Pagine

sabato 29 aprile 2017

Populismo 2.0 e populismo oligarchico. Una recensione di Lelio Demichelis





di Lelio Demichelis

Appare oggi su Alfabeta 2 una doppia recensione, firmata da Lelio Demichelis, a "Populismo" (Editrice Bibliografica, p. 152, euro 9.90) di Damiano Palano e a "Populismo 2.0 (Einaudi, euro 12.00) di Marco Revelli. 

Forma politica ambigua e scivolosa, il populismo. Trionfa nei periodi di crisi economica e sociale, quando la democrazia implode su se stessa divenendo non-democrazia e tecnocrazia. Cancella le mediazioni e la società civile, ritenendole inutili e promuovendo una rappresentanza verticale e leaderistica. Non ha un’ideologia se non quella del né di destra né di sinistra (la peggiore).
E allora, qui ci si dichiara subito non populisti, anzi: anti-populisti, anche quando il populismo si propone come di sinistra. Perché il populismo semplifica e verticalizza, mentre abbiamo bisogno di un pensiero complesso e orizzontale. Perché al popolo indistinto ed eterodiretto (folla, massa, moltitudine?) preferiamo una ‘società di cittadini’ e l’idea di cittadinanza (sia pure rivista e corretta). Perché ogni populismo è sempre e strutturalmente massificante e deresponsabilizzante (bisogna rileggere Massa e potere di Elias Canetti e oggi Il capo e la folla, di Emilio Gentile) oltre a essere esso stesso una teologia politica (parafrasando Carl Schmitt: anche tutti i concetti e le pratiche del populismo sono concetti e pratiche teologiche secolarizzate ), portato a omologare e a far sciogliere ciascuno dentro l’Uno/Tutto del popolo - o del leader che lo rappresenta e che lo usa. Perché il populismo, conseguentemente, è una forma di ‘potere pastorale’ (direbbe Michel Foucault) e quindi religioso (nel legare gli esclusi, gli impoveriti e i deprivati al pastore-populista) che da laici è impossibile accettare; perché il populismo – e il neopopulismo di questi ultimi anni - gioca sulla contrapposizione del basso (il popolo) contro l’alto (le caste, il potere, le oligarchie, l’Euro, la globalizzazione), dimenticando che oggi il potere (il biopotere del tecno-capitalismo) è diffuso, orizzontale e trasversale, è diventato una forma di vita, per cui non basta opporsi all’alto in nome del basso (che tende a restare tecno-capitalista), ma occorre un discorso di-verso.
A questo andrebbe poi aggiunto che lo stesso potere/sapere dominante (quello dei mercati, dell’Europa ordoliberale, ma anche degli oligarchi della Silicon Valley) ha prodotto un proprio specifico populismo: Trump, populista ma solo in campagna elettorale; Macron e il suo movimento/start-up En Marche, slogan biopolitico perfettamente coerente con quella dinamizzazione dell’ordine sociale che, secondo Massimo De Carolis è una delle forme di governo della vita in senso neoliberale; per non dire di Berlusconi e di Renzi. Un populismo dell’oligarchia e della tecnocrazia per rilanciare la globalizzazione, nazionalizzandola in nome di un apparente sovranismo. Populismo delle élite per la conservazione delle élite, analogamente al meccanismo di docilizzazione sociale che ha permesso di compensare la globalizzazione e la rete - de-socializzanti e impaurenti - con la creazione, da parte dello stesso potere de-socializzante e impaurente di molteplici voglie di comunità (etniche, di social network) oltre che di offerte eteronome di amicizia e di condivisione. È l’antinomia del paradigma comunitario come di quello populista, che promette di curare il male riproducendo e diffondendo il male stesso (il tecno-capitalismo). D’altra parte è la stessa rete a dirsi e a fare popolo e anche Zuckerberg è un populista oggi come ieri lo era Steve Jobs: è il populismo imprenditoriale e tecnico della Silicon Valley.
