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venerdì 25 agosto 2017

Sinistra senza popolo. L’onda populista (e il fallimento delle élite) secondo Luca Ricolfi




di Damiano Palano

Nel suo recente Non è una questione politica (Italosvevo, pp. 67, euro 10.00) Alfonso Berardinelli si pone un interrogativo sulla scelta di adottare il termine «populismo» per indicare quegli attori che negli ultimi due decenni hanno sfidato i partiti tradizionali. «Mi chiedo da anni chi è che ha deciso di chiamare ‘populismo’ ogni fenomeno politico che incontra il favore crescente dei cittadini», scrive infatti il critico (affrontando un nodo che, a dispetto del titolo del volumetto, è ovviamente ‘politico’). E la risposta che suggerisce è molto semplice: «Ho detto ‘mi chiedo’. Invece c’è poco da chiedersi, perché si sa già. Da quasi un quarto di secolo una sinistra che ha perso il ‘senso della storia’ (per dirla con una sua vecchia formula), che ha perso la sintonia con quanto avviene nelle nostre società e coccola invece le minoranze snob prendendo per diritti i loro desideri, se la prende con la volgarità del ‘popolo’» (p. 16). E, in termini ancora più espliciti, ciò significa per Berardinelli che la sinistra non rappresenta più quelle classi sociali di cui era stata (o aveva preteso di essere) il principale referente. «Se la sinistra non rappresenta né le classi lavoratrici né i ceti medi proletarizzati, allora vuol dire che rappresenta i mendicanti e l’alta borghesia. Solo che i mendicanti non ce li vedo a sentirsi rappresentati dal ceto politico di sinistra. E l’alta borghesia che gode di privilegi esclusivi e inalterati non ha bisogno di sentirsi di sinistra: si sente giustamente (volevo dire: realisticamente) al di sopra di una sinistra ridotta tanto male. Se le cose stanno così, perché la sinistra sputa su quei ‘populisti e demagoghi’ che invece sono votati dalle ‘classi lavoratrici’ e dai ‘ceti medi proletarizzati’? Che cos’hanno di ripugnante e di deplorevole questi elettori che votano la Destra perché la Sinistra non li rappresenta? Mah» (pp. 17-18).
La lettura dell’insorgenza populista abbozzata da Berardinelli non è in fondo molto diversa da quella proposta – in termini molto più articolati – da Luca Ricolfi nel suo recente Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi (Longanesi, pp. 282, euro 16.90): un libro che certo potrà risultare urticante per molti lettori che si riconoscono ancora in quello che fino a poco tempo fa si chiamava «il popolo della sinistra», ma che merita senz’altro un esame attento. Se non altro perché Ricolfi cerca di fornire una spiegazione di lungo periodo – e non centrata sulle dinamiche congiunturali, o sulle abilità dei leader – di quel fenomeno che, più o meno appropriatamente, siamo ormai abituati a chiamare «populismo».


Il tramonto della sinistra (e della crescita)

