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sabato 27 febbraio 2016

L’incubo di uno Stato automatizzato. "Silicon Valley" di Evgeny Morozov



Di Damiano Palano

Questa segnalazione del volume di Evgeny Morozov, Silicon Valley: i signori del Silicio (Codice, pp. 151, euro 13.00), è apparsa con il titolo Se i gestori dei miei dati diventano i padroni dello Stato su "Avvenire" del 16 febbraio 2016.

Sul finire degli anni Sessanta il pubblicitario americano Robert MacBride mise in guardia dallo spettro di uno “Stato automatizzato”. Allora negli Usa si stava discutendo delle opportunità che avrebbe offerto l’istituzione di un centro nazionale in cui fossero aggregate tutte le informazioni statistiche relative al Paese. Naturalmente un simile centro avrebbe consentito una notevole efficienza, ma avrebbe aperto anche scenari inquietanti. Perché nello “Stato automatizzato” il cittadino, pur senza perdere i diritti politici, si sarebbe trovato disarmato dinanzi all’enorme potere che garantiva il possesso dei metadati. Lo scenario prospettato da McBride oggi è largamente superato, perché le nuove tecnologie consentono un monitoraggio molto più sistematico e pervasivo dei nostri comportamenti. Ed è proprio sui rischi di questo scenario – tutt’altro che fantascientifico – che attira l’attenzione Evgeny Morozov in Silicon Valley: i signori del Silicio (Codice, pp. 151, euro 13.00).
Divenuto negli ultimi anni uno dei più noti critici dei miti e delle utopie della Rete, Morozov sottolinea gli effetti meno visibili della rivoluzione in corso, che qualcuno ha anche definito come “capitalismo delle piattaforme”. La vera innovazione cui stiamo assistendo riguarda infatti la centralità che assumono piattaforme come Facebook, Uber e Airbnb, sulle quali i clienti interagiscono l’uno con l’altro, e nel quale sembra sparire qualsiasi ruolo di intermediazione da parte di altri soggetti. Naturalmente tutto questo ha conseguenze enormi, per esempio sulla regolamentazione del mercato del lavoro. Ma non è tanto su questi elementi che si sofferma Morozov, quanto sulle attività “secondarie” che caratterizzano la vita di una piattaforma. Una piattaforma come Uber offre per esempio infrastrutture per pagamenti online, per identificare passeggeri indesiderati e per localizzare la vettura del cliente in tempo reale. E proprio i dati di cui viene in possesso in questo modo sono per molti versi più importanti dello stesso servizio di trasporto. Perché l’enorme mole di informazioni che riguardano tutte le nostre attività quotidiane – dagli spostamenti in città ai viaggi, dalle preferenze di lettura agli orientamenti politici, dalle passioni gastronomiche al tifo calcistico – sono un patrimonio di valore inestimabile dal punto di vista del marketing. Chi ne dispone è infatti in grado di proporre un certo prodotto proprio alla persona che può essere interessata, nel momento stesso in cui è più disponibile ad acquistarlo. Quei dati, in cui si nascondono le mappe delle nostre vite, consegnano così alle piattaforme che li gestiscono un grande potere politico. Non solo perché ovviamente sono informazioni sulla nostra vita privata. Ma soprattutto perché sono in grado di suggerire ai governi soluzioni ‘intelligenti’ per indirizzare, mediante algoritmi, il comportamento dei cittadini, per indurli a stili di vita più sani, per risolvere i problemi di viabilità, per rendere “smart” le nostre città. Una simile trasformazione – ed è questo il monito principale del volume – è allora destinata a produrre un governo in cui le decisioni più rilevanti saranno affidate alle aziende tecnologiche e ai burocrati, e cioè a chi possiede i dati. Ma, come scrive Morozov, non è affatto scontato che “una politica gestita da dispositivi intelligenti” sia davvero “una politica intelligente”.

Damiano Palano

lunedì 22 febbraio 2016

La metamorfosi di un partito liquido. I dilemmi del Movimento 5 Stelle


di Damiano Palano

Questa nota è apparsa sul numero di febbraio della rivista "Formiche" (n. 2/2016).

Nel suo Elementi di scienza politica Gaetano Mosca scriveva che due delle qualità essenziali per le classi dirigenti sono, o quantomeno dovrebbero essere, la lealtà verso i propri subordinati e il coraggio personale. Se però queste qualità non sono mai state decisive per l’affermazione di una classe politica, probabilmente non lo sono neppure oggi, nell’età della «democrazia del pubblico». E così il futuro del Movimento 5 Stelle – per quanto le sue fortune siano state finora effettivamente legate proprio all’immagine di una forza politica capace di sfidare a viso aperto la «casta» e di smascherarne le menzogne - non si giocherà su questo terreno, o quantomeno solo su questo. Se oggi, dopo il ‘caso Quarto’, la formazione fondata da Grillo è oggetto forse della prima crisi di credibilità, è probabile che anche nel prossimo futuro continuerà a rappresentare forse la più insidiosa spina nel fianco per il Partito Democratico di Matteo Renzi, almeno fino al momento in cui il fronte di centro-destra tornerà a coagularsi attorno a un’unica leadership. D’altronde negli ultimi due anni i sondaggi hanno costantemente attribuito percentuali in ascesa o comunque in linea rispetto al risultato delle elezioni del 2013. E per quanto la capacità previsionale dei sondaggi abbia ultimamente mostrato ben più di qualche limite, questi dati testimoniano comunque che, a quasi tre anni dall’ingresso in Parlamento, presso una fetta consistente dell’opinione pubblica italiana non si è ancora offuscata l’immagine di partito ‘anti-sistema’ – o ‘anti-casta’ – che ha sancito l’exploit del 2013. 
Se in questo senso il «partito liquido» di Grillo sembra avere stabilito almeno in parte un legame di identificazione con il proprio elettorato, sarebbe ingenuo sottovalutare i problemi che il M5S si troverà ad affrontare da qui alle prossime elezioni politiche. Perché è forse proprio su questo piano che si nascondono le insidie più rilevanti. Insidie che, per molti versi, sono legate proprio al successo del Movimento e al fatto che, alla prossima scadenza elettorale, non sarà sufficiente innalzare le bandiere della protesta, ma diventerà necessario mostrare il volto anche di potenziale – e credibile – forza di governo.
Naturalmente alla domanda se oggi i parlamentari pentastellati abbiano le carte in regola per accedere al governo la risposta rischia di essere scontata. L’assenza di esperienza amministrativa – anche a livello locale – da parte della classe politica nazionale del Movimento non può infatti non pesare negativamente, e non poco, sulla credibilità di un’alternativa di governo al ‘renzismo’. E inoltre le esperienze tutt’altro che esaltanti di alcune amministrazioni locali a guida M5S non contribuiscono certo a rafforzare l’impressione che una vittoria della formazione ‘grillina’ alle prossime politiche equivarrebbe a una sorta di imprevedibile ‘salto nel buio’. Accanto a questo, è però necessario riconoscere che, dal momento del loro ingresso in Parlamento, deputati e senatori del Movimento hanno mostrato di sapere imparare rapidamente quantomeno le regole della politica spettacolo. E nonostante il piano della comunicazione elettorale sia ben differente da quello della concreta attività di governo, l’impatto con la realtà della politica parlamentare, insieme con la pratica dei talk-show, ha fatto emergere nuovi leader – come soprattutto Antonio Di Maio - che non solo hanno ormai un ruolo riconosciuto, ma godono anche di livelli credibilità non trascurabili presso l’opinione pubblica. Anche per questo, non si può così scartare l’ipotesi che, seppur in nuce, si trovino già oggi tra i banchi occupati dai pentastellati anche futuri leader di governo. Al di là delle capacità dei singoli, la difficoltà principale che il M5S dovrà superare nei prossimi mesi per accreditarsi come credibile alternativa di governo ha a che vedere con la sua stessa identità, e dunque con le linee principali del prossimo programma di governo.
Oggi il M5S ha ormai molto poco del «partito personale» di Grillo e Casaleggio, che tre anni fa portò a Roma giovani del tutto sconosciuti. Ma non bisogna trascurare il fatto che tre anni di attività politica hanno sostanzialmente dissolto, o comunque posto in secondo piano, anche molti dei cardini ‘ideologici’ del movimento. Prima fra tutto l’idea – un po’ naïv – secondo cui la democrazia diretta della Rete avrebbe offerto una valida alternativa alla democrazia parlamentare, di cui anzi, dinanzi alle riforme renziane, i pentastellati sono diventati per molti versi agguerriti difensori. Naturalmente i programmi non sono l’arma decisiva per vincere le elezioni, e il problema per il Movimento non consisterà dunque solo nello stilare una serie di misure, più o meno convincenti e originali. Per costruire una narrativa credibile, il Movimento dovrà soprattutto ritrovare dei punti forti, che differenzino in modo sostanziale – e non solo invocando una diversità ‘morale’ – la propria offerta da quella dei contendenti su alcuni punti chiave, come in particolare il rapporto con l’Ue, la moneta unica e i flussi migratori. Ed è forse proprio che si nasconde l’insidia maggiore. Perché è probabile che la necessità di diradare la nebbia che nel 2013 ancora avvolgeva i propri programmi debba mettere a dura prova uno dei fattori principali del successo del Movimento 5 Stelle. Ossia l’immagine di forza ‘post-ideologica’ (e forse persino ‘post-politica’), non riconducibile né alla destra né alla sinistra.

