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domenica 29 novembre 2015

Cercando un altro populismo. Il realismo ‘romantico’ di Pablo Iglesias





di Damiano Palano

Come tutti i movimenti politici nella fase nascente, anche Podemos rimane oggi un fenomeno difficile da interpretare, soprattutto perché le sue coordinate ideologiche e la sua fisionomia organizzativa sono davvero molto complicate da classificare all’interno delle più familiari griglie concettuali. Per il bagaglio ideologico (più o meno esibito) dei suoi dirigenti, è infatti inevitabile accostare Podemos ad altre formazioni della ‘nuova’ sinistra radicale europea, e in particolare a Syriza e al suo leader Alexis Tsipras. Da molti altri punti vista, Podemos è invece più simile al Movimento 5 Stelle, non solo per centralità che ha assegnato al piano comunicativo (e alla leadership del suo leader), ma anche per il tentativo di andare ben oltre il perimetro dell’elettorato di sinistra, rinunciando persino alla stessa formula «sinistra» e a molti degli elementi identitari di questa tradizione politica. E d’altronde il perno fondamentale della sua comunicazione – la lotta alla «casta», alla classe politica corrotta del Ppe e del Psoe, ma più in generale all’intera classe dirigente della Spagna post-franchista – avvicina Podemos, molto più che alla sinistra radicale, alla retorica ‘anti-politica’ del M5S e alle diverse espressioni di disaffezione che, negli ultimi decenni, sono state etichettate con la formula impressionistica di «populismo».
Nel suo primo anno di vita, Podemos (fondato ufficialmente nell’autunno 2013) sembrava destinato a una cavalcata trionfale, di cui il successo ottenuto nelle elezioni europee del 2014 era solo la prima tappa. Ora l’avanzata sembra incontrare le prime difficoltà, e la campagna per le prossime elezioni costituirà una cartina di tornasole, non solo per valutare se l’obiettivo di superare in termini di voti il Partito socialista verrà raggiunto, ma anche per capire quali saranno le prospettive di una formazione ancora ben lontana da un consolidamento organizzativo e identitario. È però quasi inevitabile cercare una risposta a tutte le domande su questo nuovo protagonista della politica spagnola nelle parole del suo leader, Pablo Iglesias Turrión, giovane politologo della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid, e in particolare nel suo Disputar la democracia. Politica para tiempos de crisis (Akal, Madrid, 2014), oggi tradotto in italiano, in un’edizione curata da Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, con il titolo Democrazia anno zero. Il manifesto politico del leader di Podemos (Alegre, Roma, 2015, euro 15.00). Anche se – occorre avvertire – molte delle domande sul futuro (e persino sul futuro prossimo) di Podemos sono destinate a rimanere senza risposta dopo la lettura del libro di Iglesias. Non solo perché la stesura del testo risale all’estate 2013 (e dunque a una fase in cui Podemos era ancora solo un progetto), o perché l’autore dichiara di non avere avuto il tempo necessario per portare a compimento il piano che si era proposto. Ma probabilmente anche perché – e il caso di Iglesias lo conferma – i tempi dell’azione politica non si accordano mai con quelli della riflessione teorica, che rischia quasi sempre di arrivare tardi, proprio come la vecchia nottola di Minerva (e d’altronde nessuno, per capire davvero il «berlusconismo» o il «renzismo», si potrebbe accontentare della lettura di testi, non certo memorabili, come L’Italia che ho in mente o Tra De Gasperi e gli U2). 
Nonostante tutte queste cautele, il libro di Iglesias rischia davvero di risultare deludente persino per i suoi lettori meglio disposti. Nelle pagine di Democrazia anno zero si trova infatti davvero poco – per non dire nulla – dei progetti con cui Podemos mira a conquistare un ruolo di primo piano nella politica spagnola. Ma inoltre – tolti i riferimenti (per lo più rituali) a intellettuali marxisti come Perry Anderson, David Harvey e Immanuel Wallerstein, oltre che a un Gramsci un po’ caricaturalizzato – la base teorica principale di Iglesias sembra essere il best-seller La casta di Stella e Rizzo. E non solo perché il libro dei due giornalisti del «Corriere della Sera» viene effettivamente citato da Iglesias, ma perché la parte ‘programmatica’ del libro finisce col risultare una sorta di requisitoria contro la «casta» corrotta che governa la Spagna. In un passaggio importante del libro Inglesias scrive, per esempio: «A questa casta politica che prende le decisioni e mantiene uno scandaloso tenore di vita non interessano le sofferenze che colpiscono la maggior parte dei cittadini. I membri di questa casta hanno l’assistenza sanitaria privata, mandano i loro figli in esclusive scuole private, hanno salari e condizioni di lavoro privilegiate (quando lavorano) e i loro figli entrano nelle grandi imprese grazie alle raccomandazioni. La distanza tra i rappresentanti e i rappresentati cresce ogni volta che un privilegiato che chiede dei sacrifici ai cittadini è scoperto a guadagnare denaro in forma illegale o socialmente illegittima» (p. 168). Naturalmente il punto non sta nella veridicità della descrizione della situazione compiuta da Iglesias, perché – al netto dei toni retorici – è facile riconoscere nel quadro delineato dal leader di Podemos un ritratto molto familiare al lettore italiano, persino rassegnato dinanzi alla capacità della «casta» di riprodursi sotto ogni bandiera politica. Il punto sta piuttosto nel fatto che dietro la retorica di Iglesias sembra mancare un’analisi realistica della trasformazione che ha investito i paesi dell’Unione europea a partire dal 2011, e nella quale – come sempre nei momenti di crisi – sono emerse con nettezza tendenze che in realtà maturavano da molto più tempo. E proprio per questo il discorso di Iglesias non sembra distanziarsi molto dalla più superficiale retorica anti-casta degli ultimi anni, ossia da quella retorica che imputa tutti i guasti a una minoranza corrotta, privilegiata e vorace che si annida nei centri di potere della società. Una retorica cui ci hanno abituato negli ultimi anni un po’ tutti gli alfieri del ‘neo-populismo’, ma di cui forse si poteva trovare una declinazione non molto diversa anche nelle vecchie pagine di Guglielmo Giannini. Ma l’assenza di un’analisi realistica del contesto in cui Podemos deve muoversi, se da un lato può essere spiegata anche con le finalità propagandistiche e divulgative del pamphlet, dall’altro non può non sorprendere, perché stride proprio l’enfasi con cui Iglesias evoca la necessità del ‘realismo’. Un’enfasi che non affiora solo quando Iglesias, nelle pagine finali, mette in guardia contro gli eccessivi entusiasmi («È essenziale […] avere la capacità necessaria a costruire alleanze con gruppi politici e sociali che vogliono un cambiamento o che sono disposti a farne parte. In politica raramente ci si può permettere di ritenersi autosufficienti, l’arroganza e la superbia si pagano care. Vincere le elezioni non vuol dire prendere il potere», p. 185). Ma che emerge soprattutto nella parte più teorica del libro, per esempio nel momento in cui Iglesias ricorda la necessità di guardare alla politica con gli occhi del vecchio realismo: «la politica non risolve i conflitti né sul piano del Diritto né su quello delle idee, ma mediando e confrontando il potere di ogni attore. Per questo noi democratici non ci dobbiamo mai dimenticare che le ragioni senza la forza non sono niente. Come ci hanno insegnato molto bene i padri fondatori della nazione americana, per far sì che ci sia democrazia non basta un faldone di leggi da votare o una serie infinita di interventi regolamentati per parlare in parlamento, serve che ci sia una reale divisione del potere. […] Per avere uguaglianza di diritti bisogna avere anche uguaglianza di poteri» (p. 55). O anche quando, riabilitando la ragion di Stato e pensatori come Sun Tzu, Machiavelli, Richelieu, Bismarck e Carl Schmitt, scrive: «Se qualcosa hanno in comune queste figure tanto diverse tra loro è aver chiamato le cose con il loro nome e aver compreso e detto (ognuno nel suo contesto) che la politica (o la guerra) è, essenzialmente, l’arte del potere, che studia come mantenerlo e conquistarlo» (p. 56). 
Per la verità, Iglesias sposta l’impianto del realismo – e l’enfasi sulla forza – solo sul terreno della battaglia culturale, adottando la nozione gramsciana di «egemonia». «Per questo», osserva, «non si deve mai assumere il linguaggio dell’avversario politico senza contestarlo o analizzarlo. Quando i nostri avversari politici fanno propri termini come casta, porte scorrevoli, ‘berlusconizzazione’ della politica, sfratti, precarietà ecc., spostano di fatto il campo di battaglia su un terreno che ci favorisce. Ottenere questi spostamenti di campo è l’obiettivo dell’azione politica sul terreno ideologico» (p. 61). In realtà, però, quando riprende l’idea gramsciana dell’«egemonia», finisce con l’impoverirla non poco, perché in fondo la battaglia per l’egemonia culturale diventa una battaglia che si combatte ‘solo’ sul terreno simbolico. E per questo finisce con lo smarrire il riferimento ‘realistico’ ai rapporti di potere (di cui pure Iglesias segnala l’importanza sul versante della politica internazionale).
Alla base di questa ‘traduzione’ del realismo politico di Gramsci nel linguaggio ‘anti-casta’ (si potrebbe persino dire ‘anti-politico’) di Iglesias è facile ritrovare la mediazione cruciale di Ernesto Laclau. Ma è anche quasi scontato ravvisare nell’utilizzo concreto della teoria del populismo dello studioso argentino più di qualche limite, che riguarda il fatto che l’«egemonia» di Podemos – più che poggiare le radici nelle relazioni di potere – sembra poggiare sullo stesso livello in cui si svolge lo spettacolo della «democrazia del pubblico». Come è stato d’altronde osservato: «Podemos, facendo proprie e intrecciando le teorie di Laclau e Gramsci, punta a unire tutti i soggetti colpiti dalle ‘caste’, cioè dall’alto. Giocandosi la carta del pragmatismo: se il mercato della politica è diventato uno scaffale di un centro commerciale, dove la scelta del prodotto da parte dei consumatori (elettori) avviene più per sensazione o per l’immagine della confezione, allora tanto vale inserire i contenuti in un contenitore attraente. Nuovo. Pulito. Dinamico. Accessibile a tutti. […] La forma data a Podemos è un misto buono per tutte le esigenze. Per i consumatori meno esigenti del prodotto Podemos, basta internet, il colpo di clic, basta lo smartphone a portata di mano; per i più critici, resta lo spazio classico fatto di assemblee, comitato, riunioni, circoli che si richiamano alle forme della lotta di classe. E poi, ancora e soprattutto, la televisione» (M. Pucciarelli – G. Russo Spena, Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra, Alegre, Roma, 2014, pp. 86-87). E se l’identità ‘liquida’ di Podemos è all’origine delle sue fortune – in modo sostanzialmente analogo a quanto è avvenuto nel 2013 per il Movimento 5 Stelle in Italia – è però piuttosto chiaro che i suoi successi hanno ben poco a che vedere, almeno per ora, con i reali processi di potere e con i rapporti di forza. 
Forse l’assenza di un’analisi dei rapporti di forza nel libro di Iglesias è soltanto uno degli aspetti in cui Disputar la democracia mostra di essere un lavoro incompiuto, a causa degli impegni politici che hanno travolto il suo autore a partire dall’autunno 2013. Ma se i successi elettorali ottenuti finora da Podemos possono essere considerati come un argomento sufficiente per ritenere del tutto secondarie le lacune analitiche del discorso di Iglesias, è comunque più che legittimo ritrovare in quelle stesse lacune la spia di difficoltà con cui – prima o poi – il leader spagnolo e il movimento politico di cui è a capo si troveranno alle prese. Nel discorso di Iglesias, affiora infatti lo stesso disinteresse che Laclau in fondo nutriva (o sembrava nutrire) per le risorse ‘materiali’ del potere. La teoria di Laclau tende infatti a dare per scontato che il confronto tra identità collettive avvenga sul terreno delle istituzioni statali: in primo luogo, dunque, tende a presupporre che il conflitto agonistico tra parti si svolga invariabilmente dentro il perimetro dello Stato nazionale; inoltre, almeno in modo implicito, pare sempre assumere che le istituzioni statali siano dotate delle risorse necessarie per agire nella società, e che ciò che avviene sul terreno del conflitto simbolico si traduca dunque ‘a cascata’ sui reali rapporti di potere in cui i singoli individui sono inseriti (per un’argomentazione più compiuta, rinvio a Il principe populista, in Populismo e democrazia radicale, a cura di Marco Baldassari e Diego Melegari, Ombre corte, Verona, 2012, ma anche a Egemonia o storytelling? Il populismo 2.0 di Pablo Iglesias). Ma proprio per questo Laclau non può che ‘presupporre’ uno spazio economico ‘nazionale’ di fatto impermeabile agli attori esterni: deve cioè ipotizzare una ‘sovranità’ economica (se non autarchica) quantomeno irrealistica, e al tempo stesso sopravvalutare la facoltà dello Stato di agire sul terreno ‘materiale’ dell’economia. Molti regimi latino-americani che hanno utilizzato Laclau come strumento per ‘legittimare’ un nuovo populismo hanno concretamente sperimentato le ambiguità di questo discorso. Ma è evidente che queste difficoltà non possono che risultare ulteriormente amplificate in una situazione come quella spagnola, in cui – non diversamente da quanto accade nel resto dell’Ue – l’«autonomia» di manovra dei governi nazionali è quantomeno ‘imbrigliata’ dall’infrastruttura istituzionale dell’Ue. E da questo punto di vista le vicende di Syriza e di Tsipras dovrebbero insegnare qualcosa a Iglesias. Perché un populismo che si nutre solo di retorica, ma che rifiuta di confrontarsi con i nodi del potere, rischia di rivelarsi soltanto uno tanti, fuggevoli protagonisti della contemporanea politica spettacolo. E il realismo, di cui pure Igleasias si dichiara convinto alfiere, rischia di apparire solo un realismo ‘romantico’, destinato a rincorrere le occasioni alla superficie della politica spettacolo, senza poter davvero incidere sui rapporti di potere.