Come nella provocazione di Berardinelli, anche per Ricolfi uno degli aspetti che aiutano a comprendere il «populismo» consiste nel ‘divorzio’ tra sinistra e popolo. Un divorzio che comincia a profilarsi, secondo il sociologo, nel momento in cui si concludono i «trenta gloriosi» della crescita post-bellica. E le cui cause sono principalmente economiche e geo-politiche. Se la fiammata liberista degli anni Ottanta viene a modificare il quadro, in realtà – e qui Ricolfi coglie un aspetto importante – essa si esaurisce piuttosto rapidamente, al principio degli anni Novanta, sotto i colpi del mutamento geo-politico. Inizia proprio allora infatti il rallentamento della crescita dei paesi occidentali: un rallentamento che risaliva già agli anni Settanta, ma che diventa progressivamente più rilevante perché si tratta, a partire da questo momento, di un rallentamento soprattutto in termini ‘relativi’, cioè rispetto ai ritmi di crescita delle economie del resto del mondo. In altre parole, si entra in una fase in cui la «convergenza» tra le economie del pianeta inizia a diventare sempre più visibile e nuovi protagonisti iniziano a insidiare il primato dei paesi industrializzati. «Il tratto distintivo degli ultimi 20-25 anni è l’uscita progressiva delle maggiori economie occidentali dal core della crescita» (p. 82). E questo processo si svolge in due tappe successive, all’inizio degli anni Novanta e al principio del XXI secolo. Ad avviare questa dinamica è, secondo Ricolfi, la combinazione del crollo dell’impero sovietico (con le sue ricadute in termini ideologici) e dell’ingresso nell’economia mondiale di nuovi attori, nel quadro delineato dalla progressiva liberalizzazione dei mercati. Proprio l’entusiasmo innescato da questo cocktail contagia anche la sinistra e induce a sottovalutare soprattutto due rischi: quello della velocità eccessiva del processo di integrazione e quello dell’assenza di limitazioni. Sotto il velo di una globalizzazione pacifica si annidano però una serie di squilibri, relativi alla modificazione delle relazioni commerciali tra paesi avanzati e paesi emergenti, alla finanziarizzazione, al surriscaldamento dei prezzi delle materie prime. E nella crisi del 2008 – che potrebbe anche segnare l’avvio di una «stagnazione secolare» - affiorano proprio tutti questi squilibri.
Dinanzi a tali mutamenti la sinistra è rimasta spiazzata due volte. Al principio degli anni Novanta «è stata spiazzata dai successi del capitalismo, e lo è stata al punto da convertirsi quasi istantaneamente alla filosofia del mercato» (p. 100). E poi «il sogno di una sinistra ‘amica del mercato’ si trasforma in un incubo nel 2008, allo scoppio della crisi, quando ci si avvede che non si tratta di una normale recessione ma della crisi di un paradigma, o di un modello di sviluppo, come si sarebbe detto un tempo» (p. 101). Ma alla base di questo spiazzamento sta per Ricolfi un’incomprensione di fondo di cosa comporti davvero la globalizzazione. «La sinistra», scrive, «continua a ragionare come se i problemi fossero rimasti quelli del mondo sostanzialmente chiuso dei primi decenni del dopoguerra» (p. 102). Invece la situazione è completamente modificata, perché oggi la crescita dipende principalmente dai paesi emergenti e perché i paesi avanzati – proprio a causa della globalizzazione – vedranno sempre più ridotto, almeno in termini relativi, il loro primato. E la sinistra si trova spiazzata per molti motivi: in primo luogo, «la sinistra riformista non può essere contro la globalizzazione, non solo perché l’ha mitizzata negli anni Novanta, ma perché – a dispetto di tutti i suoi limiti e le sue storture – essa resta il più spettacolare meccanismo egualitario che l’umanità abbia conosciuto»; in secondo luogo, la globalizzazione «entra automaticamente in sintonia con tutti i più grandi sogni della sinistra: il cosmopolitismo, l’apertura delle frontiere, la circolazione delle idee (internet), l’uscita dei paesi arretrati dalla povertà, la diffusione della democrazia, l’avanzata dei diritti umani (anche a costo di usare la forza)» (p. 103). I conflitti innescati dalla globalizzazione e la stessa possibilità che si avvii una fase di stagnazione entrano drammaticamente in collisione, dunque, con il perno dell’immaginario di sinistra. Se non altro perché l’assenza di crescita rende impraticabile la strada della redistribuzione delle risorse.  
In questa lettura Ricolfi non manca anche di sottolineare quelli che a suo avviso sono due errori di valutazione intorno alla genesi della crisi. Secondo il sociologo, innanzitutto, l’aumento delle diseguaglianze non avrebbe né preceduto né causato l’insorgere della crisi (ma per la verità in questo caso il discorso è piuttosto vago, e non è ben chiaro a quali tesi si riferisca nel momento in cui evoca polemicamente l’idea secondo cui l’aumento delle diseguaglianze avrebbe determinato la crisi). In secondo luogo, è a suo avviso scorretto ritenere che dopo la crisi ci sarà comunque una nuova fase di crescita anche per i paesi avanzati. «Il mondo di domani» - è questo lo snodo cruciale per Ricolfi - «non è nostro, ma dei paesi giovani, che hanno voglia di progredire e di produrre» (p. 105).
Piuttosto singolarmente, questo quadro – di per sé piuttosto cupo, e soprattutto determinista – viene corredato da un’appendice volontarista del tutto in linea con quello che hanno praticato le grandi forze di sinistra nel corso dell’ultimo secolo. Perché Ricolfi, dopo avere delineato queste grandi (e incontrastabili) tendenze globali e avere persino dipinto lo scenario di una «stagnazione secolare», finisce col sostenere che qualche riforma potrebbe non solo arrestare la dinamica ma persino invertirla. E, dopo avere descritto il fallimento della sinistra incapace di governare le conseguenze della globalizzazione, indica allora come modelli positivi la Germania (e implicitamente le riforme del governo di Gerhard Schröder) e il Regno Unito di Tony Blair. «Il bivio è chiaro. Se si sceglie di non fare niente», scrive infatti, «la torta non crescerà più, e forse comincerà persino a restringersi. Dall’altra c’è solo la strada tedesca, ma anche britannica: sacrifici e duro lavoro, per competere e tornare a crescere» (p. 105). Ma, al di là di questo paradosso (che si spiega col fatto che il discorso guarda al mondo ma di fatto si riferisce all’Italia e alla sinistra italiana), Ricolfi indica tre processi con cui diventa indispensabile «fare i conti»: la deindustrializzazione delle economie occidentali, l’apertura delle frontiere, la prospettiva della stagnazione economica. E sono proprio questi tre cambiamenti che «rendono terribilmente inattuali la destra e la sinistra, perlomeno quali le abbiamo conosciute nella seconda metà del Novecento» (p. 111).

