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sabato 27 settembre 2014

La trasparenza non è più una virtù. Un libro del filosofo coreano Byung-Chul Han



di Damiano Palano

Questa recensione a Byung-Chul Han, La società della trasparenza (nottetempo, Roma, 2014) è apparsa con il titolo Con la globalizzazione la trasparenza non è più una virtù, su «Avvenire» del 2 agosto 2014.


“Il segreto”, ha scritto Elias Canetti, “sta nel nucleo più interno del potere”. E proprio per questo il pensiero democratico ha sempre rivendicato la necessità di strappare il velo che occulta gli arcana imperii. Un secolo fa la richiesta riguardava soprattutto la politica estera e dunque i patti segreti che gli Stati siglavano all’insaputa dell’opinione pubblica. Oggi l’imperativo della ‘trasparenza’ investe anche la politica interna. E così si chiede che ogni trattativa si svolga alla luce del sole, che si possa conoscere ogni dettaglio della vita degli uomini di Stato, o che persino le conversazioni più private – e spesso assai poco rilevanti – vengano portate a conoscenza del pubblico. Ma, a ben vedere, l’obbligo della ‘trasparenza’ non riguarda più solo la politica o l’economia, perché investe persino la nostra quotidianità, quando ci invita a rinunciare alla nostra sfera privata e a pubblicare costantemente sui social media le nostre immagini e i nostri più fugaci stati d’animo. 
Un potente attacco a questo mito viene ora dal filosofo sud-coerano Byung-Chul Han, che nel suo La società della trasparenza (nottetempo, pp. 94, euro 11.00) si scaglia con forza contro l’ideologia che ci induce a esibire la nostra vita più intima. Alla base della spasmodica ricerca di trasparenza, secondo il filosofo, sta principalmente la convinzione secondo cui, solo eliminando le barriere che ci separano dall’Altro, possa emergere la “verità” di ciascun essere umano. In questo modo, “tutti gli spazi riservati in cui ritirarsi sono eliminati in nome della trasparenza”. Con la stessa logica della pornografia, la società della trasparenza ‘esibisce’ però facce che sono in realtà ‘nude’, private del tutto della loro personalità, in uno sterminato mercato nel quale le intimità sono esposte, comprate e consumate. Portando alla luce i sentimenti più intimi e gli stati emotivi, si ritiene di rendere trasparente l’anima, di metterla a nudo. E ciascuno di noi – come in un enorme Panopticon digitale – è indotto dunque a esibire se stesso, non sulla base di una costrizione esterna, ma per effetto di un bisogno auto-indotto che lo spinge a mostrare la propria ‘verità’. Ma ovviamente la trasparenza e l’esposizione quotidiana dell’intimità non possono condurre alla scoperta di alcuna verità.
“Trasparenza e verità”, scrive infatti Byung-Chul Han, “non sono identiche”. L’intimità distrugge la distanza e, dunque, annulla le stesse condizioni dell’alterità. Ma soprattutto, osserva, nella società della trasparenza manca del tutto la luce proveniente dalla trascendenza, l’unica luce davvero in grado di ‘rischiarare’. Così, “l’iper-informazione e l’ipoercomunicazione non gettano alcuna luce nella tenebra”. E l’assoluta trasparenza non può allora con coincidere con un vuoto di senso che la massa di notizie non può colmare. Lo straordinario accumulo di informazioni della nostra società tecnologica non sarà infatti mai in grado produrre una verità. Ma si limiterà a restituire ogni volta il vuoto. Perché in fondo solo il vuoto è davvero trasparente.

Damiano Palano

lunedì 15 settembre 2014

"La «transizione» è finita? Forse non è mai cominciata". Un articolo sull'ultimo numero della "Rivista di Politica"

Sull'ultimo numero della "Rivista della Politica" (2/2014), che presenta fra l'altro una ricca sezione curata da Rosita Di Peri su politica e democrazia dopo le "primavere arabe", compare un intervento di Damiano Palano (La transizione è finita? Forse non è mai cominciata), una riflessione critica dedicata ad alcune analisi recenti sul ventennale della "Seconda Repubblica".




NEL SOMMARIO DI QUESTO NUMERO:

Congetture & confutazioni
Ragioni, prospettive e incognite del voto europeo, Luigi Di Gregorio
D’Alema, la sinistra e l’Europa, Riccardo Cavallo
La politicità della politica estera. L’Italia tra Ucraina e Siria, Emidio Diodato
La (sempre più) difficile transizione russa verso la democrazia, Cristina Baldassini
La «transizione» è finita? Forse non è mai cominciata, Damiano Palano
La disgregazione di un sistema: questioni strutturali e mancate riforme, Francesco Paola
Le ragioni del potere, Aresh Vedaee
Il cammino interminabile: il ‘superamento’ degli ospedali psichiatrici giudiziari, Emilia Musumeci

