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lunedì 16 dicembre 2019

Le ferite aperte della Spagna «vuota». Un libro di Sergio del Molina




di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Sergio del Molina, La Spagna vuota (Sellerio, pp. 395, euro 16.00), è apparsa su "Avvenire" del 29 ottobre 2019.


Quasi tutte le lingue europee, per indicare la forchetta, hanno termini imparentati con la parola latina furca: fork in inglese, forchette in francese, forquillia in catalano, forquilha in portoghese. La lingua tedesca non dispone di una parola di origine latina, ma – proprio come le altre lingue – per identificare la posata adopera il medesimo termine (Gabel) con cui si indica il forcone, ossia quella specie di tridente con cui i contadini sollevano il fieno o smuovono le messi distese sull’aia. Solo il castigliano si differenzia da questo implicito accostamento tra la forchetta e il forcone. La posata viene indicata infatti con la parola tenedor, con cui in origine si indicava una persona, il possidente. Probabilmente, questa scelta linguistica – almeno secondo la breve storia che racconta Sergio del Molino nel suo volume La Spagna vuota (Sellerio, pp. 395, euro 16.00) – tradisce il disprezzo che le classi agiate spagnole nutrivano per coloro che si limitavano ad affondare il cucchiaio nella zuppa e che non erano in grado di maneggiare la forchetta. L’etimologia di tenedor è comunque solo la tappa di avvio di un lungo viaggio dentro la «Spagna vuota». E cioè in quelle zone rurali lontane dalla costa che, dopo la grande urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, si sono sempre più spopolate, specie se considerate in relazione a città in costante espansione. 
Oggi infatti gli spagnoli che abitano nei centri urbani sono circa l’80% della popolazione, mentre più della metà del territorio è rimasto rurale. Ovviamente non si tratta solo di una tendenza spagnola. Ma, secondo del Molino, questo processo è avvenuto troppo rapidamente. Il «Grande Trauma» ha così originato una sorta di odio nei confronti delle campagne: un «auto-odio», un sentimento indirizzato contro le proprie stesse origini. Così, gli abitanti di questa «Spagna vuota» «si sentono abbandonati», «sono risentiti», «si inventano un passato pieno di vita, di bambini e di gente». Ma questo passato in realtà non è mai esistito, perché queste zone sono sempre state poco popolate. Ed è piuttosto il contrasto con le metropoli e la loro vita pulsante a rafforzare la sensazione di svuotamento, di desolazione, di abbandono.

La pubblicazione del libro di del Molino ha aperto in Spagna una grande discussione, che ha coinvolto anche i leader politici. Ma evidentemente non si tratta di un reportage o di un’inchiesta volta a sensibilizzare l’opinione pubblica o la classe politica. Il viaggio compiuto da del Molino è infatti soprattutto un viaggio dentro la cultura spagnola. Anche per questo non tutti i riferimenti risultano chiari al lettore italiano. Ma si tratta comunque di una lettura davvero ricchissima, capace di spaziare dai grandi luoghi letterari alla quotidianità e di portare in superficie tensioni profonde. E benché la nostra Penisola sia certo assai più popolata della fascia centrale della Spagna percorsa da del Molino, è quasi inevitabile chiedersi se ci sia anche un’«Italia vuota», di cui (quasi) nessuno parla e di cui ci siamo persino dimenticati. 

Damiano Palano

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