Lo spettro populista

Nell’indagine sulle radici del ‘divorzio’ tra sinistra e popolo, Ricolfi non evita di fornire un’interpretazione dell’insorgenza populista. Ovviamente deve definire il fenomeno, e da questo punto di vista compie la scelta di considerare il populismo nei termini di una configurazione ideologica, debolmente definita ma dai tratti comunque chiari, seguendo una proposta che si avvicina molto a quella delineata negli ultimi anni da Loris Zanatta. Il populismo per Ricolfi è infatti, innanzitutto, un modo di concepire la società come «una comunità, dotata di tradizioni, valori, senso di identità che vanno salvaguardati», e nella quale gli eventuali nemici «sono concepiti alla stregua di germi o batteri, ovvero veicoli di infezione, più che come forze sociali portatrici di legittimi interessi» (p. 117). «Nell’immaginario populista», osserva infatti, richiamandosi alla visione coltivata da Occupy Wall Street, «banchieri, speculatori, burocrati, mafiosi, politici e relativi clientes (ma spesso anche intellettuali e super-tecnici) costituiscono una minoranza di privilegiati e profittatori di cui il popolo, per sua natura, deve assolutamente liberarsi» (p. 117). Ma da questa impostazione derivano anche il rifiuto della democrazia rappresentativa, la convinzione che per governare siano sufficienti «saggezza e onestà», l’ostilità nei confronti del «cosmopolitismo, e quindi a tutte le istituzioni e i corpi politici sovranazionali, come l’Onu o l’Unione Europea», e dunque, in generale, la preoccupazione «di difendere la comunità stessa dalle infezioni, non importa se provenienti dall’interno (corruzione dell’élite) o dall’esterno (invasione degli stranieri)» (p. 118). Ma, a differenza del fascismo, la «mentalità populista» non avrebbe secondo Ricolfi ambizioni espansioniste, perché presenterebbe semmai «la tendenza a non intervenire, a lasciare che ogni popolo viva e si organizzi a proprio modo, senza subire pressioni o brutali interventi da parte di altri popoli» (pp. 118-119). Al tempo stesso, il populismo si discosta dal liberalismo, perché non ne condivide le matrici individualiste, dal momento che considera come unità di riferimento il «popolo».
La definizione di Ricolfi – per quanto schematica – non può evitare i limiti di tutte le proposte che ricerchino nel populismo una comune radice ideologica. In termini molto sintetici, il problema di queste proposte è duplice: se si arricchisce molto l’immagine idealtipica del populismo (a partire magari da alcuni casi paradigmatici, come il populismo russo, quello statunitense o quello latino-americano), si corre il rischio di dover escludere dal novero una serie di movimenti e attori che vengono di solito oggi considerati come populisti; se, viceversa, si sfuma la caratterizzazione, si rischia di disporre alla fine di un manichino talmente stilizzato da adattarsi a qualsiasi ideologia e a qualsiasi movimento (e soprattutto a quelli che di solito non sono interpretati come populisti). Ed è per molti versi questo il duplice rischio che corre Ricolfi, il quale si trova infatti in qualche modo costretto a escludere dal novero una serie di «populismi anomali». Non è infatti certo solo frutto di disattenzione il fatto che Ricolfi – nonostante riprenda almeno in parte la caratterizzazione del populismo dall’analisi di Zanatta – escluda dalla genealogia dei populismi storici i casi latino-americani, per esempio di Vargas e di Perón: altrimenti non potrebbe infatti indicare come tratto caratterizzante del populismo quella tendenza anti-statale che invece risulta tanto importante ai fini del suo discorso, per distinguere nettamente il populismo dalla sinistra. Ma, per quanto concerne la descrizione dei populismi contemporanei, incontra difficoltà analoghe, quando esclude dal novero una serie di «populismi anomali»: sul versante di destra, i casi di Orbán in Ungheria e dei gemelli Kaczynski in Polonia, oltre che di Putin in Russia, perché a essi «non sempre si affiancano le consuete istanze iper-democratiche, né una chiara vocazione anti-statale, due aspetti costitutivi del populismo ‘puro’» (p. 135); sul versante di sinistra, i casi di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna, i quali «pretendono di far convivere questi tratti populisti con un’analisi sociale (e delle ricette di politica economica) più o meno nitidamente riconducibile alla comune matrice di sinistra, marxista, o addirittura comunista». Ma anche riducendo lo spettro in questo modo, Ricolfi non può eliminare alcune difficoltà, che sono evidenti a proposito del caso italiano, perché per esempio – ma si tratta davvero solo di un esempio – il Movimento 5 Stelle, che è certamente quasi una rappresentazione paradigmatica del populismo, adotta come proprio cavallo di battaglia la rivendicazione di una misura come il «reddito di cittadinanza», che – anche a dispetto del nome un po’ fuorviante, con cui di fatto si indica un sussidio a fasce deboli – è uno strumento di redistribuzione ‘statalista’ pienamente in linea con la tradizione di sinistra (o almeno di quella sinistra che è il bersaglio privilegiato dell’attacco di Ricolfi). Inoltre, anche se il M5S ha di recente scoperto tutti i vantaggi propagandistici della retorica securitaria, è davvero difficile negare che nel suo patrimonio genetico non alberghino molti di quei miti del cosmopolitismo che fiorirono attorno alla Rete, e che Ricolfi interpreta invece come contrassegni della sinistra non condivisi dal populismo.
In realtà il tentativo definitorio rimane comunque solo una parentesi priva di sostanziali connessioni con il resto del discorso di Ricolfi, che infatti, nel momento in cui si pone l’obiettivo di spiegare quali siano le cause dell’ondata populista, accantona del tutto la definizione proposta in precedenza, a favore di una scelta molto più semplice. Per misurare «le variazioni del populismo», Ricolfi infatti adotta «una definizione relativamente ampia del fenomeno (inclusiva dei populismi ‘anomali’ e degli euroscetticismi di sinistra)» e inoltre assume «come ambito i 27 paesi rappresentati nel Parlamento europeo nella scorsa legislatura (2009-2014)» (p. 141). Sulla scorta di una simile definizione – che in fondo, non senza qualche ragione ma certo in modo un po’ semplicistico, finisce con l’equiparare il populismo all’«euroscetticismo» - Ricolfi registra effettivamente un consistente aumento delle forze populiste in ben 15 paesi, mentre 5 mostrano un arretramento e 7 una situazione stazionaria. «Complessivamente, i seggi del Parlamento europeo attribuiti a forze populiste sono passati dal 25.2 al 34.4% e, cosa di un certo interesse, il loro aumento ha riguardato sia forze populiste considerate di destra (come la Lega o il Front National), sia forze considerate di sinistra (come Podemos o Syriza), sia forze difficilmente collocabili sull’asse destra-sinistra (come il Movimento Cinque Stelle)» (p. 142).