Damiano Palano

lunedì 15 febbraio 2016

Il sorteggio salverà la democrazia? "Contro le elezioni" di David van Reybrouck




di Damiano Palano

Una battuta di spirito attribuita a Clement Attlee dice che la democrazia è il governo attraverso la discussione, ma che il governo può effettivamente attuarsi solo se a un certo punto si riesce a far smettere le persone di parlare. Al di là del sarcasmo, la frase di Attlee coglie la tensione strutturale tra la partecipazione e la decisione che caratterizza la forma democratica, e che per molti versi ne garantisce la vitalità. Secondo molti osservatori dei nostri sistemi politici proprio la relazione tra questi due elementi sembra oggi entrare in crisi. Per un verso, molti segnali testimoniano la crescita della sfiducia dei cittadini non tanto verso la forma democratica, quanto verso la classe politica, i suoi leader e i partiti. Per l’altro, gli strumenti a disposizione dei governi sembrano sempre più inadeguati a controllare e regolare i flussi di un mondo globalizzato. Se più o meno tutti gli studiosi sono concordi nel rilevare i sintomi del «disagio» delle nostre democrazie, le opinioni sono però molte diverse a proposito del riconoscimento delle cause profonde del processo. E naturalmente sono abissalmente distanti soprattutto le soluzioni proposte per rivitalizzare le istituzioni democratiche. 
In questo fitto dibattito si inserisce anche Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico (Feltrinelli, pp. 158, euro 14.00), un pamphlet del saggista e poeta belga David van Reybrouck, già noto in Italia per il reportage Congo (Feltrinelli). La tesi di van Reybrouck è in fondo molto semplice (e probabilmente semplicistica). Secondo la sua lettura, la «sindrome da stanchezza democratica» è causata principalmente dal fatto che la democrazia rappresentativa odierna si basa esclusivamente sulle elezioni. «Abbiamo ridotto la democrazia a una democrazia rappresentativa e la democrazia rappresentativa a delle elezioni», scrive per esempio l’intellettuale belga. Se fino a qualche decennio fa le elezioni erano il «combustibile fossile della politica», ora la situazione sembra infatti almeno parzialmente cambiata. In primo luogo, la logica della ‘campagna permanente’ induce i leader politici a pensare alle prossime elezioni, più che all’efficacia della propria attività di governo. Inoltre, la legittimità degli attori politici – esposti costantemente sotto la luce dei riflettori – tende a diventare sempre più fragile. E così una democrazia che si basi ‘soltanto’ sulle elezioni rischia di diventare, al tempo stesso, meno efficiente e meno legittima. 
L’aspetto più controverso del pamphlet di van Reybrouck consiste però nella proposta di reintrodurre il sorteggio come criterio per selezionare i rappresentanti politici. A differenza di quanto facciamo oggi, nell’Atene democratica del V secolo a.C., l’elezione era considerata uno strumento quasi inevitabilmente oligarchico. Al contrario, l’estrazione a sorte dei magistrati era concepita come lo strumento in grado di consentire la legittimità e l’efficacia degli organi politici: perché garantiva una reale rappresentanza della base sociale, perché impediva la concentrazione del potere in gruppi ristretti, e perché rendeva possibile la partecipazione dei cittadini all’esercizio del potere. E sono questi stessi elementi che dovrebbero indurre anche oggi a reintrodurre il metodo del sorteggio. Non tanto per sostituire integralmente gli organi rappresentativi eletti, quanto per affiancarli con consigli di rappresentanti estratti a sorte, come è per esempio avvenuto in alcune sperimentazioni di democrazia deliberativa condotte (non sempre con successo) in Canada, Irlanda, Islanda e Olanda.
Nel pamphlet non è certo difficile riconoscere ben più di qualche semplificazione. Quando ritrova nell’Atene del V e IV secolo il modello di una democrazia basata sul sorteggio, van Reybrouck sottovaluta per esempio il fatto che in fondo conosciamo molto poco di come effettivamente avvenissero le operazioni di sorteggio. Inoltre, quando ricostruisce la genesi della democrazia rappresentativa, trascura quasi del tutto il fatto che le radici istituzionali e dottrinarie del sistema rappresentativo-elettivo affondano nella storia inglese (e non solo dunque nella costituzione americana e nella Francia rivoluzionaria). Ma nel discorso dell’intellettuale c’è un problema forse più rilevante. Il ragionamento prende infatti le mosse dal rapporto problematico tra legittimità ed efficacia dell’attività di governo. In altri termini, la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti della classe politica si combina con la percezione della sempre più evidente incapacità dei governi nazionali di controllare e regolare i flussi di un mondo globalizzato. Ma van Reybrouck sembra aggirare completamente questo aspetto, riconducendo la mancata efficienza della democrazia solo alla classe politica e dunque ai tentativi di quest’ultima di preservare margini di potere, a scapito dell’effettiva capacità di governo. Non si tratta certo di un motivo sconosciuto in Italia, perché van Reybrouck – in questo davvero influenzato dal contesto politico belga – non fa altro che rispolverare la vecchia polemica contro il «proporzionalismo», che renderebbe strutturalmente fragili e incapaci di decidere i governi di coalizione. Scrive per esempio: «Ogni sorta di mali, più o meno definiti, indica che diventa sempre più difficile esercitare una gestione attiva. I parlamentari impiegano a volta una quindicina d’anni a votare una legge. I governi fanno sempre più fatica a formarsi, sono spesso meno stabili e, alla fine del loro mandato, sono puniti sempre più severamente dagli elettori. Le elezioni, cui partecipano sempre meno cittadini, costituiscono sempre più spesso un ostacolo all’efficienza». L'analisi di van Reybrouck non è singolare solo perché pare sottovalutare il peso che avuto negli ultimi trent’anni la ‘presidenzializzazione’ in molti paesi europei, ma anche perché dimentica come l’autonomia della classe politica sia stato uno strumento che ha consentito storicamente di limitare, o comunque contrastare, l’autonomia della burocrazia: un’autonomia che oggi non ha più il volto che aveva un secolo fa, ma che si presenta nella forma dei vincoli ‘tecnici’ all’azione di governo, e in particolare – nel Vecchio continente – sotto le spoglie del fatale «vincolo esterno». Ed è proprio la presenza di uno stabile apparato burocratico che modifica radicalmente la prospettiva con cui gli ‘antichi’ guardavano al sorteggio: ad Atene quasi tutte le cariche venivano assegnate per sorteggio e per periodi limitati di tempo, perché di fatto non esisteva una ‘macchina’ amministrativa deputata alla gestione degli affari comuni e formata da personale stipendiato. Ma ovviamente questa non può più essere la nostra prospettiva, ed è davvero ingenuo pensare che quei vincoli ‘tecnici’ che neppure organi legittimati dalla procedura elettorale riescono a rimuovere (o aggirare), possano essere superati virtuosamente da organi sorteggiati. D’altronde, è evidente che il sorteggio non può fare molto per risolvere gli enormi problemi ‘strutturali’ – come la ‘crisi fiscale’ dello Stato o l’invecchiamento della popolazione – che i sistemi occidentali si troveranno ad affrontare nei prossimi anni. E se proprio questa ‘dimenticanza’ rende quantomeno surreale la proposta di van Reybrouck, c’è un'altra dimensione problematica che sembra del tutto sfuggire alla sua attenzione. Non è infatti neppure detto che i rappresentanti estratti a sorte siano davvero immuni dalle pressioni cui sono soggetti i rappresentanti eletti. E non è dunque affatto scontato che, per il solo fatto di non puntare a un nuovo mandato, debbano rivelarsi davvero più ‘liberi’, meno soggetti all’influenza dei media e impermeabili ai mutevoli umori dell’opinione pubblica.