E dunque, siamo ritornati a discutere di populismo dopo La variante populista di Carlo Formenti, oggetto di una lunga riflessione su queste pagine nei mesi scorsi. Libro importantissimo, per capire l’azione devastante del neo-ordoliberalismo e degli apparati tecnici su società e individui e il perché del suicidio delle sinistre europee e delle illusioni tecnologiche post-operaiste. Dove a dividerci, con Formenti, è la valutazione sul populismo pur dovendo qui riconoscere che ogni suo argomentare è una sfida difficile e impegnativa con se stessi e con le proprie idee. Libro che oggi integriamo con altri due saggi sul tema. Il primo è di Damiano Palano, intitolato semplicemente Populismo (Editrice Bibliografica, pp. 152, euro 9.90) e che inizia ricordandoci il film di Frank Capra, Mr. Smith Goes to Washington (1939), che metteva appunto in scena «lo spettacolo sconfortante di una democrazia soffocata dai gran­di gruppi economici, capaci di asservire ai loro inte­ressi le istituzioni e di manipolare i rappresentanti eletti dal popolo». Libro importante questo di Palano, non solo perché è una ricostruzione esaustiva e pregevolissima del populismo («etichetta vaga e disinvolta», nella polisemia del termine), che accompagna la modernità dal suo nascere – dal populismo russo e americano di fine ‘800 ai populismi che in soli vent’anni vive l’Italia a cavallo del millennio (da Berlusconi-Bossi a Grillo e Renzi), fino a Trump e a Marine Le Pen. Un populismo che ci piace definire – tra le molte interpretazioni cui Palano ci rimanda e ci guida – con Loris Zanatta, secondo il quale il nucleo forte del populismo è in una vera e propria «cosmologia», ossia «in una visione del mondo» che raffigura il popolo nei termini di una comunità organica, se non addirittura di un orga­nismo naturale, all’interno della quale non c’è spa­zio per il conflitto o il dissenso, ma solo per l’unità del corpo collettivo. Si tratta dunque di una visione del mondo «tipica di epoche dominate dal sacro, in base alla quale […] le società umane sono intese come organismi naturali, paragonabili per essenza e funzionamento al corpo umano, la cui salute e il cui equilibrio comportano la subordinazione degli individui al piano collettivo che li trascende» - e oggi il corpo collettivo è divenuta la rete o la Silicon valley, luogo sacro della religione tecno-capitalista. Conclude Palano: «È così, probabilmente proprio per la sua voca­zione a una totalità irraggiungibile che il populi­smo porta in sé una minaccia per la democrazia, se non addirittura una implicita tensione ‘totalitaria’. Aspirando a farsi portavoce del popolo, inteso come un ‘tutto’ omogeneo e moralmente ‘puro’, presen­ta infatti una tendenza congenita a negare i diritti delle minoranze, che invece costituiscono una delle fondamenta della democrazia liberale. (…) Ma se questi rischi esistono (…) si tratta per molti versi degli stessi rischi che contrassegnano e qualifi­cano la democrazia. E cioè i rischi di un assetto po­litico che affida solennemente proprio al ‘popolo’ il potere sovrano, senza però poter mai stabilire una volta per tutte quali siano i suoi diritti e quali i suoi bisogni fondamentali. Tanto che, per sfuggire al ri­schio del populismo, può paradossalmente persino rischiare di tramutarsi in una democrazia senza po­polo». ­

continua a leggere su Alfabeta 2...



mercoledì 12 aprile 2017

La pace di Max Scheler militarista pentito. Un libro curato da Leonardo Allodi







di Damiano Palano


Questa recensione al volume di Max Scheler L’idea di pace perpetua e il pacifismo, con un’introduzione di Leonardo Allodi (Mimesis, pp. 164, euro 16.00), è apparso su "Avvenire" del 24 marzo 2017.