La forza della paura

Al di là di tutti i problemi di questo primo risultato, che forse risolve in modo un po’ impressionistico la questione dell’identificazione dell’explanandum, Ricolfi concentra l’attenzione soprattutto sull’explanans, e cioè sulla ricerca della variabile in grado di spiegare il fenomeno. E la risposta chiama in causa un cocktail che combina le preoccupazioni della crisi e la paura del terrorismo (misurata da vari indicatori). In altre parole – e si trova qui il nocciolo del discorso di Ricolfi – è la percezione di insicurezza a «gonfiare le vele» del populismo. E il fatto che la società diventi progressivamente «a somma zero» tende ad accrescere il bacino del populismo proprio perché la percezione che si stia aprendo una stagione di conflitto per risorse scarse, e non più in crescita, genera insicurezza e aumenta la richiesta di protezione. «Dietro l’ascesa dei partiti populisti c’è una crescita imponente della domanda di protezione, che a sua volta deriva dalla sempre più vasta diffusione di sentimenti di insicurezza, preoccupazione, paura. Ansie che i partiti populisti prendono estremamente sul serio, e cui rispondono con la loro promessa di protezione» (p. 165).
Se questo spiega il favore verso i populisti, lo sfavore nei confronti della sinistra è semplicemente legato al fatto che la sinistra nega la situazione di insicurezza che viene invece percepita dal «popolo». E la motivazione è dovuta soprattutto al fatto che la sinistra ha modificato il proprio bacino sociale di riferimento: «La ragione per cui la sinistra non vede le richieste di protezione del popolo è semplicemente che quello non è più il suo popolo. La sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa, quasi ovunque e non da ieri […], è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale, al cui centro non vi sono più né operai, né ceti deboli, né i cosiddetti ultimi» (p. 171).
Anche se tutto il libro sembra preludere alla tesi di una definitiva scomparsa della sinistra, in realtà, una volta reintrodotta la distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra, Ricolfi sembra concedere qualche speranza di vita anche a una opzione di sinistra, che però rimane molto distante da quella che ha guidato entusiasticamente la globalizzazione. «Il ritorno dei popoli» è d’altronde per il sociologo «la conseguenza logica (e forse prevedibile) di un fallimento: quello delle élite che hanno preteso di guidare il processo di integrazione fra le economie del pianeta, ma non hanno ancora trovato un modo per fronteggiarne le conseguenze più spiazzanti» (pp. 189-190). Se in questo modo non intona dunque un requiem definitivo alla distinzione tra destra e sinistra, prevede però che sarà un’altra dialettica a imporsi, quella tra «apertura» e «chiusura». «Da un lato le forze dell’apertura, che promuovono l’innovazione e gli scambi in tutti i campi: merci, capitali, persone, segni» (p. 201). «Dall’altro le forze della chiusura, il cui tratto distintivo non è di volere la chiusura in tutti gli ambiti, ma di volerla in alcuni e non in altri. Per esse lo Stato nazionale non è il fine ma il mezzo che può assicurare la protezione della comunità dai pericoli che la minacciano» (pp. 201-202). E la previsione formulata da Ricolfi, pur con qualche cautela, sul futuro del fronte della chiusura è netta: nel caso in cui, «globalizzazione, immigrazione e terrorismo dovessero lacerare in modo profondo il tessuto della vita sociale», scrive infatti, «tutto fa pensare che solo le forze populiste saranno in grado di rappresentare la marea montante della domanda di protezione, e che la loro risposta non potrà che essere qualche tipo di ristabilimento dell’autorità degli Stati nazionali nei confronti dei grandi regolatori della politica e della guerra. [...] A quel punto, più che scomparire dal nostro lessico, termini come destra e sinistra verranno degradati a meri aggettivi, a comodi qualificatori dei movimenti populisti» (p. 218).
Proprio la previsione secondo cui la divisione tra apertura e chiusura contribuirà a ridefinire (più che cancellare) la distinzione tra destra e sinistra coglie probabilmente nel segno, perché effettivamente la ‘crisi’ della globalizzazione significherà – più che una marcia indietro rispetto a ciò cui abbiamo assistito negli ultimi anni – una ridefinizione delle regole, che coinvolgerà le istituzioni internazionali e, va da sé, l’Unione europea. E proprio questo scenario – che discende d’altronde da una lettura per larga parte condivisibile delle tendenze di lungo periodo che attraversano le società occidentali – rappresenta uno degli aspetti più interessanti del volume.
Molto meno convincente – lo si è visto – è invece la lettura del populismo che Ricolfi propone. Il sociologo non può infatti portare fino in fondo la scelta di considerare il populismo come una mentalità o un’ideologia debole. E in corso d’opera si trova dunque costretto ad abbandonare la definizione proposta in precedenza, per limitarsi a raccogliere nel novero dei populismi tutti gli ‘sfidanti’ delle forze tradizionali. Una simile difficoltà – si potrebbe anche osservare – non inficia più di tanto il discorso, ma evidentemente pone qualche problema, se non altro perché in questo modo la linea di distinzione tra chi è populista e chi non lo è diventa davvero tanto labile da diventare inutilizzabile.