Damiano Palano

Vedi anche Egemonia o storytelling? Il populismo 2.0 di Pablo Iglesias

giovedì 19 novembre 2015

Crisi della rappresentanza e crisi del soggetto politico. Un seminario all'Università Bicocca - Milano, giovedì 26 novembre 2015, ore 15.45 (con Nando Pagnoncelli, Filippo Pizzolato, Damiano Palano e Paolo Costa)




Giovedì 26 novembre 2015, ore 15.45

CRISI DELLA RAPPRESENTANZA E CRISI DEL SOGGETTO POLITICO

Seminario di approfondimento in occasione della presentazione del volume Gemina persona di Paolo Costa.

Introduce: Filippo Pizzolato, giuspubblicista, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Ne discutono:
• Damiano Palano, politologo, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
• Nando Pagnoncelli, analista della pubblica opinione, presidente di IPSOS

Conclude: Paolo Costa, autore del volume Gemina persona

Edificio U7, IV piano, Aula n. 4064
Sala Consiglio della Scuola di Economia e Statistica
Via Bicocca degli Arcimboldi,8 – 20126 Milano

In occasione della presentazione del volume “Gemina persona. Un’ipotesi giuspubblicistica intorno alla crisi del soggetto politico” di Paolo Costa, il seminario intende approfondire il tema della crisi del soggetto politico a partire dalla sua più attuale declinazione quale crisi della rappresentanza politica.
Pur muovendo da premesse storico-concettuali, il seminario vuole dedicare una specifica attenzione alle più immediate ricadute reali del problema, avvalendosi a tal fine del contributo di autorevoli studiosi quali Damiano Palano, politologo, e Nando Pagnoncelli, analista della pubblica opinione.

Sono invitati a partecipare tutti gli interessati

Per ulteriori informazioni:
Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia Tel. 02 64483007 (Sig. Alberto Serbini); e-mail: diseade@unimib.it

martedì 17 novembre 2015

La trappola del «compiacimento democratico» secondo David Runciman




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di D. Runciman, Politica (Bollati Boringhieri, pp. 174, euro 11.00) è apparsa sul sito dell'Istituto di Politica.