Nel 1914, quando ebbe inizio la Prima guerra mondiale, Max Scheler aveva da poco compiuto quarant’anni ed era già uno dei principali filosofi tedeschi. Come molti suoi contemporanei si gettò senza esitazioni in un appassionato sostegno degli sforzi bellici del Reich. In termini non molto distanti da quelli utilizzati da Thomas Mann, anche per Scheler la Germania combatteva allora una guerra principalmente culturale, volta a difendere lo spirito nazionale tedesco dal materialismo di cui erano portatrici le potenze avversarie. La guerra era infatti ai suoi occhi un evento in grado di ricostituire l’unità perduta di un popolo e di strappare gli individui all’isolamento della società moderna. E nel suo saggio Il Genio delle guerre e la guerra tedesca si spinse addirittura a vedere nel conflitto (e nella futura vittoria tedesca) l’occasione per una rinascita spirituale dell’Europa, contro la deriva materialista della civilizzazione. L’entusiasmo però non durò molto e gli orrori dei campi di battaglia lo indussero ben presto a rivedere radicalmente le posizioni originarie. Già nel 1917 prese così a considerare la tragedia bellica come la conseguenza del distacco dell’Europa dalle radici cristiane e cominciò a porsi il problema di come costruire, in termini nuovi, una dottrina pacifista. Un problema che tornò ad affrontare anche in uno dei suoi ultimi scritti, L’idea di pace perpetua e il pacifismo, pubblicato ora con un’introduzione di Leonardo Allodi (Mimesis, pp. 164, euro 16.00). Il saggio – scritto di fatto poche settimane prima dell’improvvisa morte di Scheler, avvenuta nel 1928 all’età di cinquantatré anni – si proponeva di tornare criticamente sul progetto di «pace perpetua» che Kant aveva formulato nel 1795. Ma il nodo principale consisteva probabilmente nel delineare un pacifismo che si poggiasse su basi realistiche. E nonostante non si tratti certo di una delle opere più significative di Scheler, proprio questo aspetto ne giustifica ancora oggi la lettura.

La tesi del filosofo era netta e veniva esplicitata proprio nelle righe iniziali: «la pace perpetua è un valore incondizionatamente positivo e pertanto lo deve essere anche idealiter. La guerra e le forme di vita militari e di tipo guerriero non si trovano affatto ‘nella essenza della natura umana’. La pace perpetua è in generale possibile nella storia umana». Per dimostrare il realismo della propria prospettiva, Scheler doveva evidentemente smantellare le basi di quel pensiero militarista verso cui era stato sensibile per molto tempo, e che in Germania aveva avuto cultori influenti come Hegel, Treitschke e Moltke. In primo luogo mostrava dunque come la guerra non fosse l’unica occasione che consentisse atti eroismo e come peraltro una simile possibilità fosse del tutto tramontata nella guerra moderna. Sottolineava inoltre che, se nel passato la guerra aveva avuto effetti positivi per la cultura, ora le guerre erano invece divenute un fattore capace di distruggere le forze culturali. Ma il punto principale consisteva nella critica di quell’idea che faceva scaturire la guerra dalle caratteristiche della «natura umana». 
Anche se l’aspirazione al potere e l’impulso al dominio potevano essere considerati come elementi immutabili, essi non conducevano necessariamente alla guerra. E la linea evolutiva mostrava anzi che l’umanità risultava incamminata verso la riduzione della violenza, verso il tramonto dello Stato di dominio e verso la «pace perpetua». Ma Scheler in realtà non lesinava critiche a tutte principali varianti di pacifismo, di cui biasimava anzi la diffusione tra le giovani generazioni. Evitava comunque di confrontarsi davvero con la vecchia proposta kantiana, che aveva immaginato un assetto istituzionale capace di ridurre la conflittualità tra gli Stati. Tutto il suo discorso rimaneva infatti centrato soprattutto sulla dimensione culturale. Così come la sua difesa della guerra era stata concepita come un rimedio alla decadenza della Kultur dinanzi alla marcia del materialismo, così la sua visione della «pace perpetua» si fondava sulla convinzione risposta in una evoluzione culturale. In questo modo probabilmente pagava il tributo allo Zeitgeist del tempo e alla disillusione nei confronti della Società delle Nazioni. Ma, lungo questa strada, il suo pacifismo non doveva rivelarsi nella sostanza molto diverso da un «militarismo strumentale». 