Un mondo insicuro?
Un problema che si può ravvisare tra le righe del discorso di Ricolfi non riguarda però tanto la scarsa distinzione tra populisti e non populisti, quanto l’incerta linea di demarcazione tra la ‘realtà’ (misurata da indicatori economici) e le ‘percezioni’ della realtà che i cittadini possono avere (e che orientano i loro comportamenti e soprattutto le loro scelte elettorali). Per esempio, quando Ricolfi ricostruisce le dinamiche economiche dell’ultimo mezzo secolo utilizza dati quantitativi. E anche quando considera l’impatto della crisi, prende in esame i dati relativi al reddito, all’occupazione, alla disoccupazione, ossia dati che – come sappiamo – possono prestarsi sempre a interpretazioni divergenti, ma che, nondimeno, forniscono una base relativamente certa, se forse non davvero del tutto ‘oggettiva’. Ma quando si spinge a rilevare il ruolo che hanno la «paura della immigrazione» e la «paura del terrorismo», ovviamente considera fattori del tutto ‘soggettivi’: fattori che possono essere misurati da rilevazioni del clima di opinione, ma che non possono essere confusi con la realtà. E il problema del ragionamento non risiede nel tipo di cocktail che Ricolfi ravvisa alla base della fortuna del populismo. D’altronde le percezioni in politica sono state sempre importanti, hanno anzi sempre avuto un ruolo cruciale nella definizione della realtà, e dunque non è sorprendete che la fortuna del populismo sia legata soprattutto ad alcuni percezioni, o che il terrorismo – le cui azioni si giocano sugli effetti spettacolari e sulla paura che si riesce a generare, molto più che sugli aspetti materiali della violenza – contribuisca a rafforzare l’immagine di un mondo insicuro alla base del successo populista. Il problema del discorso di Ricolfi consiste invece nella conclusione ‘politica’ che fa discendere da quella spiegazione.
Riassumendo brutalmente lo schema argomentativo di Sinistra e popolo, il populismo secondo Ricolfi è la conseguenza di una serie di dinamiche strettamente connesse: il «popolo» ha paura del terrorismo, e questa paura (talvolta alimentata da reali eventi terroristici) innesca o amplifica la paura nei confronti di tendenze criminose di cui sono portatori gli stranieri, o che sono comunque attribuite principalmente alla presenza di cittadini stranieri nel territorio del paese; una simile percezione di insicurezza – combinata con gli effetti della crisi – spinge inoltre verso la richiesta di protezione indirizzata dai ceti popolari alle forze populiste, le quali, a loro volta, issano la bandiera della ‘chiusura’ delle frontiere a ciò che proviene da ‘fuori’. E proprio sulla scorta di una simile lettura, Ricolfi sostiene dunque che la sinistra non è in grado di comprendere le richieste di protezione del popolo, semplicemente perché – per motivi culturali e per il mutamento intervenuto nella propria base elettorale – non ‘vede’ questi problemi, e, anzi, nega che esistano. Ma in questo modo, Ricolfi non sembra più ragionare sulle percezioni, perché sembra piuttosto dare per scontato che effettivamente il problema esista nella realtà. E ciò non significa che il problema non possa esistere. Ma Ricolfi, di solito così attento ai dati quantitativi, in questo caso dovrebbe quantomeno dimostrare, per esempio, che nell’ultimo quarto di secolo – ossia da quando è cominciato il tracollo politico e culturale della sinistra – il livello di criminalità nelle nostre città è cresciuto sensibilmente, che il numero di omicidi è cresciuto, che le rapine, le violenze sessuali e le aggressioni sono aumentate in misura notevole, e cioè che il livello di insicurezza ha fatto registrare un incremento reale. Ma – a dispetto della percezione di vivere in un mondo sempre più violento e insicuro, che quasi ognuno di noi ha – le cose non stanno proprio così. Dal principio degli anni Novanta a oggi, il numero di omicidi in Italia non solo è calato, ma è addirittura sceso a meno di un quarto rispetto al livello di