Damiano Palano

giovedì 11 febbraio 2016

Fenomenologia del populismo italiano 2. Il «renzismo» secondo Marco Revelli




di Damiano Palano

Se Biorcio intende l’ascesa politica di Matteo Renzi come il culmine di una trasformazione piuttosto lunga, segnata dall’egemonia della retorica populista, un’operazione simile viene sviluppata anche da Marco Revelli nel suo recente Dentro e contro. Quando il populismo è di governo (Laterza, Roma – Bari, 2015, pp. 143, euro 14.00). Il libro di Revelli costituisce in una certa misura un ‘diario’ del primo anno di governo dell’ex sindaco di Firenze, ma, più in generale, sviluppa molti dei temi enunciati nel precedente Finale di partito (Einaudi, Torino, 2013). In quel volumetto Revelli ritrovava in effetti nei risultati delle elezioni politiche del 2013 il segnale inequivocabile della fine della lunga stagione centrata sul ruolo dei partiti di massa e sulla loro capacità di ‘colonizzare’ la società con organizzazioni gigantesche, speculari alle grandi strutture burocratiche che avevano dominato l’economia occidentale per buona parte del Novecento, fino alla svolta degli anni Ottanta. Mostrando una pervicace resistenza, i partiti di massa – tramutatisi peraltro in «partiti pigliatutto» – erano sopravvissuti per due decenni alla ‘rivoluzione post-fordista’, ma le elezioni del 2013 ne avevano sancito l’ ormai inequivocabile tramonto.
Ora questa chiave di lettura torna anche in Dentro e contro, dove Revelli in effetti scrive: «Le elezioni politiche italiane non potevano certo vantare un valore programmatico. Ma un valore diagnostico sì. Ci dicevano, quei risultati, che era finita una forma della politica. Ridiciamolo nel modo più sgradevole: che era finita la politica del Novecento. Quella in cui una società sostanzialmente aggregata in gruppi e classi si strutturava e riconosceva stabilmente nella forma del partito politico e attraverso di essa provava a esprimersi e a contare dentro le istituzioni. Ci dicevano anche che il suo tentativo di prolungarsi, e sopravvivere a se stessa, nell’ultimo periodo era diventato insopportabile» (p. 12). 
Revelli nel nuovo libro aggiorna però il quadro, prendendo atto di quanto è avvenuto da allora. Innanzitutto rileva come dopo le elezioni del febbraio del 2013 si siano registrati tre mutamenti: una svolta in senso presidenzialista, con il ruolo giocato da Giorgio Napolitano, il «collasso dei partiti» (p. 43), la «fuga dal voto da parte di masse sempre maggiori di elettori» (p. 47). E proprio questi tre processi sono stati tramutati da Matteo Renzi nelle risorse per un’ascesa politica travolgente, che Revelli naturalmente considera – più che come una soluzione – come il segnale di un probabile tracollo imminente: «il renzismo  rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa. Rischiando di lasciare tutti – dopo aver fagocitato tutto – ‘nudi alla meta’. O meglio, nudi di fronte al potere, dopo la distruzione – realizzata con sistematicità, bisogna dargliene atto –, dei diversi corpi intermedi che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, delle strutture di rappresentanza politica e sociale, delle culture politiche capaci di aggregare individui e frammenti sociali, del suo stesso partito. In una parola di quella complessità organizzata che da sempre ha garantito un livello, sia pur minimo e insufficiente, di pluralismo e di articolazione in una società complessa, preservandola dal rischio e dalla tentazione – mortale nell’iper-modernità che viene – dell’‘uomo solo al comando’ di fronte a una società di atomi competitivi» (p. 63).
La leadership di Renzi è considerata da Revelli come una forma inedita di populismo, e così la vecchia formula trontiana «dentro e contro», che dà il titolo al volume, viene a indicare un populismo che diventa forza di governo: «un populismo istituzionale, fondato sul transfert leader-massa, sulla magia del linguaggio e sul mito dell’energia. Che rappresentava plasticamente il modo con cui la crisi del partito politico (dell’unico partito politico formalmente rimasto sulla piazza, il Partito democratico) andava penetrando nel cuore dello Stato attraverso il veicolo del suo segretario» (p. 65). Quello di Renzi è dunque, per Revelli, un «populismo istituzionale»: «Forse l’unica forma politica in grado di permettere al programma antipopolare che costituisce il pensiero unico al vertice dell’Europa di imporsi in un paese come l’Italia nella crisi generale e conclamata delle forme tradizionali della politica (in particolare della forma-partito), e nel deficit verticale di confidence nei confronti di tutte le istituzioni rappresentative novecentesche. È stato lui il primo imprenditore politico, che ha scelto di quotare alla propria borsa quella crisi: di trasformare da problema in risorsa il male che consuma alla radice il nostro sistema democratico. Con un’operazione spregiudicata e spericolata, che gli ha garantito finora di galleggiare, giorno per giorno, sulle sabbie mobili di un sistema istituzionale lesionato e di una situazione economica sempre vicina al collasso, senza risolvere neppure uno dei problemi più gravi, alcuni incancrenendoli, altri rinviandoli sempre oltre il successivo ostacolo. E comunque gestendo il declino col piglio del broker spregiudicato […], pronto a uscire dall’investimento un attimo prima del crollo in Borsa» (p. 106).
La novità del ‘renzismo’ è peraltro relativa, perché – Revelli non fatica a riconoscerlo – l’ex sindaco di Firenze è solo l’ultimo esemplare di una serie di «eroi della commedia mediatica capaci di ‘simulare’, attraverso il camuffamento, una sovranità ormai evaporata: «Tutti uniformati dalla comune funzione di camouflage: trompe l’oeil per occultare il trono vuoto, sostituendo al governo l’annuncio. Alla decisione politica il segnale mediatico […], come si addice a una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano […]. Sono la forma che la politica assume nell’epoca della crisi della politica. O, se si preferisce, sono l’incarnazione antropomorfa della post-politica, in un mondo nel quale l’esercizio effettivo del potere si è ritirato dietro le quinte, lasciando sulla scena solo l’effetto magico – il prodige, appunto – della vuota parola» (pp. 74-75). Per questo, il futuro dell’avventura renziana è per Revelli tutt’altro che roseo, e così non è affatto da escludere che l’«utilizzatore finale» della revisione istituzionale e costituzionale Pd possa non essere il segretario del Pd. Anche se naturalmente la sostanziale assenza di alternative credibili – e soprattutto di un’alternativa proveniente da sinistra, di cui Revelli si augura l’avvento – contribuisce a stabilizzare non poco la posizione di Renzi. Come scrive Revelli nelle pagine introduttive del suo volume, il percorso futuro di Renzi rimane ancora molto difficile da prevedere, anche se i diversi scenari non appaiono particolarmente incoraggianti: «Certo, la marcia si è fatta, col tempo, meno trionfale. Le fragilità culturali e i difetti di carattere hanno scavato in quel piedistallo di consenso che le elezioni europee gli avevano regalato. Lo stesso partito che aveva scalato per scalare il paese si va facendo ogni giorno più volatile ed evanescente, man mano che la leadership carismatica si attenua e stenta a funzionare come a polarità aggregante dall’alto, mentre i potentati locali vanno assomigliando a premoderne marche di confine. È comunque ipotizzabile, visti i cattivi venti che spirano dall’alto d’Europa, che il suo cammino – sia pure più tortuoso e impervio – continui, sostenuto da un’oligarchia sovrana ancora potente e, a livello continentale, ancora scarsamente contrastata. Oppure è possibile, come temono (o sperano) in molti, che Matteo Renzi non riesca a portare in fondo il proprio progetto per sedersi infine sul trono che si è costruito. Che, come il cattivo giocatore di poker costretto a rilanciare continuamente la posta a ogni mano perduta, alla resa dei conti […] finisca per inciampare. E faccia default, consegnando i paese – e noi stessi – a un altro, persino più aggressivo e demagogo di lui. In ogni caso, ci troveremmo comunque in una post-democrazia dal profilo inedito. E – questo è certo – assai meno desiderabile» (p. XI).
Naturalmente lo sguardo di Revelli – è quasi superfluo rilevarlo – non è solo quello di uno studioso dei fenomeni politici, ma anche quello di un attore politico in senso proprio (e non soltanto come possono esserlo talvolta gli intellettuali), dal momento che si è assunto in diverse occasioni, negli ultimi anni, il compito di raccogliere la bandiera di un’opposizione di sinistra alle derive tecnocratiche. Anche per questo, il giudizio critico nei confronti di Renzi e del «renzismo» è per molti versi scontato e largamente prevedibile. La sua analisi del populismo istituzionale costituisce d’altronde il nuovo capitolo di un percorso di indagine critica sulla trasformazione della sinistra imboccato ormai più di vent’anni fa, con l’analisi sulle Due destre (Bollati Boringhieri, Torino, 1996), un testo che – nella misura in cui mostrava come la coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi e il Pds costituissero solo due varianti differenti della destra neo-liberista – individuava una tendenza di cui il «renzismo» non è altro che il punto terminale e il logico sviluppo. Ma se per questo la sua prospettiva può apparire sin troppo polemicamente orientata, c’è comunque un aspetto importante nel discorso svolto da Revelli. Un aspetto che consiste nel prendere atto della paradossale combinazione tra il successo del «populismo istituzionale» di Renzi e la sua estrema debolezza politica. In altre parole, ciò che Revelli ha il merito di registrare sono le debolezze del «populismo istituzionale», la sua assenza di basi politiche (ideologiche e organizzative) e anche la fragilità di quelle basi clientelari che – in assenza di una sostanziale autonomia di spesa da parte dello Stato – rischiano di rivelarsi solo aggregazioni temporanee, destinate a dissolversi. E riconoscere questo dato non significa sostenere che la leadership di Renzi sia destinata a dissolversi nell’arco di alcuni mesi, perché è indiscutibile che – come pochi leader nel corso del Novecento – l’ex sindaco di Firenze faccia davvero presa su una certa società italiana, che rappresenti come pochi gli umori e i difetti dell’«italiano medio», che rifletta – in forme persino grottesche – alcuni stili comunicativi che sono già ‘senso comune’, che incarni – come neppure Silvio Berlusconi seppe mai fare – i più pervicaci istinti antipolitici, che sollevi quell’ammirazione che gli italiani hanno spesso riservato all’ostentazione del potere, alla esibizione persino volgare del ‘decisionismo’, al disprezzo per «parrucconi» e «professorini», al compiaciuto disprezzo delle forme. Ma tutti questi elementi – che in altri tempi avrebbero potuto garantire un lunghissimo futuro politico a Matteo Renzi – si scontrano oggi con una realtà assai meno rassicurante. Alla luce della quale diventa chiaro che le basi su cui poggia il potere di Renzi sono tutt’altro che granitiche. Non tanto perché alle sue spalle non esista un partito o una classe dirigente adeguata, quanto perché le risorse che ha utilizzato per conquistare il proprio (peraltro limitato) consenso sono le risorse di uno Stato (non da oggi) a ‘sovranità limitata’ soprattutto sul versante delle politiche economiche. E perché dunque il «partito della Nazione» - e cioè il partito a vocazione centrista che il Partito democratico è già ‘oggettivamente’ diventato, dopo le elezioni del 2013 – non può utilizzare se non in misura del tutto congiunturale e limitata la leva della spesa pubblica per consolidare quell’effimero sostegno che nessuna ideologia e nessuna minaccia esterna può altrimenti stabilizzare.

