Partito

Partito

di Damiano Palano

Il Mulino, pp. 260, euro 15,00.

Collana: Lessico della politica




Accompagnata sin dall'antichità da una fama sinistra, l'idea di partito ha suscitato nella storia del pensiero occidentale critiche, sospetti e condanne fino alla fine dell'Ottocento, nel timore che l'affermarsi di una fazione potesse distruggere la concordia dell'ordine politico. La svolta decisiva si ha soltanto al principio del Novecento, quando emergono le organizzazioni di massa destinate a segnare il secolo. È allora che i partiti cessano di essere oggetto di dannazione o fenomeno deteriore da biasimare, per diventare le basi più salde e autentiche dello Stato, sia nei regimi autoritari, sia nelle nuove democrazie parlamentari. Ma le ombre infauste non si diradano del tutto e nemmeno oggi cessano di incombere sull'idea di partito che, come testimonia la cronaca quotidiana, incarna agli occhi di molti l'immagine peggiore dell'agire politico.

Ever since ancient times the idea of political parties has been plagued by a sinister reputation, and throughout the history of Western thought it has inspired criticism, suspicion, and censure. Until the end of the 19th century is was widely feared that factions could destroy the harmony underlying the political order. The decisive turning point arrived in the early 20th century with the advent of mass organizations: parties ceased to be considered targets of reproach and blameworthy phenomena, becoming the most solid and authentic foundation of the State in both authoritarian regimes and new parliamentary democracies. Yet inauspicious shadows continued to loom, and even now the idea of parties, as current events show, for many embodies the worst possible image of political affairs.
 
 
Sembrava un tema desueto. Un’“anticaglia otto-novecentesca”, direbbe qualcuno, nel momento in cui il passaggio dal fordismo al postfordismo ha siglato anche la fine della rivoluzione organizzativa dei partiti di massa (come raccontato, non troppo tempo fa, da Marco Revelli nel suo Finale di partito, Einaudi). Oppure un topic da scienziati della politica, quindi roba per specialisti e non per chi la politica la intende come pratica e azione (anche se, specialmente in questa fase, verrebbe una gran voglia di maggiore action…). E un oggetto di polemica virulenta contro la “sorpassata” Repubblica dei partiti, in un contesto nel quale l’antipartitismo è tracimato, tra movimentismo grillino (sul quale si può utilmente leggere il testo di Roberto Biorcio e Paolo Natale, Politica a 5 stelle, Feltrinelli, pp. 156, euro 14) e ideologie antipolitiche (su cui si segnala un libro dello storico Salvatore Lupo, Antipartiti, Donzelli, pp. 266, euro 19). Fatto sta che, da alcune settimane a questa parte, nella cornice del dibattito politico è entrata, prepotentemente, la questione della forma-partito. Al riguardo, il nostro “sistema Paese”, come noto, ha brevettato due formule politologiche inedite, di cui detiene una sorta di copyright mondiale. Ovvero, il “partito azienda”, del quale si torna a parlare in questi giorni, tra il ritorno di Forza Italia in versione “leggera” e le fuoriuscite dal Movimento 5 stelle – “partito non partito” a elevato tasso digitale – di transfughi che accusano la coppia al comando di averlo trasformato in senso “aziendalista”; e il “partito personale”, secondo la fortunata formula coniata da Mauro Calise.Ma di forma-partito si dibatte, innanzitutto, e logicamente, in casa dei democratici. Perché, nella fattispecie, la forma(-partito) è sostanza e, nel caso del Pd, non poco dipende, non soltanto dell’efficacia politica, ma anche della ragione sociale e perfino “ideale”, dalla modalità organizzativa che si sceglierà.Che, infatti, è anche, in certo qual modo, “cognitiva”, come (verosimilmente) direbbe Fabrizio Barca, il quale su tale problematica ha scritto un documento, assai citato, anche sulla scorta di un recente libro – Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza, pp. 154, euro 14) – del politologo dell’Università di Bologna Piero Ignazi. Secondo cui i partiti, lungi dall’essersi indeboliti, hanno aumentato la loro forza, crescendo sino a diventare dei novelli e contemporanei Leviatani, che hanno accumulato funzioni e occupato il potere (appropriandosi, nelle vesti di cartel party, delle risorse pubbliche delle istituzioni), ma si sono progressivamente (e drammaticamente) allontanati dalla società civile. Tanto forti, appunto, ma altrettanto delegittimati.I duellanti che si preparano al congresso – Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Gianni Pittella – incroceranno dunque, necessariamente, le loro lame anche su questo tema. La cosa vale per i big, ma anche per coloro che chiedono di partecipare di più in quanto, sostanzialmente, “nativi democratici”. I Future dem, per fare un esempio, invocano un “partito smart”, molto internettiano, tutto innovazione e digitalizzazione, una proposta “estrema” che nulla ha più a che fare con la materialità e “densità” del partito di massa, ma neppure con quella (talvolta piuttosto discutibile) del catch-all party o, men che meno, con quella, assai ristretta, dell’antico partito notabilare. E, invece – anche per ragioni generazionali – il fermento che accomuna, tra posizioni ben distinte, le mille sigle degli autoconvocati ha sussunto in maniera quasi ontologica la centralità della comunicazione; perché la sinistra dovrebbe avere finalmente compreso che senza abilità comunicative si va poco lontano, e gli atteggiamenti rétro e di sufficienza nei confronti delle tecniche di comunicazione, a meno di essere degli intellettuali francofortesi, andrebbero definitivamente consegnati al vintage, se non (nessuno si inquieti per il termine, perché si parla di stereotipi e comportamenti, e non di persone…) “rottamati” per direttissima. Per i giovani pd, giustamente attratti dallo scintillio delle castellsiane “reti di indignazione e di speranza”, piuttosto che per i reduci dal Politicamp o per gli “ateniesi” potrebbe allora rivelarsi proficua anche una rapida immersione nei fondamentali della storia e della nozione partitica. Una lettura proficua, in tale senso, coincide con un libro scritto dal politologo della Cattolica di Milano Damiano Palano e dedicato al Partito (il Mulino, pp. 258, euro 15): una carrellata dalle fazioni che popolavano la politica nel mondo antico greco-romano allo “Stato dei partiti” e alla “democrazia dei partiti”, quando, alfine, è riuscito loro di superare la plurisecolare diffidenza che li circondava e di farsi accettare come un pilastro importante, e irrinunciabile, dei sistemi parlamentari e rappresentativi. Oggi, per i corsi e ricorsi storici (e gli eterni ritorni…), sono ripiombati nell’occhio del ciclone del discredito: ecco la ragione per la quale discutere della loro forma e dei loro percorsi organizzativi interni significa anche andare alla ricerca di nuove fonti e basi di legittimazione. Nella consapevolezza che le formazioni politiche possono – meglio, devono – essere criticate anche duramente e senza sconti (come fece, per ricordare un precedente illustre di fine anni Quaranta, Adriano Olivetti nel suo Democrazia senza partiti), ma che in assenza di una forma-partito “ben formata” e “ben temperata” e, soprattutto, autenticamente democratica (e qui arrivano i due intricatissimi nodi gordiani dei meccanismi partecipativi e della selezione delle sue élites dirigenti), la postdemocrazia paventata da Colin Crouch avanza inesorabile. E, in tale scenario, non riusciremo a schiodarci da una democrazia del pubblico fondata sulla conquista (per via politicistica o populistica) di un elettorato-audience, che, come evidente, è un regime alquanto differente da una democrazia liberal-rappresentativa edificata (anche) sulla battaglia delle idee. E, allora, vien da dire: sì, il dibattito (sulla forma-partito) sì…"
(Massimilano Panarari, Il partito è tornato, in "Europa", 11 luglio 2013).