un quarto di secolo fa. Un calo – per quanto meno marcato – si è verificato inoltre per molti tipi di reato, come le aggressioni a sfondo sessuale, i furti di auto e i sequestri di persona. Per reati come le rapine e i furti in appartamento i dati segnalano maggiori oscillazioni, e soprattutto nel centro-nord gli scippi sembrano far segnare un relativo incremento. Persino i reati compiuti da stranieri non sembrano registrare un aumento in termini percentuali, almeno nel corso dell’ultimo decennio. Ma certo – in un quadro segnato da una complessiva diminuzione della violenza – la rilevanza in termini relativi di alcuni reati, come i borseggi compiuti da stranieri e i femminicidi, può crescere. E proprio questo contribuisce probabilmente a rafforzare la percezione di un aumento dell’insicurezza individuale e sociale.
Ma se la situazione è questa, dovremmo allora chiederci se la paura ‘percepita’ – un po’ come il caldo ‘percepito’, che ci sembra più soffocante ogni volta che la tv ce lo descrive – non sia anche un prodotto ‘politico’, o comunque ‘culturale’ (al quale contribuisce la classe politica, ma nella cui costruzione gioca un ruolo cruciale ovviamente il circuito mediatico). E dunque dovremmo chiederci se il populismo non sia tanto una conseguenza dell’aumento della percezione dell’insicurezza, quanto anche una sua causa, nella misura in cui esso riesce a costruire una rappresentazione della realtà capace di diventare senso comune e di imporsi con la forza di un dato di fatto. Se le cose stessero davvero così, la spiegazione di Ricolfi non perderebbe ovviamente un grammo della propria importanza, proprio perché da sempre le percezioni della realtà in politica contano almeno quanto (e spesso di più) della realtà stessa. Ma la sua critica della sinistra invece sì. Non solo perché di fatto le forze del centro-sinistra hanno nei fatti spesso raccolto gli allarmi sull’insicurezza, a livello nazionale e a livello locale. Ma anche per un problema più sostanziale, che ha direttamente a che vedere con l’accusa mossa da Ricolfi all’indifferenza della sinistra ai problemi della sicurezza. In altre parole, forse si potrebbe imputare infatti alla sinistra di non aver saputo contrastare con vigore e con armi adeguate la retorica dell’insicurezza (e la lettura che imputa ai flussi di profughi che giungono in Italia l’origine dell’insicurezza). Ma non le si potrebbe imputare la colpa di avere negato, o sottovalutato, l’esistenza di problemi che sono almeno in parte il frutto di una rappresentazione della realtà. Perché altrimenti – in chiave retrospettiva – si dovrebbe rimproverare al partito socialdemocratico e ai partiti centristi al governo nella Germania degli anni Venti la responsabilità di non aver seguito i nazionalsocialisti nella loro campagna antisemita, e dunque di avere negato l’esistenza di un grande complotto ebraico, ossia proprio di ciò che una parte del «popolo» - nella propria percezione – riteneva fosse la causa della rovina tedesca.
Se proprio in questa distorsione si può riconoscere il riflesso della scarsa considerazione che Ricolfi nutre nei confronti del ceto politico della sinistra italiana, e se dunque l’eccesso polemico ha una chiara origine ‘politica’ (più che teorica), il libro del sociologo – che rimane comunque una lettura ricchissima di spunti di riflessione, specie per l’idea di legare l’insorgenza populista al profilarsi di quella «stagnazione secolare» destinata probabilmente a segnare i decenni a venire – può anche essere letto come un documento della fase che stiamo vivendo. Una fase in cui, davvero, iniziamo a ritenere che la divaricazione tra chiusura e apertura debba diventare molto più significativa della vecchia divisione tra destra e sinistra. Ma in cui anche i concetti si fanno più nebulosi e sfuggenti. E in cui la percezione di vivere in un mondo più insicuro – in un mondo ogni giorno più insidioso, assediato da barbari e violenza – finisce col diventare più reale della realtà.