Continua…

mercoledì 10 febbraio 2016

La fabbrica della disperazione. Franco Berardi e il disagio dell’«ipermodernità»




«Heroes. Suicidio e omicidi di massa» è probabilmente il libro più inquietante di Franco Berardi. Con il nuovo capitolo della «fenomenologia della fine» giunge infatti a piena maturazione un pessimismo radicale. Un pessimismo che, a ben guardare, non è però il prodotto dello «spirito del tempo» o della «mutazione antropologica» che abbiamo di fronte. Le sue radici affondano infatti nella logica di un percorso intellettuale lungo ormai quasi mezzo secolo, il cui esito paradossale è la ‘rimozione’ della politica e del conflitto dallo spazio della teoria.



di Damiano Palano

I. Il tempo della disperazione

Al termine del Disagio della civiltà, dopo aver mostrato come il processo della civilizzazione fosse il risultato del controllo progressivamente esercitato sul corredo pulsionale degli esseri umani, Freud veniva a contrapporre l’una all’altra le due forze elementari che riteneva di avere scoperto, Eros e Morte. E proprio nelle righe finale, aggiunte nel 1931, segnalava come i pericoli maggiori per il genere umano giungessero dalla pulsione di morte e dalle tendenze aggressive che ne discendevano: 

«Il problema fondamentale del destino della specie umana, a me sembra sia questo: se, e fino a che punto, l’evoluzione civile degli uomini riuscirà a dominare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla loro pulsione aggressiva e autodistruttrice. In questo aspetto proprio il tempo presente merita forse particolare interesse. Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione» . 

È facile riconoscere in quelle parole il riflesso cupo della stagione di barbarie che si avvicinava. L’insieme delle trasformazioni epocali inaugurate dalla prima guerra mondiale aveva d’altronde indotto il padre della psicoanalisi a rivedere sensibilmente il proprio quadro teorico generale. E anche se l’interesse per i temi politici era affiorato già dal grande affresco di Totem e tabù, le dinamiche della società attrassero l’attenzione Freud soprattutto a partire dallo scoppio del conflitto e dopo il crollo dell’Impero, un evento che rappresentò anche per il medico viennese il tramonto del «mondo di ieri» in cui aveva vissuto (e creduto) e l’inizio di un’era di disordine. Il cammino che doveva condurre Freud al Disagio della civiltà e al riconoscimento sconcertante della «pulsione di morte» – col quale prendeva atto che la tendenza aggressiva «rivela nell’uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto per la propria specie»  – era anche un percorso intellettuale di disillusione rispetto ai grandi sogni della scienza positiva. L’ambizione di poter guarire gli esseri umani dal loro disagio, portando alla luce le correnti misteriose che si agitavano nel fondo della psiche, si trovava alla fine a urtare contro un ostacolo insuperabile, aprendo le porte a un cupo pessimismo, per molti versi simile a quello che aveva indotto i grandi realisti del passato a descrivere il «legno storto» della «natura umana». 
La pista indicata dal Disagio della civiltà e da altri scritti freudiani degli anni Venti, come soprattutto Massenpsychologie und Ich Analyse, doveva in seguito essere battuta anche da molte altre indagini, più o meno fedeli rispetto agli insegnamenti del padre del psicoanalisi, tra cui è quasi inevitabile ricordare Massenpsychologie des Faschismus di Wilhelm Reich, Escape from Freedom di Erich Fromm, o Eros and Civilisation di Herbert Marcuse, ma tra cui sarebbe ingiusto dimenticare anche suggestivi testi come Psicanalisi della guerra atomica e Psicoanalisi della guerra di Franco Fornari . E anche negli ultimi anni un sentiero di riflessione di questo tipo è stato seguito, seppur ormai marcando una sostanziale distanza da Freud, per esempio da Massimo Recalcati, che in alcuni suoi interventi giornalistici si è spinto a interpretare fenomeni politici come il terrorismo di matrice islamista, alla ricerca di una spiegazione collocata al livello della «psicologia della massa», ossia delle generali condizioni psicologiche che contrassegnano una determinata società . Per quanto suggestive siano le sollecitazioni che provengono da queste indagini, il crinale su cui esse si muovono – al confine tra l’ambito della psicologia del singolo individuo e la sterminata landa delle condizioni economiche, politiche e culturali di una determinata società – non può che essere sempre estremamente scivoloso, ed è così quasi inevitabile cedere a semplificazioni che finiscono con lo smarrire, al tempo stesso, la specificità delle motivazioni individuali e l’autonomia (oltre che la complessità) dei fenomeni politici. Se infatti la ricostruzione ‘psicologica’ del quadro culturale di una determinata fase storica può offrire formidabili elementi per interpretare fenomeni politici o anche le scelte che un singolo individuo si trova a compiere, una simile impostazione rischia quasi sempre di spingere verso il riduzionismo psicologico. Un riduzionismo in base al quale – saltando ogni anello intermedio – non solo fenomeni politici e culturali complessi vengono ricondotti a determinanti psicologiche, ma secondo cui persino la stessa condizione del singolo appare riducibile alle dinamiche della psicologia di massa, proprio secondo quello schema che tracciava Freud al termine del Disagio della civiltà, quando scriveva che la consapevolezza degli esseri umani del potere raggiunto sulle forze naturali spiegava «buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione».

