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venerdì 26 maggio 2017

Benvenuti nella bubble-democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione



di Damiano Palano

Questo articolo è apparso, con il titolo La bolla mortale della nuova democrazia, sul quotidiano "Il Foglio" il 28 aprile 2017.


L’ultimo discorso da Presidente di Barack Obama, pronunciato a Chicago il 10 gennaio 2017, è passato quasi inosservato, sommerso dall’attesa per l’imminente avvento alla Casa Bianca di Donald Trump. Vale la pena rileggerne un passaggio: «Per troppi di noi è diventato più sicuro ritirarsi nelle proprie bolle […], circondati da persone che ci assomigliano e che condividono la nostra medesima visione politica e non sfidano mai le nostre posizioni. […] E diventiamo progressivamente tanto sicuri nelle nostre bolle, che finiamo con l’accettare solo quelle informazioni, vere o false che siano, che si adattano alle nostre opinioni, invece di basare le nostre opinioni sulle prove che ci sono là fuori». Probabilmente nei prossimi anni dovremo però tornare a rileggere quelle parole. Non tanto per il talento oratorio di Obama, quanto per l’allarme sui rischi di quelle «bolle» che ci rassicurano ma che ci danno una visione distorta del mondo. Non solo perché proprio in quelle «bolle» le fake news trovano un privilegiato bacino di coltura, ma soprattutto perché la vittoria elettorale di Donald Trump, al di là degli esiti che avrà il suo mandato presidenziale, sancisce per molti versi la fine della democrazia del pubblico e l’atto di nascita di una inedita bubble-democracy. Una democrazia in cui a diventare decisive per l’esito della competizione (e per la sua stessa logica) sono proprio quelle «bolle» in cui ciascuno di noi tende a rinchiudersi


Ascesa e declino della «democrazia del pubblico»

Oltre che per i suoi pregi letterari la fantascienza di Philip Dick è stata celebrata soprattutto per la sua capacità di prefigurare il futuro e di anticipare (in modo talvolta strabiliante) alcune tecnologie contemporanee. Per quanto concerne la raffigurazione delle dinamiche politiche i libri di Dick devono però essere considerati soprattutto come un frutto degli anni Cinquanta e Sessanta, della centralità che la televisione assunse nel corso del Secondo dopoguerra. Prima di altri Dick comprese infatti che la televisione stava modificando in modo irreversibile le logiche della politica. Perché i leader potevano finalmente fare a meno di giornali, di apparati di partito, di intermediari locali, per rivolgersi direttamente al singolo cittadino, seduto nella poltrona del soggiorno. Per Dick una simile trasformazione annunciava soprattutto le ombre sinistre di una nuova forma di manipolazione, che doveva puntare – più che a una vera e propria propaganda – verso la costruzione di una realtà fittizia. E proprio per questo i leader del futuro – come i presidenti della Penultima verità e dei Simulacri – sarebbero stati solo fantocci, attori incaricati di recitare un copione scritto altrove, o addirittura androidi. Ma il punto più significativo era che il destinatario della persuasione non era più, come in 1984, una «massa» da sorvegliare, manipolare e mobilitare, bensì un «pubblico» (relativamente passivo) di telespettatori da blandire e rassicurare.
Il potere di manipolazione della televisione si rivelò naturalmente molto lontano da quello che Dick sembrava immaginare nei suoi romanzi. Ma, a dispetto del pessimismo che incupiva le sue distopie, proprio allora il «pubblico» iniziò a diventare il riferimento centrale dello spettacolo politico e il destinatario del messaggio di ogni leader. E più meno negli stessi anni in cui Dick pubblicava i suoi libri più famosi, anche nel Vecchio continente alcuni scienziati sociali iniziarono a comprendere che le trasformazioni comunicative, insieme naturalmente ai mutamenti della società e all’avvento del benessere economico, stavano modificando le relazioni tra cittadini e politica. Investendo in modo particolare quello che, fino a quel momento, era stato il principale organizzatore delle «masse», e cioè il partito politico, il «moderno Principe» celebrato da Gramsci. A rendersene conto furono per esempio Otto Kirchheimer, che colse nella rapida trasformazione della socialdemocrazia tedesca l’annuncio del cath-all-party, o lo stesso Maurice Duverger, che, dopo avere ritenuto che la costruzione di grandi partiti di massa fosse una strada obbligata, intravide nel successo politico di De Gaulle il segnale della futura «personalizzazione» e persino l’inizio di una «democrazia senza partiti». Ma al di là delle circostanze specifiche che alimentarono queste riflessioni, il dato che emergeva era la centralità politica del «pubblico». Ciò significava che il canale televisivo consentiva all’aspirante leader di rivolgersi ‘direttamente’ agli elettori. Ma significava anche che incominciavano a dissolversi i «mondi separati» che avevano rappresentato il bacino di riferimento dei partiti ideologici e subculturali. E dunque quegli apparati di comunicazione che i partiti di massa avevano costruito incominciavano a diventare obsoleti, proprio perché non riuscivano a intercettare il «pubblico», ma solo la piccola enclave degli iscritti e dei simpatizzanti.
Naturalmente l’avanzata del «pubblico» fu in Europa molto più lenta che negli Stati Uniti, e si compì pienamente solo tra gli anni Ottanta e Novanta, in coincidenza con la diffusione delle televisioni commerciali e la fine della Guerra fredda. Ma alla metà degli anni Novanta fu il politologo francese Bernard Manin a fissare la logica della «democrazia del pubblico» e a sostenere che questo nuovo assetto politico stava ormai sostituendo la vecchia «democrazia dei partiti». Secondo Manin, a partire soprattutto dagli anni Settanta, una serie di processi aveva gradualmente eroso le basi su cui si era retto l’edificio della democrazia dei partiti, e si era così indebolito – talvolta fino a spezzarsi – il legame tra partiti e cittadini. Ciò non significava che i partiti non erano più considerati degni di fiducia. Più semplicemente, secondo Manin, era diventata progressivamente più fragile l’identificazione partitica, ossia quel legame (ideologico e affettivo) di vicinanza a un determinato partito che per vari decenni aveva spiegato il comportamento di voto. Una traccia di questa dinamica era la crescente volatilità elettorale, testimonianza del fatto che i singoli elettori erano ormai disposti a modificare la propria scelta tra una consultazione e l’altra, e che dunque i cittadini non erano più ‘vincolati’ dalle rispettive appartenenze. Ma un indizio ancora più rilevante, secondo Manin, era che gli elettori tendessero a scegliere, di volta in volta, in base alla personalità del candidato, al suo programma, alle sue specifiche qualità. Si trattava di quella tendenza alla «personalizzazione» della politica di cui si parla in Italia almeno da un quarto di secolo, e le cui cause rimandavano proprio alla centralità della comunicazione televisiva. Secondo Manin ciò determinava però l’affermazione di una nuova logica nei rapporti tra elettori e rappresentanti. Nella democrazia del pubblico, scriveva, «i votanti sembrano rispondere (ai termini particolari offerti in ciascuna elezione), piuttosto che semplicemente esprimersi (esprimere le loro identità sociali o culturali)». In altre parole, gli elettori tendevano a comportarsi come il pubblico di un teatro, che risponde – con i fischi, con gli applausi, o col silenzio – alla performance di un attore. In termini analoghi, nella democrazia del pubblico ogni candidato prendeva l’iniziativa, avanzava una determinata linea di divisione, mentre il «pubblico» reagiva a questa proposta. E il politico correggeva o manteneva la propria linea. 

