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domenica 18 giugno 2023

L’eroe sui generis di un’Italia senza politica. Silvio Berlusconi, "Citizen Kane" a via Volturno



di Damiano Palano

Questo articolo è apparso sulla newsletter VP Plus+ il 17 giugno 2023.

Una volta Silvio Berlusconi confessò di avere una “concezione eroica della vita”. Come avviene per gli eroi, l’ombra della morte, prima di raggiungerlo nel reparto del San Raffaele in cui era ricoverato, lo ha davvero inseguito da sempre. Fin da quando, ancora relativamente giovane, il fondatore di Mediaset volle far erigere nel giardino della propria villa il mausoleo funebre che avrebbe custodito i suoi resti. O quando chiese a don Verzé di consentirgli di arrivare fino a centocinquant’anni.

Se Silvio Berlusconi è stato davvero un eroe, certo non lo è stato nel significato ordinario che attribuiamo a questo termine. Ha indubbiamente lasciato una traccia indelebile nella storia, nella cultura e nella società del nostro Paese, prima come imprenditore, poi ridisegnando il sistema della comunicazione e rivoluzionando il mondo del calcio, infine diventando un leader politico. Ma il suo eroismo sui generis è stato molto diverso da quello celebrato nei pantheon ideologici della modernità, da quello dei martiri politici otto e novecenteschi, disposti a sacrificare la vita per coronare la missione storica di nazioni, partiti e classi. Silvio Berlusconi è stato piuttosto l’eroe di un’Italia “impolitica”, se non addirittura “antipolitica”.

Molto prima della sua “discesa in campo”, seppe infatti stabilire una sorta di connessione sentimentale con un Paese che le mappe ufficiali non registravano. Un’Italia in gran parte sotterranea che, negli anni Settanta e Ottanta, votava ancora per i partiti di massa, ma che era sempre più distante, spesso insofferente nei confronti delle identità subculturali e delle ambizioni ideologiche dei protagonisti della “Prima Repubblica”. Berlusconi riconobbe in tutta la sua portata il potenziale di quell’Italia che allora per lo più si biasimava sottovoce come “qualunquista”. Con le sue televisioni, contribuì a farla emergere, persino a plasmarne i gusti, gli orientamenti, le ambizioni.

Rompendo con l’impostazione ingessata e la vocazione pedagogica della Rai, le sue reti portarono sul piccolo schermo un intrattenimento privo di qualsiasi pretesa intellettuale, anche se a confezionarne i prodotti erano spesso professionisti raffinati, capaci di cogliere le tendenze di una società in trasformazione, di intercettarne i desideri ancora inespressi, talvolta di utilizzare le sperimentazioni contro-culturali degli anni Sessanta e Settanta per creare nuovi stili di comunicazione. Nel decennio in cui si consumò l’effimera gloria della “Milano da bere”, quelle emittenti non si limitarono a rompere il monopolio pubblico, ma modificarono in modo irreversibile il gusto degli italiani. Sul piccolo schermo i telespettatori potevano infatti scoprire l’esaltazione di una vocazione edonistica, mentre la celebrazione di un’opulenza sfarzosa, talvolta piuttosto grossolana ma da esibire senza esitazioni, doveva suonare come un invito a seguire quello che stava diventando un nuovo modello culturale. Un modello destinato a contribuire non poco al processo di secolarizzazione del paese, oltre che per molti versi a quella che Pasolini aveva definito come una radicale “mutazione antropologica”, in grado di dissolvere qualsiasi traccia delle antiche culture contadine.

Dopo il 1994, il successo di Forza Italia dipese in gran parte dall’intuizione di poter dare una forma politica a quell’Italia fino a quel momento invisibile. L’orizzonte culturale era in fondo lo stesso che le emittenti dell’imprenditore di Arcore avevano iniziato a elaborare. Un orizzonte culturale che non aveva più nulla a che vedere con le aspirazioni pedagogiche che avevano contrassegnato le diverse fasi della storia unitaria, fin da quando la classe politica risorgimentale aveva concepito il progetto di “fare gli italiani”. Alla base del partito fondato da Berlusconi stava infatti la scelta radicale di costruire un progetto politico rinunciando a ogni pedagogia. Promettendo al tempo stesso di dar libero sfogo agli “spiriti animali” di un’imprenditoria diffusa, germogliata spesso in territori lontani dalle grandi industrie, ai sogni di ascesa sociale, all’ostentazione talvolta scomposta della ricchezza. Tutte componenti che le principali famiglie politiche avevano spesso condannato o guardato con malcelato imbarazzo, che la commedia all’italiana aveva a lungo sbeffeggiato, ma che erano state per molti versi ingredienti del “miracolo economico” e della crescita del Paese. E che in Silvio Berlusconi trovarono invece il profeta indiscusso, che non solo invitava a cercare il successo, ma anche a esibirne i contrassegni senza più sensi di colpa e complessi.