Damiano Palano

venerdì 7 aprile 2017

"Populismo" di Damiano Palano. Una bussola per orientarsi. Disponibile nelle migliori librerie dal 13 aprile!






Dal 13 aprile 2017 nelle migliori librerie

Populismo
di Damiano Palano
Editrice Bibliografica
Collana "I movimenti e le idee"
pp. 152
libro cartaceo: euro 9.90 
formato e-pub: euro 5.90

Al principio del Ventunesimo secolo il populismo sembra essere l’unica opzione politica capace di mietere successi. Ma cosa è davvero il populismo? Può essere considerato un’ideologia, con un contenuto ben preciso, oppure si tratta semplicemente di un insieme di efficaci dispositivi retorici? È un fenomeno nuovo o solo un termine diverso per definire l’antica demagogia? Deve essere inteso come un pericolo o può rappresentare una risorsa per il rinnovamento delle istituzioni democratiche? Facendo il punto sulla discussione contemporanea, questo saggio propone una ricostruzione puntuale dei diversi volti che il populismo ha mostrato a partire dalla fine dell’Ottocento a oggi e cerca di spiegare quali sono le ragioni che negli ultimi due decenni hanno favorito l’ascesa di leader, movimenti e partiti definiti populisti.

Il volume può essere acquistato on-line (in formato cartaceo ed e-pub) presso i principali distributori:






giovedì 6 aprile 2017

Addio a Sartori, politologo liberale, teorico dell'«elitismo democratico»






 
di Damiano Palano

Questo ricordo di Giovanni Sartori è apparso, in una versione leggermente diversa, sul quotidiano "Avvenire" il 5 aprile 2017.
 