Damiano Palano

sabato 19 agosto 2017

La forma politica del vuoto. Il «populismo 2.0» secondo Marco Revelli




 di Damiano Palano

Un paio d’anni fa, in Dentro e contro. Quando il populismo è di governo (Laterza, Roma – Bari, 2015), Marco Revelli forniva una lettura delle dinamiche che avevano condotto Matteo Renzi a Palazzo Chigi e dunque alla nascita di una sorta di inedito «populismo istituzionale». Nell’introduzione a quel volume, guardando ai primi due anni di governo dell’ex sindaco di Firenze, Revelli formulava anche una previsione, che intravedeva già nell’immediato futuro il profilarsi di difficoltà che avrebbero potuto rendere effimeri i successi renziani: «la marcia si è fatta, col tempo, meno trionfale. Le fragilità culturali e i difetti di carattere hanno scavato in quel piedistallo di consenso che le elezioni europee gli avevano regalato. Lo stesso partito che aveva scalato per scalare il paese si va facendo ogni giorno più volatile ed evanescente, man mano che la leadership carismatica si attenua e stenta a funzionare come polarità aggregante dall’alto, mentre i potentati locali vanno assomigliando a premoderne marche di confine. È comunque ipotizzabile, visti i cattivi venti che spirano dall’alto d’Europa, che il suo cammino – sia pure più tortuoso e impervio – continui, sostenuto da un’oligarchia sovrana ancora potente e, a livello continentale, ancora scarsamente contrastata. Oppure è possibile, come temono (o sperano) in molti, che Matteo Renzi non riesca a portare in fondo il proprio progetto per sedersi infine sul trono che si è costruito. Che, come il cattivo giocatore di poker costretto a rilanciare continuamente la posta a ogni mano perduta, alla resa dei conti […] finisca per inciampare. E faccia default, consegnando il paese – e noi stessi – a un altro, persino più aggressivo e demagogo di lui. In ogni caso, ci troveremmo comunque in una post-democrazia dal profilo inedito. E – questo è certo – assai meno desiderabile» (p. XI).
Come sappiamo, il 4 dicembre 2016 l’avventura di Renzi si è conclusa (probabilmente per sempre), anche se il «default» paventato da Revelli non si è – fortunatamente – verificato. Nel tempo trascorso dalla pubblicazione di Dentro e contro la situazione non si è però modificata solo in Italia, perché l’onda ‘populista’ - in particolare con la vittoria di Donald Trump e l’esito del referendum britannico sull’uscita dall’Ue – ha raggiunto in buona parte dell’Occidente livelli che solo due anni fa sembravano quantomeno improbabili. Nel suo nuovo libro Populismo 2.0 (Einaudi, pp. 155, euro 12.00) – per molti versi un ulteriore capitolo di quel ‘diario politico’ in pubblico che Revelli tiene da qualche anno – lo sguardo si estende proprio alle democrazie mature, ormai indirizzate verso una deriva ‘postdemocratica’ e sempre più affollate di movimenti e partiti definiti, più o meno propriamente, «populisti». Revelli non rifiuta l’etichetta, ma non può evitare di porsi il problema di ‘cosa’ sia davvero il «populismo». Il dibattito degli scienziati sociali non ha infatti sciolto la questione, e le proposte sono così davvero molto lontane dal raggiugere una visione condivisa (per un orientamento si può dare un’occhiata a D. Palano, Populismo, Bibliografica, Milano, 2017). Il politologo olandese Cas Mudde ritiene per esempio di poter riconoscere nel populismo un’ideologia debolmente strutturata, mentre altri, come Marco Tarchi, lo considerano piuttosto una «mentalità», e cioè come un modo di concepire la politica e il suo funzionamento. Un altro importante filone di studi – tra cui spiccano le ricerche di Margaret Canovan e Pierre-André Taguieff – intende invece il populismo prevalentemente come uno stile politico, contrassegnato soprattutto dall’appello al popolo, mentre la nota e discussa teoria di Ernesto Laclau propone di individuare nel populismo il paradigma della logica discorsiva che guida la formazione delle identità politiche.
Per Revelli il populismo è invece soprattutto il «sintomo» della malattia che investe la democrazia rappresentativa. Il vecchio populismo americano di fine Ottocento era infatti una «malattia infantile della democrazia», legata al fatto che «ancora la ristrettezza del suffragio e le barriere classiste tenevano fuori dal gioco una parte della cittadinanza» (p. 3). Mentre il populismo 2.0 di oggi insorge, come «malattia senile della democrazia», «quando l’estenuazione dei processi democratici e il ritorno in forza di dinamiche oligarchiche nel cuore delle democrazie mature rimettono ai margini o tradiscono il mandato di un popolo rimasto ‘senza scettro’» (pp. 3-4). In entrambi i casi, comunque, «la ‘sindrome populista’ […] è il prodotto di un deficit di rappresentanza» (p. 4). Ma, in ogni caso, Revelli sottolinea che non si tratta di un’ideologia o di un movimento analogo ad altri ismi, bensì di una sorta di stato d’animo: «è un’entità molto più impalpabile e meno identificabile entro specifici confini e involucri. È uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione» (p. 10).