venerdì 19 maggio 2017

I dialoghi interrotti di Schmitt. "Il nemico ritrovato" di Andrea Mossa






di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Andrea Mossa, Il nemico ritrovato. Carl Schmitt gli Stati Uniti (Academia University Press, pp. 296, euro 24.00), è apparsa su "Avvenire" del 18 maggio 2017.

Nel 1947, dopo essere stato assolto dall’accusa di avere partecipato alla pianificazione della guerra in uno dei processi secondari di Norimberga, Carl Schmitt fece ritorno nella cittadina natale di Plettenberg. Qui visse per quasi quarant’anni una sorta di lungo esilio in patria. E commiserandosi, con un certo amaro compiacimento, definiva «San Casciano» il proprio rifugio. Non solo per richiamare il destino di Machiavelli, che dopo la restaurazione dei Medici si era ritirato a San Casciano, in Val di Pesa. Ma anche per accostare la propria avventura intellettuale a quella di San Cassiano di Imola, che, al principio del IV secolo, fu ucciso a colpi di stiletti dagli studenti cui aveva insegnato a scrivere. Anche Schmitt riteneva infatti di essere stato una vittima dei propri allievi, come era avvenuto per il martire cristiano. E, in particolare, riteneva che le attenzioni che gli Alleati gli avevano riservato dopo la fine della guerra fossero in gran parte responsabilità proprio di alcuni suoi ex-allievi, che – dopo la fuga dalla Germania e l’approdo negli Stati Uniti – lo avevano dipinto come un ideologo del regime nazionalsocialista e come l’ispiratore della politica espansionista di Hitler.

Effettivamente alcuni dei vecchi estimatori di Schmitt, una volta trasferitisi al di là dell’Atlantico, si erano trasformati nei suoi più energici accusatori. Probabilmente  la riflessione dell’antico maestro non fu però dimenticata da quei giovani che, nella Germania degli anni Venti, si erano formati sui suoi testi. Ed è a partire da questo sospetto che nel corso degli ultimi anni sono state proposte varie ipotesi sull’influenza ‘sotterranea’ che Schmitt avrebbe esercitato sul dibattito americano e su alcuni «dialoghi nascosti» di cui il giurista sarebbe stato protagonista (in particolare con Leo Strauss). Proprio all’esplorazione di queste relazioni è dedicato il bel volume di Andrea Mossa, Il nemico ritrovato. Carl Schmitt gli Stati Uniti (Academia University Press, pp. 296, euro 24.00). Pur rifiutando la tesi dei «dialoghi nascosti», Mossa riconosce che vi furono diversi «dialoghi interrotti», in particolare con ex-allievi come Waldemar Gurian e Otto Kirchheimer, o con intellettuali del calibro di Hans Morgenthau, Carl Joachim Friedrich e Sigmund Neumann, oltre che con Strauss. Ed esclude invece che il pensiero di Schmitt possa avere esercitato un’influenza significativa su economisti come Joseph Schumpeter e Friedrich von Hayek.

L’aspetto più originale del libro è però il tentativo di portare in superficie le tracce del «dialogo mancato» tra Schmitt e Hannah Arendt. In questo caso Mossa non si limita certo a segnalare che un simile dialogo non avvenne mai. Piuttosto, punta a dimostrare che per l’autrice delle Origini del totalitarismo il confronto con Schmitt fu fondamentale. Non tanto perché Arendt fosse ‘nascostamente’ schmittiana, quanto perché la sua riflessione sulla politica può essere considerata come una replica – in alcuni casi persino puntuale – alle tesi del giurista di Plettenberg. Ovviamente è quasi impossibile trovare prove inoppugnabili per sostenere questa tesi, e Mossa ne è consapevole. Le scarse citazioni di Schmitt (peraltro spesso singolarmente lusinghiere) che ricorrono nelle opere di Arendt sembrerebbero anzi escludere questa lettura. Ma esaminando a fondo la biblioteca della filosofa e i suoi quaderni di appunti, emergono prove piuttosto convincenti. Che mostrano per esempio come Arendt avesse metodicamente appuntato il Nomos della terra. O come le sue riflessioni sul fondamento della politica – destinate a confluire in Vita activa – fossero almeno in parte state concepite come una risposta a Schmitt. Ed è forse questa scoperta che può consentire di rileggere le pagine di Arendt da una nuova prospettiva. Magari anche provando a ipotizzare come sarebbe proseguito quel «dialogo mancato».  


Damiano Palano

mercoledì 10 maggio 2017

Macron all'Eliseo. Le insidie di un gelido principe azzurro postmoderno




di Damiano Palano

Questa nota sulle presidenziali francesi è apparsa su "CattolicaNews" lunedì 8 maggio 2017.