«Che cosa intendiamo per politica? Il concetto è estremamente ampio e comprende ogni genere di attività direttiva autonoma. Si parla della politica valutaria delle banche, della politica di sconto della Reichsbank, della politica di un sindacato in uno sciopero, si può parlare della politica scolastica di un comune cittadino o rurale, della politica della presidenza di un’associazione per ciò che riguarda la sua direzione, e infine della politica di una donna intelligente che si sforza di guidare il proprio marito. Naturalmente non ci occuperemo di un concetto così ampio nelle nostre riflessioni di questa sera. Con il termine ‘politica’ intendiamo piuttosto riferirci soltanto alla direzione o all’influenza esercitata sulla direzione di un gruppo politico, vale a dire – oggi – di uno Stato» (M. Weber, La politica come professione, in Id., La scienza come professione – La politica come professione, Mondadori, Milano, 2006, p. 52).
Le parole con cui, ormai quasi un secolo fa, Max Weber si rivolgeva agli studenti dell’Università di Monaco nella sua celebre conferenza sulla Politica come professione, rimangono ancora oggi un punto di riferimento ineludibile per chiunque voglia comprendere cosa sia la politica nel mondo contemporaneo, e forse anche cosa sia la politica nella sua essenza. Ma le difficoltà che segnalava Weber nel 1919, soffermandosi incidentalmente sull’inflazione del termine «politica», oggi non sono certo superate, e rendono per questo forse ancora più complicato fornire una risposta soddisfacente (se non certo completa). 
È invece proprio a questo insidioso compito che è dedicato il volumetto Politica di David Runciman (Bollati Boringhieri, pp. 174, euro 11.00), politologo dell’Università di Cambridge, presso la quale dirige il Dipartimento di Politica e Studi Internazionali. E benché il lettore più esigente possa ravvisare più di qualche lacuna nel testo – nel quale, per esempio, non vengono neppure menzionati testi cruciali della discussione novecentesca sulla politica, come il celebre Der Begriff des Politischen di Carl Schmitt o The Human Condition di Hannah Arendt – il risultato del lavoro di Runciman è comunque interessante (e godibile), non solo per chi sia in cerca di una prima riposta alla domanda «cosa è la politica?».
L’approccio di Runciman potrebbe essere definito come una sorta di realismo ‘hobbesiano’ moderato. Per un verso, il politologo sottolinea il ruolo che le istituzioni hanno nel controllare la violenza, mentre, per l’altro, sottolinea come la politica non sia affatto riducibile alla semplice dimensione istituzionale. Per esempio scrive: «All’origine di ogni accordo politico di successo convivono due lati. C’è il lato della politica che è prodotta da istituzioni stabili: tutti i contenziosi e i contrasti vengono in qualche modo risolti prima che la guerra esploda. E c’è la politica che produce istituzioni stabili: tutte le questioni e gli accordi che conducono una guerra ad essere conclusa. La politica non può essere ridotta ad alcun particolare assetto istituzionale. La politica precede gli assetti istituzionali e nello stesso tempo viene prodotta da essi» (pp. 14-15). Anche se non cede al compiacimento che talvolta contrassegna lo sguardo cinico dei realisti, Runciman avverte inoltre che la «politica del bene» spesso non è altro che «la maschera che rende possibili le orribili azioni che essa dovrebbe prevenire» (p. 23). E non dimentica di affrontare il problema del modo in cui la politica – e anche il terribile strumento della violenza, costitutivamente connesso alla dimensione politica – può volgersi verso il ‘bene’. Proprio qui, peraltro, Runciman torna a evocare le parole della vecchia conferenza in cui Weber diffidava i giovani che volevano ‘salvarsi l’anima’ a non cercare nella politica la via per raggiungere questo obiettivo. Ma la risposta che lo studioso britannico fornisce è in questo caso differente, perché non è solo la decisione del politico a decretare quale sia la soluzione al dilemma tragico relativo all’uso della violenza (e a ciò che essa comporta). «Weber era innamorato pazzo dell’eroe politico tragico e solitario di un tempo, in un’epoca in cui la politica era spesso tragica e sembrava aver bisogno di eroi. Agli inizi del XXI secolo il peso del rischio è cambiato. Il disordine civile non è sempre dato dal numero di persone che si mettono in pericolo. Ci sono anche le minacce ai principi condivisi del comportamento politico che una politica stabile ha reso possibile. I politici non hanno responsabilità solo sui propri cittadini, ma anche sulle proprietà costituzionali, sulla legge internazionale e sull’opinione pubblica globale. Tutto ciò impone dei vincoli che essi ignorano, mettendo loro e noi in pericolo. I politici non possono fare semplicemente i conti con la propria coscienza. Ci vuole qualcuno o qualcos’altro a cui debbano rendere conto» (p. 54). Ma il rischio è che i cittadini – cui nelle democrazie i politici devono rendere conto – diventino sempre più apatici, distanti, indifferenti e in fondo disinteressati a ciò che fanno i loro leader. Ed è proprio questa l’insidia principale che Runciman individua nel futuro delle democrazie occidentali. In sostanza, il successo di Hobbes – ossia un mondo in cui le istituzioni sono riuscite a monopolizzare la violenza, consentendo così lo sviluppo economico e uno stabile progresso tecnologico – priva le società democratiche del XXI secolo della possibilità di prevedere, sulla scorta del passato, quali sono i rischi di fallimento. «Non ci sono precedenti storici a cui riferirsi: non abbiamo cioè esempi di società prospere, sicure e vincenti, abituate ai livelli di comodità e di vantaggi di cui godono le odierne democrazie occidentali, che abbiano subito un collasso. Il che non significa che questo non possa accadere» (p. 65).
Naturalmente il monito di Runciman potrebbe essere preso come un inutile allarmismo, ma in realtà il discorso è più sottile. Ciò su cui il politologo intende attirare l’attenzione è piuttosto il rischio che discende dalla convinzione che ci si possa liberare dallo Stato e dalla politica (così come dai suoi costi): una convinzione che non solo nutre l’immaginario ‘anti-casta’ di molti movimenti degli ultimi anni, ma che costituisce una sorta di pilastro ideologico di molti cantori delle potenzialità delle nuove tecnologie, così come dei sostenitori delle virtù della «tecnocrazia». Un effetto di simili atteggiamenti è stato però il deleterio restringimento della classe politica: «L’élite politica ha sfruttato la nostra disattenzione per rafforzarsi. Non vorremmo chiedere conto della loro temerarietà, ma non abbiamo strumenti per farlo: la loro maggiore conoscenza del funzionamento della politica ci lascia con un sentimento di impotenza. La gente pensa di potersi riprendere la politica quando vuole, spesso si trova a non sapere dove individuarla quando ne ha effettivamente bisogno. I professionisti sono in grado di aggirare queste dinamiche. Il solo modo per imparare a fare politica è praticarla continuamente, sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male» (p. 111). Ma un effetto ulteriore – di portata ben superiore – potrebbe essere proprio l’incapacità di prevedere i rischi reali della catastrofe che pesa sul nostro futuro. Naturalmente – e Runciman lo ricorda – le democrazie hanno oggi a disposizione risorse inimmaginabili nel passato e sono dotate inoltre di una formidabile capacità di adattamento. Ciò nondimeno, «le democrazie non sono padrone del loro destino» (p. 165), e le scelte dei singoli governi potrebbero fare ben poco dinanzi a sfide effettivamente globali. Inoltre, per affrontare le grandi sfide del XXI secolo (prima fra tutte quella del mutamento climatico), le democrazie potrebbero non avere a disposizione il tempo necessario per agire adeguatamente. Ma, soprattutto, le democrazie occidentali potrebbero cadere vittima di una sorta di «compiacimento democratico». Un compiacimento che è qualcosa di più insidioso che la semplice soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo mai conseguito nel passato, perché coincide piuttosto con la convinzione che il processo di miglioramento sia destinato a proseguire in modo interminabile nel futuro, e che il passato e i suoi incubi non possano tornare. Come scrive Runciman: «La democrazia è sopravvissuta alla Grande depressione, è uscita dal fascismo, ha sopraffatto il comunismo. Ha reso libero praticamente tutti i suoi cittadini. La violenza è stata allontanata. Il benessere si è diffuso. Le democrazie non solo hanno sempre risposto alle minacce e alle ingiustizie, ma hanno sempre vinto le loro sfide. Potremmo quindi credere che questo processo si ripeterà per un tempo indefinito. Quando sarà necessario, sapremo prendere le nostre decisioni insieme» (p. 168).
Non è molto difficile ritrovare le tracce del «compiacimento» biasimato da Runciman in molte delle discussioni sullo stato odierno della democrazia e sugli allarmi – più o meno fondati che siano – intorno alla sua ‘crisi’ o al suo logoramento. Di recente, un osservatore attento come Michele Ainis, a proposito di un libro del linguista Raffaele Simone, ha scritto che probabilmente gli allarmi sulla «crisi della democrazia» non sono per nulla fondati: «Può darsi», ha scritto, «che stia per affacciarsi un modello iperdemocratico, una democrazia senza partiti, dove la decisione principale spetta al delegante (il cittadino) anziché al suo delegato (il parlamentare)» (M. Ainis, I paradossi della democrazia. E i suoi (prematuri) funerali, in «Corriere della Sera», 27 ottobre 2015, p. 39). Certo il discorso di Ainis può avere qualche fondamento, ma è davvero difficile non  riconoscere nella previsione (o nell’auspicio) di una prossima «iperdemocrazia» l’ennesima variante di quell’ottimismo da cui Runciman mette in guardia. Non perché non ci siano motivi per essere ottimisti. Ma perché l’ottimismo che nasconde al nostro sguardo i rischi reali non risulta in fondo molto diverso da un atteggiamento suicida. Nel nostro futuro, scrive d’altronde Runciman nella conclusione, nulla è predeterminato e sicuramente ci saranno scelte difficili: «Ma non potremo affrontare queste sfide nascondendoci o incrociando le dita. Potremo farlo solo attraverso la politica» (p. 170).