Islam, politica e democrazia
I movimenti islamisti in Medio Oriente: dinamiche e prospettive alla luce della “primavera araba”
La variabile sciita e la politica regionale in Medio Oriente, Paola Rivetti
I movimenti islamisti radicali in Libano: non solo Hizbullah, Rosita Di Peri
Il salafismo in Egitto tra moderazione e pragmatismo: i casi di al-Nur e Hizb al-Tahrir, Pietro Longo, Marco Di Donato
I Fratelli Musulmani al potere in Egitto, Daniela Pioppi
I gruppi salafiti in Tunisia, Stefano Maria Torelli, Francesco Cavatorta
Le trasformazioni dei movimenti islamisti in Libia dopo Gheddafi, Giuseppe Dentice, Arturo Varvelli

Osservatorio italiano
Le quattro sfide di Renzi per la leadership, Mauro Calise
Matteo e i suoi. Il leader e il suo entourage, David Allegranti, Sofia Ventura
Il sindaco d’Italia e le sue narrazioni. Uno sguardo diacronico al discorso politico di Matteo Renzi, Marco Travaini

Saggi
La politica e il sacro. Come rileggere Péguy, Pierre Manent
Gentile e la “modernità”, Daniela Coli

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Lo spot della Rivista di Politica

martedì 9 settembre 2014

Una “nuova scienza politica”? L’eredità della critica al comportamentismo e i compiti della teoria politica contemporanea - un panel al Convegno Sisp 2014 di Perugia (12 settembre)




Nella sezione Teoria politica del Convegno Sisp 2014 che si terrà a Perugia è previsto anche un panel dal titolo:

Una «nuova scienza politica»? L’eredità della critica al comportamentismo e i compiti della teoria politica contemporanea

PRIMA PARTE

VENERDI’ 12 SETTEMBRE 2014

ORE 10.30-13.00

AULA 4 EDIF. SCIENZE POL. ED EC.


Discussant: Francesco Battegazzorre (Università di Pavia)

Concetti, valori e pratica tra filosofia, teoria e scienza politica. Le lezioni di Carl Joachim Friedrich e Giovanni Sartori
Sofia Ventura (Università di Bologna)

Concetti politici, valori, definizioni
Pamela Pansardi (Università degli Studi di Pavia)

Foucault e la “nuova” scienza politica
Stefano Procacci (Università Cattolica del Sacro Cuore)

La democrazia dei pochi. L’eredità dell’anti-elitismo e le sfide alla teoria democratica
Damiano Palano (Università Cattolica del Sacro Cuore)

 
SECONDA PARTE

VENERDI’ 12 SETTEMBRE 2014

ORE 14.30-16.15

AULA 4 EDIF. SCIENZE POL. ED EC.

 Discussant: Emidio Diodato (Università per Stranieri di Perugia)

International Politics is Too Important to Be Left to Political Scientists: A Critique of the Theory-Policy Nexus
Lorenzo Zambernardi (Università di Bologna)

Il realismo e la “nuova scienza politica”? La prospettiva di Reinhold Niebuhr e Hans J. Morgenthau
Luca G. Castellin (Università Cattolica del Sacro Cuore)

L’incoerenza della politica: nodi teorici, dilemmi pratici e categorie di comprensione
Michele Chiaruzzi (Università di Bologna)


Chair: Damiano Palano
 

Quasi cinquant’anni fa la scienza politica americana fu attraversata da una profonda lacerazione. Un eterogeneo gruppo di politologi iniziò infatti a indirizzare una fitta serie di critiche alla configurazione che nel trentennio precedente aveva assunto la disciplina. Nel clima del momento, la polemica dei contestatori, che inalberavano la bandiera di una “New Political Science”, assunse una connotazione fortemente politica, perché, per esempio, l’American Political Science Association veniva accusata di non aver assunto una posizione sulla guerra del Vietnam. Ma la critica coinvolse anche alcuni dei principi di base su cui la scienza politica statunitense si era ridefinita come ‘scienza’ dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La “rivoluzione comportamentista” aveva comportato infatti una cesura netta con la ‘vecchia’ tradizione continentale degli studi politici e, al tempo stesso, aveva sposato entusiasticamente l’idea che la ‘scienza’ dei fenomeni politici dovesse costruire concetti liberi da ogni ‘infiltrazione’ filosofica, capaci di orientare una ricerca prevalentemente empirica. Proprio contro la scienza politica ‘comportamentista’, il Caucus for a New Political Science richiedeva invece che la disciplina rendesse “lo studio della politica rilevante per la lotta per un mondo migliore”.
E, benché una simile espressione tradisse palesemente la tensione politica di molti dei giovani contestatori, ai membri del Caucus si affiancarono anche intellettuali molto lontani dalla seduzioni della contestazione, come soprattutto Hans J. Morgenthau e Leo Strauss, che probabilmente riconobbero nella protesta alcune delle obiezioni che avevano indirizzato già alcuni decenni prima alla fiducia riposta nei principi del neo-positivismo e alla netta divaricazione tra scienza politica e filosofia politica.