La lunga corsa verso l’Eliseo si è alla fine conclusa come tutti i sondaggi avevano previsto. Le proporzioni della vittoria del trentanovenne Emmanuel Macron si sono anzi rivelate persino superiori alle attese. Ma erano stati d’altronde già i risultati del primo turno delle presidenziali a indicare una linea di tendenza abbastanza chiara. Il 21,30% ottenuto dalla candidata del Front National, ben distante dal 24% di Macron, aveva infatti mostrato come l’ipotesi di una vittoria di Marine Le Pen al ballottaggio assomigliasse più a uno scenario fantapolitico che a una eventualità effettivamente credibile. E la favola del giovane outsider – una sorta di principe azzurro postmoderno, candidatosi senza l’appoggio di alcun partito – si è conclusa con un successo che un anno fa ben pochi si sarebbero spinti a immaginare.
Il responso delle urne si presta come sempre a varie letture. Una di queste interpreta l’affermazione di Macron come una sconfitta dei «populisti» e come una vittoria dell’Unione europea. E non c’è alcun dubbio che si tratti di una lettura legittima. Se non altro perché nella sua campagna Macron ha brandito con convinzione la bandiera dell’Ue e si è opposto con forza all’ipotesi di abbandonare il sistema di Schengen (oltre che, ovviamente, la moneta unica). Ma per quanto una simile lettura risulti almeno in parte fondata, non si possono trascurare altri elementi, che rendono quantomeno un po’ meno nitido il quadro dell’affermazione di Macron. E non semplicemente perché nella retorica del candidato di En Marche! si possono intravedere i tratti di una specifica variante del populismo, che si nutre della retorica antipolitica, del rifiuto dei partiti e dei miti tecnocratici.
Un dato che è difficile sottovalutare è innanzitutto il collasso delle forze politiche ‘tradizionali’, che fino a questo momento, pur con alterne fortune, avevano costituito il perno della Quinta Repubblica. La sconfitta di François Fillon ha naturalmente qualche attenuante, perché le inchieste giudiziarie hanno avuto un peso tutt’altro che irrilevante nell’uscita di scena del candidato repubblicano (che a gennaio, vale la pena ricordarlo, veniva accreditato dai sondaggi attorno al 30% al primo turno). Al contrario, è davvero senza precedenti la sconfitta di Benoît Hamon, e in effetti il tracollo del Partito Socialista costituisce la più clamorosa rottura di questa tornata elettorale. Se questa tendenza dovesse essere confermata dalle prossime elezioni per l’Assemblea Nazionale, il quadro politico francese apparirebbe infatti drasticamente mutato.
Ma il vero paradosso delle presidenziali del 2017 è probabilmente un altro. Per quanto siano state vinte da un candidato «centrista» (che peraltro rifiuta questa etichetta, come d’altronde quelle di destra e sinistra), queste elezioni hanno visto una sensibile contrazione dello spazio delle forze ‘moderate’, a tutto vantaggio dell’espansione delle posizioni più radicali. Anche per questo è piuttosto semplicistico ritenere che le forze «populiste» siano davvero state sconfitte. Il risultato ottenuto al primo turno dai candidati che – con qualche approssimazione – si possono definire ‘populisti’, ‘sovranisti’ o persino ‘antisistema’ è stato in effetti tutt’altro che trascurabile. Questo dato rappresenta per molti versi una conferma di quella tendenza alla polarizzazione visibile in molti sistemi politici, che in Francia risulta però per gran parte neutralizzata dal sistema elettorale a doppio turno. Certo il 45,8% dato dalla somma delle percentuali ottenute da Le Pen, Nicolas Dupont-Aignan (4.70%) e Jean-Luc Mélenchon (19.58%) non disegna una possibile coalizione politica. Ma fornisce comunque una fotografia dell’ostilità che una parte consistente dell’elettorato francese nutre nei confronti delle forze ‘moderate’ e dei partiti tradizionali. E una prima illustrazione delle resistenze che il nuovo Presidente della Repubblica si troverà di fronte sin dal suo arrivo all’Eliseo.
Rappresentare il conflitto che sta prendendo forma come una radicale contrapposizione tra europeisti ed «euroscettici», o tra sovranazionalisti e sovranisti, rischia però di apparire riduttivo. Senza dubbio sta emergendo una nuova linea frattura, che divide sempre più nettamente gli elettorati a seconda dell’atteggiamento nei confronti dell’Ue. Ma questa frattura si interseca con altre linee di divisione ereditate dalla storia, che – come ci dice chiaramente il caso francese – non perdono la loro rilevanza neppure nella «società liquida». E ciò significa che la nuova linea di frattura europeisti/sovranisti tende a lacerare al loro interno i campi di destra e di sinistra, senza (almeno per il momento) innescare più radicali mutamenti di scenario.
Anche per questo, l’assetto della scena politica francese dei prossimi anni dipenderà molto da ciò che avverrà nelle ali estreme del sistema. In primo luogo, il responso delle urne ha infatti sancito la sconfitta di quella strategia di «de-diabolisation» del Front National che Marine Le Pen ha portato avanti per anni. In altri termini, i risultati delle elezioni hanno mostrato che l’ostilità nei confronti di questo partito – ancora percepito da molti elettori come una minaccia alla democrazia – non sembra poter essere superata da un semplice ‘ammorbidimento’ dei messaggi e della retorica del leader. E probabilmente proprio la sconfitta patita da Marine Le Pen indurrà il Fn a un radicale ripensamento delle proprie strategie. In secondo luogo, nel campo di sinistra, bisognerà capire se la sconfitta del Ps sia soltanto un incidente di percorso o non nasconda invece un travaglio più profondo, e soprattutto se Mélenchon riuscirà a dar vita a un nuovo schieramento, capace di fronteggiare sui territori i candidati socialisti. Il quasi 20% ottenuto al primo turno dal candidato di France Insoumise è in effetti davvero molto più consistente rispetto al risultato ottenuto in altre elezioni presidenziali del passato da candidati di estrema sinistra (come la trotskista Arlette Laguiller nel 2002, o come lo stesso Mélenchon nel 2012). Ma è tutt’altro che scontato che la buona performance del 23 aprile preluda alla nascita di una formazione di «sinistra populista» analoga a Podemos, che Mélenchon ha più volte prefigurato.
La fragilità della destra repubblicana e il tracollo della sinistra socialista avranno d’altronde un peso non irrilevante sulla presidenza di Macron. A giugno, quando sarà eletta l’Assemblea Nazionale, sarà chiaro se il nuovo inquilino dell’Eliseo potrà contare su una maggioranza più o meno coesa, se anche in Francia sarà necessario sperimentare una formula di «grande coalizione», o se invece farà nuovamente capolino lo spettro della «coabitazione», da sempre tallone d’Achille della Quinta Repubblica. Ma c’è probabilmente anche un’altra insidia che il nuovo presidente Macron dovrà fatalmente fronteggiare nel proprio percorso. E da questo punto di vista la vicenda dei due ultimi inquilini dell’Eliseo dovrebbe risultare istruttiva. Sia Sarkozy sia Hollande furono eletti sull’onda di un grande entusiasmo popolare, ma dopo la ‘luna di miele’ delle prime settimane entrambi divennero l’oggetto di critiche spietate e di attacchi quotidiani da parte della stampa. Naturalmente è possibile che per Macron le cose siano diverse. Ma – con un programma incentrato sulla riduzione della spesa pubblica, sul taglio dei dipendenti pubblici, sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro e sulla riforma delle pensioni – è davvero improbabile che il nuovo presidente francese non incontri sul proprio cammino più di qualche insidia. Senza un partito alle spalle, e senza neppure una solida maggioranza su cui contare, il sostegno di cui Macron ha potuto beneficiare nella competizione elettorale (forse più per le caratteristiche degli avversari e che per propri reali meriti) potrebbe anzi correre il rischio di dissolversi molto rapidamente.  E il fascino del gelido (e un po’ inquietante) principe azzurro postmoderno che sta per insediarsi all’Eliseo potrebbe rivelarsi persino più effimero di quello dei suoi due predecessori.