"Il Fascismo era fondato sul partito unico che aveva annullato gli altri, pretendendo che tutti i cittadini non si dividessero in porzioni della società, come organi di un corpo vivente, ma fossero uniti in un unico corpo.
Dopo la sua caduta, la società italiana, che era stata sollecitata dal fascismo alla mobilitazione di massa, si affidò per la ricostruzione ai partiti che erano risorti ed a quelli che erano nati. Per cui Pietro Scoppola poté definire quella italiana la Repubblica dei partiti, specialmente dal 1945 al 1990. All’inizio essi ebbero grande splendore. Poi iniziò la loro crisi e, di conseguenza, quella della Repubblica, che si manifestò con richieste di modifiche e cambiamenti.
Al “Partito” ha ora dedicato un denso saggio Damiano Palano, che è docente di Scienza politica nell’Università Cattolica di Milano. È stato recentemente pubblicato da Il Mulino nella collana “Lessico della politica”. Damiano Palano in questa sua opera ripercorre la storia del partito dai greci ai nostri tempi, ricordando come “nell’antichità, nel Medioevo e nella prima modernità non esistono organismi riconducibili all’immagine contemporanea del partito”. Questa iniziò a delinearsi dopo la Rivoluzione francese, quando si frantumò l’Antico Regime.
Nella seconda parte dell’opera, mette in evidenza come, nella seconda metà del Novecento, si sia passati dalla stagione gloriosa, durante la quale la presenza di partiti era ritenuta essenziale, anche per una personale preparazione politica, ad un tempo in cui si avverte disagio, e discredito per i partiti, che alimentano la crisi della democrazia. Nonostante ciò, Il “Partito” è un concetto che il Novecento ha trasmesso al Duemila, e che questo deve riconsiderare nella sua storia e nel suo attuale essere, per contribuire ad alimentare quella democrazia, che è ideale e speranza, che in ogni luogo ed in ogni tempo debbono essere quotidianamente attuati.
A tutto ciò ben contribuisce il libro di Palano, che opportunamente qui e là ricorda alcune fondamentali definizioni di Partito. Ad esempio quella di Max Weber, espressa quasi un secolo fa, per il quale i partiti sono “associazioni fondate su un’adesione (formalmente) libera, costituire al fine di attribuire ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi”. O quella di Giovanni Sartori, per il quale il distinguersi del partito dalle consorterie, dalle clientele, dalle fazioni fa sì che i partiti “non siano semplicemente ‘parti’, ma si inseriscono in un contesto contrassegnato da un certo grado di pluralismo e dall’accettazione delle rispettive posizioni”.
Damiano Palano ricorda come, decenni addietro, ci sia stato un tempo in cui il “Partito”, “in un mondo in disfacimento”, sembrò ad alcuni l’unica via di salvezza, consentendo che l’”angoscia individuale, i sensi di colpa, persino gli errori del singolo” trovassero finalmente un senso. Ma ricorda anche che, nel 1940, quando l’Europa era travolta dai totalitarismo, Simone Weil, nel suo “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, scrisse che il partito “è una macchina per fabbricare passioni collettive”, è “un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte”. Nel capitolo conclusivo, mette in luce come i partiti, nati o rinati per contribuire a realizzare un’autentica democrazia in Italia, abbiano sviluppato nel loro interno una tendenza totalitaria, stringendo i loro membri e gli stessi rappresentanti politici in una ferrea disciplina ideologica, riducendo così l’effettiva libertà di espressione. E postisi al vertice dello Stato, hanno usato risorse pubbliche per finalità contrastanti con l’interesse generale, “che vanno dall’assegnazione degli incarichi nella pubblica amministrazione con criteri clientelari, all’accaparramento del finanziamento pubblico, all’erogazione della spesa pubblica per fini elettoralistici”.
(Raffaele Vacca, Dalle fazioni allo Stato dei partiti, in "Il Denaro", 11 settembre 2013).
 