Damiano Palano

domenica 15 novembre 2015

La democrazia (forse) salverà il mondo. L'ultimo libro di Luigi Bonanate



di Damiano Palano

Questa recensione al nuovo volume di Luigi Bonanate, Anarchia o democrazia. La teoria politica internazionale del XXI secolo (Carocci, pp. 134, euro 12.00), è apparsa su "Avvenire" del 13 novembre 2015.

È ormai trascorso più di un quarto di secolo dalla fine della Guerra fredda e dalla dissoluzione del blocco sovietico. Il lungo dopoguerra non ha però ancora partorito uno stabile ordine internazionale. E pare così davvero lontano l’ottimismo di quegli intellettuali che, sul finire del secolo scorso, salutarono euforicamente l’inizio dell’«era unipolare», destinata a consegnare agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza globale, garante di un impero liberale fondato sui principi democratici e sulla libertà di mercato. A partire dal trauma dell’11 settembre 2001 gli scenari di crisi hanno anzi continuato a estendersi, giungendo fino alle porte dell’Europa, senza che neppure si siano profilate ipotesi realistiche di soluzioni durature. 
È proprio all’instabilità dello scenario globale che è dedicato l’ultimo libro di Luigi Bonanate, Anarchia o democrazia. La teoria politica internazionale del XXI secolo (Carocci, pp. 134, euro 12.00). La tesi che sostiene Bonanate è per molti versi radicale. Secondo lo studioso, dopo il 1989 il sistema internazionale è infatti diventato ‘anarchico’. E il punto cruciale è che questo dato costituisce una novità clamorosa, l’effetto di una dirompente «rivoluzione internazionale». Per molti politologi – e in particolare per i cultori del ‘realismo’ – l’arena internazionale è sempre stata contrassegnata da una costitutiva ‘anarchia’. In questa prospettiva, dal momento che nel contesto internazionale non esiste nessuna autorità politica superiore capace di imporre e far rispettare la legge con la forza coercitiva, gli Stati sovrani devono provvedere da soli a tutelare la propria sicurezza. E per questo si trovano a operare in un contesto molto simile allo «stato di natura» descritto da Thomas Hobbes, in cui regna il bellum omnium contra omnes e in cui ciascuno deve guardarsi dai propri simili. Secondo Bonanate, invece, il sistema interstatale moderno non è mai stato realmente ‘anarchico’, ma è sempre stato contrassegnato da un «ordine», basato soprattutto sulle regole dettate dalla potenza vincitrice di una guerra e dunque dai rapporti di forza sanciti da un conflitto generale. Con il 1989 si rompe però il legame fra «guerra» e «ordine» che ha segnato la modernità. La Guerra fredda finisce infatti col collasso di una delle due superpotenze senza che venga sparato un solo colpo. Probabilmente, osserva Bonanate, questa soluzione è anche l’esito dell’ingresso del mondo nell’era in cui diventa tecnicamente possibile l’autodistruzione nucleare. Ma la «rivoluzione internazionale» del 1989 segna così l’inizio di una nuova stagione ‘postmoderna’, in cui il sistema sembra davvero diventare anarchico, perché «nessun ordine solido, stabile e condiviso in queste nuove condizioni può esistere». 
Tutti i tasselli di questo mosaico sembrerebbero preludere a una degenerazione progressiva. Ma, benché non nasconda più di qualche motivo di pessimismo, Bonanate non rinuncia a indicare una strada alternativa, che potrebbe contribuire alla costruzione di un nuovo ordine, finalmente adeguato alla realtà di un sistema entrato nella ‘post-modernità’. E l’alternativa all’anarchia – come suggerisce il titolo del volume – non può che essere la democrazia. Una democrazia intesa però soprattutto come principio con cui ridefinire le relazioni ‘fra’ (e non solo ‘dentro’) gli Stati, con l’obiettivo di giungere a una drastica riduzione del ricorso alla violenza come strumento di risoluzione dei contrasti. E proprio per questo – se Dostoevskij scriveva che solo la bellezza avrebbe potuto salvare il mondo – Bonanate, esplicitando una «disperata speranza», scrive che «ora dovremmo dire che soltanto la democrazia potrà salvarlo». 

Damiano Palano

mercoledì 11 novembre 2015

Una democrazia senza partiti? Sull’ultimo libro di Damiano Palano



 
di Alberto Gasparetto

 
 

Qual è lo stato di salute dei partiti nei regimi democratici? Che grado di legittimità riscuotono all’interno della società? Che parabola hanno seguito e quale bilancio è possibile tracciarne? Sono questi i quesiti di fondo a cui il nuovo libro di Damiano Palano (Democrazia senza partiti, Edizioni Vita e Pensiero, 2015) tenta di rispondere. Come ricorda Norberto Bobbio, fin dalla loro nascita – databile fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso – i partiti sono concepiti come strutture fondamentali per l’aggregazione delle domande provenienti dalla società, quei corpi intermedi la cui funzione viene talmente magnificata al punto che per lungo tempo vengono considerati indispensabili per la sopravvivenza stessa della democrazia. Fotografati inizialmente come strutture oligarchiche – secondo la celebre definizione di Robert Michels – i partiti si celano in realtà dietro ad una facciata di apparente democrazia. Secondo Max Weber, che per primo osserva il tramonto del «partito di notabili» e l’avvento del «partito di massa», grazie alla loro progressiva «burocratizzazione», i partiti finiscono per esprimere un ceto di veri e propri «professionisti della politica» e di leader carismatici in grado di controllare sempre più il consenso grazie al cosiddetto «potere della cricca», un preludio all’avvento della democrazia plebiscitaria.
In base alla rigorosa ricostruzione di Palano, osserviamo che durante il Novecento i partiti subiscono una vera e propria «metamorfosi». Negli anni Sessanta il politologo tedesco Otto Kirchheimer è il primo a notare che a partire dal Secondo dopoguerra i grandi partiti di massa, confessionali e di classe, sono investiti dalla tendenza a trasformarsi in organizzazioni che puntano sul più vasto consenso possibile, allo scopo di ingigantirsi all’interno della società. Le principali caratteristiche del moderno catch-all party (il partito «pigliatutto» o, come ama insistere Gianfranco Pasquino, «pigliatutti», a sottolinearne la vocazione ad acciuffare il sostegno da parte di qualsiasi cittadino-elettore) consistono nella drastica riduzione del bagaglio ideologico, nella svalutazione del ruolo degli iscritti, nel rafforzamento degli elementi di vertice. Queste trasformazioni producono una costante disaffezione dei cittadini nei confronti dei partiti che finiscono per perdere iscritti. Se negli anni Sessanta un cittadino su dieci è membro di un partito, negli anni Novanta la cifra si dimezza per assestarsi al 3% della popolazione nello scorso decennio. La progressiva perdita di identità dei vecchi partiti di massa, dovuta anche ai perfezionamenti nel campo della tecnologia e alla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione (in primis, la televisione) porta altri due studiosi, Richard Katz e Peter Mair, a mettere in luce una nuova evoluzione. Si tratta dei partiti-cartello (cartel-party), soggetti che, come le imprese in economia, si mettono d’accordo per la spartizione delle risorse. Queste ultime, non potendo più essere reperite in maniera copiosa nella società, vengono ricercate all’interno delle istituzioni. I partiti, la cui attenzione prima veniva rivolta agli iscritti mentre ora si sposta sempre più verso gli elettori, si allontanano progressivamente dalla società avvicinandosi sempre più allo Stato e divenendone parte integrante.
A questa crescente divaricazione dei partiti dalla società corrisponde la definitiva trasformazione dei partiti in agenzie clientelari che hanno ormai perso quella funzione originaria di «ponte» fra società e Stato destinato, di fatto, a dare rappresentanza ai diversi segmenti in cui è strutturata la società stessa. Il cittadino-elettore, in sostanza, diviene un attore passivo che, come il pubblico che assiste ad uno spettacolo teatrale, si limita a reagire offrendo la propria approvazione o il proprio dissenso: è la «democrazia del pubblico» ben descritta da Bernard Manin, ovvero la nuova forma della «democrazia plebiscitaria» che costituisce uno di quegli aspetti di quella che Colin Crouch ha battezzato «postdemocrazia». Quel rapporto di fiducia che un tempo legava le grandi masse ai capi non esiste più, lasciando spazio ad una crisi della leadership senza precedenti. Ma, avverte Palano, tutto ciò non deve far pensare al tramonto definitivo dei partiti. Al contrario, i partiti sono vivi e vegeti, dispongono di risorse sempre maggiori con le quali sono ormai riusciti ad incastonarsi nelle strutture statali; non è per i partiti, bensì per la loro democrazia interna che viene intonato il «requiem».