Damiano Palano




sabato 6 maggio 2017

La nazione francese tra il rosso e il nero. Un libro di Marco Gervasoni sulla storia della destra in Francia





di Damiano Palano

Questa recensione al volume di Marco Gervasoni, La Francia in nero. Storia dell’estrema destra dalla Rivoluzione a Marine Le Pen (Marsilio, pp. 317, euro 17.50), è apparsa su "Avvenire" il 5 maggio 2017, con il titolo Il moderno nazional-populismo? Già visto.

Nel 1886, sulla scena della Terza Repubblica francese irruppe come una meteora la personalità del generale George Boulanger. Per qualche anno attorno al suo nome si addensarono infatti tutti i motivi di malessere che covavano nella società d’Oltralpe. E a molti il generale sembrò davvero incarnare l’«uomo della Provvidenza», capace di liberare la Francia dalla corruzione della classe politica e di far risorgere il paese dopo la traumatica sconfitta patita contro la Prussia. Tutto era cominciato nel momento in cui Boulanger era stato nominato ministro della Guerra. Dopo essere entrato in carica, aveva infatti iniziato a schierarsi a favore delle mobilitazioni operaie, invitando per esempio i soldati a condividere con i minatori in sciopero «la zuppa e il pezzo di pane». Divenne così il paladino dell’estrema sinistra, ma le sue prese di posizione anti-tedesche lo trasformarono anche nel simbolo dei sogni di revanche coltivati da buona parte dell’opinione pubblica. Attorno alla sua figura si strinse così un esercito piuttosto eterogeneo di sostenitori, che comprendeva esponenti del radicalismo di sinistra, avversari del parlamentarismo, qualche anarchico, ma anche monarchici, bonapartisti e soprattutto la Ligue des patriotes di Paul Déroulède. Eletto trionfalmente all’Assemblea nazionale nel gennaio 1889, Boulanger rifiutò l’opzione del colpo di Stato, che molti gli suggerivano. Ma la sua fortuna declinò rapidamente. Il governo chiese infatti l’arresto del generale, accusato di avere complottato contro la Repubblica. Boulanger fuggì all’estero per evitare l’arresto, ma la sua assenza indebolì il movimento, che non ottenne i risultai sperati alle elezioni. E il suicidio in esilio del generale sancì infine, nel 1891, la drammatica conclusione di quella fulminea avventura politica.
Non è certo sorprendente che Marco Gervasoni, nel suo ricco volume La Francia in nero. Storia dell’estrema destra dalla Rivoluzione a Marine Le Pen (Marsilio, pp. 317, euro 17.50), riconosca nell’effimera parabola di Boulanger un vero e proprio punto di snodo. Quel movimento può essere in effetti considerato sotto diversi profili come l’anticipazione di tendenze destinate a maturare nel XX secolo. Innanzitutto perché i sostenitori del generale compresero l’importanza delle nuove tecniche di propaganda, già sperimentate negli Stati Uniti ma in Europa ancora sconosciute. In secondo luogo perché il boulangismo costituì per molti versi il paradigma di un inedito «nazional-populismo» che sfidava la consolidata dicotomia destra-sinistra. Come emerge nitidamente dalla ricostruzione di Gervasoni, fino a quel momento la destra francese si era prevalentemente alimentata alle diverse fonti della «contro-rivoluzione» e del legittimismo. Rispetto a quella tradizione, la vicenda di Boulanger produsse invece una cesura. E fece nascere una nuova destra, le cui matrici culturali attingevano ai miti della rivoluzione francese e della sinistra giacobina. Come il giacobinismo, anche il nuovo nazionalismo francese sospettava infatti degli stranieri, diffidava del parlamento, richiedeva il suffragio universale, ambiva a una legittimazione plebiscitaria del capo da parte delle masse ed era ostile al libero mercato. A questo insieme di elementi, l’affaire Dreyfus aggiunse inoltre la componente anti-semita, mentre l’irrazionalismo e l’antidividualismo vennero rafforzati dalle teorie di naturalisti come Jules Soury e Vacher de Lapouge. E su queste basi prese a delinearsi uno schieramento capace di incidere a livello culturale, che ebbe il principale braccio operativo nell’Action française (destinata peraltro a convertirsi a una posizione neo-monarchica).
Quella vicenda per molti versi si interruppe con la Seconda guerra mondiale e la Repubblica di Vichy. Ma – come d’altronde suggerisce Gervasoni – una logica analoga può essere ritrovata anche nella traiettoria del Front national di Marine Le Pen. Se nella genesi del partito ebbero un peso rilevante la nostalgia neo-fascista e soprattutto l’esperienza della guerra di Algeria, buona parte della sua fortuna recente discende proprio dalla capacità presentarsi come rappresentante autentico del «popolo» tradito dalle élite. E dunque come la forza politica capace di raccogliere la vecchia bandiera della «nazione» repubblicana giacobina, lasciata cadere dalla sinistra e dai partiti tradizionali.