La “rivoluzione liberale” che Berlusconi annunciò si rivelò ben presto una promessa destinata a non essere mantenuta, così come le grandi riforme incompiute, e talvolta neppure avviate. Ma quel destino era per molti versi scritto nella stessa vocazione radicalmente impolitica del progetto berlusconiano. Senza costruire un’identità, una tradizione, una classe dirigente (oltre che un vero e proprio partito), non poteva infatti che rivelarsi fallimentare la grande ambizione di poter dare una forma politica a una somma di interessi individuali, al complesso di piccoli e grandi egoismi, ai mille campanili del Belpaese. In assenza di quegli elementi, a fare da collante simbolico di quell’Italia – di quel “popolo della libertà” – rimasero solo la figura dello stesso Berlusconi, la sua personalità istrionica, il suo insaziabile desiderio di piacere a tutti, l’indiscutibile fascino che sapeva esercitare, il suo corpo costantemente esibito tanto da diventare simile a una sorta di maschera teatrale, le sue controversie giudiziarie. Se infatti il cavaliere divenne il perno di coalizioni eterogenee, più che “federare” forze differenti, finì in gran parte per coagularle attorno a sé facendo progressivamente sfumare i loro tratti specifici e inducendole a diventare esse stesse, prima di tutto, “berlusconiane”, in modo esattamente speculare a quanto tutti i suoi avversari diventavano, prima di tutto, “antiberlusconiani”. Proprio quella centralità, saturando la scena pubblica, finì anche col diventare l’ostacolo principale per la trasformazione di Forza Italia in un partito capace di allevare una classe politica, di affrancarsi dalla matrice originaria di partito “personale”, di preparare la successione al fondatore. E soprattutto inchiodò il bipolarismo imperfetto della “Seconda Repubblica” su una linea di confine invalicabile.

Sull’eredità politica di Silvio Berlusconi è destinata ad aprirsi una partita complicata. Non tanto perché il bacino di voti che Forza Italia conservava possa rivelarsi decisivo per la costruzione di maggioranze alternative o nuove coalizioni, quanto perché il tycoon di Arcore ha rappresentato un costante punto di equilibrio negli ultimi trent’anni, sia per la sua capacità di attrarre consensi attorno alla sua figura, sia per quella di compattare contro di sé schiere di avversari. È probabile che, sul breve periodo, Fratelli d’Italia sarà in grado di esercitare una notevole forza di attrazione per buona parte della residua pattuglia di Forza Italia. Non è da escludere che l’uscita di scena del cavaliere possa dare nuovamente fiato ai progetti di formazioni neo-centriste fino a questo momento bocciate dagli elettori. Ed è anche possibile che possa prendere forma una sorta di processo costituente di una rinnovata forza di centro-destra, capace non solo di dare una casa agli orfani di Forza Italia, ma anche di rinsaldare il rapporto con il Partito Popolare Europeo.

Ben più ingombrante è probabilmente l’eredità che la parabola di Silvio Berlusconi – persino suo malgrado – consegna alla cultura politica del Paese. Senza il Cavaliere, l’Italia si troverà naturalmente dinanzi agli stessi problemi che gli ultimi trent’anni hanno lasciato insoluti. Problemi che hanno a che vedere soprattutto con le riforme mai realizzate e le tante occasioni mancate, ma le cui responsabilità vanno imputate a un’intera classe politica, e non certo solo al fondatore di Forza Italia. Ma il può pesante lascito deriva probabilmente da quella stessa centralità – politica, culturale e simbolica – che l’imprenditore milanese seppe conquistare. Di tutta quella lunga storia – una storia segnata dalla personalizzazione, dall’esaltazione di un edonismo compiaciuto, dalla liquidazione di ogni pedagogia politica, dalla legittimazione di un individualismo senza complessi, in fondo non molto lontano dal vecchio “familismo amorale” che attraversa la storia italiana – lascia sul terreno la difficoltà, forse persino l’impossibilità, di ricostruire identità collettive, forme politiche capaci di resistere al logoramento di una politica fluida fondata solo sulla personalizzazione, forme in grado di mobilitare verso progetti di lungo periodo e di indurre al perseguimento ‘disinteressato’ di una causa comune. E, d’altronde, il lascito di un leader “impolitico” e “anti-politico” come Berlusconi non poteva che essere un paese orfano della politica, forse persino incapace di trasformare una congerie di bisogni, aspettative, paure e risentimenti in qualcosa di simile a una vera “res publica”.