 
 
“Chi oggi, in Italia, può essere annoverato tra i leader in declino? E quali politici invece sono indicabili come emergenti e con qualità di leadership? Lo strappo di Angelino Alfano può considerarsi un momento fondativo di una nuova sintesi politica? Ed il 47enne Enrico Letta, con il successo incassato, quanto prestigio guadagna in una prospettiva di scompaginazione delle carte all'interno del Pd? I giorni che hanno preceduto il voto di fiducia al governo Letta e le ore, tese e piene di colpi di scena, che sono seguite al discorso del premier, fatto mercoledì 2 ottobre alle 9,30 al Senato, sollevano queste e tante altre domande sulla situazione italiana che ha accentuato il suo profilo di laboratorio politico in ebollizione. Molte cose si rimettono in gioco: dagli uomini, agli schieramenti, alle formazioni politiche. Nel Pdl sono emerse due classi dirigenti incompatibili e nel Pd la partita Matteo Renzi ed Enrico Letta si fa più combattuta e tesa. Se c'è un elemento unificante per chi osserva la situazione italiana cercando di disegnare un quadro futuro, questo elemento si presenta con due facce: la questione della leadership e la forma organizzativa (partito o movimento). Su entrambi i fronti due libri tracciano con rigore e scientificità politologica le dinamiche e le condizioni perché da situazioni magmatiche e confuse possano nascere nuovi scenari. I volumi sono editi da il Mulino. Il primo scritto da Alexander Haslam, Stephen Reicher e Michael Platow si intitola "Psicologia del leader. Identità, influenza e potere" […]Il secondo volume è scritto da Damiano Palano, docente di Scienza politica in Università Cattolica, e s'intitola "Partito" (il Mulino, p.258, euro 15). Accanto a una analisi attenta di come sono nate queste formazioni, che hanno dominato il Novecento e consentito la dialettica della democrazia, l'autore pone la domanda se si debba andare oltre la forma "partito". Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, accentua questo interrogativo. Dalle controversie e spaccature di questi giorni e mesi i vecchi partiti dovranno sicuramente cambiare ma chi pensa a una loro scomparsa si sbaglia perché, dice Palano, "i partiti - grazie alla loro trasformazione in articolazioni dello Stato e alla loro capacità di utilizzare il finanziamento pubblico, di colonizzare l'amministrazione, di costruire ramificate clientele – continuano a occupare il centro della scena politica. E il loro destino è strettamente intrecciato con il destino della politica". Aspettiamo di vedere cosa accadrà” (Giovanni Santambrogio, Alfano-Letta, nascita di una leadership. Ma rispondono alle tre R?, in “Il Sole 24 Ore”, 3 ottobre 2013).

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