Damiano Palano





giovedì 4 maggio 2017

Una foto in via De Amicis. L'immagine "icona" degli anni Settanta quarant'anni dopo il 14 maggio 1977



di Damiano Palano

Questa recensione del volume Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura cura di Sergio Bianchi (Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00), venne pubblicata su "Maelstrom" circa sei anni fa e viene riproposta oggi, a quarant'anni dal giorno in cui la foto fu scattata, il 14 maggio 1977.


Nel corso dei decenni, l’espressione «anni di piombo» - entrata nel nostro lessico dopo il film omonimo di Margarethe von Trotta – è andata progressivamente a identificare quel lungo periodo della storia italiana che inizia con il 1968 e giunge fino all’inizio degli anni Ottanta. Nel dibattito pubblico, e nella memoria collettiva, la durata degli «anni di piombo» si è così progressivamente dilatata. Ha cessato di identificare soltanto la stagione del terrorismo e della lotta armata – quel periodo in cui il conflitto sociale e politico si trasforma in una dolorosa, nichilista, «guerra civile a bassa intensità» - ed è diventato qualcosa di più, la formula con cui rappresentare un decennio di follia, in cui l’Italia si muta in una fucina di violenza incontrollabile, di odio viscerale, di follia ideologica. Una simile dilatazione distorce, almeno in parte, la realtà. Quantomeno perché, proprio negli anni a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, l’Italia vive forse uno dei periodi più vivaci della sua storia, una stagione di straordinaria creatività pressoché in tutti campi della sua vita culturale. Ovviamente, l’Italia di quel periodo è anche un paese lacerato da fortissime passioni politiche, da tensioni ideologiche capaci di investire in profondità la vita quotidiana, e che in modo non episodico hanno anche risvolti violenti. Ma gli «anni di piombo» - gli anni in cui, effettivamente, le armi, lo scontro militare, la simulazione della guerra civile, si impadroniscono del proscenio – cominciano solo sul finire di quella stagione, e si consumano, tra omicidi, esecuzioni, delazioni e vendette, tra la fine degli anni Settanta e il principio degli anni Ottanta.
Con ogni probabilità, il 16 marzo 1978 - con la strage di Via Fani - e il 9 maggio 1978 - con l’esecuzione di Aldo Moro - rappresentano in modo inequivocabile l’ingresso in quella drammatica fase. Ma, prima ancora di quei giorni tragici, e prima ancora che le Polaroid di Moro prigioniero delle Br vengano a fissare per sempre il ritratto emotivo di un’epoca, un’altra foto – anch’essa celebre, e legata a un evento altrettanto tragico – riesce a restituire il momento preciso in cui hanno inizio gli «anni di piombo», e in cui finisce la stagione di mobilitazione collettiva incominciata un decennio prima. Quella foto ritrae un estremista con il volto coperto da un passamontagna, che, con le gambe divaricate e leggermente piegate, e con le braccia distese orizzontalmente, stringe fra le due mani una pistola, puntata verso un obiettivo che rimane fuori dall’inquadratura.
Nel corso del tempo, quella foto si è impressa nell’immaginario collettivo ed è diventata l’«immagine-icona» degli «anni di piombo», perché, come altre foto celebri del Novecento (alcune delle quali si possono ritrovare nel recente volume di Hans-Michael Koetzler, 50 icone della fotografia. Le storie degli scatti, Taschen, pp. 304, euro 19.99), riesce a fissare per sempre, o qualche volta a ‘costruire’, una condizione emotiva. Non è d’altronde eccezionale o fortuito che la memoria degli «anni di piombo» sia condensata in quel fotogramma, o nelle Polaroid di Moro. «Per quanto l’800 sia il secolo in cui la fotografia è nata», ha scritto Marco Belpoliti, «è nel ‘900 che il valore d’icona delle foto diventa centrale, per via della diffusione degli apparecchi di riproduzione, e della stampa delle foto in giornali e periodici, delle mostre e dei libri». Così, «diventa naturale affidare alla fotografia la memoria del passato», «elevare un’immagine a simbolo stesso degli avvenimenti», perché, come i ‘simboli’, una foto è in grado «di ‘mettere insieme’, quello che è accaduto e la comprensione immediata del fatto» (Quando uno scatto diventa un’icona, in «Tuttolibri – La Stampa», 18 giugno 2011, p. VI).