Ad esacerbare in maniera irreversibile la crisi di legittimazione dei partiti vi sono due fenomeni fra loro strettamente connessi, le cui radici risalgono almeno alle difficoltà economico-sociali degli anni Settanta: la crisi fiscale e la crisi di governabilità. In particolare, quanto alla prima, nota Palano, va osservato che la crescita della pressione tributaria ed il conseguente mancato contenimento della spesa pubblica, unito al generale rallentamento della crescita economica non ha fatto altro che contribuire all’aumento della sfiducia nei confronti della politica. La perdita di centralità della sezione – riflesso del consenso degli iscritti ed emblema della reale forza del vecchio partito di massa – e la progressiva affermazione di forme di democrazia diretta che entrano in concorrenza con quelle della democrazia rappresentativa costituiscono a tutti gli effetti la cifra della crisi che le democrazie occidentali (e quindi non soltanto quella italiana) da lungo tempo sperimentano.
La ricostruzione della parabola dei partiti offerta da Palano potrebbe apparire piuttosto sconfortante. Occorre, è vero, prendere atto che la stagione dei grandi partiti di massa si è chiusa da tempo per effetto del trionfo del «partito liquido», un soggetto che rispetto ai partiti tradizionali presenta un carattere fluido della propria identità, tanto forte a guisa di una merce ricercata dai consumatori quanto effimera nella sua capacità di durare nel tempo. I partiti, urge constatarlo, risultano vittime di un vero e proprio «deficit simbolico», incapaci anche solo lontanamente di rappresentare politicamente la società, di plasmarla, di veicolare le immagini collettive, di alimentare le passioni, di strutturare i conflitti. Ma benché ne tracci un bilancio sostanzialmente negativo, Palano sembra lasciare adito a qualche timido spiraglio. La speranza dell’autore è riposta nel «superamento del deficit culturale e simbolico dei partiti contemporanei» tale per cui possa emergere «una sorta di “Principe postmoderno” in grado di riconquistare una cultura politica capace di incarnare la vocazione incisa nella stessa parola “partito”: la vocazione di dare voce alla “parte”, di dare forma alla società, di costruire identificazioni in grado di durare nel tempo, di alimentare l’immaginario democratico modificando i confini del “tutto”».
Alberto Gasparetto