Noto al grande pubblico per le polemiche giornalistiche e per gli interventi in materia di «ingegneria costituzionale», Giovanni Sartori si definiva soprattutto uno «scienziato politico». E lo studioso scomparso martedì notte fu per molti versi davvero il fautore della ‘rinascita’ della scienza politica italiana, dopo che la disciplina, fondata da Gaetano Mosca sul finire dell’Ottocento, era di fatto scomparsa, sconfitta da agguerriti rivali intellettuali e accademici.
  Nato nel 1924 a Firenze, si laureò alla Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri”, dove mosse i primi passi della sua carriera, sotto l’ala protettrice di docenti come Giuseppe Maranini. Subito dopo la laurea trascorse però un periodo di studio negli Stati Uniti che si rivelò per molti versi cruciale nel suo itinerario di studio. Benché provenisse da una formazione crociana (e al pensiero del filosofo di Pescasseroli erano dedicati i suoi primissimi scritti), al di là dell’Atlantico venne infatti a contatto con la nascente «rivoluzione comportamentista»: un movimento che stava ripensando radicalmente il metodo delle ‘vecchie’ scienze politiche, in nome di una ricerca che fosse soprattutto «empirica». Superando la condanna che Croce aveva pronunciato contro le scienze sociali (e in particolare contro la sociologia di Vilfredo Pareto), Sartori divenne così in Italia – dagli anni Cinquanta agli anni Settanta – il paladino di una scienza politica che rivendicava un profilo «empirico», pur senza rinunciare al rigore nell’utilizzo dei concetti e degli strumenti teorici.
  Il suo testo più importante per la ricerca politologica rimane Parties and Party Systems, apparso nel 1976, un libro in cui sistematizzava in modo originale e pionieristico una tipologia dei sistemi partitici, e in cui sosteneva che il ‘caso italiano’ era riconducibile a un assetto di «pluralismo polarizzato» (non differente da quello della Repubblica di Weimar). Ma all’interno del dibattito intellettuale un peso probabilmente ancora più significativo ebbe Democrazia e definizioni, pubblicato nel 1957 e pochi anni dopo tradotto negli Stati Uniti. Quel libro importava infatti in Italia una nuova concezione della democrazia, di cui Joseph Schumpeter aveva delineato i tratti già negli anni Quaranta e che più tardi i critici ribattezzarono «elitismo democratico». In sostanza, Sartori puntava a ‘depurare’ dalle incrostazioni ideologiche, filosofiche e polemiche il concetto di democrazia. La democrazia non andava dunque intesa come autogoverno del popolo, o come l’espressione della volontà popolare, bensì come un metodo per selezionare i governanti mediante elezioni competitive. La democrazia doveva infatti essere considerata come «un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano». O meglio – con le parole che Sartori avrebbe scritto molti anni dopo in Democrazia cosa è – come «il meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo, e specificamente impone la responsività degli eletti nei confronti dei loro elettori».
  Dal punto di vista del dibattito politico-culturale, Sartori appartenne a quegli ambienti liberali che, all’indomani della fine della Guerra, si trovarono in una posizione minoritaria rispetto ai grandi partiti di massa. E non è difficile ritrovare le tracce di questa estraneità – che spesso diventava ostilità – anche nei suoi interventi. Oltre che un testo di teoria politica, Democrazia e definizioni era infatti una sorta di pamphlet anti-marxista, in cui veniva smantellata la convinzione che i regimi comunisti fossero «democrazie popolari». Nei suoi scritti degli anni Cinquanta, sulla scorta del 1984 di Orwell, paventò inoltre la possibilità che la propaganda totalitaria si tramutasse in una vera e propria «psicagogia»: una manipolazione psicologica ottenuta mediante l’impoverimento degli strumenti linguistici. E molto più tardi riprese questa tesi pessimista, senza più riferimento al rischio totalitario, ma per mettere in guardia dagli effetti della televisione e dalla perdita di capacità cognitive dell’«homo videns». Sartori fu inoltre spietato critico della contestazione studentesca, che dalle pagine del «Corriere della Sera» di Giovanni Spadolini interpretò come l’avanzata di una prepotente «asinocrazia». E proprio temendo che per effetto degli opposti estremismi l’Italia subisse la medesima sorte di Weimar, il politologo alla metà degli anni degli anni Settanta si trasferì a insegnare negli Stati Uniti, prima a Stanford e in seguito alla Columbia University.
  A partire dagli anni Novanta – e soprattutto a partire da Pluralismo, multiculturalismo e estranei (2000) – Sartori rivolse i suoi attacchi verso nuovi bersagli. Che divennero soprattutto il multiculturalismo, i flussi migratori, l’estremismo islamico e la Chiesa cattolica. Le responsabilità che il politologo imputava al mondo cattolico erano in particolare di ostacolare quelle misure di controllo delle nascite (che a suo avviso l’Occidente avrebbe invece dovuto incoraggiare e sostenere nei paesi in via di sviluppo) e di impedire lo sviluppo delle tecnologie di manipolazione della vita, che – in nome di una sorta di esasperato illuminismo, tale da spingersi persino verso derive eugenetiche – ai suoi occhi doveva essere invece incoraggiato. E anche per questo, i suoi interventi negli ultimi anni diventavano spesso simili a scomposte invettive. Offuscando così il passato di un intellettuale e di uno studioso che – a dispetto di posizioni non sempre condivisibili – aveva spesso mostrato, insieme a una invidiabile vis polemica, un’indubbia lucidità.
 
  Damiano Palano