Libri


Volti della paura. Figure del disordine nelle scienze sociali fra Otto e Novecento, Mimesis, Milano, 2010, pp. 135.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, un gruppo consistente di medici, criminologi, scienziati sociali e romanzieri si impegnò in un’ossessiva esplorazione del «sottosuolo» delle grandi metropoli europee. Quell’indagine doveva ritrovare soprattutto nella «folla» la minaccia costante, l’incubo terrificante, il nemico irriducibile della civiltà europea. Si trattava, per molti versi, dell’eterna «paura delle masse». Ma, probabilmente, si trattava anche di un processo più complesso, che andava a modificare la tradizionale visione del disordine sociale. Mentre ‘condensava’ nei volti della folla le proprie paure, la belle époque produceva infatti un’immagine del nemico in larga parte inedita. Un’immagine che, proprio all’alba della grande trasformazione biopolitica, collocava il piano del conflitto nelle profondità psichiche di ciascun individuo.



Fino alla fine del mondo. Saggi sul ‘politico’ nella rivoluzione spaziale contemporanea, Liguori, Napoli, 2010, pp. 263.





La democrazia senza qualità. Appunti sulle «promesse non mantenute» della teoria democratica, UniService, Trento, pp. 230, 2010




Frammenti di potere. Tracce di politica nella metamorfosi dello spazio, Aracne, Roma, 2009, pp. 230.

Oggi è quasi scontato guardare con qualche sospetto a tutte quelle posizioni che, soprattutto negli anni Novanta, hanno intravisto nell'avvento della globalizzazione i contorni della "fine della politica". Al tempo stesso, il ripensamento critico di alcune delle più azzardate previsioni degli ultimi due decenni non può però implicare una semplicistica liquidazione dei processi che caratterizzano la contemporanea "dispersione dei poteri".




I bagliori del crepuscolo. Critica e politica al termine del Novecento, Aracne, Roma, 2009, pp. 270.




Geometrie del potere. Materiali per la storia della scienza politica in Italia, Vita e Pensiero, Milano, 2005 (pp. 460).

La rinascita della scienza politica si è sviluppata in Italia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, secondo traiettorie spesso divergenti rispetto alla ‘vecchia’ tradizione europea di studi politici e alla stessa riflessione elitista di Gaetano Mosca. Lungo questo itinerario, la scienza politica italiana è riuscita a delineare i propri confini grazie alla definizione di regole metodologiche e alla costruzione di un’ideologia professionale relativamente coerente. Al tempo stesso, essa ha proceduto a circoscrivere il proprio oggetto d’indagine, definendone i contorni e fissandolo in una sorta di compatta raffigurazione geometrica.
La legittimità della scienza politica oggi non è più posta in discussione e la disciplina ha ormai conquistato una solida posizione nel dibattito intellettuale. Proprio per questo, sembra finalmente possibile guardare alla sua storia con occhi diversi, cominciando a considerarla come ‘prodotto intellettuale’ del Novecento e cercando di comprendere in quale misura essa fosse anche l’esito di uno specifico assetto internazionale. Muovendo da questa prospettiva, i ‘materiali’ raccolti nel volume di Damiano Palano delineano l’itinerario della scienza politica italiana dagli anni Venti fino al principio degli anni Settanta, seguendo in particolare il ruolo, le intuizioni e i nodi problematici della riflessione condotta da Giuseppe Maranini e da Gianfranco Miglio.
Il lavoro di Palano non offre così soltanto un contributo importante alla storia della scienza politica italiana, ma ricostruisce anche le tappe e le dinamiche di esclusione che hanno caratterizzato il percorso di affermazione della disciplina. Domandandosi se la definizione di una specifica immagine di ‘scienza’ non abbia implicato, e forse richiesto, una delimitazione, tutt’altro che inevitabile, dello spettro della politica. E, soprattutto, l’adozione di un’immagine cristallizzata delle ‘geometrie del potere’.






Il potere della moltitudine. L’invenzione dell’inconscio collettivo nella teoria politica e nelle scienze sociali italiane tra Otto e Novecento, Milano, Vita e Pensiero, 2002 (pp. 602).

Cosa muove l’imprevedibile azione delle «masse» e quali sono le motivazioni profonde che in alcune, eccezionali stagioni spingono gli individui a compiere atti eroici completamente disinteressati o crimini efferati, all’apparenza del tutto irrazionali? Ciclicamente riproposto dalla storia e dall’attualità, questo interrogativo fu al centro di una breve ma prolifica stagione teorica che, nel clima dell’Italia fin de siècle, salutò l’avvento dell’«era delle folle». Sebbene la fama della psicologia delle folle sia legata soprattutto al nome di Gustave Le Bon, pionieri di quella effimera ma tutt’altro che irrilevante avventura intellettuale furono alcuni studiosi italiani raccolti attorno alla contestata figura di Cesare Lombroso. L’indagine qui proposta ricostruisce per la prima volta in modo completo le modalità con cui essi iniziarono a interpretare i fenomeni di conflitto sociale e politico come testimonianze di reversioni atavistiche, e le tappe che diedero origine alla teoria della «fermentazione psicologica», di cui Scipio Sighele avrebbe tratto le conseguenze. Armati di un bagaglio teorico nel quale si fondevano antropologia, psichiatria, sociologia e teoria politica, questi autori cercarono di spiegare l’origine inconscia del potere delle moltitudini, fornendo risposte che, per quanto possano apparire datate, esploravano questioni decisive, purtroppo trascurate dalle odierne scienze sociali. Gli psicologi di fine Ottocento riconobbero infatti la realtà e l’importanza di quella dimensione dell’agire collettivo non riconducibile alla razionalità strumentale, e intuirono che si trattava di un legame controllabile e disciplinabile, ma di fatto ineliminabile e capace di sconvolgere il ferreo ordine della civiltà. Ricostruendo un itinerario che, dalle prime raffigurazioni romanzesche dei tumulti, giunge alle ipotesi di Ferri, Sergi e Sighele, al fitto dibattito con gli esponenti francesi della disciplina e, infine, alle sintesi di autori minori come Paolo Orano e Pasquale Rossi, Damiano Palano mette in luce come tali autori, lungi dal tradire il puro sgomento per l’avvento delle masse, delineassero una comune strategia interpretativa dell’azione politica e, più precisamente, della «politica assoluta». Raffigurando nella folla l’estrema e totale minaccia all’ordine politico europeo e riconducendo i moventi delle sue azioni alle profondità misteriose dell’inconscio, la psicologia collettiva costruiva una precisa immagine delle logiche del conflitto. In altre parole, ‘inventava’ quella figura ambivalente dell’inconscio collettivo cui il Novecento avrebbe guardato con orrore e con attrazione.