 
La protesta del Caucus ebbe una vita piuttosto breve e dopo alcuni anni la critica venne riassorbita all’interno dell’alveo di una disciplina che attenuò, almeno in parte, la propria adesione ai principi del vecchio comportamentismo. Ma, al netto delle connotazioni più esplicitamente ideologiche, legate al clima politico della fine degli anni Sessanta, alcuni dei motivi di quella polemica rimangono probabilmente ancora attuali e meritano di essere nuovamente esaminati e discussi, se non altro perché si tratta di dimensioni problematiche quasi del tutto rimosse dal dibattito politologico.

giovedì 4 settembre 2014

"Fortuna e ironia in politica" di Martin Wight. Un dibattito con Alessandro Campi, Michele Chiaruzzi, Damiano Palano e Lorenzo Zambernardi - 11 settembre 2014 - ore 18.00



Giovedì 11 settembre 2014
ore 18.00
a Perugia
presso l'Aula 1 del Dipartimento di Scienze politiche
Via Pascoli 20

Alessandro Campi
Michele Chiaruzzi
Lorenzo Zambernardi
e Damiano Palano 

discuteranno del volume

Fortuna e ironia in politica
di Martin Wight
a cura di M. Chiaruzzi
(Rubbettino Editore)




lunedì 1 settembre 2014

La democrazia del nostro scontento. Un libro di Matthew Flinders

di Damiano Palano

Questa recensione è apparsa su "Avvenire" del primo agosto 2014

Molti anni fa Bernard Baruch, consigliere economico di presidenti americani come Woodrow Wilson e Franklin D. Roosevelt, invitava gli elettori a votare “per l’uomo che promette di meno, perché sarà quello vi deluderà di meno”. Naturalmente ben pochi elettori hanno seguito il suo invito, e ancora meno politici si sono attenuti alle sue indicazioni. Nel tentativo di ottenere il favore popolare, chiunque aspiri a conquistare una carica pubblica non può infatti evitare di alimentare le aspettative degli elettori e di accendere le loro speranze. E proprio per questo ogni candidato tende a promettere molto più di quanto sia possibile mantenere. 
Se risulta incisa nel codice genetico della democrazia, la disillusione è però diventata nell’ultimo ventennio una sorta di autentico “Zeitgeist”. Benché l’opinione pubblica esprima un sostegno pressoché incondizionato nei confronti dei principi democratici, l’atteggiamento nei confronti dei governanti è infatti ovunque assai meno lusinghiero. E in tutte le democrazie occidentali i politici vengono percepiti dai cittadini come avidi, corrotti, egoisti e incompetenti. Nel suo volume In difesa della politica. Perché credere nella democrazia oggi (Il Mulino, pp. 280, euro 20.00), Matthew Flinders cerca di portare alla luce le radici più profonde dell’odierno “malessere” democratico. E si concentra così su una serie di processi inevitabilmente complessi, come il declino della deferenza nei confronti delle autorità, il sovraccarico di domande indirizzate ai governi, l’offuscamento dell’ideologia, la crescita della globalizzazione e l’impatto del mutamento tecnologico. Fra gli elementi su cui Flinders attira l’attenzione ci sono soprattutto due grandi tendenze davvero cruciali. In primo luogo, il politologo sottolinea le conseguenze dirompenti di quella che definisce come la “democrazia del monitoraggio”: una democrazia in cui il ceto politico è costantemente sottoposto alla sorveglianza da parte dei cittadini e della stampa. Se in teoria questo meccanismo consente che i governanti siano responsabili dinanzi agli elettori, la sua esasperazione rischia di condurre al collasso, perché l’annullamento della distanza tra politici e cittadini di fatto finisce col minare l’efficienza di qualsiasi organizzazione. In secondo luogo, Flinders si rivolge verso il ruolo che svolgono i media nel diffondere il cinismo e la diffidenza. D’altronde, è proprio contro la logica che guida oggi la gran parte dell’informazione che lo studioso britannico indirizza la propria polemica. Per vendere copie e spazi pubblicitari, la stampa non si limita infatti ad amplificare episodi insignificanti, dichiarazioni pubbliche di scarsa rilevanza o veri e propri pettegolezzi, ma consolida anche la cultura del disprezzo nei confronti della politica: una cultura secondo cui chi si impegna in politica può essere spinto solo dal proprio tornaconto o dal proprio egocentrismo. 
Il libro di Flinders deve davvero essere considerato come un antidoto alla “politica del cinismo” e come un’accorata perorazione a sostegno di una “politica dell’ottimismo”. Il politologo si colloca d’altronde nel solco tracciato da Bernard Crick più di mezzo secolo fa, nel 1962, con la sua appassionata Difesa della politica. Ma l’ottimismo di cui si fa alfiere Flinders non va confuso con l’ingenuità o con un entusiasmo un po’ velleitario. D’altronde, difendere la politica significa oggi anche riconoscerne realisticamente i limiti. E, dunque, diffidare di tutte le soluzioni palingenetiche che scaldano le campagne elettorali, ma che, all’indomani del voto, rischiano di lasciare il posto alla disillusione, se non addirittura al risentimento.