venerdì 2 febbraio 2018

Se la rete produce l’oligarchia. Le trasformazioni del Movimento 5 Stelle in un libro di Paolo Ceri e Francesca Veltri e in una ricerca diretta da Piergiorgio Corbetta




di Damiano Palano

Nel suo libro più famoso, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, apparso nel 1911, Robert Michels espose in modo cristallino la «legge ferrea dell’oligarchia». Osservando da vicino la fisionomia e il funzionamento del Partito socialdemocratico tedesco, si rese conto di un paradosso. Proprio quel partito – che più di ogni altro inalberava la parola d’ordine dell’uguaglianza e che lottava per una piena democrazia – al suo interno era tutt’altro che democratico. Anzi, dietro l’apparenza democratica, si celava una tendenza all’oligarchia, prodotta dalle stesse esigenze della lotta politica. Ogni movimento che si proponeva di raggiungere degli obiettivi – sosteneva Michels – doveva dotarsi di un’organizzazione efficiente. Ma questa scelta aveva un costo. «Chi dice organizzazione», scriveva infatti, «dice tendenza all’oligarchia». L’organizzazione innescava cioè la formazione di un gruppo dirigente sempre più autoreferenziale, destinato a perseguire soprattutto la propria perpetuazione.
Nel loro recente volume Il Movimento nella rete. Storia e struttura del Movimento 5 stelle, Paolo Ceri e Francesca Veltri ripercorrono le vicende della formazione politica fondata da Beppe Grillo. E, analizzando il mutamento intervenuto negli obiettivi e nelle forme d’azione di questo partito, riconoscono un’ulteriore conferma alle vecchie ipotesi di Michels. Il M5s nasce infatti come un «non partito», basato su una democrazia assoluta e sull’assenza di leader, su una celebrazione delle potenzialità della Rete, sulla fluidità e sulla pluralità di proposte che si concentrano soprattutto sulla dimensione locale. Ma ben presto, dopo i primi successi elettorali, la Rete cessa di essere uno strumento, per diventare più che altro il simbolo di un popolo in lotta contro la partitocrazia e vincolato da regole indiscutibili. Al tempo stesso, l’unico piano rilevante diventa quello della mobilitazione elettorale. Questa trasformazione non può che enfatizzare le anomalie che fin dall’inizio contrassegnano la struttura del M5s, ossia la presenza di un leader proprietario del marchio e di un’azienda privata che gestisce la comunicazione. Il risultato non è allora una democrazia diretta, bensì una democrazia «diretta dall’alto», perché in molti casi «le decisioni importanti sono prese da persone prive di una legittimità elettiva». Quando invece la decisione è presa a maggioranza, quasi mai si tratta del frutto di un processo basato su una discussione comune. La democrazia interna è perciò fortemente limitata da distorsioni che producono cooptazione, manipolazione, potere invisibile e verticismo. E a dispetto delle promesse originarie, il partito risulta allora dominato da un capo non eletto e senza vincoli temporali, oltre che da organismi mai formalizzati, i cui componenti sono scelti per cooptazione. I punti programmatici sono definiti inoltre dall’alto, mentre il singolo membro può solo approvare o respingere le proposte.
Anche se adottano una prospettiva in parte diversa, i saggi raccolti nel volume curato da Piergiorgio Corbetta M5s. Come cambia il partito di Grillo (Il Mulino, pp. 286, euro 16.00) vanno in una direzione simile. La ricerca cerca in primo luogo di capire come il partito si è modificato nel corso degli ultimi cinque anni. E un primo mutamento riguarda la base elettorale. Se al principio della sua storia gli elettori pentastellati provenivano dall’area del centrosinistra, a partire dal 2012 il Movimento ha iniziato a raccogliere voti più o meno in tutto l’arco politico. E oggi sembra un «partito pigliatutti», nel senso che ottiene consensi nei settori sociali e geografici più vari, con l’esclusione solo della popolazione con più di 65 anni. Esaminando l’elettorato del M5s, la ricerca mostra inoltre che gli «estremisti» (di destra e sinistra) risultano essere una quota minoritaria (intorno al 5%). Un terzo degli elettori si colloca invece su posizioni di sinistra e centrosinistra, uno su cinque si situa a destra o al centrodestra, mentre i ‘centristi’ risultano pari al 16%. Ma è comunque significativo che il 26% degli elettori cinquestelle rifiuti di collocarsi sulla dimensione destra-sinistra (mentre ciò avviene solo per l’11% dell’elettorato italiano).
Una trasformazione altrettanto rilevante è però intervenuta a livello organizzativo. Cinque anni fa il party in public office, ossia il partito degli eletti alle cariche pubbliche, era pressoché irrilevante rispetto al party on the ground, composto dalla base dei militanti attivi sul territorio. Oggi le relazioni sono invertite: il partito degli eletti è il segmento principale, mentre la base territoriale appare svuotata di un ruolo sostanziale. Ma naturalmente il centro del partito, almeno fino a qualche mese fa, ha continuato a essere rappresentato da Grillo e dalla Casaleggio Associati, i quali fin dall’inizio hanno utilizzato lo strumento dell’espulsione per conservare la disciplina interna. Il Movimento 5 Stelle sta attraversando oggi una nuova trasformazione, in cui probabilmente perderà ulteriormente i tratti originari, diventando ancora di più un partito “pigliatutti”. Ma, guardando al passato, si può comunque affermare che proprio il forte ‘centralismo’ è stato lo strumento che ha consentito al partito di sopravvivere nel tempo e di superare i rischi di frammentazione. Ma ovviamente ciò ha comportato l’abbandono degli ideali iperdemocratici delle origini. L’obiettivo di realizzare una democrazia diretta, capace di sfruttare le nuove potenzialità della Rete, è stato infatti ridimensionato, mentre le esigenze della competizione elettorale e della lotta politica quotidiana hanno richiesto la formazione di un ristretto gruppo di portavoce, sempre più ‘professionalizzati’. E così, dietro la bandiera dell’«uno vale uno», è tornata a riaffiorare la vecchia e inquietante «legge ferrea» di Michels. Una «legge» che molto probabilmente, dopo la svolta imboccata in questa campagna elettorale, finirà per produrre ancora più chiaramente i suoi effetti. Producendo un nucleo (più o meno compatto) di leader sempre più “professionalizzati”, che – quasi inevitabilmente – finiranno col confondere le finalità originarie del partito con l’obiettivo della propria personale sopravvivenza politica.


Damiano Palano

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