lunedì 9 novembre 2015

Egemonia o storytelling? Il populismo 2.0 di Pablo Iglesias





di Damiano Palano

All’indomani della comparsa del movimento spagnolo degli indignados, molti osservatori segnalarono le ingenuità e le debolezze politiche di un fenomeno che appariva solo come l’ulteriore manifestazione di un generale sentimento anti-politico e come l’ennesimo riflesso di un’ostilità nei confronti della «casta», in fondo priva di qualsiasi progettualità. Dopo quattro anni dalla data simbolica del 15 maggio 2011 - il giorno che gli spagnoli indicano con la sigla 15-M e in cui il movimento degli indignados prese possesso della Puerta del Sol madrilena – le cose sono naturalmente molto cambiate, sia negli assetti interni all’Unione europea, sia negli equilibri politici tra gli «europeisti» e quelle formazioni che, un po’ per pigrizia, continuano a essere catalogate sotto la voce «populismo» (o «neo-populismo»). E fra i nuovi e più originali protagonisti del nuovo scenario un posto di primo piano è naturalmente occupato da Podemos: un partito che – pur non essendone in senso proprio una filiazione – ha trovato nel 15-M le proprie radici e che, per molti versi, costituisce la variante più originale di un ‘populismo di sinistra’. A rendere particolarmente interessante la vicenda di Podemos è però la stessa genesi di questa formazione, che, per quanto possa essere intesa come uno sviluppo ‘politico’ degli indignados, può essere anche interpretata come il risultato di un esperimento – ancora in fase interlocutoria, ma per ora comunque riuscito – realizzato da un ristretto gruppo di intellettuali, alcuni dei quali giovani accademici dell’Università Complutense di Madrid, con alle spalle esperienze più o meno durature nella sinistra radicale.
Sull’onda delle proteste del 2011 e sulla scorta dei successi dei nuovi regimi ‘populisti’ latino-americani (ma, in realtà, anche in seguito alla riflessione autocritica seguita alla sconfitta elettorale patita nel 2011 dalla formazione Izquierda Anticapitalista, nata da una costola di Izquierda Unida), il nucleo fondatore di Podemos – ufficialmente formatosi nel novembre 2013 – iniziò a elaborare una strategia politica basata soprattutto sulla comunicazione. Ben presto tra i suoi esponenti prese a emergere la spiccata personalità di Pablo Iglesias Turrión, un giovane politologo della Facoltà di Scienze politiche della Complutense, la cui notorietà era legata in realtà – più che agli studi e all’attività accademica – alla carriera di opinionista televisivo, avviata già dal 2010, nella trasmissione online La Tuerka. E proprio la figura di Iglesias è diventata da allora il perno della comunicazione di Podemos, oltre che il pilastro di un successo che ha condotto il nuovo partito a ottenere nelle europee del 2014 – pochi mesi dopo la fondazione – una prima rilevante affermazione. «Ultra efficace nelle sue comparsate televisive», come lo descrivono Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena (in un istant-book non certo parco di toni celebrativi), «carismatico, una grande dialettica e doti da vero animale da palcoscenico, castigatore integerrimo dei politici e delle malefatte», «amato e anche odiato universalmente: nessuno ne ha mai messo in dubbio l’onestà personale: non poco in un paese piagato dalla corruzione e dai comportamenti eticamente discutibili di una gran parte dei personaggi pubblici» (Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra, Alegre, Roma, 2014, p. 69). Anche grazie alle indiscutibili abilità comunicative del suo leader, Podemos si definisce così come un’operazione volta a rompere esplicitamente non solo con la sinistra spagnola (rappresentata dal Psoe e anche da Izquierda Unida), ma soprattutto con l’iconografia del movimento socialista novecentesco, nonostante lo stesso Iglesias non rinunci né a rivendicare il proprio passato nelle formazioni della sinistra radicale, né a indicare in Marx, Gramsci e in altri pensatori marxisti i propri riferimenti teorici. «Per i dirigenti di Podemos», ha scritto Renaud Lambert, «la sinistra si è data a lungo ad analisi astruse, riferimenti oscuri e un vocabolario in codice», e così il primo compito del nuovo partito «consiste nel ‘tradurre’ le posizioni tradizionali della sinistra in discorsi capaci di ottenere la più ampia adesione: le questioni della democrazia, della sovranità, dei diritti sociali» (Podemos, il partito che scuote la Spagna, in «Le Monde diplomatique», gennaio 2015, p. 20).
Azione comunicativa
In un dialogo recente con il politologo Fernando Vallespín, Iglesias è tornato sulle tappe della genesi di Podemos e, in particolare, sul ruolo giocato dal 15-M. «In gran parte», ammette Iglesias, «Podemos è il risultato delle preoccupazioni di un gruppo di politologi frustrati, qualcosa che si evince nella ricercatezza dei discorsi, nello stile di Podemos», «un gruppo di politologi provenienti dalla sinistra e che continuamente mescolano le loro aspirazioni di militanti di sinistra con, per dire, le proprie conoscenze teoriche che li portano al pessimismo dell’intelligenza» (La sfida di Podemos: teoria, prassi e comunicazione, in «Micromega», 7/2015, p. 24). Ma, a dispetto dello scetticismo iniziale nei confronti del 15-M, in seguito il gruppo dirigente di quello che diventerà Podemos coglie nell’insofferenza mostra dagli indignados uno spazio d’azione. Uno spazio che altrove viene sfruttato dal Fronte nazionale o dal Movimento 5 Stelle, e che invece in Spagna trova in Iglesias e nel nuovo partito che si forma attorno alla sua leadership un interlocutore. Ma ciò che contrassegna fin dall’inizio l’operazione di Podemos – e che lo distanza in modo netto dalla tradizione della sinistra novecentesca – è la scelta del piano della comunicazione come terreno su cui condurre la propria battaglia. Come riconosce nitidamente lo stesso Iglesias: «Dicevamo che i partiti politici sono mezzi di comunicazione. La gente non milita nei partiti. La gente milita nella radio che ascolta. Uno è della Cope, un altro è della Ser, o della Onda Cero. Uno vota El País, La Razón, El Mundo. Oppure vota la Secta, o Telecinco, e diciamo che tutti loro si avvicinavano a quello che Gramsci chiamava l’‘intellettuale organico’. O interveniamo lì, o siamo politicamente morti. E intuitivamente all’inizio abbiamo creato più che un partito politico propriamente detto uno stile di intervento mediatico, perché non avevamo nemmeno mezzi di comunicazione a nostra disposizione» (ibi, p. 25). In altre parole – e su questo è difficile non riconoscergli il merito di un’intuizione forse prima politica che puramente teorica – Iglesias rompe con una visione consolidatasi nel corso degli ultimi trent’anni, la quale sostiene che i partiti non sarebbero più in grado di svolgere una reale azione di rappresentanza delle istanze della società, e secondo cui dunque la ‘forma-partito’ sarebbe inevitabilmente destinata a essere superata dalle reti informali e dalle connessioni fluide dei movimenti. Contro questa lettura Iglesias invece ripropone, seppur rivisitandola, l’idea che il partito sia ancora uno strumento imprenscindibile per fare politica. Uno strumento che non può fare a meno di una leadership, di un’organizzazione. E che proprio per questo può riuscire a ottenere risultati politici, o meglio, «potere istituzionale». «Si è creata la menzogna secondo cui il mondo si cambierebbe a livello micro», nota per esempio Igleasias, «e sì, è vero, ma il fattore determinante a livello micro è tutto quell’insieme di strutture amministrative che riguardano le istituzioni. […] Non basta quella dinamica di militanza che conosciamo. C’è bisogno di potere istituzionale. […] I movimenti esprimono stati d’animo, esprimono ingredienti sociali, ma continua a essere data per scontata l’esistenza delle disposizioni amministrative. È vero che lo Stato conta sempre meno, e che esiste una serie di strutture amministrative sovrastatali alle quali non è possibile accedere per via democratica, come ha ben dimostrato il movimento no global. Ma è anche vero che le istituzioni e gli apparati statali continuano a essere i depositari del potere, e soltanto con quel potere si possono cambiare le cose» (ibi, p. 34).
Naturalmente è ancora molto prematuro valutare se l’operazione tentata da Podemos sia destinata a incontrare un duraturo successo oppure se la sua ascesa si rivelerà soltanto una fuggevole meteora. Ma è indubbio che – pur con tutte le sue ambiguità – l’esperimento di Podemos segna quantomeno l’esigenza di confrontarsi con quel «potere istituzionale» che i movimenti sociali negli ultimi trent’anni hanno per molti versi considerato come un terreno strutturalmente ‘nemico’, e persino con la parola «partito», divenuta persino impronunciabile per generazioni alfabetizzate alla koiné antipolitica del XXI secolo. In qualche misura, il riconoscimento cui giunge oggi Iglesias può essere considerato anche come l’esito di una probabilmente meditata riflessione autocritica. Iglesias proviene infatti da una lunga militanza – che certo non rinnega, e neppure nasconde – tra le fila di quella sinistra radicale ‘movimentista’ che, a cavallo tra i due secoli, dopo il crollo dell’Unione Sovietica il fallimento del socialismo di Stato, fece propria la formula di John Holloway, secondo cui era necessario, oltre che possibile, «cambiare il mondo senza prendere il potere». Quando oggi invoca invece la necessità di confrontarsi con il «potere istituzionale», e dunque di ‘conquistarlo’, Iglesias riconosce in qualche modo i limiti della sua militanza giovanile. E in questo mutamento politico non è peraltro difficile scorgere il riflesso di una sostanziale revisione condotta sul piano teorico.
Nell’itinerario di formazione di Iglesias, si possono riconoscere le forti presenze del pensiero radicale italiano, in particolare del post-operaismo fissato nelle opere di Michael Hardt e Antonio Negri. Iglesias si distacca però progressivamente da questo impianto originario. Un fattore che influisce sulla ridefinizione linguistica e simbolica compiuta da Podemos è probabilmente costituito dalle esperienze di Rafael Correa in Equador, di Evo Morales in Bolivia e di Hugo Chavez in Venezuela, e d’altronde, proprio attorno ai finanziamenti ricevuti da alcuni dei fondatori dell’organizzazione da parte del governo venezuelano sono nate alcune delle prime difficoltà(sul popuslimo di Correa, è da vedere per esempio il volume di C. Formenti, Magia bianca e magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe, Jaca Book, Milano, 2014). Ma, in questa operazione (al tempo stesso teorica e politica), hanno giocato un ruolo di mediazione importante la teoria di Ernesto Laclau e la ridefinizione del populismo compiuta dallo studioso argentino. Così è quasi inevitabile riconoscere uno scarto fra le posizioni sostenute oggi da Iglesias, per esempio nel suo Democrazia anno zero. Il manifesto politico del leader di Podemos (Alegre, Roma, 2015, euro 15.00), e l’impostazione che emerge nel suo libro più importante, Disobbedienti. Dal Chiapas a Madrid (Bompiani, pp. 303, euro 18.00), frutto non solo dell’esperienza di militante, ma anche di un decennio di studi dedicati ai movimenti di critica alla globalizzazione neoliberista.
Laboratorio italiano