Per la prima volta, quella fotografia divenuta «icona» e «simbolo» venne pubblicata il 16 maggio 1977 dal «Corriere d’Informazione», e nei giorni seguenti fu ripresa da molti altri giornali, in Italia e estero. Nei trent’anni successivi, quell’immagine è stata d’altronde riprodotta migliaia di volte, non soltanto perché, molto più di ogni editoriale o di ogni altro resoconto giornalistico, riesce a dar conto della realtà di una violenza incontrollabile, estrema. Ma anche perché, indubbiamente, si tratta di una fotografia esteticamente formidabile, tanto da suscitare persino il dubbio che sia in qualche modo artefatta o costruita. Questi caratteri non passarono inosservati a Umberto Eco, che, pochi giorni dopo la prima pubblicazione, nella propria rubrica sull’«Espresso», esaminò la fotografia. «Se è lecito (ma è doveroso) fare osservazioni estetiche in casi del genere», scriveva Eco, «questa è una di quelle che foto che passeranno alla storia e appariranno su mille libri» (Una foto, raccolto in Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano, 1983). Quella foto aveva infatti gli stessi elementi di altre celebri immagini, come quella del miliziano ucciso di Robert Capa, quella dei marines che piantano la bandiera su un isolotto del Pacifico, o quella del cadavere di Che Guevara. «Ciascuna di queste immagini» - continuava Eco - «è diventata un mito ed ha condensato una serie di discorsi. Ha superato la circostanza individuale che l’ha prodotta, non parla più di quello o di quei personaggi singoli, ma esprime dei concetti. È unica ma al tempo stesso rimanda ad altre immagini che l’hanno preceduta o che l’hanno seguita per imitazione. Ciascuna di queste foto sembra un film che abbiamo visto e rimanda ad altri film che l’avevano vista» (ibidem). Ma la fotografia pubblicata dal «Corriere d’Informazione» non si limitava a fissare un gesto, un’azione criminale. Al tempo stesso, ‘diceva’ qualcosa di più e di nuovo, contribuiva alla costruzione di un ‘ragionamento’. «Non interessa sapere se si trattava di una posa (e quindi di un falso); se era invece la testimonianza di un atto di spavalderia cosciente; se è stata l’opera di un fotografo professionista che ha calcolato il momento, la luce l’inquadratura; o se si è fatta quasi da sola, scattata per caso da mani inesperte e fortunate. Nel momento in cui essa è apparsa il suo iter comunicativo è cominciato: e ancora una volta il politico e il privato sono stati attraversati dalle trame del simbolico che, come sempre accade, si è dimostrato produttore di realtà» (ibidem). In altre parole – ed era questa la tesi principale di Eco – la fotografia dello sparatore rivelava il passaggio dall’immagine della rivoluzione consolidata dall’iconografia (e dunque dall’idea della rivoluzione come fatto collettivo) a qualcosa di diverso, all’immagine di un’azione individuale e al modello dell’eroe solitario: «Cosa ha ‘detto’ la foto dello sparatore di Milano? Credo abbia rivelato di colpo, senza bisogno di molte deviazioni discorsive, qualcosa che stava circolando in tanti discorsi, ma che la parola non riusciva a far accettare. Quella foto non assomigliava a nessuna delle immagini in cui si era schematizzata, per almeno quattro generazioni, l’idea di rivoluzione. Mancava l’elemento collettivo, vi tornava in modo traumatico la figura dell’eroe individuale. E questo eroe individuale non era quello della iconografia rivoluzionaria, che quando ha messo in scena un uomo solo lo ha sempre visto come vittima, agnello sacrificale: il miliziano morente o il Che ucciso, appunto. Questo eroe individuale invece aveva la posa, il terrificante isolamento degli eroi dei film polizieschi americani (la Magnum dell’ispettore Callaghan) o degli sparatori solitari del West – non più cari a una generazione che si vuole di indiani. Questa immagine evocava altri mondi, altre tradizioni narrative e figurative che non avevano nulla a che vedere con la tradizione proletaria, con l’idea di rivolta popolare, di lotta di massa. Di colpo ha prodotto una sindrome di rigetto. Essa esprimeva il seguente concetto: la rivoluzione sta altrove e, se anche è possibile, non passa attraverso questo gesto ‘individuale’» (ibidem).