È anche per questo che – dopo trent’anni di interminabili discussioni sui suoi casi giudiziari e sulla cultura del “berlusconismo” – del cavaliere si continuerà a parlare. Non solo in virtù del suo ruolo nella società italiana, ma soprattutto perché non si intravedono all’orizzonte leader in grado di colmare quello spazio che egli fu in grado di riempire per un lungo tratto della nostra storia recente. E così continueremo a dividerci tra suoi avversari e suoi sostenitori, magari attribuendo alla sua figura, alle sue avventure e alle sue ambizioni significati di volta in volta differenti.

È in fondo ciò che accade agli eroi, persino agli eroi più controversi. Ed è probabilmente anche ciò che accadrà anche a quella sorta di Citizen Kane di via Volturno, a quell’eroe sui generis di un’Italia impolitica che, nel corso della sua vita, volle sempre essere Silvio Berlusconi.

domenica 11 giugno 2023

Qualcosa è cambiato. Democrazie in mutamento (in Italia e nel mondo)

di Damiano Palano

Questo testo è apparso come editoriale sulla Newsletter di Polidemos (maggio 2023).

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Ormai è chiaro a chiunque che il 24 febbraio 2022 è iniziata una nuova fase politica. Mentre si chiudeva gradualmente l’emergenza pandemica, si materializzavano nuove emergenze, probabilmente destinate a ridefinire strategie di medio e lungo periodo. L’aggressione militare all’Ucraina riportava in cima alle priorità la sicurezza militare nel Vecchio continente. Ma rafforzava anche l’idea che, per garantire davvero quella sicurezza, diventava necessario riconquistare il controllo su risorse energetiche, processi economici e competenze tecnologiche.

Non pochi ritengono che nell’ultimo anno si sia aperta una nuova fase anche per le nostre democrazie, e che in qualche misura quella lunga “recessione democratica”, iniziata più di quindici anni fa, stia conoscendo una svolta, se non proprio un’inversione di marcia. Il rapporto 2023 di Freedom House – l’istituto i cui dati hanno fornito in passato maggior sostegno alla tesi della “recessione democratica” – segnala infatti che nel corso dell’ultimo anno il ritmo del deterioramento sembrerebbe essersi ridotto. Anche il 2022 è stato – secondo FH – un anno di declino democratico, per la precisione il diciassettesimo anno consecutivo in cui i valori complessivi, relativi al rispetto dei diritti politici e delle libertà civili, hanno fatto registrare un peggioramento.

Ciò nondimeno, sembrerebbero esserci segnali positivi, perché la differenza tra Paesi che registrano un peggioramento e quelli che invece mostrano un miglioramento delle condizioni di democraticità non è mai stata tanto ristretta negli ultimi diciassette anni. In parte questo risultato è un effetto della chiusura della parentesi pandemica. Il superamento dell’emergenza sanitaria ha comportato infatti il ritiro delle restrizioni che, a partire dal 2020, avevano contribuito (soprattutto in alcuni casi) a ridurre gli spazi di manifestazione del dissenso e della partecipazione. Ma un ruolo importante è anche stato giocato da alcune scadenze elettorali che – per esempio in Lesotho e in Colombia – si sono svolte in modo regolare.