Disobbedienti – un libro uscito in Spagna nel 2011 – era la rielaborazione della tesi di dottorato di Iglesias, ma le sue pagine possono essere lette in filigrana anche come una sorta di autobiografia di Iglesias, che iniziò a frequentare l’Italia da studente universitario e che proprio allora iniziò a indagare (come osservatore partecipante) le modalità organizzative e comunicative della sinistra radicale italiana, e in particolare le pratiche di «disobbedienza» delle Tute bianche. Proprio per il debito maturato nei confronti di queste esperienze, l’edizione spagnola del volume (così come oggi quella italiana) era aperta da una prefazione di Luca Casarini, che di quel movimento fu a lungo il portavoce e l’esponente più noto. Al tempo stesso, nel libro Iglesias delineava una genealogia, che, partendo dall’Italia, giungeva sino a Madrid e al 15 maggio 2011, perché una delle tesi chiave del testo – una tesi peraltro al cuore di molti dei primi lavori pubblicati da Iglesias – era che ci fosse una filiazione diretta tra le sperimentazioni comunicative della «Disobbedienza italiana» e le forme di azione degli «indignados» madrileni. In altre parole, secondo Iglesias, quella generazione di giovani militanti che aveva conosciuto i movimenti italiani, ne aveva ‘importato’ in Spagna le modalità d’azione e i temi principali.
La prolungata frequentazione dell’Italia da parte di Iglesias trapelava d’altronde anche dai riferimenti teorici (in realtà piuttosto parchi) di Disobbedienti, tra cui non poteva mancare Empire di Michael Hardt e Antonio Negri. E non era così affatto sorprendente che il giovane ricercatore spagnolo utilizzasse l’espressione «potere costituente» per indicare il filo conduttore legava i movimenti italiani al 15M. Come scriveva lo stesso Iglesias nell’introduzione al volume, l’obiettivo che si proponeva consisteva nell’analizzare «l’impatto di una serie di tecniche di azione collettiva comunicativa nate in Italia e il tentativo, da parte di un gruppo di giovani militanti del Movimiento de Resistencia Global de Madrid, di adattarle alla propria realtà e di configurarle come strumento per l’azione politica e la comunicazione» (p. 19). L’indagine sui legami che stingevano queste due esperienze era però collocata nel quadro di una prospettiva più ambiziosa, che puntava a ricostruire la genesi di un movimento che superava la dimensione nazionale, ossia – come scriveva Iglesias - «di un attore politico postnazionale, molteplice ed eterogeneo, partendo dall’analisi delle forme di azione collettiva di alcuni collettivi disobbedienti italiani e madrileni, in scenari europei tra il 2000 e il 2004» (p. 23).
Se buona parte del volume era dedicata a un periodo compreso tra il 1999 e il 2004 – ossia, dalla contestazione del vertice di Seattle fino alle mobilitazioni madrilene del 2003 e alle dimostrazioni seguite agli attentati dell’11 marzo 2004 (dimostrazioni che accompagnarono la sconfitta clamorosa di Aznar alle elezioni di alcuni giorni dopo) – Iglesias concludeva però l’analisi di Disobbedienti guardando agli indignados comparsi sulla scena nel marzo 2011, e soprattutto rilevando una linea di continuità tra le proteste contro la guerra in Iraq e le nuove mobilitazioni: «Ciò che abbiamo visto negli ultimi mesi in Spagna con il movimento 15M è praticamente la creazione della politica costituente (come alternativa a quella rappresentativa), concretizzata nelle pratiche di disobbedienza. Per quella generazione di giovani attivisti era necessario reinventare le forme e i simboli della politica e la Disobbedienza italiana fu un esperimento in quel senso. […] I Disobbedienti scoprirono un meccanismo politico di produzione di un senso in accordo con questi tempi dominati dalle tecnologie della comunicazione. Furono capaci di creare simboli (cruciali nelle narrative di tutti i movimenti sociali che hanno dimostrato successo) e che, nel bene o nel male, si sono dimostrati storicamente indispensabili al successo dell’azione collettiva» (p. 276). In questa valutazione, è facile intravedere, seppur solo in filigrana, le tracce di un mutamento non secondario intervenuto nell’impianto teorico di Iglesias, che evidentemente oggi non è più – e che forse non era già più neppure nel momento in cui Disobbedienti usciva – quello ereditato dal ‘post-operaismo’ italiano. A ben guardare, infatti, anche termini come «moltitudine» o «potere costituente», che pure compaiono nelle pagine di Disobbedienti, possono essere considerati più come l’effetto della sedimentazione di una stagione politica per molti versi conclusa, che come il segnale di un’eredità teorica rivendicata.
Nonostante Iglesias abbia riconosciuto in più occasioni il debito maturato nei confronti del post-operaismo italiano e dello stesso Negri (cui peraltro Iglesias ha di recente dedicato una lunga intervista, all’interno di un suo programma televisivo), i suoi riferimenti sembrano oggi altri, e cioè teorici come Perry Anderson, Immanuel Wallerstein e soprattutto Gramsci, o, meglio, il pensiero di Gramsci riletto (e certo semplificato) da Ernesto Laclau. E un simile riorientamento non è affatto secondario, perché, per molti versi, viene a rovesciare una delle tesi cruciali della riflessione ‘post-operaista’. Da almeno quarant’anni (e cioè da quando era impegnato in una battaglia teorico-politica contro il Pci di Berlinguer e la sua ipotesi del «compresso storico»), Negri infatti sostiene che la «società civile» è scomparsa. E con questo intende dire che è scomparso quel terreno ‘relativamente autonomo’ di mediazione (politica e culturale) in cui Gramsci aveva situato la lotta per la conquista dell’«egemonia»: quello stesso terreno, dunque, in cui la social-democrazia aveva storicamente cercato i margini per un’azione riformatrice, e in cui il Pci degli anni Settanta aveva puntato a trovare le condizioni per una riforma generale della società italiana. «Nel nostro tempo», si legge d’altronde in Impero, «la società civile non è più un adeguato terreno di mediazione tra il capitale e la sovranità» (M. Hardt – A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano, 2002, p. 306). E proprio in questo senso Hardt e Negri scrivevano, ormai quindici anni fa: «Le rappresentazioni del politico come una sfera autonoma in grado di organizzare il consenso e come luogo di mediazione dei conflitti tra le forze sociali oggi non hanno più molto senso. Il consenso viene determinato assai più efficacemente da fattori economici, come gli equilibri delle bilance commerciali e la speculazione sui valori dei titoli. Il controllo su questi movimenti non è più nelle mani delle forze politiche a cui viene tradizionalmente attribuita la sovranità, e il consenso non è più il prodotto dei processi politici, bensì di altri mezzi. Il governo e la politica stanno per essere completamente integrati nel sistema del comando globale. I controlli vengono ormai articolati attraverso una serie di corpi e funzioni internazionali. E questo vale anche per le tecniche della mediazione politica, le quali operano applicando le categorie della mediazione burocratica e della sociologia manageriale e non agiscono più in base alle tradizionali coordinate politiche della mediazione dei conflitti e della composizione degli antagonismi di classe. Non è tanto la politica che scompare, quanto piuttosto qualsiasi nozione della sua autonomia» (ibi, p. 288).



Il discorso articolato da Iglesias – come, in generale, dagli intellettuali che hanno dato vita a Podemos – non si limita a discostarsi da quello che Hardt e Negri svolgevano in Impero, ma ne contesta proprio il punto fondamentale, ossia l’idea che il terreno della mediazione politica non sia più centrale. E proprio in questo senso Iglesias si volge oggi all’«egemonia» di Gramsci, rivisitata da Laclau. Sulla scorta di Laclau, Iglesias presenta infatti Podemos come una forma di «populismo» di sinistra, ossia come un’esperienza politica diretta a conquistare un’«egemonia» che si colloca prevalentemente sul piano simbolico e comunicativo. Nel suo Democrazia anno zero, Iglesias scrive per esempio che «Gramsci aveva compreso che il potere delle classi dominanti non solo viene esercitato tramite strumenti coercitivi, m anche tramite strumenti culturali come il controllo del sistema educativo, della religione e dei mezzi di comunicazione e che, quindi, la cultura, è un terreno cruciale della lotta politica» (Democrazia anno zero, cit., p. 60). E proprio in questo senso aggiunge: «Il grande dispositivo mediatico del nostro tempo […] è la televisione», perché proprio quest’ultima «modella la nostra sensibilità estetica, le nostre opinioni politiche, condiziona il nostro svago e intrattenimento, ci ‘insegna’ il significato delle parole, ci dice (quasi sempre in maniera più implicita che esplicita) che la parola antisistema ha una connotazione quasi ‘criminale’ e che la parola ‘mercato’ non ha niente a che fare con i colpi dello Stato» (pp. 60-61).