A trentaquattro anni di distanza, il contesto in cui nacque quel celebre scatto viene oggi restituito da Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, un volume ricco di illustrazioni, curato da Sergio Bianchi (Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00). Quel fotogramma ritraeva infatti un momento delle sequenze più drammatiche di una manifestazione che si svolse a Milano, il 14 maggio 1977, in occasione della quale, in via De Amicis, un piccolo gruppo di manifestanti innescò uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. La sparatoria provocò la tragica morte di Antonio Custra, venticinquenne Vice Brigadiere di Pubblica Sicurezza, che lasciava la giovane moglie in attesa di una figlia.
Il volume curato da Bianchi riporta un cospicuo materiale iconografico – tra cui spiccano gli scatti relativi proprio ai sessanta secondi di follia della sparatoria contro gli agenti – che aiuta a comprendere non solo la dinamica dei fatti, o i restroscena di una celebre fotografia, ma anche da cosa nascesse quell’attacco, e dunque quali fossero le motivazioni che condussero una parte (marginale, ma non minoritaria) dell’estrema sinistra ad abbandonare, di fatto, la piazza e la mobilitazione per impugnare le armi da fuoco e indirizzarsi verso lo scontro armato. E, anche per questo, Storia di una foto considera quegli eventi come il culmine di un crescendo che era iniziato alcuni mesi prima. In effetti, quella milanese del 14 maggio non fu la prima manifestazione in cui facevano la loro comparsa le pistole. Un momento di snodo, da questo punto di vista, era stata la manifestazione romana del 12 marzo 1977: una manifestazione indetta all’indomani dell’uccisione a Bologna del militante di Lotta continua Francesco Lorusso da parte delle forze dell’ordine, che vide sfilare nella capitale decine di migliaia di persone, e in cui, oltre alle bottiglie Molotov, furono utilizzati in modo massiccio pistole e persino fucili. Quello stesso giorno, a Milano un corteo giunse sotto la sede di Assolombarda, in via Pantano, scaricando pallottole e bottiglie incendiarie contro le vetrate del palazzo deserto.
Se quel giorno non si registrarono vittime, due mesi dopo, il 12 maggio, le cose andarono diversamente. Nel corso di una festa indetta dal Partito radicale per celebrare l’anniversario del referendum sul divorzio (e per sfidare il divieto di manifestazioni politiche stabilito per la città di Roma dall’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga), alcuni colpi sparati da agenti in borghese uccisero la studentessa diciannovenne Giorgiana Masi. Proprio in questo clima, ulteriormente arroventato dall’arresto di due noti avvocati di Soccorso Rosso, le diverse formazioni della sinistra extra-parlamentare milanese decisero di organizzare una manifestazione di protesta per il successivo sabato 14 maggio. Tra i promotori, erano comprese tutte le diverse anime dell’estrema sinistra, e dunque anche ciò che rimaneva dei ‘gruppi’, come Lotta continua, ormai in via dissoluzione dopo la batosta elettorale del 20 giugno 1976 e lo scioglimento di qualche mese dopo, e il Movimento del Lavoratori per il Socialismo, l’organizzazione di impostazione stalinista, nota soprattutto per il suo servizio d’ordine quasi paramilitare, che raccoglieva in parte l’eredità del vecchio Movimento Studentesco di Mario Capanna. All’interno di questa galassia, in via di rapido disfacimento, un ruolo rilevante era però rappresentato anche da quanto rimaneva dei collettivi studenteschi e dei collettivi giovanili, un movimento magmatico ed eterogeneo che, alcuni anni prima, aveva ottenuto una forte visibilità, ma che, dopo le esperienze disastrose del Festival del Parco Lambro e della contestazione della Prima della Scala, nel dicembre del 1976, ormai aveva anch’esso imboccato la china discendente. A tentare di esercitare una funzione di indirizzo su forze così eterogenee, si muovevano, in costante competizione, alcune organizzazioni più o meno informali, che in genere venivano ricomprese all’interno della cosiddetta ‘area dell’autonomia’. In particolare, Paolo Pozzi ne individua tre diverse componenti: in primo luogo, il collettivo del Casoretto, il cui servizio d’ordine esprimeva ancora una struttura piuttosto consolidata; in secondo luogo, il gruppo di Rosso, legato all’omonimo giornale, nato alcuni anni prima dalla confluenza di anime molto diverse, che nel corso degli anni si era fatto portavoce sia degli organismi autonomi di alcune fabbriche milanesi, sia dei collettivi giovanili (e delle loro istanze ‘controculturali’); infine, la formazione raccolta attorno al foglio «Senza Tregua», nata in gran parte da una scissione da Lotta continua e promossa da gruppi di operai della Magneti Marelli, dell’Innocenti e di altre fabbriche milanesi (e dalla quale, pochi mesi più tardi, avrebbe preso forma il gruppo armato Prima Linea).
A dispetto della complessità degli schieramenti, nel maggio del 1977 gran parte di queste formazioni appariva ormai in seria difficoltà, sia perché le inchieste giudiziarie avevano iniziato a colpire i leader più noti, sia perché l’escalation del livello dello scontro aveva sfoltito notevolmente la schiera dei militanti. Ma proprio questa situazione di oggettivo sfaldamento fu all’origine della sparatoria che, il 14 maggio, ebbe come teatro via De Amicis. Privo ormai di una autentica strategia, e anche di qualsiasi capacità di mediazione, un gruppo come Rosso si trovò di fatto imprigionato fra la necessità di evitare che la violenza si indirizzasse contro lo Stato (ossia, contro le forze dell’ordine) e l’impossibilità di rinnegare l’esaltazione della violenza. Un’esaltazione della violenza che «Rosso», sulle sue pagine, aveva coltivato in modo sempre più ambiguo nel corso del tempo, nel tentativo di non perdere la guida sulle frange estreme, ormai indirizzate verso la lotta armata. Al tempo stesso, trovavano uno spazio sempre maggiore le iniziative, ormai da qualsiasi progetto politico, portate avanti da alcuni componenti dei collettivi di quartiere, i cui membri erano spesso studenti delle scuole superiori. E fu in effetti proprio il Collettivo Romana-Vittoria – composto da giovanissimi come Marco Barbone, allora diciannovenne – a essere protagonista della folle sparatoria del 14 maggio. Se due mesi prima, in occasione dell’assalto alla sede di Assolombarda, la violenza si era diretta solo contro le cose, il 14 maggio l’obiettivo divenne infatti tragicamente diverso.
Da quanto emerge dalle carte processuali, riassunte nel resoconto di Bianchi, la sparatoria di via De Amicis non fu premeditata, anche se era stata pianificata un’azione contro il carcere di San Vittore. Se, dinanzi al carcere, il corteo era sfilato senza incidenti di rilievo (per l’intervento, pare, dell’ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone), l’incontro fortuito con una colonna di polizia del III° Celere, proveniente da via Molino delle Armi e diretta alla caserma di Sant’Ambrogio, offrì invece alla ‘squadra armata’ Romana-Vittoria l’occasione per un attacco contro le forze dell’ordine. Mentre il corteo transitava da via Olona verso via Carducci, una piccola pattuglia di giovani mascherati, armati di pistole e Molotov, imboccò via De Amicis per una cinquantina di metri, arrivando fino all’altezza dell’incrocio con la piccola via Caroccio. A un primo lancio di bottiglie incendiarie, attribuito dalla ricostruzione giudiziaria ad alcuni studenti dell’Istituto Cattaneo, seguirono i colpi di arma da fuoco, che, sempre secondo la sentenza definitiva, furono esplosi dalla componente armata del collettivo Romana-Vittoria, e in particolare da Marco Barbone, Enrico Pasini Gatti, Giuseppe Memeo, Marco Ferrandi e Luca Colombo. Ed è proprio a questi attimi che si riferisce il celebre scatto diventato l’immagine icona degli «anni di piombo». Il gruppo degli armati fu infatti seguito in via De Amicis da una pattuglia di ben cinque fotografi – Dino Fracchia, Paolo Pedrizzetti, Paola Saraceni, Marco Bini e Antonio Conti – che ripresero, da diverse prospettive, i circa sessanta secondi dell’attacco armato. E Pedrizzetti, posizionato sul marciapiede di destra, fissò il momento cui il giovane incappucciato – in cui in seguito verrà riconosciuto Memeo – sparò in direzione della polizia, con le braccia unite e le gambe piegate.
Della foto scattata da Pedrizzetti, il grande pubblico conosce non tanto la versione pubblicata dal «Corriere d’Informazione», quanto soprattutto una versione in gran parte tagliata, in cui appare quasi esclusivamente il giovane incappucciato. Era forse a questa versione che Eco si riferiva, perché in questo taglio risultano del tutto assenti non solo la folla dei manifestanti, che fugge lontano dal luogo della sparatoria, ma anche gli altri fotografi, che, posizionati esattamente dalla parte opposta della strada, ritraggono la medesima scena da una prospettiva diversa. Ora, nel libro curato da Bianchi, sono riprodotte tutte le fotografie scattate in quei momenti da Pedrizzetti, e dunque è possibile ricostruire i diversi momenti precedenti e successivi alla sparatoria. Ma nel volume sono presenti anche altri scatti, altrettanto importanti per ricostruire la dinamica dei fatti.
La storia di queste foto va d’altronde al di là del semplice interesse storiografico, perché ha avuto dei risvolti importanti anche nella vicenda giudiziaria. La ricerca del responsabile non si rivelò infatti così agevole, non tanto perché non fosse stato piuttosto semplice ricostruire l’identità dei protagonisti (soprattutto dopo il pentimento di alcuni di loro), quanto per l’accertamento delle responsabilità dei singoli nella morte di Custra e nel ferimento di alcuni passanti. Certamente, gli scatti di Pedrizzetti dovettero facilitare il lavoro degli inquirenti, e anche la registrazione della cronaca effettuata in diretta da Radio Canale 96 (la cui trascrizione è riprodotta nel libro) chiarì non poco la dinamica dei fatti. Ciò nonostante, alcuni degli indagati contestarono la ricostruzione dei giudici. Ma, soprattutto, le perizie balistiche scagionarono Memeo, il principale imputato, dall’accusa di avere ucciso il Vice-Brigadiere. Come in una nuova versione di Blow-up, la verità doveva essere cercata proprio nelle fotografie di quei momenti. Non solo in quelle di Pedrizzetti, ma anche negli scatti degli altri fotografi presenti il 14 maggio in via De Amicis. Poco dopo i fatti, gli inquirenti sequestrarono i negativi al fotografo Fracchia, ma non riuscirono a trovare quelli di Conti, il fotografo che, nel momento in cui Pedrizzetti fissava lo sparo di Memeo, si trovava sul marciapiede opposto di via De Amicis, parzialmente riparato dagli alberi. Quei negativi e quelle foto riemersero solo molti anni dopo, in seguito a una perquisizione dell’abitazione di Conti, e sono anch’essi riportati nel libro. Proprio grazie ai negativi di Conti – l’unico dei fotografi politicamente vicino ai manifestanti, che proprio per questo non consegnò i negativi – fu possibile ricostruire con maggiore chiarezza gli eventi. «I suoi scatti (ben 28 negativi) non furono mai pubblicati: finirono in un cassetto, riposti nel segreto e nella clandestinità. E, anzi, dodici anni dopo, come ha scritto il giudice Guido Salvini, sono state proprio quelle fotografie, dopo una perquisizione a casa di Conti, a trasformarsi in altrettante prove risolutive per fissare i termini processuali di tutto l’episodio» (G. De Luna, Controscatto, in «alfalibri – alfabeta 2», n. 2, giugno 2011, p. 3). 