Anche se le rilevazioni di Freedom House sono molto utili, quantomeno per disporre di un quadro completo delle tendenze globali, è sempre bene tenere presente i limiti di questo genere di indagini. Per quanto possano dare l’impressione di una straordinaria “oggettività”, i dati quantitativi con cui viene “misurato” il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili nei quasi duecento Stati del mondo non possono che essere sempre filtrati dalle percezioni “soggettive” degli osservatori. In altre parole, per quanto possano essere rigorose, queste misurazioni operano sempre a partire dalle valutazioni degli esperti dei singoli Paesi: valutazioni che sono ovviamente “soggettive” e che, soprattutto, risentono più o meno direttamente del clima di opinione nel quale ogni singolo osservatore si trova collocato. E proprio questo limite rischia di generare una sorta di “cortocircuito”, per effetto del quale, per esempio, un esperto che assista quotidianamente a discussioni sulla “crisi” della democrazia potrebbe essere indotto, nelle proprie valutazioni, a dare un peso maggiore proprio a quegli aspetti che sono più connessi all’idea di un declino democratico. Viceversa, l’osservatore che si trovi circondato da un’opinione pubblica e da una comunità accademica che sostengano in modo entusiastico le istituzioni democratiche potrebbe essere indotto a sottovalutare gli espetti più problematici e a enfatizzare quelli più positivi.  In parte, è proprio ciò che è avvenuto negli ultimi anni.

Dopo il 2016, l’esito della Brexit e la vittoria di Trump hanno rapidamente portato la questione della possibile caduta delle democrazie consolidate dalle narrazioni distopiche al dibattito politologico. L’ondata populista, la polarizzazione e l’emergere di nuove formazioni di destra sono state interpretate da molti studiosi come segnali di un logoramento del tessuto valoriale delle democrazie, o anche come un sintomo di un processo di “deconsolidamento” democratico. Ora potrebbe invece verificarsi l’opposto. Dopo aver trovato (o ritrovato) un nemico, le democrazie occidentali potrebbero apparire molto più in salute di quanto non ci sembrassero qualche anno fa. E l’idea che stia cominciando una nuova e lunga contrapposizione fra democrazie e autocrazie potrebbe indurci – come cittadini, ma anche come studiosi – a interpretare positivamente, come un bicchiere mezzo pieno, quella stessa situazione che qualche anno fa vedevamo come un bicchiere quasi vuoto.

Nell’ultimo anno sicuramente qualcosa è cambiato. Ed è cambiata anche la nostra percezione dello stato di salute della democrazia. Ma dobbiamo evitare il rischio di passare dal pessimismo dell’apocalisse democratica all’autocelebrazione di una democrazia soddisfatta. Più che accontentarsi della “misurazioni” quantitative sullo stato di salute della democrazia, dovremmo essere capaci di guardare in profondità a ciò che sta avvenendo nei sistemi politici. E interpretare i mutamenti che si stanno realizzando nelle modalità della partecipazione, nella struttura dei partiti, nei meccanismi di identificazione, nella stessa concezione che i cittadini e le forze politiche hanno della democrazia. Perché solo portando alla luce le traiettorie di queste trasformazioni possiamo cogliere i segnali che ci vengono dalla cronaca politica. E sperare di capire cosa è davvero cambiato.

domenica 4 giugno 2023

Riformare la Costituzione, il rischio delle vecchie ricette


di Damiano Palano

Questo articolo è apparso come editoriale sul "Giornale di Brescia" il 2 giugno 2023, in occasione della Festa della Repubblica

Dopo la chiusura della tornata amministrativa Giorgia Meloni ha invitato la maggioranza a procedere a spron battuto sul terreno delle riforme istituzionali, indicando una preferenza per l’elezione diretta del premier. Dopo più di quarant’anni di infruttuose discussioni sulla revisione della nostra Carta costituzionale, è quasi inevitabile nutrire più di qualche scetticismo. I mesi che ci attendono prima delle elezioni europee del 2024 ci diranno se seguiranno passi concreti. Il sentiero appare comunque già piuttosto accidentato, soprattutto perché la discussione è destinata a intrecciarsi con quella sul progetto di “autonomia differenziata”. E non è escluso che i veti incrociati possano vanificare ogni ambizione riformatrice.

Al di là di quelli che potranno essere gli esiti del confronto, le prime battute del dibattito non sembrano però molto promettenti. Non solo perché le proposte gettate un po’ frettolosamente sul tappeto sono piuttosto generiche. Ma anche perché tendono a riproporre – in modo un po’ semplificato – ipotesi formulate trenta o persino quarant’anni fa, in un contesto politico abissalmente diverso da quello odierno. Senza dunque considerare che le strategie elaborate allora potrebbero non essere più valide oggi.

