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lunedì 8 novembre 2021

La sorveglianza totale nel post-orwelliano. Un libro di David Lyon


 

di Damiano Palano

 Questa recensione è apparsa sul quotidiano "Avvenire".

Quando pensiamo ai sistemi di sorveglianza che ormai circondano la nostra esistenza, quasi invariabilmente ci troviamo a evocare la sagoma del Grande fratello orwelliano. E tendiamo così ad accostare la nostra condizione a quella del povero Winston Smith, in fuga dalle spie del regime di Oceania e dallo sguardo onnipresente dei suoi apparati polizieschi. Nel suo nuovo libro La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori (Luiss University Press, pp. 229, euro 20.00), David Lyon – un’autentica autorità in materia – ci invita invece a cercare altrove e ad abbandonare le suggestioni di 1984. Il sistema di controlli in cui siamo collocati ricorda semmai una distopia contemporanea come quella allestita da Dave Eggers nel Cerchio. E la differenza è molto semplice. Nel regime orwelliano, la sorveglianza era messa in atto da un apparato mastodontico, che controllava sistematicamente le attività dei singoli. I reali regimi totalitari del Ventesimo secolo non si avvicinarono naturalmente a quel modello, ma la logica con cui operavano era la medesima, perché il controllo era esercitato ‘dall’alto’ verso il ‘basso’. L’immagine di uno «Stato di sorveglianza» oggi è invece inadeguata a cogliere la portata del fenomeno, anche se il «caso Snowden» ha portato alla luce la sorveglianza degli apparati di intelligence sulla vita dei singoli cittadini delle democrazie occidentali. La polizia e le agenzie di sicurezza traggono però oggi le loro informazioni da entità commerciali, e il mondo post-orwelliano è dunque segnato innanzitutto da una sorta di collusione tra apparati di sicurezza statali e corporation. L’esperienza che viviamo oggi è inoltre fondata sulla costante collaborazione dei sorvegliati: si tratta cioè di una sorveglianza generata dagli stessi utenti. La «cultura della sorveglianza», come la definisce Lyon, è comparsa perché sempre più individui ricorrono a strumenti di monitoraggio della vita degli altri. Ma, come ben sappiamo, sono proprio gli «altri» a mettere a disposizione informazioni relative alla loro vita (anche privata). In sostanza, ciò che Lyon punta a ricostruire non sono tanto le tecnologie con cui le vite individuali vengono monitorate, quanto la cultura che ha accompagnato il ricorso a queste tecnologie e che hanno dunque legittimato il ricorso a strumenti di sorveglianza che un tempo si sarebbero considerati inaccettabili. E indagando le trasformazioni intervenute nell’ultimo ventennio, Lyon proprio come la «cultura della sorveglianza» si sia alimentata – e continui ad alimentarsi – dell’ambizione di ridurre il rischio: un’ambizione che opera tanto a livello della macro-politica globale, quanto nella sfera della nostra quotidianità domestica. Ed è infatti proprio la necessità di tenere sotto controllo il rischio che induce a ricorrere ai self-tracking della salute, del reddito e della gestione del tempo. Ma la dipendenza da questi meccanismi di controllo non è affatto priva di enormi conseguenze sulla nostra privacy e sulla partecipazione democratica. E dovremmo quantomeno iniziare a esserne maggiormente consapevoli.

Damiano Palano