È proprio questo scivoloso crinale, affollato di insidie, che decide di percorrere Franco Berardi nel volume Heroes. Suicidio e omicidi di massa, il suo libro probabilmente più inquietante – se non altro per le storie individuali che vengono considerate come ‘esemplari’ – ma in cui giunge anche a completa maturazione un pessimismo dalle radici profonde . Nel libro di Berardi vengono infatti ripercorse le storie personali di folli criminali che utilizzano armi micidiali per sterminare decine di innocenti, prima di togliersi la vita, ma queste vicende sono assunte come spie di un disagio generale, che non coincide solo con la patologia di casi estremi, perché riflette piuttosto la diffusione di massa di comportamenti patologici. Non è neppure necessario sottolineare come nella lettura che sorregge Heroes si annidino molteplici rischi, che non sono solo quelli di semplificare fenomeni inevitabilmente complessi. E non va neppure mai dimenticato che le ipotesi di Berardi sul disagio dell’«ipermodernità» non hanno – né pretendono di avere – un valore sul piano clinico (un valore che d’altronde non avevano neppure le ipotesi freudiane sul fondamento e sul destino della civiltà), e vanno piuttosto a collocarsi sul terreno di un’interpretazione ‘culturale’ del presente, dalla quale non sono peraltro mai assenti le preoccupazioni più strettamente ‘politiche’ sulle possibili modalità di azione in un contesto tanto fortemente segnato dalla «mutazione» . A dispetto di tutte queste cautele, il pessimismo di Berardi non può essere probabilmente archiviato in modo frettoloso, e non se possono liquidare le estremizzazioni come il semplice vezzo intellettuale di un ‘provocatore’ culturale aduso all’iperbole. Perché a ben guardare, al netto delle estremizzazioni e delle provocazioni (che certo ci sono), il ritratto che Berardi ha delineato, investigando da vicino la mutazione tecnologica degli ultimi due decenni, coglie davvero alcuni aspetti cruciali. E vale dunque senz’altro la pena prendere sul serio le sue ipotesi, evitando di ricondurre le sequenze del suo itinerario all’interno della griglia interpretativa del «post-operaismo» italiano (che almeno nel suo caso appare oggi molto simile a una gabbia distorcente), e rendendo il dovuto merito a uno sguardo che – non da oggi – si è rivelato capace di cogliere tutte le insidie della trasformazione.