Nella sua indagine Revelli parte dal successo di Trump, ed è proprio l’esito imprevisto delle elezioni presidenziali americane a illustrare uno dei tratti del populismo 2.0. Il voto per Trump non è infatti «la rivolta dei poveri», bensì «la vendetta dei deprivati», di «quelli che hanno perso qualcosa», e cioè «il proprio primato di maschio, un pezzo del proprio reddito, non importa quanto alto questo fosse, il proprio status sociale, il riconoscimento del proprio lavoro, il rispetto per la propria fede, il proprio Paese e il suo ruolo nel mondo, la sua potenza, la sua egemonia» (p. 64). E mentre il populismo delle origini cercava la risposta alle proprie domande in «uno scarmigliato uomo delle montagne» come Andrew Jackson, il populismo 2.0 spinge le masse ad affidarsi a un miliardario, un esponente dell’alto della società, come Donald Trump. La chiave di lettura centrata sull’insorgenza populista come «vendetta dei deprivati» guida Revelli anche nell’indagine sulla Brexit, sulle sorti del Front National francese e sull’ascesa di Alternative für Deutschland, anche se in tutti questi casi la paura nei confronti dei flussi migratori sembra spesso diventare preponderante rispetto a ogni considerazione puramente economico-sociale. Ma il viaggio di Revelli non può non concludersi proprio sulle sorti dei tre neo-populismi italiani: il «telepopulismo» berlusconiano, il «cyberpopulismo» grillino, il «populismo dall’alto» di Matteo Renzi. E proprio a proposito degli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre Revelli formula una lettura forse in parte forzata, anche se indubbiamente fondata su alcuni elementi reali. «Il ‘populismo dall’alto’ sperimentato per quasi un triennio», scrive infatti, «si è infranto su una volontà popolare mossasi, in basso, in direzione ostinata e contraria», «come se, con quel voto, per una sorta di nemesi politica, i fautori della riforma e sponsor primari del referendum fossero stati riportati a forza nell’ambito della deprecata (e minoritaria) élite, e il Popolo si fosse ripreso la propria autonomia dal Governo» (pp. 141-142). O, in termini ancora più radicali: «Significa che le parti dolenti della nostra società, i settori più fragili e più provati, il mondo del lavoro e i ceti medi impoveriti, quelli che stanno fuori dalle narrative di potere, sentono la Carta costituzionale come ‘loro’: un ombrello e una protezione sotto cui ripararsi» (pp. 145-146). 
Ma al di là di questa lettura, è particolarmente significativa l’interpretazione che Revelli fornisce del populismo contemporaneo come risposta del basso della società globale a quella «guerra» dichiarata dall’alto di cui parlava Luciano Gallino. E dunque come conseguenza della sconfitta patita dal movimento operaio novecentesco proprio nei luoghi in cui si era concentrata la sua forza: «Quell’ex protagonista che aveva alimentato il simbolismo e l’immaginario oltre al consenso elettorale e all’apparato organizzativo di tutte le articolate sinistre del ‘secolo del lavoro’ è ora un’ampia componente del nucleo duro, forse non maggioritaria ma sicuramente coriacea, dell’estesa galassia in cui si esprime l’insorgenza populista attuale. Ad esso si è aggiunta negli ultimi anni la massa eterogenea di quello che invece tradizionalmente fu il principale fattore di equilibrio, di stabilità e di ‘moderazione’ delle società occidentali: la ‘guardia bianca’ delle democrazie rappresentative. Impoverita, questa, ferita, e declassata, non tanto dai tagli salariali e dalla marginalizzazione del lavoro (in parte anche da questo) ma soprattutto dall’inversione di segno che hanno avuto nella crisi le rendite finanziarie. […] Formano, tutti insieme, una moltitudine di insoddisfatti e di arrabbiati – di ‘traditi’, soprattutto, o di autopercepiti tali –, trasversalmente distribuiti nelle società occidentali, estranei alle tradizionali culture politiche perché nessuna di esse riflette più la loro nuova condizione. Spaesati essi stessi rispetto alla propria inedita condizione di homeless della politica. Umiliati dalla distanza che vedono crescere nei confronti dei pochi che stanno sulla cuspide della piramide (pochi, ma gli unici visibili nello spazio mediatico che ha sostituito tutti i precedenti spazi pubblici). Privi di un linguaggio adeguato a comunicare il proprio racconto, persino a strutturare un racconto di sé, e per questo consegnati al risentimento e al rancore» (pp. 152-153).
Anche se le parole con cui descrive la «moltitudine di insoddisfatti e di arrabbiati» alla base della fortuna del populismo 2.0 possono suonare retoriche, o eccessivamente catastrofiste (come d’altronde spesso accade nei libri del ricercatore piemontese), Revelli coglie però nel segno quando ritrova il fattore capace di spiegare l’insorgenza dei «nuovi barbari» nel ‘vuoto’ politico che contrassegna molte democrazie occidentali. Se si vuole sottrarre il termine all’utilizzo che ne viene fatto nella polemica quotidiana, si dovrebbe infatti riconoscere che il populismo – lungi dall’essere un ismo analogo a molti altri, come opportunamente sottolinea Revelli – è una logica del discorso politico, che qualsiasi movimento può teoricamente fare propria, e che è in grado di stabilire una linea di separazione tra popolo ed élite, ma anche di definire ‘cosa’ sia il popolo. E soprattutto si dovrebbe riconoscere che la logica populista è in grado di diventare uno strumento particolarmente allettante per tutti quei soggetti politici – non necessariamente di ‘destra’ – che ambiscano a occupare uno spazio lasciato libero dalla dissoluzione delle vecchie identità politiche, dalla disgregazione del sistema partitico, dalla rottura del rapporto tra società e ceto politico. Ma proprio per questo motivo, il populismo ha probabilmente in mano ancora molte carte da giocare, e non è affatto indirizzato verso il viale del tramonto, come qualcuno ha sostenuto dopo l’esito delle elezioni in Olanda e in Francia. Perché davvero, come coglie bene lo sguardo di Revelli, lo sfaldamento delle tradizioni politiche europee, lo sgretolamento del tessuto identitario, o anche il disallineamento fra identità e partiti, contribuisce giorno dopo giorno a rendere più ampia la voragine che si apre nel cuore delle democrazie occidentali.

 Damiano Palano