 Al di là della vicenda giudiziaria, quegli scatti costituiscono comunque – per l’osservatore e per lo storico di oggi – un materiale di straordinario interesse. D’altronde, come ha osservato il curatore: «l’intento del libro non era un ‘effetto Blow-up’, cioè far dire alle immagini il contrario di quanto detto sinora riguardo alla dinamica degli avvenimenti. Oltre al taglio dell’inquadratura, c’è la situazione di quel tempo» (Storia di ‘Storia di una foto’. Conversazione fra Sergio Bianchi e Andrea Cortellessa, in «alfalibri – alfabeta 2», n. 2, giugno 2011, p. 3). E la «situazione del tempo» coinvolge, retrospettivamente, la lettura che Eco fornì a caldo della celebre foto di Pedrizzetti. A ben vedere, infatti, quello del giovane incappucciato non appare più come un «gesto isolato», ma come un gesto – ovviamente folle, insensato, incosciente – che si inserisce in un determinato contesto, nel quadro di una dimensione collettiva, non solo rappresentata dal corteo in fuga verso via Carducci, che si intravede sul fondo della foto. È una dimensione collettiva che non diminuisce le responsabilità del singolo, e che non allevia neppure le responsabilità – politiche e umane, ben prima che giudiziarie – di quanti coltivarono un’ambigua fascinazione per la violenza. E, d’altronde, fu proprio quella fascinazione a sancire la fine della mobilitazione collettiva e l’inizio degli «anni di piombo». Anche se l’interpretazione di Eco era dunque forzata, essa si rivelò profetica. In qualche misura, come notano nel loro intervento Paolo Fabbri e Tiziana Migliore, «il ‘frame’ interpretativo di Eco ha provocato poi il re-frame della foto!». In sostanza, «Eco ha fatto uso dell’immagine per la sua interpretazione, e questa interpretazione, sedimentata, è a sua volta stata usata e tradotta in una pratica. A Eco si è creduto, tanto da ritoccare lo scatto e ripulirlo dalla partecipazione collettiva, spacciata per superfluo», e, così, «qualcuno, in sordina, ha creato una trasposizione fotografica ad hoc di quel verbo, che ha preso a sostituire la versione ufficiale della foto» (14 maggio 1977. La sovversione nel mirino, in Storia di una foto, cit., p. 141). 




 
Ma l’effetto non si limitò a una re-interpretazione successiva, a una ri-lettura degli «anni di piombo». L’effetto investì infatti gli stessi protagonisti, che, in qualche modo, ri-definirono l’immagine di se stessi sulla base della figura terribile e affascinante dello sparatore di via De Amicis, dell’«eroe solitario» di cui aveva scritto Eco. «Dal momento in cui i media attuano la loro operazione di riduzione e definizione», ha scritto proprio a questo proposito Maurizio Lazzarato, «il discorso sul terrorismo e la posizione combattentistica dentro al movimento crescono specularmente, presupponendosi l’un l’altro e trovando l’uno nell’altro risorse e ragioni per esistere e svilupparsi», tanto che, alla fine, «terrorismo e pratiche combattenti corrispondono». E, in effetti, ciò che rimaneva dell’estrema sinistra milanese (o della sua frangia estrema) imboccò proprio quel giorno un rapidissimo processo di decomposizione. Anche se «Rosso» continuò le pubblicazioni, trasferendo il baricentro fuori da Milano, la sua funzione di direzione politica venne di fatto superata dall’escalation militarista che inghiottì le vite di molti giovani e giovanissimi, tra cui anche quelle dei protagonisti del folle blitz di via De Amicis. Ferrandi – giudicato, al termine del processo, come l’autore del colpo di pisola che uccise Custra – aderì a Prima linea, formatasi pochi mesi dopo sull’ossatura di «Senza Tregua». Memeo entrò invece nei Proletari Armati per il Comunismo, la piccola formazione armata di cui fece parte anche Cesare Battisti, e in cui si fusero, senza ormai alcun collegamento con prospettive di azione politica, militanti di estrema sinistra e componenti della micro-criminalità. Colombo, De Silvestri e Barbone - insieme all’ex brigatista rosso Corrado Alunni e ad altri – diedero vita invece alle Formazioni comuniste combattenti, ma Barbone avrebbe proseguito la propria attività con la fondazione della Brigata 28 ottobre, la cui principale azione criminale fu l’assassinio di Walter Tobagi, il 28 maggio 1980. Ma, più in generale, l’immaginario fissato nella foto di via De Amicis divenne lo specchio in cui quei giovani potevano ritrovare i contorni di una nuova identità, ri-definendo se stessi come guerriglieri nichilisti. A partire da quel momento – per effetto anche della straordinaria e terribile forza suggestiva dello scatto di Pedrizzetti – quei militanti videro se stessi, sempre di più, come gli sparatori del cinema poliziesco. E finirono forse per pensare a se stessi come a un nuovo «mucchio selvaggio». Tanto da gettare il loro futuro sul piatto di una partita fatale.

Damiano Palano

Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura di Sergio Bianchi, Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00.