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domenica 7 febbraio 2016

Fenomenologia del populismo italiano 1/ Un libro di Roberto Biorcio




di Damiano Palano

Come tutti gli anni, anche alla fine del 2015 il sondaggio Gli italiani e lo Stato curato da Demos & Pi per «la Repubblica» ha fotografato il clima di fiducia e soprattutto la condizione del rapporto fra cittadini e istituzioni. I dati della rilevazione non registrano mutamenti sostanziali rispetto agli ultimi anni, anche se, come sottolinea Ilvo Diamanti, il sondaggio, oltre a un moderato ottimismo sulla fine della crisi economica, fa rilevare «una risalita – per quanto lieve – degli indici di fiducia nelle istituzioni pubbliche» e del «livello di soddisfazione nei confronti dei servizi» (I. Diamanti, 2016. Lo Stato degli italiani, in «la Repubblica», 31 dicembre 2015, p. 36). Per quanto concerne la fiducia dichiarata dagli intervistati, risultano sempre in testa, oltre a Papa Francesco, le Forze dell’Ordine, la Scuola e il Presidente della Repubblica, mentre sempre sul fondo della graduatoria risultano Parlamento e Partiti. Coloro che dichiarano di avere “molta o moltissima” fiducia nel Parlamento sono infatti solo il 10% del campione, anche se si registra a questo proposito un lieve incremento del 3% rispetto al 2014. Mentre per quanto riguarda i partiti la fetta di coloro che nutrono una significativa fiducia sono soltanto il 5% (anche in questo caso, però, con un leggero miglioramento, pari al 2%, rispetto all’anno precedente). E d’altronde rimane anche piuttosto elevata (48%) la percentuale del campione che dichiara di condividere l’affermazione – peraltro dal significato tutt’altro che univoco – secondo cui «la democrazia può funzionare senza partiti politici». Nel 2014 gli intervistati che si dichiaravano d’accordo con questa affermazione erano leggermente di più (il 50%), ma certo non può sfuggire il fatto che sette anni fa, nel sondaggio del 2008, e dunque poco prima che iniziasse a sbriciolarsi il sistema partitico della ‘Seconda Repubblica’ (nata peraltro sul rifiuto della funzione dei partiti), il dato fosse pari al 38%, ossia inferiore di dieci punti percentuali a quello odierno. Ma se l’insofferenza nei confronti dei partiti coinvolge più o meno tutte le democrazie occidentali, ciò che forse caratterizza di più la situazione italiana di oggi è che anche quelle istituzioni che, per buona parte dell’ultimo ventennio, hanno giocato un ruolo di ‘alternativa’ ai partiti, sembrano soffrire di un analogo deficit di credibilità. «La sfiducia nella politica e nello Stato non è compensata dalla vicinanza ad altre istituzioni», ha scritto infatti Fabio Bordignon commentando il sondaggio, perché «tutti i riferimenti che, nel passato, hanno funzionato da ‘supplenti’ sembrano essere venuti meno» (F. Bordignon, Il più amato è il Papa. Bene la scuola, in «la Repubblica», 31 dicembre 2015, p. 37), come in particolare la magistratura, l’Unione Europea, il Comune e la Regione.
Come tutti i sondaggi, anche i dati del rapporto di Demos risentono di dinamiche congiunturali e acquistano un significato più denso solo se considerati all’interno di un quadro più generale, in cui naturalmente l’Italia ha una propria specificità, ma in cui giocano un ruolo tutt’altro che residuale anche fattori come il «vincolo esterno» europeo, l’instabilità internazionale e la crisi economica (con le sue radici profonde nell’ultimo quarantennio). Anche per effetto di queste dinamiche incrociate, il 2015 è stato davvero – come l’ha definito di recente Nadia Urbinati - «l’anno d’oro dell’era populista» (L’anno del populismo, in «la Repubblica», 29 dicembre 2015, p. 30), iniziato con la vittoria di Syriza, l’affermazione del Front National in Francia e, infine, il risultato significativo riportato da due formazioni come Podemos e Ciudadanos in Spagna. Le differenze che separano queste formazioni sono però tanto evidenti da mettere in discussione la stessa legittimità dell’espressione «populismo», una formula che rischia, proprio per il suo carattere indeterminato, di oscurare le specificità di ciascun movimento. «Alla fine di quest’anno d’oro dell’era populista» - ha scritto dunque Urbinati - «ci troviamo di fronte a una questione: il populismo è un’uscita dai fondamenti liberali della democrazia costituzionale o è il nome di un partito nuovo che deve imporsi nell’agone politico e ha l’ambizione di creare una nuova maggioranza per proporre politiche sociali di sinistra. I movimenti populisti sono certamente il sintomo di un malessere sociale ed economico, ma non è chiaro quale politica originale abbiano da proporre. Se non la vecchia politica autoritaria come in Ungheria. Certo, ci possono essere populismi ‘buoni’ come Podemos e Syriza. Ma questi, o si fanno promotori di politiche di sinistra e propongono un’alternativa di governo, non di sistema, oppure restano un ‘grido di dolore’ che lascia il popolo sofferente come lo avevano trovato. Se di alternativa si tratta, dunque, questa è fra destra e sinistra, non fra populismo e non populismo» (ibidem).
Le domande sul futuro del populismo, e anche sulle differenze tra populismi di sinistra e populismi di destra, sono probabilmente destinate a rimanere sul tappeto anche per molto tempo, anche perché probabilmente dipendono anche dai modi con cui si definisce un termine – dai significati particolarmente sfuggenti – come «populismo». Ma non è certo sorprendente che, anche per la sua ambiguità, la formula «populismo» sia utilizzata sempre più spesso anche da quanti osservano i mutamenti del sistema politico italiano, e in particolare per indicare tutti quei fenomeni, quasi sempre magmatici, che vanno a ‘riempire’ il vuoto che scaturisce dalla progressiva polverizzazione dei partiti protagonisti della ‘Seconda Repubblica’. In questa direzione si muove per esempio il recente volume di Roberto Biorcio, Il populismo nella politica italiana. Da Bossi a Berlusconi, da Grillo a Renzi (Mimesis, Milano, 2015, pp. 160, euro 15.00), che ricostruisce la lenta avanzata del fenomeno partendo dalla crisi dell’inizio degli anni Novanta e arrivando fino alla situazione odierna. Biorcio ha dedicato in passato la propria attenzione alla Lega Nord (La Padania promessa. La storia, le idee e la logica d’azione della Lega Nord, Il Saggiatore, Milano, 1997, e La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo, Laterza, Roma – Bari, 2010) e si è di recente rivolto anche al Movimento 5 Stelle (Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategia del movimento di Grillo, Feltrinelli, Milano, 2013, con P. Natale; Gli attivisti del Movimento 5 Stelle. Dal web al territorio, Franco Angeli, Milano, 2015, a cura di). In questo nuovo testo allarga invece lo sguardo anche alle esperienze legate alle due leadership di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi, per mettere in luce come tutti questi fenomeni siano accomunati da alcuni elementi, e dunque possano essere intesi come varianti della medesima sindrome populista. «In tutte queste esperienze» – e cioè la Lega Nord prima di Umberto Bossi e poi di Matteo Salvini, Forza Italia, il M5S e il Pd di Matteo Renzi – «le formazioni politiche, i loro attivisti e i loro leader hanno cercato di ritrovare un contatto, di ascoltare e di parlare direttamente ai cittadini, proponendosi come portavoce non solo delle proteste contro la ‘partitocrazia’, ma anche delle loro richieste e dei loro problemi. Mostrando spesso la tipica tendenza populista all'“overpromising”, con una grande quantità di promesse che spesso non sono riusciti a realizzare una volta eletti nelle istituzioni rappresentative o al governo. […] le strategie seguite sono state molto diverse, ma tutte hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dallo crisi delle forme di mediazioni politiche che avevano caratterizzato la Prima repubblica. Le nuove forme di mobilitazione hanno spesso rappresentato un’esperienza in controtendenza rispetto ai partiti esistenti perché sono riuscite a coinvolgere nella vita politica attiva molte persone prima disimpegnate, o solo impegnate in movimenti e comitati locali. Nelle nuove formazioni politiche sono confluiti spesso cittadini che avevano vissuto un senso di abbandono da parte della politica tradizionale, causato da passate esperienze politiche deludenti, unitamente a persone, tendenzialmente più giovani, alla loro prima partecipazione attiva in un gruppo politico» (p. 10).