L’idea di far eleggere dai cittadini il Presidente della Repubblica è forse l’esempio più emblematico in questo senso. Un’innovazione di questo genere non va confusa con il “presidenzialismo”, un sistema nel quale (come negli Usa, in Brasile, ecc.) il capo dello Stato detiene il potere esecutivo. L’elezione diretta del presidente non modificherebbe infatti i poteri del Capo dello Stato e dunque, di per sé, non andrebbe formalmente ad alterare il ruolo di garanzia che la nostra Costituzione gli assegna. Quando questa ipotesi iniziò a circolare in Italia, parecchi decenni fa, l’obiettivo era rafforzare il legame identitario dei cittadini con le istituzioni. In un contesto politico dominato dai partiti e dalle loro rivalità interne, un presidente eletto dai cittadini avrebbe rappresentato simbolicamente la Repubblica, rinsaldando il vincolo con i cittadini. Ma oggi il panorama è davvero cambiato. Dei partiti non resta che qualche sbiadita etichetta e la disaffezione nei confronti della politica è stata curata con dosi massicce di personalizzazione (e polarizzazione). L’elezione diretta del Capo dello Stato comporterebbe un’ulteriore iniezione di personalizzazione, ma non è detto che sarebbe in grado di irrobustire la fiducia nelle istituzioni. Come molti osservatori hanno sottolineato, il sostegno di cui gode il Presidente della Repubblica dipende proprio dal fatto di essere percepito come super partes. Un’elezione diretta – a prescindere dal profilo dei candidati – colorerebbe politicamente la contesa, con la possibilità concreta di acuire la polarizzazione. E dunque di minare il ruolo stesso di “arbitro” previsto per il Presidente.

Un esempio ulteriore è offerto dall’idea del cosiddetto “sindaco d’Italia”, ossia l’elezione diretta del premier: la proposta oggi sposata dalla maggioranza, oltre che dal “terzo polo”. Anche in questo caso si tratta di un’idea originariamente formulata quando si vedeva nella personalizzazione la soluzione all’ingerenza dei partiti nella vita pubblica. Applicare al governo nazionale il medesimo sistema introdotto trent’anni fa a livello locale, con l’elezione diretta dei sindaci, sembrerebbe una soluzione efficace per limitare l’instabilità degli esecutivi, il problema endemico della politica italiana. Ma proprio l’esperienza dei sindaci – che certo ha dato molti frutti positivi – ci deve mettere in guardia da alcuni rischi non secondari.

L’elezione diretta dei sindaci ha comportato infatti una sostanziale riduzione del ruolo di indirizzo e di controllo dei consigli comunali, che di fatto hanno oggi un ruolo “ancillare” rispetto al sindaco e alla giunta. Certo esiste formalmente un rapporto di fiducia tra maggioranza e giunta, ma la decadenza del sindaco comporta anche la decadenza del consiglio, e ciò ridimensiona notevolmente l’effettivo peso dell’assemblea. Replicata a livello nazionale, questa soluzione ne amplificherebbe gli effetti. Eleggendo contestualmente il parlamento e il capo del governo, i cittadini consegnerebbero al premier anche un formidabile strumento di pressione nei confronti del parlamento. Di fatto, il capo del governo si troverebbe a disporre del potere di sciogliere le camere. La forma di governo – pur rimanendo formalmente parlamentare – subirebbe un effettivo slittamento verso il presidenzialismo, perché i poteri del premier risulterebbero notevolmente rafforzati. Ma – a differenza di ciò che avviene nel presidenzialismo – verrebbero in gran parte meno pesi e contrappesi, perché si realizzerebbe una sostanziale fusione di esecutivo e legislativo. Con un peso schiacciante del governo sul parlamento.

Modificare alcuni aspetti della carta redatta dai padri costituenti eletti il 2 giugno di settantasette anni fa non deve certo essere un tabù. Ma la sensazione generata dalle prime battute del confronto politico è che, anche per pigrizia intellettuale, si ripropongano vecchie ricette, concepite quando la malattia italiana era l’ingerenza della “partitocrazia”. Oggi il problema dell’instabilità degli esecutivi non è certo tramontato. Anzi, la “transizione” interminabile degli ultimi tre decenni ne ha enfatizzato gli aspetti negativi. Di fronte alla realtà di una democrazia senza partiti, molte delle ricette di riforma avanzate negli anni Ottanta e Novanta rischiano però di rivelarsi scadute. Perché, per molti versi, oggi il problema non è più “scavalcare” i partiti, ma rafforzarli, irrobustendo il loro legame con una società smobilitata. E ricalibrare quel sistema di pesi e contrappesi che rimane l’argine fondamentale per limitare gli effetti più insidiosi della personalizzazione.