I segnali di questa svolta ‘comunicativa’ erano d’altronde già evidenti quando nel 2011 Iglesias licenziava Disobbedienti (e forse anche una stagione della propria militanza politica). Il merito che già allora Iglesias riconosceva alla «Disobbedienza italiana» era infatti solo un merito ‘estetico’, un merito che consisteva cioè nell’aver sviluppato tecniche comunicative efficaci. E in questo il ragionamento di Iglesias era già davvero ‘laclausiano’: le identità collettive (nazionali, etniche, popolari), osservava infatti, sono necessarie per l’azione politica, ma «buona parte dei fondamenti di tali identità sono miti» che non resisterebbero a un serio esame storico; e proprio in questa direzione, il vero merito della «Disobbedienza italiana» è di essere stata in grado «di ricreare e ridefinire miti per agire dove c’è il potere, al di là dello stato» (p. 277). «Pochi gruppi», prosegue Iglesias, «hanno compreso così bene le chiavi dell’azione nella società dello spettacolo come i Disobbedienti», e di questa esperienza vengono così valorizzati «il rinnovamento estetico e simbolico espresso nelle […] forme di azione e nei […] discorsi», oltre he «il rinnovamento nella produzione delle narrative», «una condizione di possibilità per i movimenti antagonisti del presente» (P. Iglesias Turrión, Disobbedienti, cit., p. 277).
In questo stesso senso, nell’epilogo al volume di Iglesias, Iñigo Errejón Galván – forse l’esponente di Podemos che più si è impegnato nella costruzione di una riflessione teorica – viene a configurare esplicitamente il movimento degli indignados come l’esempio di una lotta «egemonica», ossia di un conflitto che, recependo le indicazioni ‘stilistiche’ (e non teoriche) della «Disobbedienza italiana», ha puntato costruire nuove identità politiche e nuove linee di divisione:  «Il 15M deve gran parte della sua forza al fatto di avere generato un’identità politica nuova, che spariglia gli allineamenti esistenti e ha la capacità di articolare simpatie e solidarietà relativamente trasversali. […] A partire dall’identificazione di casi particolari che illustrano un problema collettivo, il movimento è in grado di politicizzare le carenze concrete e, fino a ora, vissute individualmente. Poi però traccia, a partire da quelle, una frontiera che è tanto più forte di quello che si pretende, e può presentarsi come non ideologica: la grande maggioranza, sempre più condannata alla precarietà e privata di cittadinanza politica da una piccola casta corrotta e inefficace che sacrifica i diritti collettivi e la sovranità popolare ai ricatti dei mercati» (Errejón Galván, La disobbedienza come gesto per una politica audace, ibi, p. 285). La logica che Errejón descrive è esattamente quella che, secondo Laclau, caratterizza la nascita di un «populismo», ossia di un movimento politico che nasce a partire dalla ‘costruzione’ simbolica di un «popolo» (contrapposto ai suoi nemici). E così il movimento degli indignados può essere raffigurato come un soggetto che prende forma nel momento in cui inizia a condurre la propria battaglia per la conquista dell’«egemonia»: «Il 15M», scrive infatti Errejón, «combatte così, fondamentalmente, una battaglia che Gramsci aveva denominato ‘guerra di posizione’: la disputa per rompere l’aura di naturalità che circonda l’ordine esistente, le sue istituzioni e i risultati, disarticolare l’ampio blocco che unisce governati e governatori [sic], e costruisce una ‘volontà di scissione’ di questi ultimi, un noi con capacità destituente e costituente, di nominarsi ed, eventualmente, governarsi» (p. 286).
Naturalmente il futuro prossimo di Podemos non dipenderà tanto dalla coerenza dei propri presupposti teorici, quanto dall’abilità comunicativa dei suoi leader, e da questo punto di vista è difficile non riconoscere lo straordinario talento di Pablo Iglesias, un leader davvero capace di ‘bucare lo schermo’, oltre che di cogliere i rischi che provengono dall’attaccamento alle identità settarie proprie di molti esponenti della nuova formazione politica (rischi che stanno affiorando soprattutto in relazione all’impegno amministrativo dei nuovi sindaci di Madrid e Barcellona, che non sono in realtà espressione di Podemos, ma di una coalizione più ampia). Ma forse non è improbabile che Iglesias debba tornare a riesaminare nuovamente – come politico, prima che come teorico – la vecchia questione della fine della «società civile» (e dell’autonomia della sfera della mediazione), una questione che, in seguito alla svolta ‘comunicativa’ dal ‘post-operaismo’ a Gramsci, è stata più ‘rimossa’ che realmente superata. Perché se Iglesias e Podemos hanno un merito, questo consiste nell’aver collocato nuovamente al centro la ricerca di un’«autonomia del politico», e cioè di una sfera di autonomia ‘simbolica’ della politica, nella quale si formano le identità collettive e in cui si condensa la ‘materia prima’ di ogni conflitto. L’aver riconosciuto questa «autonomia» - sulla scorta di Gramsci, ma soprattutto di Laclau – non può però autorizzare a ‘liquidare’ il nodo dell’«autonomia» dello Stato, e cioè il nodo dell’autonomia (reale o potenziale) delle istituzioni statali tanto dalle dinamiche ‘economiche’ del capitalismo contemporaneo, quanto dai meccanismi ‘politici’ sovranazionali ed europei. Ed è d’altronde proprio in relazione a queste due dimensioni che sarà possibile capire quali siano davvero le risorse che l’«egemonia» conquistata sul terreno simbolico potrà far pesare sulla realtà materiale dei rapporti di forza. Perché solo dinanzi alla prova del potere ‘materiale’ sarà possibile capire se la «guerra di posizione» di cui parlano Iglesias e Errejón rimarrà confinata al palcoscenico della politica spettacolo, o sarà invece capace di influire su quella trama di vincoli e poteri in cui è racchiusa la vita individuale di ogni singolo cittadino. E se l’«egemonia» che Podemos punta a conquistare non sia in realtà altro che uno storytelling radicale.

Damiano Palano

mercoledì 4 novembre 2015

La legittimità difficile nella società della sfiducia. "La legittimità democratica" di Pierre Rosanvallon




di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Pierre Rosanvallon, La legittimità democratica (Rosenberg & Sellier, pp. 311, euro 22.00), è apparsa su "Avvenire" del 30 ottobre 2015.

Il nome di Pierre Rosanvallon è divenuto ormai noto anche ai lettori italiani. In particolare, la pubblicazione alcuni anni fa di un testo come La politica nell’età della sfiducia (Città Aperta), riproposto anche con il titolo Controdemocrazia (Castelvecchi), ha contribuito a diffondere una delle tesi più suggestive di Rosanvallon. Una tesi secondo cui la crescente diffidenza nei confronti della classe politica sarebbe in larga parte l’esito della dilatazione della «controdemocrazia», e cioè della dimensione della critica indirizzata ai detentori del potere. Questa lettura si inquadra però all’interno di una riflessione assai più articolata, sviluppata in una trilogia composta – oltre che da Controdemocrazia e da La Società dell’uguaglianza (Castelvecchi) – anche dal volume La legittimità democratica, la cui traduzione italiana viene pubblicata in questi giorni dall’editore Rosenberg & Sellier (pp. 311, euro 22.00). 
La ricerca di Rosanvallon intreccia costantemente la storia del pensiero e quella delle istituzioni. Per lo studioso francese, il «politico» è infatti una realtà polimorfica, che comprende tanto le modalità con cui un gruppo di individui costruisce un mondo simbolico comune, quanto le regole che concretamente danno vita ad una polis. La democrazia per Rosanvallon non è dunque riducibile esclusivamente a un assetto istituzionale, ma è soprattutto un insieme di aspirazioni e ideali, che definiscono il «senso» della convivenza comune e che si modificano nel tempo. La convinzione al centro dei lavori più recenti di Rosanvallon è d’altronde che l’immaginario democratico, definitosi a partire dall’età delle rivoluzioni, sia attraversato oggi da profonde trasformazioni. Ed è in questo quadro che si colloca l’analisi delle metamorfosi della legittimazione democratica.
Per Rosanvallon, a partire dalla fine dell’Ottocento le democrazie sono venute a fondarsi soprattutto su due piedistalli: il suffragio universale e l’amministrazione pubblica. Innanzitutto, si è considerato legittimo solo il potere che discende dalla volontà popolare e dunque dalle elezioni. In secondo luogo, si è sviluppata anche una visione della legittimità democratica che raffigura l’amministrazione pubblica come garante ‘imparziale’ degli interessi dell’intera nazione. Questi due piedistalli hanno però iniziato a indebolirsi a partire dagli anni Ottanta del Novecento. La legittimazione garantita dalle urne è stata ‘desacralizzata’, perché l’elezione non viene più percepita nei termini di un mandato indiscutibile, che assegna ai politici una legittimazione a priori, ma ha ormai solo la funzione di ‘convalidare’ la designazione dei governanti. Al tempo stesso, anche il potere amministrativo è stato investito da una radicale delegittimazione, e dunque non viene più percepito come il custode dell’interesse generale. Proprio perché le due fonti tradizionali si indeboliscono, le democrazie iniziano a cercare nuovi meccanismi di legittimazione. E Rosanvallon individua in particolare tre nuove figure della legittimità, non più basate sul meccanismo elettivo, ma fondate rispettivamente sull’imparzialità, sulla riflessività e sulla prossimità. 
Esempi differenti di queste nuove figure sono offerti dal sempre più frequente ricorso ad autorità indipendenti di sorveglianza e regolazione, dall’estensione del ruolo ‘riflessivo’ delle corti costituzionali e dall’introduzione di processi di deliberazione che coinvolgono una pluralità di soggetti. Questa trasformazione è però ben lontana dall’aver raggiunto un equilibrio stabile. E, soprattutto, non è affatto scontato che i nuovi meccanismi di legittimazione riescano davvero a contrastare quello che rimane per Rosanvallon lo scenario più insidioso. Uno scenario in cui le spinte convergenti della polemica antipolitica e della ‘depoliticizzazione’ rischiano di dissolvere proprio il mondo simbolico comune su cui si fonda la convivenza democratica.

Damiano Palano