Naturalmente Biorcio non evita di confrontarsi con la polisemia del termine «populismo», e, così, identifica alcuni elementi propri del populismo di destra nella delegittimazione dei partiti, nella mobilitazione dell’ostilità contro gli immigrati, nella resistenza delle comunità locali contro il processo di unificazione europea e contro gli effetti della globalizzazione (p. 26). La famiglia dei populismi di sinistra – in cui Biorcio colloca Podemos e Syriza, ma anche il Movimento 5 Stelle – è invece contrassegnata da movimenti che, «pur recuperando diversi aspetti della protesta populista, sono molto lontani dalle idee della destra e si impegnano a difendere gli interessi dei cittadini comuni contro quelli delle élite economiche e finanziarie» (p. 27). Probabilmente, la linea di distinzione tra populismi di destra e di sinistra fissata da Biorcio può sollevare alcune perplessità, che sono d’altronde alcune delle perplessità che tendono a mettere in discussione l’utilità della formula «populismo». A ben guardare, infatti, a distinguere il populismo di destra da quello di sinistra (tralasciando anche il caso ambiguo del M5S) non è l’atteggiamento contro le «élite economiche e finanziarie», che anzi vengono invariabilmente a rappresentare una parte da protagonista anche nelle retoriche (non di rado ‘complottiste’) di forze come il FN o la Lega Nord, né tantomeno la linea adottata contro l’Ue, anche se il grado di «euroscettiscismo» (soprattutto a proposito della moneta unica) varia a seconda dei momenti e delle circostanze. A distinguere la destra e la sinistra del campo populista – se lo si vuole chiamare così – è piuttosto l’atteggiamento nei confronti degli stranieri, dei flussi migratori e dell’estensione della protezione del welfare anche a coloro che non siano «cittadini». E non è affatto casuale che formazioni ‘anfibie’ come il M5S evitino di assumere a questo proposito una posizione netta, in grado di fissare in modo definitivo la propria collocazione nell’area della sinistra (o persino della sinistra radicale). D’altronde, ciò che per Biorcio appare più significativo, per la fenomenologia del populismo italiano, ben più che il contenuto specifico della retorica populista, è il tentativo di superare «le mediazioni politiche tradizionali» e di «farsi portavoce delle […] proteste contro la ‘partitocrazia’ e il ceto politico», oltre che «di dare rappresentanza alle domande di cambiamento radicale della politica tradizionale, proponendosi di conquistare i voti necessari per garantire, anche alleandosi, una diversa forma di governabilità al paese» (p. 145).
È d’altronde questa prospettiva che consente a Biorcio di considerare come esempi di populismo – oltre alla Lega Nord e al M5S – la leadership di Berlusconi e, per giungere ai giorni nostri, di Matteo Renzi. L’ascesa di Renzi alla conquista del Partito democratico viene anzi considerata da Biorcio come un esempio di «telepopulismo» molto simile a quello sperimentato da Berlusconi alla metà degli anni Novanta: «Come aveva fatto nel 1994 il Cavaliere» - scrive Biorcio - «Renzi ha rivolto il suo appello a tutti gli italiani, al di là delle sue tradizionali linee di divisione fra destra e sinistra. Nonostante la sua lunga carriera politica che ne fa un politico di professione, è riuscito a costruire l’immagine di un leader estraneo e alternativo alle vecchie élite del suo stesso partito – sfruttando anche l’evidente esigenza di un ricambio generazionale. Renzi ha avuto la capacità di parlare alla gente riprendendo il linguaggio e gli schemi del senso comune dei cittadini, rifiutando il ‘politichese’ e le ritualità utilizzate dalla classe politica in passato. L’ex sindaco di Firenze ha cercato di stabilire un rapporto diretto con il ‘popolo’, per riportare le sue idee e le sue esigenze al centro della politica nazionale, rifiutando i meccanismi tradizionali della intermediazione politica e sindacale. Per Renzi la democrazia dei cittadini si può esprimere soprattutto con l’affidamento diretto e ‘plebiscitario’ a un leader. […] L’ex sindaco di Firenze Matteo Renzi ha tentato di sintonizzarsi con lo spirito del tempo, recuperando a volte la retorica di Grillo e (alcune) delle sue proposte per moralizzare la vita politica italiana. Ma ha cercato di trasformare il malessere in consenso elettorale: dopo la denuncia dei mali della politica, ha proposto una sempre grande quantità di promesse, fino a riproporre un grandioso progetto di riduzione della pressione fiscale nei prossimi cinque anni. La leadership di Renzi – post-ideologica ed estranea allo stile di direzione che esisteva nel suo partito – si è mostrata pronta ad utilizzare il populismo e al tempo stesso a gestire la paura che l’Italia posa essere governata da formazioni ‘populiste’ come il Movimento 5 Stelle» (p. 143).
Il «telepopulismo» di Renzi secondo Biorcio trova però sulla propria strada molti ostacoli, che non nascono solo dalle difficoltà che l’ex sindaco di Firenze incontrerà nel mantenere le proprie promesse. Perché, secondo Biorcio, le sfide alla democrazia rappresentativa hanno radici profonde. «Le trasformazioni sociali recenti, specie nell’ultimo decennio, rendono sempre più diffusa la volontà di molti cittadini, soprattutto dei più giovani, a impegnarsi per contare direttamente, attraverso la rete o altri canali. Si sono moltiplicate d’altra parte le esperienze di democrazia partecipativa e deliberativa, ed è cresciuta l’importanza della democrazia diretta, sia per le decisioni che riguardano tutti i cittadini […] sia all’interno delle stesse formazioni politiche, per limitare i poteri della leadership e fare pesare maggiormente la volontà degli iscritti» (p. 154). Ma tutti questi processi non vanno soltanto a ‘sfidare’ la leadership renziana. Piuttosto, sono destinati ad attraversare – e forse persino a lacerare – tutte le democrazie europee, perché in qualche modo rimettono problematicamente al centro il cuore della democrazia moderna, ossia il significato reale della «sovranità popolare». «La difesa della sovranità popolare», e la sua capacità di misurarsi e contenere i centri di potere economico-finanziario che controllano le risorse e le stesse possibilità di sopravvivenza per intere nazioni», scrive d’altronde Biorcio proprio nelle righe conclusive del suo lavoro, «diventa una questione ormai sempre più attuale della politica nazionale e internazionale» (p. 154).

