto di poter cambiare il mondo, come volevano cambiarlo e per quali ragioni, perché ad un certo momento hanno cominciato a pensare che la violenza fosse lo strumento necessario per realizzare questo sogno. In altre parole, perché hanno creduto alla rivoluzione, perché davano per scontato che la rivoluzione fosse il passaggio obbligato per accedere a una vita degna di essere vissuta, a una vita autentica» (p. XV).
Quando Ventrone cerca di ‘prendere sul serio’ le parole che utilizzavano gli estremisti degli anni Settanta, e quando considera le loro ragioni – ‘weberianamente’ – come motivazioni reali, e non come gli esercizi retorici di un ‘gioco’ finito tragicamente, non affronta però soltanto un problema storiografico. In modo più radicale, affronta una questione che coinvolge la stessa memoria italiana degli anni Settanta, quella memoria su cui si sono costruiti – in misura non marginale – la rappresentazione degli «anni di piombo» e lo stesso immaginario politico della ‘Seconda Repubblica’. Non è dunque sorprendente che la memoria – e in particolare la memorialistica – di quel periodo storico tenda a polarizzarsi attorno a due soluzioni opposte. Per un verso, su quegli anni risulta impresso lo stigma della ‘dannazione’, e in fondo la stessa espressione «anni di piombo» – la cui estensione cronologica, nell’uso giornalistico, viene spesso a comprendere tutto il periodo che va dal Sessantotto fino all’escalation terroristica del principio degli anni Ottanta – tende a proporre l’immagine di una violenza ideologica e nichilista, una violenza tanto insensata da poter essere spiegata solo ricorrendo all’idea di una patologia collettiva. Per un altro verso, quanti propongono invece una difesa di quegli anni (e delle esperienze che contribuirono, in modo più o meno significativo, a imboccare una deriva violenta) finiscono, come sottolinea Ventrone, col coltivare una memoria ‘selettiva’, attenuando la dimensione ‘rivoluzionaria’ delle rivendicazioni di allora e procedendo così a ricollocare la dinamica dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta nell’alveo di un più rassicurante radicalismo democratico. In altre parole, dato che oggi non crediamo più alla possibilità della rivoluzione, e dato che ci pare letteralmente ‘impossibile’ che intellettuali originali, profondi, tutt’altro che sprovveduti, potessero credere davvero a quella che ci appare solo come un’illusione terribilmente ingenua (se non addirittura infantile), gli stessi protagonisti degli eventi di allora – insieme a una parte della storiografia – tendono a rileggere la storia degli anni Sessanta e Settanta sulla scorta di questa convinzione, considerando solo come immagini, metafore, allusioni, parole come «violenza di massa» e «rivoluzione». 
Ma, per quanto opposte, queste due raffigurazioni attorno a cui si organizza la memoria dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta restituiscono in realtà un quadro del tutto speculare del nostro immaginario ‘post-politico’. Sia che si ritrovi nella follia degli anni Settanta la manifestazione del morbo dell’ideologia, del fanatismo politico, del mito rivoluzionario, sia che si espungano dal bagaglio dei movimenti dell’estrema sinistra i riferimenti alla violenza rivoluzionaria, il risultato è che quella stagione viene di fatto reinterpretata con le coordinate di un immaginario ‘post-politico’, e dunque collocata ‘al di fuori della storia’. Ai protagonisti di quella vicenda viene così negata ogni razionalità ‘politica’, oppure si reinscrivono le loro motivazioni più profonde all’interno di una costellazione ‘postpolitica’ che rimuove la violenza, attribuendo le responsabilità della deriva violenta solo alle istanze di un potere repressivo e ostile al mutamento. Proprio attraverso queste lenti deformanti, gli «anni di piombo» sono venuti a rappresentare la sagoma sinistra di una negatività assoluta, su cui l’immaginario della politica italiana – a partire dagli anni Ottanta – si è ridefinito. Gli anni Settanta sono stati così, al tempo stesso, ossessivamente presenti nel dibattito pubblico, eppure sostanzialmente rimossi, ‘de-storicizzati’ e ‘depoliticizzati’: semplicemente perché in un mondo ‘post-politico’ – in un mondo che rimuove la politica e le sue ‘regolarità’, in un mondo che interpreta i conflitti e le contrapposizioni politiche come manifestazioni del ‘male’ – il dolore delle vittime e dei loro parenti deve apparire solo come il frutto insanguinato di un fanatismo senza alcun senso, mentre la violenza non può che risultare sempre del tutto fuori dalla storia. E forse è anche per questi motivi che è importante rileggere oggi la storia di quegli anni. Non soltanto perché si tratta di un doveroso impegno storiografico, volto a ricostruire cosa davvero sia successo in una fase tanto importante della vicenda repubblicana. Ma anche perché solo in questo modo si può capire davvero – o quantomeno capire un po’ meglio – il nostro presente.

Damiano Palano