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mercoledì 3 febbraio 2016

L’incubo di un mondo sempre connesso. «24/7» di Jonathan Crary




di Damiano Palano

In molte città europee a partire dal XIV secolo fecero la loro comparsa i primi orologi, collocati in cima ai campanili delle chiese e sui palazzi comunali. Ancora per secoli la misurazione del tempo rimase però affidata prevalentemente alla meridiana e al canto del gallo. Fu invece solo sul finire del Settecento, quando presero a diffondersi gli orologi da tasca, che iniziò davvero a modificarsi la percezione sociale del tempo. Se per millenni il trascorrere del tempo era stato scandito dai cicli naturali, dalla posizione del sole e dall’avvicendarsi delle stagioni, dal quel momento il tempo incominciò infatti a essere frazionato, misurato e uniformato. In corrispondenza non casuale con la rivoluzione industriale, il cammino della lancetta sul quadrante venne a scandire quasi ogni momento della vita individuale. E circa un secolo dopo l’introduzione dell’illuminazione artificiale indebolì ulteriormente il legame fra i ritmi della vita sociale e i ritmi naturali. Perché anche le ore notturne, sottratte alle tenebre, poterono tramutarsi in ore dedicate al lavoro, al consumo, allo svago. 
È proprio alla ‘colonizzazione’ del tempo notturno che è dedicato 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi, pp. 134, euro 18.00), un testo in cui Jonathan Crary esplora l’immaginario di un mondo ‘sempre connesso’. Nel volume di Crary, docente alla Columbia University, si possono certo riconoscere i toni classici di una denuncia apocalittica dei danni prodotti dalla tecnica. Ma al di là di alcune forzature il discorso di 24/7 non può essere liquidato semplicisticamente. Lo slogan con i cui negozi annunciano di essere costantemente aperti – 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 – è considerato infatti da Crary come il simbolo di una generale tendenza a tagliare ogni legame con le scansioni periodiche dell’esistenza umana. Alcune stime sostengono d’altronde che, nel corso dell’ultimo secolo, il tempo mediamente dedicato al sonno nelle società occidentali si sia costantemente ridotto. Così, se negli Stati Uniti un individuo medio, al principio del Novecento, dormiva mediamente dieci ore per notte, oggi il tempo dedicato al sonno sembra essersi ridotto a circa sei ore e mezzo. Ed è probabile che nei prossimi decenni, anche per effetto dell’abuso di farmaci e stimolanti, le ore riservate al riposo debbano ulteriormente assottigliarsi. 
La formula «24/7» non descrive però solo un mondo in perenne attività, come un centro commerciale sempre aperto, perché coglie soprattutto la portata enorme di una trasformazione che investe la stessa percezione sociale del tempo. Nel mondo «24/7» i flussi ininterrotti dell’informazione e del mercato globale entrano infatti nella nostra dimensione più privata, rendendo tutto uniforme. Il tempo di lavoro – non più rinchiuso dentro i cancelli della fabbrica o tra le pareti dell’ufficio – invade le ore teoricamente di risposo, eliminando ogni distinzione fra tempo di vita e tempo di lavoro. In questo modo diventano sempre più labili anche i confini tra giorno e notte, oltre che tra lavoro e festa. E in questo processo rischiano forse anche di assottigliarsi la trama dei rapporti interumani e lo stesso spazio dell’interiorità. Perché ogni istante diventa potenzialmente un momento in cui lavorare, in cui fare acquisti online, in cui consultare la posta elettronica. O in cui sbirciare lo schermo del nostro smartphone.

Damiano Palano